Sedi in Italia
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N° 0 Gennaio-Giugno 2001
Editoriale di Pier Luigi Righetti e Gino Soldera
"Alla ricerca della paternità" di Giuliana Montesanto e Francesco Sollai


N° 1 Luglio-Dicembre 2001
Editoriale di Pier Luigi Righetti
"La Scienza dell'Educazione Prenatale"
di Gino Soldera


N° 2 Gennaio - Giugno 2002
Editoriale di Gino Soldera
"La rappresentazione archetipa genitoriale" di Mario Gasparini


N° 3 Luglio - Dicembre 2002
Editoriale di Pier Luigi Righetti
"Dalla neuropsicologia alla neuropsicologia prenatale attraverso le competenze del feto " di Pier Luigi Righetti e Mara Padovan



N° 4 Gennaio - Giugno 2003
Editoriale di Miryam Zarantonello
"Amarlo prima che nasca" di Jean-Pierre Relier


N° 5 Luglio - Dicembre 2003
Editoriale di Pier Luigi Righetti e Gino Soldera
"Diventare genitori e diventare figli con la PMA" - Manuela Cecotti


N° 6 Gennaio -Giugno 2004
Editoriale di Gino Soldera
"Stress e prenatalità’: fattori di rischio e necessità di prevenzione" di Gino Soldera e Silvia Da Re


N° 7 Luglio - Dicembre 2004
Editoriale di Pier Luigi Righetti e Gino Soldera
"Il Metodo fisarmonica" di Michel Odent


N° 8 Gennaio -Giugno 2005
Editoriale di Dario Casadei e Pier Luigi Righetti
"Gravidanza, parto e nascita nella letteratura non specialistica del 900" di Mario Gasparini


N° 9 Luglio - Dicembre 2005
Editoriale di Gino Soldera e Pier Luigi Righetti
"Fattori di rischio nello sviluppo prenatale" di Ernesto Tajani


N°10 Gennaio -Giugno 2006
Editoriale di Gino Soldera
"Sulla psicologia perinatale" di Gino Soldera e Antonio Valmaggia


N° 11 Luglio - Dicembre 2006

Editoriale di Gino Soldera e Federica Carrer
"La continuità della relazione: dal Bonding prenatale all'attaccamento postnatale" di M. B. Nava



N°12 Gennaio -Giugno 2007
Editoriale di Dario Casadei e Gino Soldera
"Psicologia e Medicina pre e perinatale: nuova scienza interdisciplinare" - Prof. P. G. F. Freybergh


N° 13 Luglio - Dicembre 2007

Editoriale di Gino Soldera
Musica e pedagogia nel prenatale di Alix Zorrillo


N°14 Gennaio -Giugno 2008
Editoriale di Gino Soldera e Dario Casadei
"Dall'esperienza pre e perinatale alla psicoterapia" di Ludwig Janus


N°15 Luglio -Dicembre 2008
Il Partonascita
Il vissuto del bambino nell'evento nascita


N°16 Gennaio - Giugno 2009
La Generatività


N°17 Luglio - Dicembre 2009
Editoriale
La care dal feto al neonato: prendersi cura della mamma e del bambino


N°18 Gennaio - Giugno 2010
Editoriale
Educare ad essere


N°19 Luglio - Dicembre 2010
Editoriale
Coccole con l'arpa e con la voce


N°20 Gennaio - Giugno 2011
Editoriale
Il vissuto di un bimbo speciale

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Il Padre e la vita prenatale
di Pier Luigi Righetti e Gino Soldera

Editoriale:
Iniziamo una nuova avventura
Dopo altri paesi europei ed americani, anche in Italia una rivista sulla psicologia e l’educazione prenatale.
Il Giornale Italiano di Psicologia ed Educazione Prenatale – organo ufficiale dell’A.N.P.E.P. – vede la sua nascita dopo un lungo “travaglio” (visti i temi che verranno trattati in questa rivista, ci venga acconsentito questo termine) che tutti i collaboratori, il comitato tecnico-scientifico e la redazione hanno vissuto per dare inizio a questa esperienza che ci vedrà raccogliere lavori, articoli, recensioni di testi, presentazione di congressi, esperienze, un po’ da tutto il mondo e in particolare dal nostro paese per promuovere la gravidanza, la genitorialità, la vita prenatale; in breve: proprio, la psicologia e l’educazione prenatale.

Un’avventura che già in partenza si dimostra difficile, anche se ci avvalliamo della collaborazione di una prestigiosa associazione, come l’Association for Pre- and Perinatal Psychology and Health (A.P.P.P.A.H.), in particolare per la novità dei temi che in questa rivista saranno trattati. Una rivista che ha l’ambizione di essere un punto di collegamento tra le varie figure professionali che si occupano di gravidanza, educazione, psicologia, a partire dal periodo del concepimento, pre- e perinatale e neonatale. Cercheremo di dare spazio a tutti i lavori che arriveranno in redazione e di comunicare il più possibile le novità di questo settore.

In questo numero 0 (che noi consideriamo una sorta di sfida iniziale) abbiamo deciso di raccogliere gli interventi del congresso “Paternità e vita prenatale: un ruolo in evoluzione” svoltosi a Frosinone Fermentino il 17 e 18 marzo 2000.
Con una breve rassegna bibliografica non è difficile accorgersi che sul ruolo del “padre in attesa” è stato studiato e fatto poco, per questo motivo i lavori raccolti alle pagine che seguono cercano di dare una panoramica sul percorso genitoriale con protagonista il padre.

“Alle origini della paternità” di Giuliana Montesanto e Francesco Sollai. Tratta della realtà del padre nel divenire dell’uomo e analizzati i risvolti archetipi, sociali e biologici.
“Il percorso genitoriale: analisi di una realtà complessa” di Cristina Fabrizio e Barbara Segatto. In questo articolo viene rilevato quanto la nostra vita attuale risenta pesantemente di molti fattori di affaticamento e di stress, anche per i ritmi sempre più incalzanti di vita.

“Padre e Madre: una unità compiuta” di Antonella Bevere e Gianni Astrei. I due Autori affermano come nella nostra cultura dominante sono state sottovalutate, se non addirittura negate, le potenzialità e capacità paterne. Ritengono che sia opportuno riferirsi concretamente al “sarò mamma e sarò papà” già durante l’epoca gestazionale e non alla nascita, quando il bambino è nato, in quanto egli vive, in quel periodo, quell’avventura meravigliosa che è la vita prenatale.

“Dal padre biologico al padre mentale e psichico” di Franca Fischetti. E’ un contributo articolato in termini di evoluzione della realtà complessa e dinamica della figura del padre sul piano psicosociale.
“Il padre nella Educazione Prenatale” di Gino Soldera, Alessia Beghi e Linda Curto. Qui viene ridefinito il ruolo dal padre in famiglia a partire dal periodo prenatale, periodo nel quale egli svolge già un suo importante ruolo educativo, alla luce delle attuali ricerche in materia.

“Dalla parte del padre: gravidanza, nascita e allattamento” di Arturo Giustardi e Paola Grenci. Gli autori illustrano come il padre comincia oggi ad essere presente durante il percorso nascita e come possa svolgere un suo ruolo, a partire dal concepimento, nel tessere le prime relazioni e nel contribuire alla formazione del figlio.
“La presenza del padre nell’evento nascita: dal concepimento al parto” di Dario Casadei, Pier Luigi Righetti e Francesco Pavan. La presenza del padre, accanto alla sua compagna, durante la gestazione viene analizzata in quella che è stata l’evoluzione storica dell’ostetricia, con particolare riferimento alla realtà ospedaliera.

“Funzione e destino del desiderio nel percorso della gravidanza assistita” di Immacolata Parisi, Daniela Cattone e Alida Labella. Si dimostra come la situazione diventa particolarmente complessa e confusa nella gravidanza assistita e come i ruoli diventino più labili, mentre prendono forma dinamiche ancora sconosciute, che al momento non siamo preparati ad affrontare e i cui risvolti, piuttosto preoccupanti, non sono ancora del tutto prevedibili.

“Padre, marito e uomo: è ancora un ruolo fondamentale?” di Pina Orsini. A partire dal conflitto dei ruoli viene evidenziato quanto sia importante che l’uomo riprenda il suo vero ruolo di padre e marito con piena consapevolezza.
“Sul ruolo del padre” di Renata Gaddini. L’Autrice mette in evidenza come la famiglia nella sua organizzazione si stia trasformando permettendo così al padre di vivere un ruolo più pieno e diverso rispetto al passato. Da fantasma quasi assente egli ora sta diventando un coprotagonista, accanto alla sua compagna, della vita quotidiana, delle relazioni famigliari e dell’educazione dei figli.

Nella parte finale vengono riportate le proposte per agevolare i padri in attesa, un elenco dei loro diritti e fornite una serie di informazioni relative all’Associazione Nazionale di Psicologia e di Educazione Prenatale.

In ogni numero della rivista, inoltre, verranno riportate delle schede su recensioni di libri, appuntamenti, ecc., oltre che note sulle attività dell’A.N.P.E.P.
Una nuova avventura che, a partire da questo primo numero, ci auguriamo possa avere un suo successo.
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ALLA RICERCA DELLA PATERNITA’
Giuliana Montesanto e Francesco Sollai

Da un punto di vista antropologico, maternità e paternità si sono sempre configurate come realtà contrapposte, la cui relazione si è spesso tinta di violenza, portando ad una lotta tra i sessi che perdura tuttora. Tale lotta può essere superata solo da una nuova modalità di rispetto reciproco che nasca dalla valorizzazione dell’essenza naturale dell’essere madre e padre. Nel mondo onnipotente e totalizzante della simbiosi madre-figlio, il padre rappresenta l’altro mondo rispetto a quello materno, è il garante dell’uscir fuori, del separarsi. La sua funzione si realizza proprio nel sanare la violenza della separazione dalla madre, nel catalizzare le emozioni scatenate da quei momenti che segnano il distacco progressivo dal grembo materno. Quando il padre non è né escluso, né estraneo, ma esterno, funge a sua volta da “contenitore”, da “grembo buono” per la madre e per il figlio. E’ quindi fondamentale che i genitori condividano il possesso del figlio fin dal momento del concepimento e si allenino a viverlo e a superarlo aiutandosi nel rispetto e nella fiducia reciproci.

Quando ci accostiamo alla paternità non possiamo non considerare la violenza.
Sia dalla prospettiva edipica, che in relazione alla lotta plurimillenaria tra matriarcato e patriarcato, l’affermazione della paternità porta all’emergere del problema della violenza. Ma andiamo per gradi.
Dal punto di vista antropologico seguendo l’ipotesi di Bachofen, la coscienza che i figli, che nascono dalla madre e a lei “appartengono”, siano generati per intervento anche del maschio, è una acquisizione molto tardiva nella storia dell’umanità. Secondo il percorso tracciato da Campbell potremmo datarlo intorno al periodo che va dal 7500 al 2500 a.c. con l’introduzione delle corti delle città-stato e lo sviluppo del regicidio rituale (1).

Già qui è evidente la forte carica di violenza messa in atto verso il re, simbolo del padre, nel momento stesso del suo riconoscimento. Ma anche epoche precedenti, il parricidio e la successiva reificazione dell’entità paterna in un catalizzatore che lo rappresentasse, così come descritta da Freud in ‘Totem e Tabù’, ci mostra come la resistenza dell’ordine matriarcale sia rimasta radicata a lungo anche dopo la scoperta di un essere “altro” dalla madre dotato anch’esso di un potere di fecondità. Questa prima violenza non è stata ridotta, ma anzi ampliata in profondità, estesa e radicata dall’imporsi del successivo ordine patriarcale.

Dall’affermarsi del potere paterno si è sviluppata una guerra tra i sessi che perdura tutt’oggi e continua a inquinare i rapporti tra uomini e donne e quindi anche tra padri e madri. La nostra cultura è intrisa di questa lotta con tutte le sue nefande conseguenze. La reazione patriarcale alla precedente negazione della paternità ha prodotto una lotta tesa alla negazione dei potere materno, dando avvio ad una spirale di rappresaglie sotterranee che ha l'unico scopo di annientare la creatività dell'altro.

Di qui la concezione occidentale Monoteismo: quella di un Dio "padre", più maschio che femmina, ma né maschio né femmina, essenzialmente unico, assolutamente unico, che per creare non ha bisogno di niente e di nessuno, tantomeno di una donna. O, al contrario, come per l'umanità di Cristo che proveniva dall’essere nato da una donna, Maria Vergine e Madre, il concepimento, avviene per opera dello Spirito Santo non di un uomo. La legge della vita, e cioè che per generare (e noi aggiungiamo anche per creare) siano necessari il maschile e il femminile, il principio paterno e quello materno è negata da questa idea radicata così profondamente nella nostra cultura e non solo.

Così, la maggior parte delle nostre famiglie non sono esenti da questa tragedia prodotta dalla lotta tra maschi e femmine, attuata in mille modi e consumata in mille modi e consumata in tutti gli stratagemmi e i piani di squalificazione, disprezzo, svalorizzazione e nullificazione di uno o di entrambi i genitori. L'eredità di generazioni di questa lotta può essere equilibrata solo da una nuova modalità di rispetto reciproco che superi la sterile guerra per il potere, all’insegna della realtà e dell’amore come dono, come avremmo modo di chiarire più avanti.
Viene quindi da chiedersi il perché di questa violenza e perché è così elevata.

Nel mondo onnipotente e totalizzante della simbiosi madre-figlio il padre rappresenta ALTRO dalla madre, è l’entità sentita e percepita staccata, separata, di diversa natura, altra sostanza, l’altro mondo rispetto a quello materno. Questo, chiaramente, quanto più è presente la figura del padre: molto spesso, infatti, il dramma di molte esistenze è segnato dalla non conoscenza del padre in quanto egli diventa appendice risucchiata nello strapotente mondo materno, che in questo modo ingloba, senza difficoltà e talvolta senza speranza di reale autonomia, la vita dei figli. Per fortuna il principio paterno può esistere, talvolta, anche senza un corrispettivo padre reale e può fare da guida nel difficile cammino di distacco dal mondo materno.

Siamo così giunti all’essenza naturale della paternità: il padre è il garante dell’ex-sistere, dell'uscire fuori, del separarsi, del nascere dalla madre che catalizza su di sé tutte le profonde emozioni scatenate da questo passaggio che, dal concepimento, alla nascita, all’edipo, all’adolescenza e al passaggio alla vita adulta, segna i progressivi distacchi dal grembo materno. Quando è in armonia con la coppia padre-madre, questa funzione si esplica come protezione che assorbe e metabolizza la violenza interna ed esterna al mondo materno.

La funzione naturale del padre è quella, appunto, di sanare la violenza della separazione dalla madre. Quando, questo non avviene, o avviene in parte, il figlio, se riesce a separarsi, porta con sé quote di violenza di cui potrà liberarsi solo con un lavoro personale. Quanto più sono elevati i traumi reali, primo fra tutti il parto, tanto più forte sarà la carica violenta e tanto più necessaria la presenza di un principio paterno forte e saldo, per riuscire a vincere la paura panica della separazione.

Una quota di violenza sembra più o meno necessaria e comunque è spesso presente la separazione, ed è la violenza che fa diventare un trauma il distacco dalla madre, restando spesso segnata internamente come minaccia, come spada di Damocle tesa verso chi osa esistere e differenziarsi dallo strapotere materno. La difficoltà a separarsi può essere quindi dovuta proprio alla minaccia di ritorsioni interne della madre che possono assumere un carattere così terribile da tenere bloccate molte persone dentro l’utero nella condizione prenatale. Queste paure fuori della caverna segnano la nascita alla realtà di cui il padre è il primo rappresentante.

Il padre rappresenta la realtà esterna, il padre è la realtà, è colui che si cerca e si incontra quando “il dormiente si sveglia” quando si esce dal mondo incantato del sonno della vita e si aprono gli occhi su questa terra, su questa vita, la nostra vita unica e irripetibile, così possiamo finalmente conoscere le leggi per creare con essa nuova ed altra vita.
Quando il padre non è né escluso né estraneo, ma esterno, svolge cioè la funzione di sostegno al di fuori della simbiosi madre-figlio, dà alla donna la possibilità di vivere pienamente ed in modo sano la regressione necessaria al suo stato e contemporaneamente le offre un argine e un aggancio alla realtà facendo da “contenitore” a sua volta da “grembo” buono alla madre e al figlio (2).

Il padre è una presenza necessaria per una crescita sana e armoniosa dei figli ed è una presenza fondamentale per la partner e per i figli durante tutta la gravidanza, la nascita e la vita neonatale, fino all’età adulta.
Ma innanzitutto è importante che i genitori riconoscano e soprattutto condividano il “possesso” del figlio fin dal momento del concepimento e che si allenino a viverlo e superarlo aiutandosi nel rispetto e nella fiducia reciproca. Se l’uomo e la donna si sostengono a vicenda, si riconoscono e realizzano il proprio ruolo, permettono e beneficiano di quello del partner, se non lottano fra di loro per avere il predominio sul figlio, possono accogliere e godersi il figlio come dono e nella gioia. Questa triade fondata sulla reciprocità e sull’amore circolare è il superamento dell’amore come possesso e come simbiosi.

La concezione della triade basata sull’amore circolare è, come vedremo, la soluzione reale al complesso di Edipo e segna un altro passaggio fondamentale, quello dall’infanzia alla vita adulta.
Di nuovo in questa fase il padre è indispensabile per una buona identità sia del maschio che della femmina: per il maschio l’apporto paterno passa attraverso l’identificazione preceduta dal complesso edipico; per la femmina, invece, attraverso il riconoscimento e il valore della sua femminilità, proprio nel periodo edipico. Se la vita è vissuta come dono, la madre, alla fine del periodo necessario di dipendenza, può fare dono del figlio, o della figlia, al padre perché possa aprirli al mondo e guidarli secondo un sano principio della realtà. Questo vuol dire che è possibile superare le tragiche figure di Laio, Giocasta, Edipo, che la cultura antica ci ha tramandato, che è possibile porre fine ai conflitti di potere nella coppia tra l’uomo e la donna e rendere creativo il conflitto tra padre e figli.
Anche la Bibbia e i Vangeli ci parlano dell’uccisione dei figli maschi da porte dei padri per la paura di essere soppiantati. (Mosè, Erode)

Stanno avvenendo profonde trasformazioni nella società, nei rapporti di coppia e nella famiglia. Ma stiamo andando verso il caos, come temono tanti, o verso una realtà diversa e nuova che sta nascendo attraverso il travaglio e la sofferenza? In questa fase di cambiamento e di nascita può essere riportato all’interno dell’uomo il concetto che la religione cristiana ha posto al di fuori di lui, quello di un Dio uno e trino , Padre, Figlio e Spirito Santo, tre persone uguali e distinte unite da una comunione d’amore (3). Il padre e il figlio possono essere uno e trino nell’amore circolare, questo è un sogno che l'uomo può realizzare. Noi della SUR stiamo lavorando da molti anni per realizzare l’amore per noi stessi e per gli altri all’interno della coppia, della famiglia e fuori.

Per questo è fondamentale affermare che la Persona è la piena realizzazione dell’uomo; Persona è un soggetto dotato di libertà e di una propria identità e fondato sulla capacità di amare se stesso e gli altri. Così, insieme alla conoscenza e al sostegno, dell’uomo psicologico, prigioniero e vittima dei suoi condizionamenti, delle sue reazioni e delle sue sofferenze, cerchiamo di realizzare l’uomo-persona e artista della vita. L’uomo persona non è vittima, ma pur vivendo dentro di se Laio, Giocasta o Edipo può trasformare i suoi tragici vissuti di odio e di vendetta e può passare dall’amore possessivo all’amore circolare, dalla simbiosi alla coralità.

Questo è il passaggio dell’uomo psicologico come semplice individuo all’uomo spirituale che diventa persona. Questo passaggio non è facile, richiede continue morti di parti di sé per rinascere, la morte delle parti condizionate, di quelle conflittuali, delle passioni che non vogliono integrarsi e, per questo, limitano la libertà e la realizzazione della Persona. Ma se noi seguiamo, invece che il piacere psichico, il progetto del nostro Sé, nostra guida interiore, possiamo realizzare la nostra specifica identità ed anche trovare il nostro posto nell’universo.

Il padre è il garante profondo dell’amore alla vita e alle sue leggi e radicare il proprio progetto su quello del padre è necessario per radicare noi stessi nel naturale fluire della vita.
Ciò non significa ripetere il progetto paterno, ma partire da esso per disegnare il nostro tendere verso il “nuovo”, e realizzarlo creativamente. come dice G.K.Gibran nella sua opera ‘Il profeta’: “Voi siete gli archi da cui i figli, le vostre frecce vive, sono scoccati lontano”. Questo ci immette in un processo armonioso che va dal passato, al presente, al futuro e collega noi stessi con gli altri, con la natura con la vita, e con le leggi e i ritmi del cosmo.

E’ questo che ha da sempre intuito profondamente l’umanità quando si rivolgeva nella preghiera a Dio chiamandolo padre. Ma il limite del pensiero religioso è stato nella scissione tra uomo e Dio su cui esso si fonda; scissione che è figlia in parte della distanza tra i figli e il padre potente e temibile che esisteva nelle società patriarcali.
Riscoprire il padre, nella realtà che dentro di noi, significa anche ricomporre questa scissione, recuperando e sviluppando il “divino” che è dentro l’uomo (4).

Concludendo, quando decidiamo di aprirci al mondo paterno percorriamo un cammino che ci porta ad una luce vivificante e creatrice in grado di illuminare, in senso Buddico, la nostra vita: è la luce del nostro Sé, Personale e Cosmico, è il nostro padre interno, il sole dentro di noi in grado di dare luce e calore alla nostra vita. Esso rappresenta la fonte di amore interna alla persona, in grado di sprigionare energia d’amore, di verità e di bellezza per noi stessi e per gli altri.
Il cammino di ricongiungimento con il proprio Sé è il percorso fondamentale di ogni Persona e contro ogni tentativo di scindere questo sole interno all’uomo, per attribuirlo a qualche rappresentante esterno, ribadiamo con le parole di Cristo che “Io e il Padre siamo la stessa cosa”: l’Io che si fonde con il Sé porta il sole in terra e compie una fondamentale chiamata nell’evoluzione della vita di questo universo.
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Il futuro inizia nel periodo prenatale

”...e una medesima anima governa questi due corpi e lli desideri e lle paure e i dolori son comuni sì a essa creatura come a tutti li al [tri] membri animati; e di qui nasscie che lle cose desiderate dalla madre spesso son trovate scolpite in quelle membra del figliolo, le quali ten a sse medesima la madre nel tempo di tal desiderio, e un subita paura amacca la madre e il figliolo; adunque conclude che una medesima anima governa li [cor] pi, e un medesimo natrissce due [corpi]” (Leonardo da Vinci).

Apriamo una breve riflessione.

Gli avvenimenti storici che colpiscono i nostri pensieri e i nostri cuori in questo periodo lasciano spazio a preoccupazioni, speranze, desideri, paure… Non c’è “chiacchierata” che facciamo tra amici o in ambito professionale che – almeno in parte – non ci riporta alla “disperazione” del mondo, alla consapevolezza di una guerra vicina, in parte già iniziata: da qui la paura per il futuro dell’infanzia.

Anche l’ultimo numero della “News” dell’Associazione Nazionale di Psicologia e di Educazione Prenatale è stato intitolato (forse non a caso) “Quale futuro per l’infanzia”.

Già Leonardo da Vinci (nella frase riportata in apertura di questo Editoriale) crede che le paure e i desideri siano trasmessi dai genitori (e dalla madre in attesa) ai figli.

Quale futuro per l’infanzia?

Il formarsi della nostra esperienza è preoccupante, ogni contatto di “noi adulti” verso i bambini è un contatto ricco di significati sia positivi che negativi, e spesso ci dimentichiamo che a volte dovremmo imparare dalla creatività dei piccoli proprio per prendere le “grandi” decisioni.

Forse anche questo nuovo numero del Giornale Italiano di Psicologia e di Educazione Prenatale, nel suo piccolo, permette un’apertura alla riflessione sul futuro dell’infanzia già a partire dal periodo intrauterino in una prospettiva semeiotica positiva

Difatti: dopo la sfida lanciata nel mese di Gennaio 2001 con l’uscita del primo numero, proponiamo una serie di articoli che, ci si augura, spingano alla consapevolezza di considerare il bambino nel suo sviluppo emotivo, psicologico e fisiologico fin dal periodo prima della nascita.

Gli articoli si suddividono in due filoni olisticamente concatenati tra di loro: l’Educazione Prenatale e la Psicologia Prenatale.

Apre G. Soldera con una riflessione sulla Scienza dell’Educazione Prenatale: un articolo che offre diversi spunti e lascia aperta un’ampia possibilità di riflessione sul ruolo dell’ambiente sociale e relazionale verso il nascituro; il tutto correlato da una serie di riferimenti alla letteratura scientifica e clinica.

P.L. Righetti dopo aver tracciato una breve storiografia sulla Psicologia Prenatale (intesa come una nuova disciplina scientifica in itinere e come branca della più ampia Psicologia) e averne dato una definizione generale, articola il suo discorso sulle competenze psicofisiologiche del nascituro e l’emergere del Sé dell’individuo a partire dal periodo intrauterino; proponendo un discorso che attinge oltre che dalla psicologia anche dalla biologia e dalla medicina pre- e perinatale.

Siamo orgogliosi di ospitare un contributo di T. Verny, uno dei massimi esperti (e pioniere) di Psicologia Prenatale: basta ricordare che è lui l’autore del primo libro scritto su questi temi già negli anni settanta del secolo scorso (cfr. “Vita segreta prima della nascita”). L’Autore canadese propone tutta una serie di studi e dati scientifici a conferma della vita psicologica del feto.

S. Bellini percorre alcune tappe significative sull’importanza di un intervento educativo durante la gestazione partendo da ipotesi di natura scientifica, filosofica, storica, e proponendo tutta una serie di atteggiamenti e comportamenti genitoriali favorevoli all’attaccamento ed alle prime fasi dello sviluppo del bambino.

“Il compito ambizioso che l’Antropologia Personalistica Esistenziale si prefigge è quello di cercare un unificazione sintesi tra filosofia, religione, scienza ,arte, facendone un tutt’uno dinamico volto a definire l’uomo come Persona, come Artista della vita ed in sintonia con quelle Leggi della Vita che regolano il divenire umano” sono queste alcune parole riportate nell’articolo di S. Pera (Antropologia personalistica esistenziale e antropologia prenatale), che propone una riflessione antropologico-filosofica sulla natura umana a partire dal periodo pre-nascita.

Un secondo articolo di riflessione filosofica sul prenatale è invece proposto da G. Ragazzi.

Ci introducono alla “pratica” clinica con il prenatale L. Janus e P. Orsini rispettivamente con i loro articoli sulla Psicoterapia prenatale e il ruolo dell’Ostetrica nel prenatale.

Abbiamo anche voluto inserire, alla fine di questo numero del Giornale (oltre che le consuete Recensioni e Appuntamenti), la Carta dei diritti del nascituro stilata dall’ANPEP.

Come in un “filo d’Arianna”, alla lettura generale di questo numero del Giornale emerge – a parere di chi scrive – una caratteristica fondamentale: i dati scientifici e sperimentali sulla vita psichica del feto sono elegantemente e intelligentemente correlati a temi più “romantici” dettati dall’esperienza stessa dell’attesa, in una sorta di “gioco semantico” dove romanticismo e scientificità si completano a vicenda.

Senza nessuna pretesa di grandi cose, in questo senso, le poche pagine che seguono vogliono essere, anche, un modo concreto di avvicinarsi ai bambini, alle loro potenzialità creative e al loro futuro.
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"LA SCIENZA DELL'EDUCAZIONE PRENATALE"
di Gino Soldera presidente dell'ANPEP

Sommario: L'E.P. considera l'essere umano nel suo divenire dal periodo che precede il concepimento lungo tutto il suo sviluppo e si propone di rimuovere tutti gli ostacoli affinché le potenzialità latenti del nascituro possano essere risvegliate e manifestate.

Le numerose ricerche scientifiche che in questi anni hanno esplorato la vita prenatale hanno permesso di scoprire che il nascituro ha una vita intrauterina complessa e imprevedibile. Egli è dotato inoltre di una sua specifica individualità stabile nel tempo, in cui le precoci abilità sensoriali trovano il loro naturale sviluppo in un rapporto di continua interazione con l'ambiente esterno.

L’esperienza dell'Educazione Prenatale maturata attraverso lo sviluppo di una significativa relazione genitori/figli e un'appropriata stimolazione del nascituro, ha consentito di rilevare come la sua attuazione pratica permetta di ottenere molteplici vantaggi nel processo di maturazione della famiglia e di formazione del bambino. Si sono così aperte nuove prospettive in riferimento alla realtà della famiglia, al ruolo dei genitori e, più in generale, al modo di porsi della società verso la realtà umana e verso l'infanzia, ancora poco compresa e valorizzata.


La finalità dell'E.P. è quella di aiutare a scoprire il significato profondo del termine "educazione", che non va confuso con l'"istruzione", utile questa per trasmettere nozioni e abilità, e per facilitare l'adattamento alla realtà esterna.
L'educazione è un processo dinamico che richiede un ruolo attivo da parte dei soggetti interessati; essa considera l'essere umano nel suo divenire, da prima del concepimento, quando è ancora nella mente e nel cuore dei genitori, nella sua globalità costitutiva, composto dal patrimonio genetico ereditato dai genitori, dal propri progetto di vita, unico e originale, e dall'esperienza fisica affettiva, mentale ed esistenziale, data dalla sua continua interazione con l'ambiente circostante.

L'educazione si propone di rimuovere tutti gli ostacoli, affinché le potenzialità latenti possano essere risvegliate e manifestate, così da permettere al bambino di formarsi e di essere formato in modo equilibrato e armonioso.
Il significato del termine educazione spazia tra il concetto del "tirar fuori" e il suo complementare dell'"aver cura"(1).
L'"aver cura" mette in risalto il ruolo fondamentale esercitato dall'ambiente e in particolare dall'amore della madre nella crescita e formazione del figlio; mentre il "tirar fuori" considera la necessità che il bambino possa far emergere ciò che esiste dentro di lui, per diventare ed essere se stesso, protagonista della propria vita. Infatti, l'azione educativa esercitata dall'adulto, per essere tale, richiede il diretto coinvolgimento del bambino; il quale, dotato di una sorta di libertà decisionale, può accogliere o respingere le eventuali proposte e manifestarne delle proprie, in coerenza con la capacità dinamica che il sistema umano ha di automodificarsi e di autoevolversi(2).

Sappiamo che a livello biologico la struttura psicogenetica gioca un ruolo determinante nella formazione dell'essere umano, in quanto essa condiziona le scelte possibili dello sviluppo, in un determinato ambiente, orientandone con precisione la direzione.
Ho usato di proposito il termine psicogenetico, per sottolineare che non è possibile separare, neanche nella fase prenatale, la mente dal corpo.
Ed è proprio questa unità che ci ha fatto prendere coscienza dell'importanza della fase prenatale, sia per lo sviluppo dell'organismo che per lo sviluppo della personalità individuale, composta fin dal suo sorgere dall'aspetto ereditario, individuale e socio-ambientale(3).

Alla nascita il bambino porta con sé nove mesi di esperienza e manifesta una precisa e ben definita individualità, come i segni che ha nelle sue mani e nel suo corpo, che lo rendono diverso e quindi distinguibile da qualsiasi altro essere. E' merito della scienza di questo secolo l'aver permesso, seppur con alcune limitazioni, una visione diretta della vita prenatale e l'aver dato la possibilità di conoscere, attraverso l'uso di una metodologia di indagine sempre più completa e di strumenti biomedici e di laboratorio sempre più sofisticati, come le tecniche di registrazione ultrasonore, che il nascituro:

1) ha una vita intrauterina complessa e imprevedibile e una specifica individualità che si mantiene stabile nel tempo.
Sulla scia dell'importante attività diagnostica avviata con l'introduzione dell'ecografo nell'ambito dell'indagine clinica, le ricerche condotte attraverso l'osservazione ecografica del comportamento fetale nell'ambiente uterino con il metodo di indagine di Ester Bick, hanno permesso di iniziare a capire e a conoscere che cosa accade nell'affascinate e variegato mondo della vita prenatale.

Si è scoperto che i fratelli gemelli dimostrano fin dall'inizio della gravidanza chiare differenze temperamentali e comportamentali, e una modalità comunicativa e interattiva caratteristica e duratura.
Max e Marco, i due gemellini che in utero si erano dimostrati molto litigiosi, all'età di quasi sei anni continuavano a picchiarsi non appena uno di loro entrava nella traiettoria dell'altro(4). Luca e Alice erano temperalmente diversi prima e dopo la nascita. Si accarezzavano delicatamente in utero attraverso la membrana che li divideva, proprio come fecero in seguito all'età di un anno frapponendo fra di loro una tenda(5).

Inoltre, a partire dalla 13a S.d.G. e più ancora dalla 16a e 17a S.d.G., i nascituri dimostrano di avere delle preferenze, delle reazioni e dei tratti di comportamento ben definiti, che poi si ritrovano anche dopo la nascita.
Una ricerca del Prof. Heppler della Queens University di Belfast ha constatato che la preferenza verso l'uso della mano destra o sinistra inizia durante la prime 15a S.d.G., per poi anche in seguito rimanere stabile.
Le indagini da me eseguite nell'ambito della psicologia della gestante, in un elevato numero di casi hanno permesso di constatare che le modifiche che avvengono nella vita interiore della madre durante la gravidanza sono in buona parte dovute alla presenza del figlio e alle sue caratteristiche psicofisiche particolari(6).

Scrive la Sig.ra Carla di 34 anni, madre di due figli: "Sono al terzo mese di gravidanza e ho notato su di me diversi cambiamenti sia sul piano fisico che psicologico, e per quanto riguarda il comportamento, ho cambiato diverse cose. Prima ero molto più orientata verso il mondo interiore. Amavo dipingere e l'arte in genere, ora invece sono più attenta al mondo esterno (fatti di cronaca, avvenimenti mondani) e sono più insofferente alle ingiustizie (sociali, burocratiche) e agli abusi di potere. Ho difficoltà a dipingere e i miei colori di un tempo preferiti, come le gradazioni pastello, ora si sono trasformati in colori più vivaci e decisi.

Ho voglia di conoscere cose nuove e mi piacerebbe approfondirne per ampliare le mie conoscenze culturali. In particolare sono interessata alla storia come evoluzione degli altri popoli. A differenza di prima, ora mi piace la musica semplice, con strumenti classici come l'organo, l'arpa, il triangolo, lo xilofono. Sono attratta dalla musica mistica con suoni antichi, come per esempio la musica celtica. Ultima cosa curiosa ho cambiato il mio modo di guidare. Prima guidavo con molta prudenza e attenzione, a velocità moderata, ora invece ho una guida più sicura e a volte audace". - Poi aggiunge un'osservazione finale: - AQuesti e altri cambiamenti non li ho notati solo io ma anche il mio compagno e i nostri figli."

La Sig.ra fin dall'inizio della gravidanza mi aveva espresso l'idea che il figlio fosse un maschio: cosa in seguito confermata. Secondo una ricerca condotta dal dr. Noia, del Centro di diagnosi prenatale del Policlinico Gemelli di Roma, l'81% delle future madri è in grado di presentire se il figlio che dovrà nascere sarà maschio o femmina(7). Tutto questo non è una novità. Già nel 700 il teologo e scrittore svizzero J.K. Lavater (1976-1818) così si esprimeva: ASe una donna potesse descrivere nel dettaglio tutti gli stati immaginativi che attraversano la sua anima nel corso della gravidanza, ella potrebbe forse in parte prevedere a quale destino filosofico, morale, intellettuale e fisiognomico va incontro suo figlio"(8).

2) ha delle precoci abilità sensoriali e competenze di tipo neuropsichico: i sistemi sensoriali sono pronti a funzionare molto tempo prima di aver raggiunto la loro maturità strutturale. I recettori tattili sono presenti fin dalla 7a S.d.G. nella regione periboccale, dalla 11a S.d.G. sull'epidermide del viso e dalla 15a S.d.G. fanno la loro comparsa in altre parti del corpo. L'instaurarsi della sensibilità cutanea avviene in modo progressivo e questa consente al bambino di esplorare la parete uterina e la placenta con le sue mani e i suoi piedi e fare le prime esperienze tattili. Le stimolazioni manuali del feto umano praticate alla fine della gravidanza attraverso i tessuti addominali provocano reazioni cardiache diverse a seconda degli studi effettuati(9). La conformazione dell'apparato gustativo è già relativamente definita alla 13a S.d.G. con i recettori localizzati sulla punta della lingua, sui bordi posteriori e sulla parte posteriore della V linguale permettono di distinguere i diversi sapori: l'amaro, il dolce, il salato e l'acido.

I neurorecettori del sistema olfattivo principale sono abbozzati alla 6-7a S.d.G; in seguito questi si dimostrano particolarmente sensibili a determinate molecole gassose. Alla nascita il bambino è in grado di differenziare l'odore della madre da quello di altre persone(10). Il liquido amniotico, a seconda del cibo ingerito dalla madre, offre stimoli gustativi e olfattivi al bambino che in questo modo partecipa alle abitudini della madre e viene indirettamente sensibilizzato ai suoi usi e costumi(11). Fin dalla 7a S.d.G. si assiste alla formazione del nervo ottico e via via delle cellule retiniche. L'accensione di una luce fredda, introdotta in utero durante una amnioscopia, provoca delle accelerazioni del ritmo cardiaco(12). Sono state registrate notevoli variazioni nel battito cardiaco a seconda del tipo di luce che veniva orientato verso il ventre materno e si è osservato che i bambini che presentavano la risposta fetale più intensa alla luce esterna risultavano alla nascita più robusti(13).

A partire dalla 8a S.d.G., l'orecchio medio comincia la sua maturazione anatomica e funzionale. La coclea, organo uditivo dell'orecchio interno, completa la sua morfogenesi a 10 S.d.G., raggiunge la misura definitiva a cinque mesi di gravidanza e la sua maturazione definitiva a otto, con lo sviluppo delle cellule cigliate esterne e dell'organizzazione sinaptica afferente-efferente(14).

Molti ricercatori sostengono che il sentire prenatale sia tattile: il suono verrebbe propagato attraverso la stimolazione e le vibrazione del liquido amniotico.
Alla 28E S.d.G. e in certi casi anche alla 22-24a, l'apparato uditivo è in grado di reagire a rumori forti e successivamente riesce anche a discernere tra suoni e sillabe differenti, come "babi" e "biba"(15).
Il nascituro è un essere sensibile e intelligente, capace di apprendimento sensoriale e cognitivo, dotato di una coscienza affettiva prelogica e prerazionale fondata sull'istinto e l'intuito.

Durante la vita prenatale, i bambini imparano canzoni e motivi musicali dalla televisione dopo ripetute esposizioni del grembo materno(16). Essi riconoscono le diverse favole e, una volta nati, poppano secondo la velocità necessaria ad ascoltare il racconto delle fiabe conosciute in precedenza, cosa che non fanno con altre, anche se sempre dello stesso autore(17). Grazie a tests che utilizzavano la soluzione non nutritiva deCaspers e i suoi allievi hanno dimostrato che il neonato di 2 o 3 giorni preferisce udire una voce piuttosto che il silenzio, una voce femminile piuttosto che una voce maschile e la voce della madre, anche se registrata, piuttosto di quella di un'altra donna(18).

E da ultimo, possiamo considerare il significato cognitivo dei sogni. Studi sognografici mostrano che il sonno REM (Rapid Eyes Movements), che segna l'inizio dell'attività onirica, comincia a partire dalla 23a S.d.G. favorendo un'attiva azione dei processi di integrazione e di sviluppo mentale(19).
Questi dati ci fanno supporre che i bambini acquisiscano nel grembo una complessa gamma di dati sensoriali, che operino con una mente aperta e che manifestino una forte tendenza alle esperienze emotive, per poter costruire gradualmente un solido legame con la propria madre e il mondo circostante.

3) subisce le influenze dell'ambiente con il quale è in continua e costante interazione. Per il bambino, annidato nell'utero materno, la madre - come dice Andree Bertin - è sia fisicamente che psicologicamente la sua "materia prima vivente", la mediatrice tra lei e il mondo(20), in un legame al contempo biologico, affettivo e culturale. Essa garantisce la sua esistenza proteggendolo dalle aggressioni esterne e, successivamente, guidandolo alla conquista dell'autonomia attraverso un graduale distacco.

"Tutto ciò che la madre vive il bambino lo vive con lei" - dice uno slogan dell'ANEP - e questo è stato ripetutamente confermato dalle diverse ricerche eseguite a partire dagli anni 40(21) sullo stress materno e sulle condizioni globali di vita della madre in gravidanza(22), nelle quali si sono registrate specifiche conseguenze sullo stato di salute e di vitalità del bambino(23). Dati questi che trovano conferma nell'ambito della psicologia clinica e riscontro in alcune particolari indagini finalizzate a trovare una correlazione significativa tra le esperienze vissute in gravidanze e le tracce lasciate nel corpo. Il dott. Levine, chirurgo-dentista inglese, ha rilevato i segni dei traumi prenatali nella struttura morfologica dei denti da latte(24), e l'iridologo dott. Di Spazio nell'iride dell'occhio(25), mentre la psichiatra Federica Mormando ha individuato una significativa correlazione tra la forma di alcuni dermatoglifi palmari della mano destra e l'intenso e duraturo sentimento di rifiuto della madre nei confronti del figlio(26).

L'atteggiamento del gruppo parentale, lo stato della famiglia ristretta e l'andamento della coppia hanno una elevata influenza sulla vita del nascituro. Poche esperienze hanno un esito così lacerante nella madre, e di conseguenza nel figlio, quanto le preoccupazioni di un marito che la trascuri e maltratti. I figli nati da matrimoni infelici si sono dimostrati più timorosi degli altri(27). Gli effetti prodotti dall'ambiente esterno sono stati riscontrati da molte madri che avevano avvertito un continuo movimento del bambino che avevano nel grembo, fino a quando non si sono trasferite in un luogo più silenzioso e tranquillo.

Nel 1927, il prof. Forbes dell'Università di Rochester aveva registrato risposte fetali a una musica suonata a una certa distanza, e aveva riportato alcuni casi interessanti di gestanti che, durante un concerto sinfonico, erano state costrette a lasciare la sala, non sopportando più i calci che il feto continuava a tirare(28). In una ricerca condotta all'ospedale di Bedeloque di Parigi su 600 donne a partire dal 6E mese di gravidanza, a seconda del numero di decibel inviati da una fonte sonora, si è avuta una diversa reazione cardiaca e motoria del feto(29).
Tutto questo sta aprendo nuove prospettive nei confronti del bambino e nel modo di intendere e di vivere la gestazione.
Il bambino durante la vita intrauterina comincia a non essere più inteso come un individuo indifferenziato, incapace e incompetente, privo di qualsiasi facoltà psichica, dotato di un corpo e non di un'anima, ma come un essere sensibile e competente, dotato allo stato embrionale di tutte le potenzialità umane che possono essere rilevate solo ricorrendo a mezzi appropriati.
Studi interessanti e importanti esperienze hanno permesso di capire che la realizzazione di una relazione significativa e di una appropriata stimolazione del nascituro, unita a una condotta di vita sana dei genitori, in un ambiente adeguato, possono offrire molteplici vantaggi e apportare notevoli benefici al bambino e alla sua famiglia. Da più parti si osserva che l'appropriatezza degli stimoli periferici che arrivano al bambino durante tutto il periodo della gestazione determina buona parte delle sue qualità(30).
I risultati delle indagini condotte da Thomas R. Van De Carr negli Stati Uniti(31), da Beatrize Manrique in Venezuela(32) e da Chairat Panthuraamphorn in Tailandia(33), e poi da tanti altri studi meno sistematici come quelli effettuate in Francia(34) con la musica, in Spagna e Germania con l'aptonomia(35) e qui in Italia a Parma con l'E.P.(36), hanno messo in evidenza in generale i vantaggi che può produrre la stimolazione e la relazione prenatale.

I genitori rafforzano l'unione fra di loro e il legame con il bambino, definiscono in modo più chiaro il loro ruolo, diminuiscono il loro livello di ansia e di paura e si rendono più facilmente disponibili a modificare il loro stile di vita a vantaggio del figlio; il parto e l'allattamento ne risultano facilitati e, al tempo stesso avvertono meno il passaggio tra il prima e il dopo la nascita, tra la endo- e la esogestazione, ammorbidendo così gli effetti della depressione post partum. Il figlio viene facilitato nel suo sviluppo e nella sua crescita, nell'acquisizione delle competenze sensoriali e relazionali, nell'ampliamento della consapevolezza personale; in genere si presenta più tranquillo e sicuro, e questo probabilmente lo aiuta ad affrontare la naturale esperienza dell'attaccamento al seno e, più in generale, il rapporto con i familiari e con il nuovo ambiente, rendendolo capace di un maggior adattamento.

Ma queste prime esperienze hanno aperto anche nuovi orizzonti e messo in luce, accanto a nodi irrisolti, alcune grosse contraddizioni e aree di disagio: prima fra tutte la relazione uomo-donna(37). La parità della donna raggiunta sul piano formale non ha portato ancora a un sostanziale miglioramento delle relazioni intime, anche a causa della tendenza della nostra società di privilegiare i valori maschili della forza e del potere a svantaggio di quelli femminili dell'accoglienza e della pace. I rapporti di coppia e familiari sono il più delle volte ancora improntati alla verticalità, cioè al dominio dell'uno sull'altro, e non alla orizzontalità(38) basata sul libero rispetto e sulla parità, oltre ogni possibile altra diversità sessuale o generazionale. Il rapporto orizzontale, se ben calibrato, è l'unico che consente di esprimere pienamente l'amore e la disponibilità e di trovare, non contro ma con l'altro, delle intese sulle mete da raggiungere, per poterle poi insieme realizzare.

Si è cominciato a capire che è necessario adoperarsi per superare i tradizionali ruoli di padre e di madre(39) così come sono stati fino ad ora concepiti, per consentire a ognuno dei coniugi di affrontare, in un rapporto di reciproco aiuto, la propria ombra e superare i limiti della propria condizione, per scoprire le diverse potenzialità e donare il libero fluire della propria luce e bellezza.

Far emergere nei genitori la natura più autentica del proprio essere riempie la vita familiare di nuove energie e di nuova vitalità e offre ai figli una guida sicura fondata sulla comprensione, esente da pregiudizi.
Per dirla con uno slogan dell'ANEP, si potrebbe affermare che non solo "tutto ciò che la madre vive, il figlio lo vive con lei", ma che "tutto ciò che i genitori vivono, il figlio lo vive con loro". Il figlio infatti ha bisogno, in maniera diversa, di entrambi i genitori: non a caso egli possiede il 50% del bagaglio genetico di ognuno di loro, impegnati a svolgere un ruolo complementare. Durante la gestazione si osserva che al naturale cambiamento psicofisico della madre fa riscontro una sorta di stabilità del padre.

Un'altra questione è quella del riflesso del mondo interiore, ancora poco considerato e valorizzato nella nostra vita pratica; sappiamo invece - e il periodo della gestazione ce lo conferma - che la vita ha origine dentro di noi, esprimendosi all'esterno attraverso i sentimenti e le emozioni. Questi, però, a volte, vengono tenuti freddamente nascosti, quasi si volesse neutralizzare la vita, negando la possibilità di esprimersi attraverso il linguaggio primario del corpo e dell'affetto. E' presente inoltre la difficoltà di accompagnare le emozioni e i pensieri ai gesti e alle parole, per realizzare come dice Veldman: "il tono di rappresentazione"(40).

L'esperienza prenatale della comunicazione psicotattile(41) ci ha ampiamente dimostrato che è possibile comunicare attraverso questo canale con il nascituro. Ancora di più la marsupioterapia ha messo in luce quanto può fare il calore umano per la sopravvivenza e la salute dei nati prematuri(42). Lo stesso semplice massaggio praticato sul bambino si è dimostrato una preziosa fonte di benessere(43).
Per finire, non possiamo trascurare la poca considerazione che in genere viene data al bambino(44). I problemi di sfruttamento sessuale e lavorativo ne sono un chiaro esempio, ciò porta molti genitori a non rendersi conto delle sue reali potenzialità e a trascurare di fatto la sua esistenza, non considerando adeguatamente le sue esigenze e i suoi bisogni durante la fase prenatale.

Il bambino ha la necessità, anche in questa prima fase della vita, di essere accettato, amato e considerato quale essere umano e quale persona attiva. Dagli insegnamenti di Milani Comparetti(45) si evidenzia che solo il riconoscimento autentico dell'altro, in questo caso del nascituro nella sua globalità e interezza, può dare il via, attraverso lo scambio comunicativo fra le parti, alla dinamica del processo creativo, che, nel nostro caso consente ai bambini di formarsi e diventare adulti e agli adulti di crescere come persone.

L'esperienza dell'E.P. ha consentito di verificare direttamente che il bambino in generale è molto di più di quanto comunemente si crede: egli è l'espressione più pura delle energie della vita e il portatore di un messaggio di fiducia e di speranza all'intera umanità. (Lo ha capito il parroco del mio paese che ha deciso di far suonare le campane non solo in caso di morte ma anche in caso di nascita, per annunciare alla comunità la lieta notizia.) Molti genitori in difficoltà che, durante l'attesa, hanno chiesto aiuto e collaborazione interiore ai loro figli, sono riusciti ad avvicinarsi a loro e attingere dalle loro preziose energie sostegno e conforto.

Un interessante contributo in questa direzione viene da Piero Ferrucci(46). Nel suo libro "I bambini ci insegnano", mette in risalto l'importanza dell'ascolto e dell'osservazione, per consentire ai genitori di cogliere fino in fondo la realtà del figlio, e di scoprire in lui la sorgente dei valori della vita, quali la spontaneità, la naturalezza, la trasparenza, la gioia, indispensabile per stimolare in loro il cammino di crescita e accompagnarli a diventare validi cittadini del mondo.

L'altra grossa questione riguarda il significato del progetto esistenziale del nascituro.
Tutta l'educazione attuale trova il suo fondamento nel rapporto tra natura e cultura. Dove l'adulto, cioè la cultura, cerca di insegnare e di far apprendere le regole di vita al bambino, la natura, che ancora non le conosce, usa tutti i mezzi di persuasione in suo possesso: poiché "la natura non ha ragione".

D'altra parte sappiamo che la struttura psicogenetica, definita in seguito al concepimento, contiene in sé il progetto di vita dell'individuo; questo non riguarda solo la costruzione dell'organismo fisico, ma anche l'esistenza stessa dell'individuo, le sue caratteristiche e potenzialità e il suo progetto di vita. Per questo l'educazione, per evitare di essere parziale e limitativa e lasciare solamente spazio all'istruzione, deve necessariamente tener conto, accanto alla cultura e alla natura, anche dell'aspetto puramente soggettivo e quindi del progetto esistenziale di vita del bambino, in quanto da questo dipendono le sue tendenze, le sue scelte e l'orientamento futuro della sue esperienze. Un'azione contrastante e oppositiva a tutto questo non può che avere alla lunga un effetto devastante.

Se questa nuova collocazione del bambino venisse accolta dal sistema scolastico attuale, particolarmente attento a curare la gestione e la programmazione, traducendosi in un maggior impegno e considerazione verso l'alunno, la sua vita interiore, le sue reali esigenze personali e le necessita educative e formative, allora, probabilmente, verrebbero meno i fallimenti scolastici e la demotivazione all'apprendimento, a vantaggio di un sano impegno verso lo studio e l'esperienza scolastica, e in futuro verso il lavoro e la società.

Per concludere, possiamo ora immaginare insieme per un momento cosa succederebbe se le conoscenze maturate nell'ambito dell'E.P. fossero divulgate a tutte le donne e a tutti gli uomini, e a tutti i professionisti dell'umanità.
Noi nutriamo la speranza che questo possa avvenire presto, attraverso un'opera di sensibilizzazione della popolazione sull'importanza del periodo prenatale nella vita dell'uomo, accompagnata da un'azione capillare da parte degli operatori del settore nella divulgazione e nell'attuazione pratica dell'E.P., confortata dai dati della ricerca, per poter concretamente contribuire a migliorare la qualità della vita dell'uomo, ridurre lo stato della sofferenza e della malattia e accrescere il grado di benessere dell'infanzia e delle nuove generazioni.
Riteniamo anche, che questa nuova scienza sia, fra le tante, una via preziosa ed efficace per risvegliare la coscienza dell'uomo, arricchire il suo cuore di nuovi sentimenti e la sua mente di maggiori conoscenze, per concorrere a realizzare una nuova civiltà: la civiltà dell'amore.
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Genitori Prima
di Gino Soldera

E’ sotto gli occhi di tutti la profonda trasformazione in atto nella famiglia e nella società.

La famiglia sta diventando sempre più eterogenea, mentre vengono a mancare i riferimenti, i supporti e la solidarietà presenti in passato e forniti dalle famiglie di origine e dal nucleo parentale allargato.

Con la struttura familiare si stanno modificando anche i ruoli e le funzioni tradizionali dei genitori, sempre più propensi ad abbandonare i riferimenti rigidi del passato a favore di ruoli e funzioni più elastici e aperti alle nuove condizioni della vita.

Sul piano della relazione, dalla coppia genitoriale, è sempre più avvertita l’esigenza di realizzare un rapporto orientato verso l’integrazione, con un elevato livello di interscambio e collaborazione, anche se questo va a svantaggio della scelta generativa che sta diventando sempre più contenuta: siamo ancora alla crescita zero, dove il numero dei nati è pari al numero dei morti (dati ISTAT, 2001).

Da queste famiglie, dal basso, sta emergendo una pressante domanda di comprensione, lasciata fino a ieri nelle mani degli addetti ai lavori, (psicologi, educatori, sociologi e medici); e non potrebbe essere altrimenti, vista la complessità e le nuove sfide che le famiglie e i genitori sono chiamati ad affrontare.

I figli stanno diventando per i genitori, con le loro implicazioni, biologiche, affettive, relazionali ed educative sempre più impegnativi, mentre la loro condizione si va progressivamente e inesorabilmente peggiorando. I dati OMS sulla condizione dell’infanzia e dell’adolescenza evidenzia come questa stia vivendo un aumento del rischio psicopatologico: si presume che nei prossimi venti anni vi sarà un aumento del 50% dei disturbi neuropsichiatrici infantili, con una consistente crescita dei disturbi più gravi.

Il nostro sforzo, in questo numero della rivista, è quello di cogliere i valori strutturali della realtà familiare, ma anche i cambiamenti e le possibilità affinché le trasformazioni in atto divengano un terreno di esperienza e di crescita dell’intera umanità.

I nuovi genitori sono chiamati, ad esempio, a sviluppare una maggiore consapevolezza di sé e dell’altro. L’uomo, forse per la prima in modo esplicito, si trova di fronte alla necessità di riconoscere in sé, accanto alla componente maschile, l’esistenza di una componete femminile, rintracciabile nel modo di porsi verso la donna in generale o verso la madre e la partner in particolare, con la quale interagire e integrarsi in un processo unificante e di sviluppo della identità personale. Ciò vale anche per la donna, la quale in questo senso si è sempre dimostrata più disponibile.

L’avvio di una seria riflessione dei genitori verso il proprio passato e verso la propria storia, oggi spesso abbandonata, non può che permettere di cogliere i significati e gli insegnamenti che essa ha voluto trasmettere e far conoscere nel corso della vita.

Attraverso un cammino di regressione è possibile entrare in contatto e conoscere il proprio bambino interiore, che vive dentro al nostro cuore, con la sua semplicità, vitalità e gioia e anche con i suoi interrogativi avvolti nel mistero della vita, per permettere a noi di scoprire il valore della vita prenatale e neonatale, capace di condizionare il futuro dell’essere umano e di dare senso e consistenza al nostro essere “genitori prima”.
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"LA RAPPRESENTAZIONE ARCHETIPA GENITORIALE"
Mario Gasparini, ostetrico ginecologo e psicologo-psicoterapeuta, Clinica Ostetrico-Ginecologica Policlinico Universitario di Udine, direttore Prof. D. Marchesoni

Abstract: abbiamo indagato la rappresentazione archetipa genitoriale. A tal scopo ci siamo serviti di disegni eseguiti dalla donna gravida e dal partner sul tema, rispettivamente, “della mia gravidanza” e “della mia partner gravida”. È stato facile ritrovare un archetipo femminile ma non si può dire altrettanto per quello maschile. Infatti, di rado, abbiamo individuato dei simboli che possono riferirsi ad un archetipo maschile indipendente che è quasi sempre associato ai classici archetipi femminili. In questa analisi abbiamo spesso rinvenuto le tracce esplicite e/o simboliche di tematiche riguardanti la Grande Dea ( il cui culto è stato dominante in Europa nel Neolitico Antico) e confermato il suo primigenio potere sul presunto Grande Padre.

LA GRANDE MADRE E IL GRANDE PADRE
Secondo Tentori (1), antropologo che solleva il tema dello shock culturale nell’incontro tra più concezioni di paternità e sistemi culturali e sociali, “per una riflessione sul presente” la chiave di lettura per capire il carattere degli italiani “è il riconoscimento del complesso della grande madre formulato da Ernst Bernhard(2) presente forse fin dall’antichità etrusca nella penisola, non annullato dalla cultura maschilista romana, potenziato dai culti di derivazione orientale della Grande Madre, sollevato a nuova fioritura e imprevisto impero del mondo dal cristianesimo attraverso Maria”.

Per la psicanalista Maria L. Mondello(1), nel pensiero occidentale a partire dalle origini greche e successivamente attraverso l’innesto della religione prima ebraica e poi cristiana “il femminile sembra sostenere la gestazione e cura dell’umanità … si dispiega e trova funzione nel grande regno della natura, il maschile nella cultura, nel pensiero che si fa scienza, tecnica, religione, arte ecc…”.
La stessa studiosa afferma anche che “il matriarcato delle origini configura una posizione del padre contratta nel rapido movimento del generare e morire; ma non avrei dubbi – continua - che ogni uomo muore (un po’ o tanto e in tutti i tempi) in ogni donna che diviene madre; questo è il dolore, mai sopito, che ogni uomo che genera deve sopportare…”.

Forse lo stesso concetto è sviluppato dall’analista Carla Busato Barbaglio(1) quando sostiene che “l’esperienza della maternità per la donna avviene per mesi all’interno del corpo e la costringe a prendersi cura del figlio, a sentire sensazioni, ad avere percezioni, a pensare. Per il padre l’esperienza segue un percorso diverso e si dovrebbe trasformare in un’adozione, il che evidenzia la complessità del passaggio alla paternità. La strada nella donna sembra compiersi in un passaggio dal corpo alla mente con una continua e costante aderenza al corpo, mentre per l’uomo il cammino sembra inverso, una paternità di pensiero che deve incarnarsi”.

Franz Baumer, filosofo e redattore televisivo tedesco (3) afferma che “dall’enigmatica sfera della psiche umana circoscritta come inconscio, affiorano le immagini- guida delle umane esperienze storiche che operano come archetipi al di là del tempo e dello spazio. Ma quale esperienza sarebbe più elementare di quella della femminilità che partorisce e nutre la vita? Ecco che in tutto il mondo attraverso immagini, miti, riti e simboli affiora l’archetipo del Grande Femminino, come lo definisce lo psicanalista junghiano Erich Neumann(4) . Esso possiede l’incisività di una religione primigenia.”

Sulla Grande Dea, dominatrice del mondo preistorico, ha indagato a fondo l’archeologa lituana Marija Gimbutas in un’opera frutto di decenni di ricerca(5).Dallo studio di 2000 manufatti (immagini, figurazioni dipinte o incise su pareti di roccia, statuette in pietra, avorio e terracotta) dell’antica Europa, la Gimbutas dimostra che le connotazioni della Grande Dea sono l’essere dispensatrice della vita, espressione della terra che si rinnova, simbolo dell’energia dell’universo, ma anche Signora della Morte, che è l’altra faccia della vita. Riprendendo gli studi di Neumann, la Gimbutas ricorda come “secondo lui, l’immagine della Grande Madre si è sviluppata dal Femminino archetipo, che in definitiva è derivato dall’uroboro, simbolo dell’origine, la Grande Sfera, uno stadio inconscio e indifferenziato. La totalità uroborica è anche un simbolo dei genitori primordiali uniti, da cui più tardi si separarono il Grande Padre e la Grande Madre.

La Grande Madre, infine, si divise in una Madre Buona e una Terribile, in base agli elementi positivi e negativi del suo carattere. Neumann parla anche del suo carattere trasformatore, in quanto si sviluppa nella Signora delle Piante e nella Signora delle Fiere. Questa Grande Madre di Neumann è una realtà psichica. L’approccio psicologico di Neumann ha aperto nuove vie all’interpretazione di alcuni aspetti della Dea preistorica. A mio parere il termine “madre” è riduttivo e non consente di apprezzare il suo carattere complessivo…perciò, per il periodo preistorico, io preferisco il termine Grande Dea, che descrive meglio il suo dominio assoluto, i suoi poteri creativi, distruttivi e rigeneratori.

La mia ricerca archeologica non conferma l’ipotetica esistenza di genitori primordiali e la loro divisione della figura del Grande Padre e della Grande Madre, o l’ulteriore divisione della figura della Grande Madre in una Madre Buona e una Terribile. Non vi è traccia di una figura paterna in nessuno dei periodi paleolitici. Il potere creativo di vita sembra essere stato della Grande Dea soltanto, un’unica divinità anche se le sue manifestazioni sono molteplici”.

La stessa studiosa afferma che “il culto della Grande Dea è stato dominante nell’Europa del Neolitico Antico, tra il 7000 e il 3500 a.C. Un’Europa abitata da popoli felici che risiedevano in villaggi, praticavano l’agricoltura, non conoscevano la guerra, vivevano in armonia con la natura grazie, forse, proprio al fatto che le donne avevano un ruolo primario nell’organizzazione sociale e nella vita religiosa. Una vita serena che cessò verso il 4000 a.C. quando cominciarono ad arrivare da Est orde di cavalieri armati che distrussero quella società matriarcale e la pace dei popoli della Grande Dea”.

Secondo Gimbutas c’è una continuità mista a trasformazione della Dea nelle epoche dopo l’invasione dei popoli indoeuropei e nell’epoca cristiana. “Questa trasformazione non fu una sostituzione di una cultura da parte di un’altra, ma una graduale ibridazione di due diversi sistemi simbolici. Poiché l’ideologia androcentrica degli indoeuropei era quella della nuova classe dominante, è giunta a noi come sistema “ufficiale“, di credenze dell’antica Europa. Ma le immagini sacre e i simboli dell’antica Europa non furono mai completamente sradicati; queste caratteristiche molto persistenti nella storia umana erano troppo profondamente impresse nella psiche.

Sarebbero potute scomparire solo con lo sterminio totale della popolazione femminile … le dee partenogenetiche che si autogeneravano senza il ricorso dell’inseminazione maschile, si trasformarono gradualmente in spose e figlie, e furono erotizzate, legate al principio dell’amore sessuale, in risposta a un sistema patriarcale e patrilineare”.

“Più tardi, in epoca cristiana- afferma ancora Gimbutas- la Dispensatrice della Nascita e la Madre Terra si fusero con la Madonna. Così non stupisce che nei paesi cattolici il culto della Madonna superi quello di Gesù”.
Ritornando a Baumer, nella prefazione del suo citato libro, dice che “il fascino della Grande Madre sta nella sua universalità. Tuttavia neppure anni di studi e di permanenza nelle sue antiche sedi cultuali, che peraltro costituiscono il fondamento di questo libro, possono dare un’immagine completa del fenomeno. Si invita quindi il lettore a raccogliere altre tessere e tesserine di questo mosaico che si fa sempre più esteso perché così facendo, alla fine erigerà il suo edifico personale”.

Abbiamo raccolto l’invito di Baumer, tenendo conto degli studi di Neumann, della Gimbutas e di altri studiosi tra i quali Anne Baring and Jules Cashford (6). Di queste ultime studiose abbiamo condiviso l’intuizione della “continuità” dell’immagine della Grande Dea.
Ci siamo occupati, quindi, a modo nostro, della rappresentazione archetipa genitoriale.

SCOPO DELLA RICERCA
Ci siamo proposti di indagare se e quale possa essere un filo conduttore simbolico del divenire genitori che ci guidi, in un percorso a ritroso, dai giorni nostri ai primordi storici, documentati, dell’avventura umana.

MATERIALI E METODI
Anche se ben sappiamo che non tutte le corpulente “dee della fertilità” del paleo e neolitico rappresentavano donne incinte, esse comunque erano simboli dell’abbondanza e della moltiplicazione e “riguardavano il perpetuarsi della vita e la preservazione delle forze vitali costantemente minacciate dalla morte”. La donna incinta (oggi si preferisce parlare di “coppia gravida”) è collegata, dunque, alla Grande Madre dall’infinita sequenza di processi generativi che hanno costruito la nostra umanità.
Dal nostro osservatorio privilegiato (Clinica Ostetrico- Ginecologica) abbiamo tenuto presente la necessità della donna gravida di essere compresa nella sua complessità biopsicologica e, allargando questo quadro al partner, abbiamo cercato di vedere quali potevano essere gli elementi comuni e/o distinti nell’incipiente genitorialità della “coppia gravida”.

Ci siamo serviti, a tal scopo, dei disegni eseguiti dalla donna gravida e anche dal partner sul tema, rispettivamente, della “mia gravidanza” e della “mia partner gravida”.
I disegni venivano elaborati a domicilio e quindi discussi nel gruppo guidato dallo psicologo addetto alla psicoprofilassi ostetrica, assieme alle altre gestanti ed agli altri partners partecipanti al Corso di psicoprofilassi ostetrica organizzato, in questi ultimi anni, dalla Clinica Ostetrico-Ginecologica dell’Università degli Studi di Udine.
Abbiamo raccolto e commentato in gruppo alcune centinaia di elaborati grafico-pittorici.

RISULTATI
Pur non potendo dare loro un peso in termini statistici, siamo stati in grado di evidenziare alcuni temi presenti con una certa continuità.
Tra questi il disegno della LUNA. Sappiamo che il corno di bisonte in mano alla “Venere di Laussel (25.000-20.000 a.C. circa, fig. 1a) come le corna di toro sono connesse con la luna fin dai tempi più antichi, come attestano i bovini con corna simili a falci di luna nelle pitture e nelle incisioni rupestri del Paleolitico Superiore in Spagna (15.000-10.000 a.C.. fig. 1b). Le immagini lunari sono spesso associate a quelle della Dea e fanno pensare ad un’arcaica connessione tra fasi lunari e ruolo rigeneratore della Dea nei cicli di nascita, morte e rinascita. Questo si può ipotizzare per la dea fenicia Astarte, dea madre di tutti gli dei, con luna crescente sulla testa,e, mutatis mutandis, per l’incisione di Maria sulla falce di luna (fig. 1b) di Albrecht Dürer (1471-1528).
Una luna in fase calante, identificata nella (dea) madre dalla gestante che si è così autoritratta è la traccia attuale della Grande Dea (fig. 1c). Tutti i disegni riportati sono in bianco e nero per motivi di stampa, pur essendo talora gli originali colorati.

Nell’iconografia di tutte le ere preistoriche europee e nel mondo intero, l’ACQUA è resa con motivi a zig-zag, o a S o a M. Il tema del corso d’acqua è spesso combinato con i seni a significare il latte che sgorga dal seno umano e divino. Pure la rete è simbolo acquatico e del divenire e spesso prova della connessione tra la Dea e l’acqua della vita nel suo grembo. Così Marija Gimbutas interpreta la statuetta (fig. 2a) del Neolitico bulgaro (5.000-4.5000 a.C.), fino ad arrivare più vicino ai giorni nostri con un’illustrazione dove l’acqua è intesa come congiunzione degli opposti, cioè unione sessuale di due persone poste una di fronte all’altra (secolo VIII, fig. 2b) ed al disegno della gestante che rappresenta se stessa gravida come una fonte sgorgante tra due alberi (fig. 2c).

Anche PIANTE, ALBERI, e SEMI GERMOGLIANTI sono frequentemente l’autoritratto della donna gravida.
Dall’associazione con organi deputati alla nascita (vulve) del Paleolitico superiore spagnolo (fig. 3a), alla statuetta neolitica balcanica (fig. 3b), la vegetazione, in genere, assurge sempre a simbolo della vittoria sulla morte.
Questo è il significato del ramo fiorito che proviene dal buio della madre terra con cui la gravida si autoritrae (fig. 3c).
Nei disegni della “Coppia gravida” è presente, talora, in maniera più o meno esplicita, l’UOVO simbolo universale di rigenerazione modellata sull’incessante creazione del mondo. Questo simbolo compare fin dal Paleolitico Superiore ed è spesso associato alla falce di luna ed ai glutei femminili che ne assumono la forma: all'Europa balcanica di circa 7.000 anni fa appartengono "veneri" con glutei sproporzionati, metafora di doppie uova propiziatrici di fertilità (fig. 4a), e che nel neolitico e nell'Età del rame frequentemente si trasformano in Askoi, vasi a forma di uccello con cavità interne ovoidali, legati alla Grande Dea e al mito dell'uovo cosmico deposto da un uccello acquatico sacro (fig. 4b).

L'uovo cosmico, avvolto a spirale da un serpente, simbolo sessuale ambivalente, maschile per la sua forma fallica, femminile per il ventre divorante, ma anche di costante energia rinnovantesi (per le sue mute), è un'immagine settecentesca di trasformazione dell'antica Dea Madre (fig. 4c). Per arrivare, infine, all'uovo cosmico che contiene nel disegno della donna gravida, un albero ricco di foglie e di frutta (fig. 4d).

La COLLINA, identificata con il ventre gravido della Madre terra, e l'OMBELICO messo in evidenza sono il tema dominante di alcuni disegni. Queste immagini si ricollegano ai rigonfiamenti di ogni genere che partono dai minuscoli pani e dai forni ed arrivano alle gigantesche tombe neolitiche a forma di collina sormontate da una pietra piatta (ombelico) fino ad approdare all'omphalos di Delo, considerato centro del mondo.
Il VASO, immagine dell'accogliere, dell'utero e al tempo stesso della donna, corrisponde, secondo Neumann, alla più elementare esperienza fondamentale del femminile da parte dell'umanità. Nei nostri elaborati esso compare sia come singolo oggetto che come contenitore di piante interrate e di fiori recisi.

Gli UCCELLI (in particolare la colomba), in volo o posati, sono stati un simbolo della Grande Dea fin dai tempi più lontani e continuano ad esserlo negli elaborati grafico-pittorici dei Corsi di Psicoprofilassi Ostetrica.
La figura 5 mostra, in successione, come gli uccelli in genere siano in rapporto con la Grande Dea, si tratti di un bastone sciamanico di un'incisione rupestre di 15.000 anni fa (fig. 5a), dell'oro sbalzato miceneo rappresentante la cosiddetta Afrodite con colomba (fig. 5b), del dettaglio di uccello sullo scettro di Maria in un dipinto del XII secolo (fig. 5c) o, infine, della coppia incinta e "simbiotica" che sembra protetta da un uccello in volo in un recente disegno di una "coppia gravida" (fig. 5d).

Il LABIRINTO, simbolo antico dell'utero rigeneratore, dei percorsi iniziatici ed anche della vita umana con tutte le sue prove, difficoltà e deviazioni, è stato scelto da un unico partner che aveva una storia personale molto complessa.
Anche la SPIRALE, emblema della fecondità, acquatico e lunare è stato preferito da un partner per "sintetizzare" la propria moglie gravida. Disegnata sugli idoli femminili paleolitici, la spirale omologa tutti i centri della vita e della fertilità. Il motivo della spirale semplice e doppia, associata spesso alle corna a forma di falce di luna e ad elementi serpentiformi (fig. 6a), simbolo di energia e del tempo ciclico, proprio della Grande Dea, compare nel Paleolitico Superiore.

Nella nostra iconografia, continua sotto forma di figura maschile orante, rivolta verso una doppia spirale, appartenente al neolitico svedese (fig. 6b). Si manifesta, poi, in una Grande Dea balcanica con motivo a doppia spirale nel triangolo pubico (fig. 6c), per approdare, come già detto, sotto forma di spirale semplice nel disegno di un partecipante ai nostri Corsi (fig. 6d).

La MADRE CHE ALLATTA è presente come Dea Madre nel Neolitico europeo fino alle Madonne del latte medioevali e rinascimentali. Questa immagine, comune negli elaborati delle nostre donne gravide, fa parte di tutte le culture (precolombiane, egizia, ecc.).
La semina, crescita e mietitura dei CEREALI (grano, in particolare) sono considerate simbolo di nascita e morte oppure di morte e rinascita. La greca Demetra, che significa Terra Madre o Madre del grano, personifica la forza creatrice della terra. La spiga del grano simboleggiava fertilità e benessere e, più tardi, Maria stessa è paragonata al campo sul quale potè sorgere Cristo come spiga. In alcuni disegni la donna gravida si identifica con l'infiorescenza del frumento.

Accanto a questi disegni in cui è sembrato di vedere un riferimento più o meno diretto alla Grande Dea nei suoi vari aspetti, ce n'è uno piuttosto particolare in cui le mammelle ed i capezzoli della gravida diventano i suoi occhi, l'ombelico il suo naso e la piega cutanea del pube una sorta di bocca sorridente di un essere umano che forma un tutt'uno con la sua pancia. Esso richiama, in chiave moderna, le terrecotte scoperte a Priene (Asia Minore) che risalgono al V secolo a.C. e che ritraggono uno strano personaggio mitico: Baubò. Essa aveva funzione di nutrice durante i Misteri Eleusini e, secondo Edgard Gregersen (7) dimostra l'interdipendenza di religione, arte e sessualità in molte culture.

Infine, in alcuni disegni della gestante che si proponeva nuda (fig. 7c), abbiamo osservato, sulle orme degli studi dell'antropologo francese Andrè Leroi-Gourhan che anche le "Grandi Dee" attuali hanno uno schema costruttivo simile alle cosiddette "Veneri Steatopigie", figure femminili paleolitiche (fig. 7a,b): i seni, il ventre ed il sesso s'iscrivono in un cerchio, la testa e le gambe (di minore importanza simbolica) si sviluppano su due triangoli simmetrici (8).
Questa costruzione convenzionale che, per Leroi-Gourhan, probabilmente non corrisponde che da lontano all'aspetto fisico delle donne preistoriche, è presente in tutta Europa dalla Russia all'Atlantico e sembra essere un "canone" tuttora riconoscibile nell'autorappresentazione di alcune donne gravide.
Se è facile, quindi, ritrovare un archetipo femminile nei disegni da noi studiati, altrettanto non si può dire per quello maschile. L'uomo, infatti, non è facilitato dal processo biologico e dalle modificazioni corporee proprie della gravidanza che hanno accompagnato la sua partner dai primordi dell'umanità e che rappresentano anche le spinte fisiologiche che sottostanno agli "autoritratti" delle donne incinte. Come afferma Monica Grigio (11) "la transizione alla genitorialità è spesso più difficile per l'uomo rispetto alla donna perché manca in lui una definizione chiara del suo ruolo, essendo implicato solo indirettamente nella maternità, molto spesso attraverso un classico ruolo di 'sostegno’ nei confronti della moglie e sentendosi poco accettato, se non in tempi a noi molto vicini, in quella crisi psicologica che, anche lui, attraversa nel momento in cui 'aspetta un figlio’ ".

Anche dal punto di vista degli studiosi della vita fetale, traspare il grande potere della Grande Dea. Come afferma Nathanielsz (12) è la “placenta” che, “sfidando il sistema immunitario, permette a due organismi distinti –il feto e la madre- di entrare in stretta relazione… si ritiene oggi che molti aborti precoci siano causati dall’incapacità del sistema immunitario materno di tollerare il tessuto fetale… come risultato, la madre tratta il proprio embrione come un ‘corpo estraneo’, e lo espelle… alcune donne hanno ripetuti aborti spontanei, nelle fasi iniziali di gravidanza, quando gli embrioni che tentano di impiantarsi nell’utero hanno come padre un particolare partner, ma a volte, quando quella stessa donna porta embrioni generati da partner diversi, i feti sopravvivono fino alla nascita normale.

Ogni partner ha uno specifico corredo genetico, e può accadere che una particolare donna sviluppi una tolleranza immunitaria ai feti di un padre ma non a quelli di un altro. Questa affascinante area di studio –conclude Nathanielsz- potrebbe essere l’argomento di un libro a se stante”, oppure, più semplicemente, a nostro parere, confermare ancora una volta il primigenio potere della Grande Dea nei confronti del presunto Grande Padre.

Anna Oliverio Ferrarsi (12) afferma che "la ricerca di parità nella vita di coppia va di pari passo con un mutamento dei rapporti all'interno della famiglia che è vista sempre meno come un'organizzazione di statuti e di ruoli (moglie/marito, padre/madre, genitori/figli) e sempre più come luogo di scambi affettivi, di coesistenza di identità individuali, di sviluppo e realizzazione personale. Gli uomini -continua la suddetta psicologa- che decidono di 'metter su famiglia’, si trovano sempre più spesso dinanzi a una paternità che li coinvolge in modo immediato e completo e non, come avveniva in passato, dinanzi a una paternità autoritaria e simbolica, vissuta 'a distanza’ e posticipata all'adolescenza dei figli".

Possiamo concludere con Grigio (11): "sia l'uomo che la donna, padre e madre poi, hanno un funzionamento psichico simile di fronte alla procreazione … l'unica differenza consiste nel fatto che diventare madre rinvia la donna principalmente al rapporto con la madre, mentre il diventare padre riconduce al rapporto con il padre. Ciò che li accomuna è quel lavoro mentale che entrambe compiono nel 'diventare genitori, e che è uno dei nodi centrali per superare la tappa della parentalità: entrambi devono 'fecondarsi', 'ingravidarsi' e alla fine 'partorire' quel figlio che diventerà il loro prolungamento nel futuro".

Questo sembra accadere al futuro padre che illustra la propria partner gravida, proponendo una sorta di gravidanza di se stesso… attraverso se stesso (fig. 8b). Come se carpisse per un momento il pancione alla sua partner, per riempirlo di un "piccolo" se stesso. Se percorriamo a ritroso la nostra storia, a livello biblico e dei commentari medioevali, la prima creatura è androgina e non soggiace a unioni sessuali che appaiono, invece, quando l'uomo pecca per la prima volta nel giardino dell'Eden: da allora alla donna spetta di gestire, attraverso il parto doloroso, la moltiplicazione delle generazioni.

"La fondazione culturale dell'unione coitale non comporta sempre la immediata nozione del processo generativo o l'attribuzione al maschio di un preciso ruolo spermatico-concezionale. Esisteva -continua Alfonso M. di Nola (9) - fino ad epoca recente un'ampia area di popolazioni che attribuivano al coito soltanto una funzione di 'apertura della vagina'". Forse possiamo interpretare così il disegno paleolitico algerino su pietra, rappresentante la Dea con mani alzate e l'uomo cacciatore con arco, legati genitale con genitale, che secondo Neumann è connesso alla funzione magica del femminile (fig. 9). Il disegno attuale del padre che contiene un bambino eguale a se stesso ci fa pensare anche al complesso fenomeno della couvade, noto fin dall'antichità. Quanto al comportamento "materno" del padre, secondo una delle tante ipotesi, quella espressa da Bachofen, per spiegare il fenomeno, la couvade sarebbe "un residuo della fase nella quale si supera il primo e più arcaico regime patriarcale e si riconosce il legame padre-figlio che, fino ad allora, era inesistente, concependosi la nascita solo in rapporto alla madre".

Attualmente si è capito -come affermano Montesanto e Sollai (10) che è fondamentale che i genitori condividano il "possesso del figlio fin dal momento del concepimento e si allenino a viverlo e a superarlo aiutandosi nel rispetto e nella fiducia reciproci" lasciando alle spalle "la lotta tra i sessi che perdura tuttora", poichè " da un punto di vista antropologico, maternità e paternità si sono sempre configurate come realtà contrapposte, la cui relazione si è spesso tinta di violenza".

Sono passati circa 7.600 anni da quando la mano di un uomo ( o di una donna?) ha costruito una statuetta femminile con testa fallica e parte inferiore simile a testicoli (fig. 8a). Questa tipologia di "Veneri" che presentano caratteristiche sia maschili che femminili…" restano essenzialmente femminili. Non rappresentano una fusione dei due sessi, bensì un'elevazione della femmina grazie alla misteriosa forza vitale insita nel fallo. La statuetta della Dea forma una base da cui sorge il fallo concepito come colonna cosmica ".

Questa è l'opinione della Gimbutas che nei suoi studi archeologici afferma che "le statuette maschili costituiscono soltanto dal 2 al 3 per cento di tutte le statuette dell'antica Europa, e di conseguenza ogni ricostruzione dettagliata del loro ruolo nel culto è estremamente difficile. Tuttavia, dalla comparsa costante di particolari stereotipi nel corso dei millenni e in vari gruppi culturali possiamo ipotizzare l'esistenza di alcune persistenti categorie di figure maschili. Comprendono uomini con corna di animali o con maschere di uccello e itifallici… esseri per metà animali/metà uomini…". Nei disegni dei partecipanti ai corsi non abbiamo trovato ovviamente tracce di queste figure maschili.
In conclusione, mentre gli archetipi femminili sono comuni, conosciuti e indipendenti spesso da ogni riferimento al mondo maschile, nei disegni da noi considerati, di rado troviamo simboli che possono essere riferiti, a nostro parere, ad un archetipo maschile che è, comunque, meno primigenio e quasi sempre associato ai classici archetipi femminili (acqua, luna, ecc.).

Ad esempio il SOLE è presente in alcuni disegni fatti sia dalla donna gravida sia dal partner. Elemento maschile per eccellenza, tant'è che in molti miti appare come marito o amante della luna, questo astro è adorato come dio dalle prime grandi civiltà: l'egizio Ra, ad esempio, è venerato dal faraone che sacrifica sotto i suoi raggi fecondanti (fig. 10a); il sole, sotto forma di disco raggiato internamente, diviene simbolo di fertilità e forza presso gli antichi Camuni (fig. 10b) e simbolo di dio nella chiesa di S. Giacomo di Tubinga (fig. 10c) e disco solare raggiato esternamente che evidenzia controluce le figure genitoriali del padre, della madre e del figlio preso per mano, nel disegno eseguito da un partner 'in attesa' (fig. 10d).

La coppia genitoriale è il tema dominante di un altro disegno curioso eseguito da un futuro padre. Il SIMBOLO ARBOREO è qui sfruttato nella sua duplice valenza, maschile (albero con lungo tronco, simbolo fallico e chioma appuntita) e femminile (albero dalla larga chioma che dà ombra e protezione) che con le loro radici danno origine all'albero-figlio (fig. 11c). Sembra di poter fare riferimento analogico all'antica usanza, comune anche nella nostra cultura, dei matrimoni simbolici tra due alberi la cui forza vitale avrebbe dovuto trasferirsi su una determinata coppia di persone.
Risalendo nel tempo, c'imbattiamo nella chiesa incarnata con la croce verdeggiante (fig. 11b), simbolo dell'albero della vita, fino a pervenire ad un girotondo rituale attorno ad un albero idolo (fig. 11c) di una terracotta cipriota del 1000 a.C, simbolo della perpetua rigenerazione e perciò della vita nel suo senso dinamico.
Il culto dell'albero è stato molto importante nelle civiltà preelleniche.

CONCLUSIONI
Oltre ad interessanti ed utili spunti di discussione riguardanti gli aspetti più particolarmente psicologici (paure, ambivalenza, senso dell'attesa, ecc.) emergenti dall'analisi dei singoli disegni, abbiamo spesso rinvenuto in essi le tracce più o meno esplicite e/o simboliche di tematiche riguardanti la Grande Dea come risulta dai citati studi di Baring e Cashford, Gimbutas e Neumann.
La discussione nel gruppo dei partecipanti ai Corsi di psicoprofilassi ostetrica e la dimostrazione di una continuità di attributi propri delle antiche Dee Madri e le rappresentazioni fatte dalle gestanti e dai loro partner, sono risultate utili.
In questo modo si è potuto recuperare in parte ciò che vi è di spiritualmente nobile e puro nel fascino femminile sull'animo degli uomini: l'eterno femminino.

Forse possiamo anche concludere con Marija Gimbutas che l'antica civiltà europea dal 4300 al 2800 a. C., caratterizzata da una struttura sociale di eguaglianza tra i due sessi, sostanzialmente pacifica e dominata dalla Grande Dea neolitica, persiste. La sua religione ed i suoi simboli sopravvivono. Esiste tuttora una cultura europea di antica data ed il suo linguaggio e le sue vestigia restano inestricabilmente mescolate ai nostri sistemi di simboli.
Alla persistente immagine della Grande Dea paleo e neolitica non corrisponde, nella nostra esperienza, un'egualmente perdurante e definita immagine del Grande Padre.

La paternità, come risulta anche da altre angolature di studio, appare talora inserita nel "complesso della Grande Madre" come se il padre, assolto l'atto del fecondare, fosse poi destinato a scomparire e la paternità stessa fosse un "atto di pensiero che deve incarnarsi”. O, come afferma Gimbutas, è solo da circa il 4000 a.C. che inizia una sorta di ibridazione della Grande Dea, allorché inizia nel nostro mondo la cultura androcentrica indoeuropea.
E proprio per questo che, probabilmente, simboli maschili (forse archetipi) quali il sole egizio o camuno, o l'albero cipriota appartengono a fatti "culturali" che si innestano su archetipi "naturali".

Questo lungo processo di acculturazione è approdato (e traspare nei nostri disegni) come riscoperta o trasformazione di una paternità di tipo patriarcale, simbolica e autoritaria, in una paternità più immediata e completa … attraverso proprio il reciproco 'fecondarsi', 'ingravidarsi' e 'partorire' insieme, nella coppia. Paternità e maternità, sessualità maschile e sessualità femminile, insomma, non più contrapposti come per lungo tempo lo sono stati … In questi termini riconosciamo che esiste un filo conduttore di antica e nuova origine che sottende il cammino della genitorialità. Se vogliamo, in altri termini, questo è il tassello personale che mettiamo nel mosaico tuttora incompiuto proposto da Baumer.
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LA NEUROPSICOLOGIA PRENATALE
Pier Luigi Righetti

Già nella prima uscita de Il Giornale Italiano di Psicologia e di Educazione Prenatale ci siamo posti l’obiettivo di offrire al lettore una valutazione sulla Psicologia e l’Educazione Prenatale, questi nuovi settori d’indagine che pongono al loro centro l’interesse per la vita prima della nascita.

Siamo dell’idea (in accordo anche con gli Autori che hanno offerto i loro contributi per questo numero del Giornale) che anche la Psicologia e l’Educazione Prenatale – come altri settori scientifici che si occupano di “umano” e di formazione dell’esperienza – debbano essere studiate ed analizzate scientificamente in ognuno dei minimi aspetti che le costituiscono: è per questo motivo che dedichiamo questa uscita alla Neuropsicologia Prenatale, con l’intenzione di scendere nei minimi dettagli – anche fisiologici, oltre che psicologici ed educativi – e di proporre una valutazione dello stato dell’arte in materia.

La Neuropsicologia studia le relazioni tra l’esperienza e i processi biologici su cui si fonda, sottolineando il ruolo predominante del sistema nervoso che, “nel creare esperienza”, entra in contatto con l’ambiente.

Ormai da diversi anni alla Neuropsicologia viene riconosciuta una solida validità scientifica ed è una materia che offre molteplici suggerimenti allo studio della psicologia della personalità, rappresentando una sorta di ermeneutica un po’ per tutte le scuole di pensiero (anche da un punto di vista terapeutico); sulla base di queste premesse siamo dell’idea che anche la Psicologia Prenatale possa essere “spiegata” (per alcuni suoi aspetti) con i criteri della Neuropsicologia: difatti i lavori degli Autori riportati cercheranno di dar e una definizione di Neuropsicologia Prenatale a partire dalle competenze del feto, ritenendo che molto di ciò che “neuropsicologicamente” sa fare un bambino ha origine prima della nascita.

A parere di chi scrive ci sono due aspetti fondamentali che permettono di dare una prima definizione di Neuropsicologia Prenatale:

1) il feto è dotato di precise competenze fisiologiche che gli permettono di ricevere ed elaborare diverse tipi di stimolazioni (provenienti dall’ambiente intraed extra-uterino);

2) risulta fondamentale il concetto di “volontarietà” che viene riconosciuto al feto: una volontarietà neuropsicologica, che associata alle stimolazioni offerte dall’ambiente intra- ed extra-uterino (e quindi in termini relazionali), rappresenta la base di tutto lo sviluppo psicologico.

Non a caso anche le attuali teorie sullo sviluppo infantile riconoscono alla neuropsicologia un ruolo di primaria importanza.

In questo senso siamo anche dell’idea che la Neuropsicologia Prenatale, la Genetica e la Psicologia Prenatale – in un tempo più vicino di quanto possiamo immaginare – potranno offrire tutta una serie di predittori atti allo studio precoce (prenatale) di alcune psicopatologie. Dunque una sorta di “Filo di Arianna” teorico e contenutitistico tra i lavori riportati in questo numero del Giornale permette di avere una prima definizione di Neuropsicologia Prenatale.

Aprono il Giornale P.L. Righetti e M. Padovan con un contributo che si focalizza sulla definizione di Neuropsicologia Prenatale. P.G. Hepper e S. Shahidullah, con il loro articolo, portano il lettore ad una serie di riflessioni interessantissime sull’inizio della mente umana correlato al movimento e al comportamento fetale.

Ad E. Tajani (che qui offre un contributo scritto con M. Tajani) la Psicologia Prenatale riconosce un ruolo di notevole importanza oltre che pionieristico: sono suoi i primi lavori rigorosamente scientifici sull’osservazione del movimento fetale eseguiti con l’ecografia già nei primi anni settanta del secolo scorso. In questo contesto gli Autori offrono un’analisi sulla relazione movimento/suoni intrauterini.

G. Soldera e M. Frare riescono ad accostare in modo intelligente la poesia e la scientificità che il prenatale offre a chi lo studia, con un articolo sul sonno e i sogni del bambino nella pancia della mamma.

Leggendo il contributo di D.B. Chamberlain sul linguaggio corpor eo prenatale, il lettore si troverà di fronte ad una “sorta di caduta” di alcune certezze che fino ad oggi la psicologia ha insegnato: difatti l’analisi di questo Autore porta a considerare il movimento e la “corporeità” del feto come nuova possibilità di comprensione sull’origine della personalità.

D. Ponterio si interroga sulla nascita dell’Io Persona utilizzando precisi riferimenti all’antropologia prenatale e alla teoria dell’Inconscio Esistenziale teorizzate da A. Mercurio (creator e del metodo della Sophia-Analisi).

Chiude questo numero del Giornale l’articolo di A. Bevere nel quale viene proposto il tema dell’embriologia energetica: attraverso un’analisi di concetti filosofici e di Medicina orientale quali forza, energia, Yin e Yang, l’Autrice ci porta a comprendere l’inizio e il mistero della vita così come teorizzati già millenni d’anni fa.

Come di consuetudine il Giornale si chiude con recensioni ed informazioni riguardanti l’Associazione Nazionale di Psicologia e di Educazione Prenatale. Ancora una volta ci troviamo di fronte ad un numero ricco di informazioni, pensieri, teorie, ipotesi, ecc., che permettono di dare delle linee di base alla nascente Neuropsicologia Prenatale e ovviamente arricchire sempre di più la sua “sorella maggiore” Psicologia Prenatale. Il tutto con l’intento di portare al centro dell’attenzione scientifica e sperimentale la vita del bambino prima della nascita e la misteriosità che la vita prenatale racchiude in sé.

DALLA NEUROPSICOLOGIA ALLA NEUROPSICOLOGIA PRENATALE
ATTRAVERSO LE COMPETENZE DEL FETO

Pier Luigi Righetti – Psicologo, psicoterapeuta, U.O. di Ostetricia e Ginecologia, Ospedale di Mirano – AUSL 13 Veneto
Mara Padovan – Ostetrica, psicologa, U.O. di Ostetricia e Ginecologia, Ospedale Cà Foncello, AUSL 9 Veneto

Riassunto: In questo articolo desideriamo proporre una analisi sperimentale e teorica sugli studi riguardanti la Psicologia Prenatale (Righetti, 2001) con l’intento di definire anche la Neuropsicologia Prenatale. Le ipotesi riportate risultano dall’incrocio tra la Medicina e la Psicologia che si occupano di prenatalità, a partire proprio dalle competenze del nascituro. Dunque approderemo ad una definizione di Neuropsicologia Prenatale richiamando concetti tipicamente studiati dalla Neuropsicologia, quali memoria, attenzione, comunicazione, apprendimento, eccetera, confermando che queste sono competenze già manifeste anche nel feto.

1. Introduzione: per un contesto teorico
Un nuovo, straordinario paesaggio biologico mi attende ogni mattina, quando arrivo al Center for In Vivo Microscopi presso il Medical Center della Duke University: esso mostra viste dell’interno di embrioni umani conservati, generate con una tecnica denominata microscopia a risonanza magnetica (MRM). Queste immagini tridimensionali sono insieme splendide e rivelatrici: gli embrioni «virtuali» mi consentono di intraprendere viaggi simulati al computer in tutti gli apparati del corpo umano al loro stadio di sviluppo più precoce. Manipolando le immagini, posso anche creare animazioni dello sviluppo embrionale finora impossibili da ottenere (Smith, 2002).

Giorno dopo giorno, la genetica, la biologia molecolare e le tecniche di osservazione microscopica ci stanno rivelando delle informazioni fondamentali che, assieme alle caratteristiche dell’ambiente, permettono di capire sempre di più lo sviluppo della personalità e il suo inizio a partire dal periodo pre-nascita.
Se da un lato la Medicina (genetica, embriologia, ostetricia-ginecologia, biologia) offre delle interessanti informazioni sullo sviluppo umano, dall’altro la Psicologia (psicologia prenatale, neuropsicologia, psico-genetica, psicologia dello sviluppo) permette di analizzare il ruolo che l’ambiente e l’esperienza hanno in tutto il processo formativo.
Di una cosa la scienza è certa: al crearsi e allo svilupparsi della personalità interagiscono tra di loro – in un’armonia perfetta – sia l’organismo (cellule, apparati e loro funzionamento) che l’ambiente (psiche ed esperienza).

Partiamo in questa nostra analisi da due definizioni generali rispettivamente di Neuropsicologia e Psicologia per vedere in che modo, e in base a quali aspetti teorici e sperimentali, è possibile parlare di Neuropsicologia Prenatale.
“La neuropsicologia studia le relazioni tra l’esperienza (o comportamento) ed i processi biologici su cui si fonda. Il termine neuropsicologia sottolinea il ruolo dominante del sistema nervoso (Arnold, Eysenck, Meili, 1990, pag. 741); la neuropsicologia studia il rapporto mente/cervello/comportamento.
“La psicologia studia il modo di operare del confine di contatto nel campo organismo/ambiente” (Perls, F., Hefferline, R.F., Goodman, P., 1997, pag. 39).
In questo senso, ed analizzando semplicemente queste due definizioni generali di Neuropsicologia e Psicologia, è possibile ritenere che una persona è “neuropsicologicamente” e “psicologicamente” determinata se è in grado di:
- avere esperienza;
- stare ed essere in relazione;
- possedere un sistema nervoso;
- comportarsi;
- essere un organismo in contatto con l’ambiente;
ma soprattutto se le caratteristiche appena citate stanno in correlazione tra di loro. (Utilizzando un termine proprio della Psicologia della Gestalt – e quindi fenomenologico – potremmo dire che l’aspetto comportamentale, psicologico, manifesto, relazionale è in relazione isomorfica con il sistema nervoso che ne sta alla base; si veda, Wertheimer, 1923, Koffka, 1970).

Le Teorie Evolutive concordano nel ritenere che la “competenza a crescere e svilupparsi” nelle relazioni che il bambino instaura con l’ambiente (fisico e sociale), inizia dalla nascita, noi, invece, siamo dell’idea (ormai ampiamente confermata; si veda, Righetti, Sette, 2000) che l’esperienza prende il suo avvio già dal periodo prenatale (si vedano anche i diversi contributi contenuti in questo numero del Giornale).
Difatti nel corso delle nostre indagini sperimentali svolte negli ultimi sette anni (Righetti, 1995, 1996, 1996a, 1999, 2000, 2001, 2001a; Righetti, Sette, 2000) abbiamo potuto confermare che:
- il nascituro è in grado di ricevere, elaborare e rispondere alle stimolazioni intra- ed extra-uterina;
- l’elaborazione dello stimolo, in entrata, per la risposta, in uscita, è di tipo psicologica ed emotiva;
- l’ambiente intra-uterino è un ambiente di apprendimento ed esperienza;
- il feto, fin dalle prime settimane di gestazione, è dotato di un sistema nervoso e di precise competenze sensoriali.

Inoltre già in precedenza (Righetti, 2001) abbiamo definito la psicologia Prenatale come quella “nuova disciplina scientifica che nasce dall’interazione di conoscenze mediche (medicina ostetrico-ginecologica, medicina pre- e peri-natale, biologia, ecc.) e conoscenze psicologiche (psicologia dello sviluppo psicologia della personalità, psicologia dinamica, psicobiologia, psicofisiologia, ecc.) e che si prefigge lo scopo di studiare lo sviluppo e le capacità psicofisiologiche, comunicative, relazionali e psicologiche del feto, a partire dal presupposto – già consolidato sperimentalmente – che il feto è in grado di ricevere uno stimolo (intra- ed extra-uterino), elaborarlo (anche psicologicamente) e darne una risposta” (pag. 20).

Dunque, sulla base dei dati fin qui esposti possiamo ritenere che la Psicologia e la Neuropsicologia dovrebbero comprendere l’essere umano fin dal periodo pre-nascita, e quindi possiamo già ritrovare i criteri di base che – oltre ad averci permesso di dare una definizione di Psicologia Prenatale – ci permettono di dare una definizione (almeno iniziale) di Neuropsicologia Prenatale.

A nostro parere – però – per poter dare una definizione, seppur preliminare, di Neuropsicologia Prenatale (e in questo, per avere un’idea più completa, richiamiamo ancora l’attenzione del lettore sugli articoli presentati in queste pagine), riteniamo fondamentale occupare dello spazio per l’analisi delle competenze di memoria, apprendimento, attenzione e comunicazione del feto, poiché queste sono da considerarsi come delle tipiche competenze di natura neuropsicologica..

2. Sulle competenze del feto: memoria, apprendimento, attenzione e comunicazione
(Le considerazioni riportate a questo paragrafo sono tratte in parte dal testo Righetti P.L., Atlante elementare di Psicologia Prenatale, Roma: Ma.Gi. Edizioni, 2002. Per un’analisi completa delle competenze fisiologiche del nascituro del ricevere, elaborare e dare una risposta alle stimolazioni intra- ed extra-uterine si vedano anche le tabelle che seguono).

Lo sviluppo embrio-fetale si suddivide in tre fasi: lo stadio Blastemico (dalla fecondazione alla 21^ giornata di gestazione; in questo periodo inizia la differenziazione del tessuto che diventerà placenta – il trofoblasto – e di quello che diventerà embrione – embrioblasto – quindi la differenziazione organismo/ambiente c’è fin da subito; lo stadio Embrionale (dalla 22^ giornata alla 10^ settimana di gestazione; è il periodo in cui iniziano a differenziarsi gli organi e gli apparati); lo stadio Fetale (dalla 11^ settimana di gestazione fino al termine di gravidanza; è il periodo più lungo di accrescimento del nascituro e di perfezionamento dei vari organi e apparati). Mantenendo questa suddivisione – e richiamandoci alla definizione data di Psicologia – è possibile comprendere che, fin dall’inizio, si vengono a formare un “ambiente” e il suo “abitante”.

Per comprendere meglio ciò che affronteremo di seguito (e in linea con le basi teoriche della Neuropsicologia) ricordiamo che:
1) il cervello è costituito da circa cinquanta miliardi di neuroni con un milione di miliardi di sinapsi1 che producono dieci milioni di miliardi di impulsi ogni secondo;
2) l’ovulo femminile e lo spermatozoo maschile dopo la fecondazione danno origine alla catena del DNA del nuovo essere, la quale contiene ogni informazione necessaria alla costituzione della persona (di ogni infinitesima parte), e del suo sistema cerebrale: l’esperienza e lo psichismo umano sono dati dal rapporto dinamico e gestaltico tra l’uomo, come organismo costituito di cellule, e l’ambiente;
3) la gestazione rappresenta i primi nove mesi di formazione e crescita del bambino: al momento della nascita il bambino è già dotato di tutto ciò di cui abbisogna per entrare nel mondo sociale (compresa l’esperienza fatta durante la vita prenatale); in questo senso la nascita è un “momento” (ma non l’inizio) della formazione della persona;
4) il cervello – sede dell’elaborazione degli stimoli – è un organo dinamico;
5) il cervello è costituito in particolare dalle seguenti zone:
- il mesencefalo: per l’elaborazione delle informazioni sensoriali provenienti dagli occhi e dagli orecchi;
- il mielencefalo (formato dal midollo allungato, dal ponte e dal cervelletto): controlla la respirazione, il battito cardiaco, la digestione (midollo allungato), è una zona di passaggio per le vie nervose che si portano ad altre zone cerebrali (ponte) e regola il movimento (cervelletto);
- il proencefalo: è una zona cerebrale di passaggio e di integrazione delle informazioni sensoriali (talamo), di mantenimento dell’equilibrio omeostatico corporeo, e di elaborazione della motivazione e dell’emozione (ipotalamo);
- la corteccia somatosensoriale, la corteccia motoria, la corteccia uditiva, la corteccia visiva, le aree del linguaggio: che regolano le principali integrazioni per la ricezione, l’elaborazione e la risposta delle funzioni sensoriali;
6) il sistema nervoso centrale inizia a formarsi già a livello embrionale e a mano a mano che la gestazione procede, oltre a perfezionarsi, diventa funzionale e volontario;
7) “la capacità della mente umana di imparare è il fenomeno più notevole nell’universo biologico. Tutto ciò che fa di noi degli esseri umani – linguaggio, pensiero, conoscenza, cultura [esperienza, creatività, N.d.A.] – è il risultato di questa capacità straordinaria” (Thompson, 1987) e del rapporto con l’ambiente.


2.1 Memoria
Cos’è la memoria? Quali sono le competenze che permettono ad una persona di memorizzare un’evento, un’esperienza? E’ in grado il feto di memorizzare “pezzi” e momenti della sua vita prenatale?
La memoria è un processo attraverso il quale un’informazione, un dato, uno stimolo, vengono colti, elaborati, mantenuti e rievocati nel tempo; “è il magazzino delle informazioni di un organismo, da cui questo può richiamare le notizie di eventi trascorsi” (Arnold, Eysenck, Meili, 1990, pag. 671).
A conferma delle capacità di memoria del feto possiamo ricordare alcuni risultati sperimentali interessanti ottenuti.
Murooka nel 1974 ha inserito un microfono nel collo dell’utero (all’altezza dell’arteria uterina) di gestanti vicine al parto e registrato i rumori per 24 ore, ottenendo come risultato che il suono predominante nella cavità uterina è il rumore del battito cardiaco. Se ne deduce che probabilmente questo suono è il suono principale con il quale il feto ha esperienza per tutta la gestazione: per controllare se realmente questo suono viene percepito e “memorizzato” dal feto, Murooka ha fatto ascoltare la registrazione a dei neonati i quali dopo l’ascolto si sono calmati ed addormentati dimostrando così una precisa capacità di riconoscimento. Il risultato fondamentale (successivamente confermato anche da altri ricercatori) è che il battito cardiaco è un suono molto famigliare al neonato e che sicuramente il processo della sua memorizzazione ha inizio a livello fetale.

Barbara Kisilevsky e Darwin Muir nel 1991 nella prima fase dell’esperimento (fase prenatale) hanno stimolato con un suono l’addome delle gestanti e hanno registrato i movimenti e la frequenza cardiaca dei feti; nella seconda fase (fase neonatale) hanno fatto ascoltare gli di stimoli ai neonati registrandone sia la frequenza cardiaca che il tipo di movimento. Anche in questo caso i risultati hanno evidenziato l’esistenza di correlazioni tra la situazione fetale e quella neonatale.

Nel 1995 Busnel riporta che il nascituro impara a conoscere nuovi suoni e a cogliere i tratti prosodici del linguaggio; secondo la Bertolini (1992) queste capacità del feto sono talmente precise che riesce a riconoscere la differenza tra sillabe simili, oltre che, come confermato da Satt nel 1984 ricordare – dopo la nascita – canzoni e motivetti.
Chamberlain in un suo lavoro del 1996 ritiene che i feti sarebbero in grado di riconoscere musiche e favole diverse e che durante l’allattamento neonatale mettono in atto un ritmo di poppata e suzione diverso se allattati mentre ascoltano la stessa musica o musiche diverse.
Anche in un nostro studio (Righetti, 1997) abbiamo confermato che il feto è in grado di memorizzare delle musiche con le quali è stato stimolato durante la gravidanza: quando riproposte al neonato queste stesse musiche si registravano dei valori di correlazione con le risposte fetali, mentre quando ai neonati del campione sperimentale si proponevano delle musiche diverse, “non conosciute e qundi non memorizzate” questi valori di correlazione non si riscontravano.
Dunque, possiamo riconoscere al feto delle precise competenze di memoria e rispondere in modo affermativo alle domande fatte in apertura di questo paragrafo.

2.2 Apprendimento
Diamo per certo che il periodo prenatale è un periodo di apprendimento e che l’apprendimento del feto, associato a caratteristiche di tipo genetiche ed ereditarie (date dall’ovulo materno e dallo spermatozoo paterno) determina le sue capacità di elaborazione degli stimoli, e che tutto l’ambiente endouterino è un ambiente di apprendimento.

Definiamo l’apprendimento come un processo associativo con il quale si acquisiscono nuove abitudini o se ne modificano delle altre già possedute; è un “processo di acquisizione di risposte in seguito a una esperienza: modificazione relativamente permanente del comportamento determinata dall’esperienza” (Sirigatti, 1995, pag. 567). Apprendere significa inserire il dato esperenziale nella conoscenza e farlo proprio. Sotto certi aspetti, semantici e pragmatici, apprendere è sinonimo di memorizzare. La memoria (come visto in precedenza) è un processo neurofisiologico attraverso il quale si colgono i dati ambientali (gli stimoli), si inseriscono nella conoscenza (la memoria a lungo termine), si recuperano e ricordano in un secondo tempo (anche a lunga distanza di tempo).
Possiamo confermare che il processo dell’apprendere e del memorizzare – e quindi dell’avere conoscenza – inizi durante il periodo prenatale, se si considera l’ambiente intra- ed extra-uterino come un ambiente di apprendimento e accrescimento dell’esperienza e della conoscenza.

L’idea secondo cui è possibile considerare l’ambiente intra- ed extra-uterino come ambiente di apprendimento viene da tre ordini principali di fattori:
- il feto come “essere capace” di ricevere, elaborare e rispondere e come “essere capace” di instaurare delle relazioni di apprendimento con
- l’ambiente extrauterino che offre tutta una serie di stimolazioni che determinano la crescita neurosensoriale ed esperenziale del nascituro (voci, rumori, musiche, elementi provenienti dal contesto sociale, ecc.)
- l’ambiente intrauterino caratterizzato da rumori, suoni, voci provenienti dall’esterno, dal battito cardiaco, il fruscio del respirare, la voce materna, i rumori interni, le tonalità chiaro/scure, i gusti, ecc.

In particolare i rumori e la musica ci appartengono fin dal concepimento perché in ogni momento – fin dall’inizio – l’ambiente intrauterino è un ambiente sonoro e il feto è in grado di percepirlo: la vita embrio-fetale è gestita da ritmi. Le sonorità endouterine hanno un’intensità variabile da 6,3 a 80,5 dB (decibel; una frequenza di 80 dB corrisponde circa al rumore che si sente in autostrada); la voce materna arriva al feto con un’intensità maggiore di 5.2 dB rispetto all’esterno.
In questo senso crediamo di poter considerare l’ambiente e tutto il periodo prenatale come fattori di apprendimento; in questo senso la nascita è un appuntamento evolutivo che ci mette di fronte ad un bambino già capace che continua a formarsi.

2.3 Attenzione
In un nostro lavoro (Tonello, Righetti, Casadei, Maggino, in corso di pubblicazione) riteniamo che “ il termine attenzione è connesso con quello di selezione, termine, quest'ultimo, che indica il processo attraverso il quale solo alcune porzioni di informazione sensoriale vengono codificate ed elaborate, mentre altri aspetti della realtà vengono trascurati (Simion, 1989). L’attenzione […] è costituita da quell'insieme di meccanismi che permettono di selezionare le informazioni provenienti dal mondo esterno o dalla memoria a lungo termine, per sottoporle ad elaborazione. L’attenzione è un costrutto molto complesso e a riprova di ciò, essa viene sempre più frequentemente descritta come un sistema che comprende al suo interno diverse componenti o meccanismi ciascuno dei quali assolve ad una funzione specifica (Enns, 1990; Poster, Peterson, 1990)”.

Ricca è la letteratura che si occupa dell’attenzione nei bambini, fin dai primi giorni di vita, attraverso lo studio della Suzione non Nutritiva (SNN) (Tonello, Righetti, Casadei, Maggino, in corso di pubblicazione): l’idea è che le competenze di SNN siano apprese a livello prenatale e rappresentino un dato a favore che anche il feto è in grado di attivare precisi meccanismi attentivi verso gli stimoli provenienti, oltre che dall’ambiente intra-uterino, anche da quello extra-uterino.

E’ confermato che il feto è in grado di selezionare sono alcuni tipi di stimoli che lo interessano (vedi per esempio rumori, voci, suoni che rientrano in precisi range di decibel) e che riescono ad essere trasmessi e trasportati nel circuito ambiente-placenta-liquido amniotico-feto. A riprova di ciò richiamiamo l’attenzione del lettore sugli esperimenti ricordati in precedenza a proposito della memoria fetale.

2.4 Comunicazione
Cosa significa comunicare? Quali sono gli elementi che ogni persona utilizza e mette in atto per comunicare? E un nascituro è dotato degli elementi per comunicare? Se il feto possiede delle capacità per ricevere ed emettere informazioni si può parlare di comunicazione?
La comunicazione è stata il fattore che ha maggiormente resa possibile l’evoluzione umana, a livelli così alti e in tempi così relativamente brevi; ogni innovazione ha potuto essere diffusa, rendendone partecipi anche altri individui, permettendo così a loro di fruire degli eventuali benefici.

La comunicazione consente lo scambio di informazioni, rendendo partecipi di un esperienza due (o più) individui distinti ed è fondamentale per l’essere umano, per la sua evoluzione personale e per la sua sopravvivenza, sia strettamente fisica che sociale e psicologica. Comunicare è entrare in contatto e quindi avere esperienza. Perciò la comunicazione è fondamentale per fare del bambino un uomo.
Se la comunicazione, questo “passaggio” di informazioni su emozioni, sentimenti, comportamenti, relazioni, è così fondamentale, viene spontaneo chiedersi: qual è il momento in cui inizia questo scambio?
Ci sono due particolari caratteristiche che distinguono la comunicazione dal semplice comportamento:
1) per poter codificare gli elementi di un messaggio la persona che lo produce deve operare ad un certo livello di consapevolezza e pertanto con un certo grado di intenzionalità (Blaker, 1979; Mc Kay, 1972; von Cranach, Vined, 1973);
2) si tratta di un processo, ossia un sistema che richiede più attori in una serie di eventi in atto. Perciò l’attenzione è rivolta all’interazione, alla diade come unità di analisi di base, che possiede un passato (memoria) un presente e un futuro (possibile) (Krueger, 1982; Watzlawick, et al., 1971).
Mentre nell’atto di comunicare si ritroviamo alcuni universali:
- il contesto: qualsiasi comunicazione avviene all’interno di un contesto, il quale può avere quattro dimensioni: fisica, psicologica, temporale e sociale; queste quattro dimensioni si influenzano reciprocamente;
- i comunicanti: individui con capacità biologiche e pregresse esperienze (solitamente definiti come l’emittente e il ricevente);
- i messaggi: che possono impegnare, per l’invio o la ricezione, uno o più organi di senso;
- il canale: mezzo fisico attraverso il quale avviene l’atto comunicativo;
- il feedback: informazione di ritorno sulla comunicazione avvenuta che proviene dal ricevente oppure dallo stesso emittente;
- la codifica e la decodifica dei messaggi: per esprimere i nostri pensieri noi dobbiamo trasformarli in suoni, gesti, segni, e viceversa, per decodificare dei suoni, gesti e segni noi dobbiamo trasformarli in pensieri. Ovviamente perché ci possa essere una comunicazione è necessario vi sia una condivisione dei codici di codifica e decodifica (Ricci Bitti, Zani, 1983).

Queste informazioni permettono di capire in modo generale quelli che sono gli elementi necessari che ogni persona deve possedere per poter instaurare delle relazioni comunicative e ci fanno capire che un nascituro per poter comunicare ha bisogno di quattro ordini fondamentali di capacità:
- capacità di ricevere degli stimoli;
- capacità di elaborare gli stimoli;
- capacità di rispondere agli stimoli;
- capacità relazionali e psicologiche.
Possiamo riassumere che i sistemi comunicativi e relazionali del feto sono costituiti dalle competenze fisiologiche e sensoriali (per la ricezione dello stimolo), dalle competenze del sistema nervoso sommate alle competenze psicologiche (per l’elaborazione dello stimolo), dal movimento e la frequenza cardiaca (come risposta), dall’ambiente intra- ed extrauterino (come ambiente di apprendimento) e dalla relazione stretta con la madre e allargata con l’ambiente esterno.
Poiché il feto è dotato di queste quattro capacità – che si basano proprio su aspetti neuropsicologici – possiamo ritenerlo capace di comunicare sia con l’ambienteintra-uterino (la madre) che con l’ambiente extra-uterino. Aggiungiamo inoltre che un’ulteriore competenza comunicativa si ritrova nel suo movimento (si veda il contributo di Tajani E. e Tajani M.).

In questo senso siamo dell’idea che non si sviluppa “semplicemente” un bambino da un punto di vista cognitivo, intellettivo, fisico, ecc., ma che si sviluppano – fin dal periodo prenatale – delle comunicazioni e delle relazioni significative per lo sviluppo del nascituro/bambino stesso, della madre, e di tutto il contesto famigliare allargato del periodo gestazionale (Righetti, Sette, 2000).

Di più: già in precedenza (sempre nelle pagine del Giornale di Psicologia e di Educazione Prenatale, e in altri lavori, si veda: Righetti 1996a, 2000, 2001, Righetti, Sette, 2000) abbiamo avuto modo di definire gli Stati dell’Io Prenatale confermando la vita psicologica ed emotiva del feto; gli stessi Stati dell’Io che, in un contesto relazionale, e rifacendoci all’ermeneutica della Psicoterapia della Gestalt, stiamo studiando attualmente attraverso il concetto di Sé Prenatale e Cicli di Contatto Prenatale (Righetti, in corso di lavorazione).
Dunque riconoscendo al nascituro capacità di memoria, apprendimento, attenzione, comunicazione e psicologico-emotive possiamo riconoscergli tipiche competenze di natura neuropsicologica..

3. Aspetti conclusivi: per una definizione preliminare di “Neuropsicologia Prenatale”
A questo punto crediamo che ci siano gli elementi fondamentali per dare una definizione preliminare di Neuropsicologia Prenatale a partire dalla definizione data di Neuropsicologia e Psicologia Prenatale.
A nostro parere però è necessaria una precisazione. Sia nell’articolo di Hepper e Shahidullah, che in quello di Tajani e Tajani riportati in questo numero del Giornale, che in nostri lavori precedenti (Righetti, Sette, 2000 – si veda anche la tabella precedente), si ricorda come il movimento sia uno dei fattori principali che permette di definire la nascita e la crescita precoce delle competenze psicologiche a partire dal periodo prenatale.

Difatti – forse perché il più studiato vista la non invasività delle tecniche utilizzate2 – il movimento è sempre stato riconosciuto come benessere della crescita neuropsicologica e neurofisiologica del feto. Il movimento è evidenziabile fin dalle primissime settimane di gestazione e durante il periodo pre-nascita diventa sempre più raffinato e volontario. In utero è possibile evidenziare dei movimenti simili a quelli emessi da un neonato.
In questo senso possiamo empiricamente osservare il movimento e rapportarlo al comportamento il quale è strettamente correlato all’attività psicologica: dunque il movimento fetale è comportamento e quindi esperienza psicologica.

Gli stessi Hepper e Shahidullah (si veda il loro articolo) ci ricordano che: “Il tempo in cui si credeva che l’embrione in sviluppo, o il feto, acquisisse una mente variava dal momento del concepimento al momento della nascita. Mentre la mente, si è dimostrato in modo formidabile, che può essere definita in termini relativamente molto semplici, come per esempio il luogo della coscienza, pensiero, azione, intelletto, sentimenti, localizzando la sua presenza fisica, in termini di strutture anatomiche. Sebbene sia ampiamente accettato che la mente è localizzata nel sistema nervoso centrale, i tentativi di identificare le strutture neurali associate con le funzioni della mente sono stati difficili e infruttuosi. Così i tentativi di datare le origini dello sviluppo della mente dallo sviluppo prenatale delle strutture neurali deve essere indagato. D’altra parte, il comportamento dell’adulto, piuttosto chiaramente, fornisce prove sul funzionamento della mente. Auto-consapevolezza, coscienza, auto-coscienza, emozioni, azioni controllate direttamente sono sia auto-evidenti che evidenti per gli altri. Le origini dello sviluppo della mente possono essere perciò meglio identificate attraverso l’osservazione e gli studi sull’ontogenesi del comportamento [a partire dal periodo prenatale, N.d.A.]” (corsivo aggiunto).

Dunque, riprendendo le definizioni date all’inizio del nostro articolo di Psicologia Prenatale e Neuropsicologia, gli lelementi principali che emergono sono riassumibili nei concetti che seguono:
- esperienza;
- comportamento;
- processi biologici e sistema nervoso;
- contatto organismo/ambiente e relazione;
- ambiente di stimolazioni;
- ricezione, elaborazione e risposta volontaria agli stimoli;
- memoria, apprendimento, capacità sensoriali, attenzione, comunicazione, movimento;
- Stati dell’Io Prenatale (Righetti, Sette, 2000), Sé Prenatale e Ciclo di Contatto Prenatale (Righetti, in corso di lavorazione).

Riconoscendo queste capacità al nascituro, crediamo che la Neuropsicologia può comprendere anche la Neuropsicologia Prenatale, e che la ricerca in materia nel futuro raccoglierà tutta una serie di nuove conoscenze atte a darne una sempre maggiore importanza per la comprensione della personalità umana.
Inoltre, se fino ad oggi si è cercato di studiare lo sviluppo “normale” dello psichismo fetale è auspicabile che un giorno si possano avere anche delle informazioni sullo sviluppo “non-normale” e quindi sui predittori diagnostici.
Saranno la genetica, la biologia, la medicina pre- e peri-natale, l’ostetricia-ginecologia, eccetera, e ovviamente la psicologia, che in futuro ci daranno nuove teorie atte ad allargare la conoscenza verso il bambino, il suo mondo, le sue relazioni a partire dalla sua “Vita segreta prima della nascita”.
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Il Bambino come realtà globale
di Myriam Zarantonello

Negli anni ’90 a Milano si è tenuto uno dei primi convegni sull’Educazione Prenatale e si è incominciato a discutere di un aspetto sicuramente trascurato per troppo tempo.

Un bimbo quando nasce ha già nove mesi di vita.

Durante questo periodo, giorno dopo giorno, costruisce il suo corpo, la sua mente, la sua personalità. Il suo mondo è da considerarsi il mondo dei pensieri, dei desideri, delle emozioni di sua medre e di suo padre. In utero cresce e si sviluppa sereno nella misura in cui è serena la madre; sviluppa la sua sensibi-lità nella misura in cui la madre lo stimola comunicando con lui; il feto ama comunicare (nel primo trimestre lo fa con messaggi chimici) poi quando organi, arti e muscoli cominciano a funzionare lo fa con i movimenti… ci sono, sei con-tenta? Fermati, rispondimi, parlami… diventerà curioso e aperto agli altri se il padre si farà conoscere come mondo “altro” tutto da scoprire. È stato dimostrato che stress, tensioni, rifiuto… possono ostacolare lo sviluppo del bambino quanto malattie e sostanze tossiche.

Dalla consapevolezza che il bambino sente..., ascolta…, impara… nasce l’urgenza di comunicare con lui prima che nasca.

Diventa urgente, dunque, comunicare tutto questo ai futuri genitori attraverso corsi educativi.

I primi risultati sono incoraggianti: i genitori manifestano un attaccamento profondo e precoce verso il loro bambino; hanno con lui scambi significativi; le mamme incontrano minor difficoltà nel parto e nell’allattamento del bambino, che a sua volta si presenta più tranquillo.

I padri in effetti sono molto contenti di essere informati e di capire come pos-sono trasmettere amore ed essere d’aiuto alla loro compagna ed al loro bambino prima, durante e dopo il parto.

I mezzi di informazione hanno dato di recente ampio rilievo ai risultati di una ricerca europea che mostra che i padri in Europa dedicano meno di un’ora al giorno ai figli.

I padri italiani sono gli ultimi in classifica con soli 15 minuti.

Il padre, attore nel concepimento, deve esserlo anche nel contenimento e nel progetto comune della famiglia.

Molti genitori sono talmente stressati di giorno che arrivano sfiniti la sera a casa. Godere della compagnia dei figli diventa un’ulteriore fatica. Per questo molte coppie rinunciano ad avere un figlio e più di un figlio.

Al tempo stesso si amplifica il numero di coppie e di singoli disposti a sperimentare qualunque mezzo per avere un figlio ad ogni costo.

Un figlio è una persona, non un oggetto che chiunque ha diritto di possede-re.

Seppure sia evidente come l’avere un figlio parta da desideri profondi della personalità di un individuo, risulta difficile accettare l’idea di mettere al mondo una creatura con finalità prevalente di autorealizzazione o di dare senso alla coppia. Ciò vale anche nel caso in cui il figlio venga adottato.

Alla base del diventare genitori ci sono alcune dimensioni fondamentali come: la responsabilità, la consapevolezza e la competenza, che non riguardano solo la conoscenza di nozioni o tecniche ma coinvolgono ogni livello della personalità, quindi il sapere, il saper fare e il saper essere.

Un sapere che può essere acquisito, ma anche “ tirato fuori” da sé dalla pro-pria esperienza ed originalità.

Un figlio in grembo esige anzitutto questa primitiva forma di responsabilità: sviluppare una attitudine all’accoglienza, la capacità di ripensare ritmi di vita, spazi abitativi, priorità lavorative, al fine di testimoniare al nuovo nato che la sua presenza è gradita, che lo attende un mondo amico e che questo mondo lui potrà concorrere a renderlo più buono.

Bisogna che accanto al desiderio cresca la consapevolezza che quel figlio è una persona, da accogliere con dei diritti che i genitori devono tutelare, con un progetto di vita che i genitori devono aiutare a realizzare.

Oggi viviamo in una società che si preoccupa molto di più di produrre beni e servizi sempre migliori piuttosto che favorire la crescita di persone responsabili, creative, capaci di essere cittadini e genitori competenti.

Oggi troppi genitori vengono lasciati soli a destreggiarsi davanti ad un com-pito difficile. Ognuno isolato nella propria famiglia con dubbi, preoccupazioni ed ansie e solo gli sceneggiati tv come modelli.

Occorre impegnare risorse e strategie sulla formazione dei futuri genitori! Crescere cittadini sereni e responsabili non può essere compito lasciato solo ai genitori, ma è compito dell’intera comunità.

La gravidanza è il tempo più prezioso per imparare a “ diventare genitori”, non deve essere sprecato!

Essi rispondono ancora poco alle profonde esigenze di una nuova consapevo-lezza in relazione ai bisogni di formazione e crescita del bambino in utero.

È il bambino il soggetto “dell’avventura” nascita, lui e la sua salute globale devono essere al centro dell’attenzione e dell’educazione.

Perché non trasformare questi corsi focalizzati sul “ partorire bene” in percorsi nascita che accompagnano la coppia a conoscere la realtà globale del bambino e a diventare genitori competenti?

Se il valore dei figli fosse misurato dal numero che le coppie italiane hanno, bisognerebbe senz’altro concludere che l’Italia è il paese del mondo dove i figli hanno meno valore. Nel 2001, dopo anni in cui abbiamo tenuto il primato mon-diale di denatalità, torniamo a crescita zero, con un numero medio di figli per donna in età feconda di 1,25, che tocca l’apice a Bolzano con 1,52.

Sicuramente il bambino è qualcosa di più di quello che comunemente si crede.

È l’espressione più pura e diretta della vita e dell’amore umano.

Con la sua purezza e sensibilità aiuta i genitori a guardare la realtà con gli occhi dello stupore, della meraviglia, della tenerezza.

Chiede in cambio disponibilità, considerazione, rispetto, sensibilità.

Il bambino ha dei diritti che esprimono i suoi bisogni irrinunciabili.

Eccone alcuni:

- Il diritto alla vita e alla salute;

- Il diritto all’amore;

Il diritto ad essere sé stesso: quali che siano le basi di partenza il bambino deve poter conseguire una piena realizzazione umana.

Non è ancora maturata una visione globale della realtà del bambino, si spera un figlio sano, possibilmente bello, facilmente addomesticabile ai congesti ritmi della convivenza famigliare, docile ed intelligente, almeno da restituire con riconoscenza il caldo e illuminato affetto con cui i genitori lo stanno per accogliere.

Fra le contraddizioni profonde che segnano la società moderna, una delle più inquietanti riguarda il posto del bambino nel mondo.
Da un lato diritti proclamati e sanciti da leggi, dall’altro la diffusione di ogni sorta di violenze, a cominciare da quello sul bambino non nato.

Il diritto alla vita rischia di apparire un appello retorico se non si sostanzia un reale atteggiamento di accoglienza alla globalità della vita stessa.
L’ultima sessione speciale dell’ONU sull’infanzia si è aperta dopo 11 anni di promesse ed intenzioni: ma le guerre che rappresentano una costante e diffusa calamità hanno per il 90% dei casi, come vittime, donne e bambini.

Il 40% dei bambini nei paesi in via di sviluppo vive in assoluta povertà.

La mancata assistenza delle donne in gravidanza è la prima causa di morte femminile; analoghe carenze di cure pre- e post- natali causano la morte di ben 10.000.000 di bambini, stroncati da malattie che si possono prevenire.

“ Il bambino ha bisogno per lo sviluppo armonico della sua personalità, di amore e comprensione, … deve crescere, per quanto possibile, sotto la custodia e la responsabilità dei suoi genitori e, in ogni caso, in un’atmosfera di affetto e di sicurezza morale e materiale”.

Il primo diritto è, insieme alla continuazione della vita, quello di iniziar-la in un ambiente intriso di gioia, di accoglienza, di tenera accettazione, di conferma affettiva.
L’abbandono affettivo è la causa principale di disturbi psicosomatici, com-portamentali e del rendimento scolastico del bambino.

È di questi giorni la notizia che 50.000.000 di bambini nel mondo sono senza diritto all’identità fin dalla nascita!

Il 41% dei nati non ha un atto di nascita, che vuol dire una identità anagrafi-ca, un nome, una cittadinanza, non possono godere della più basilare protezione contro abusi e sfruttamento, adozioni illegali, trafficanti.

Quanti sono i bambini senza un futuro…!
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“AMARLO PRIMA CHE NASCA”
L’importanza del legame madre-figlio in gravidanza
di Jean-Pierre RELIER

ABSTRACT: Ogni momento della gravidanza è il risultato dell’interazione tra l’amore e gli stress ambientali , fin dal momento del “desiderare un figlio”. Le ripercussioni dello stress sono molteplici ad ogni tappa: dalla creazione (dal dominio del desiderio) dove lo stress può portare anche a sterilità, al periodo embrionale dove lo stress della madre può portare alla modificazione della placenta, alla nascita dove il nascituro deve far fronte ad una quantità di eventi stressanti dovuti al rapido cambiamento dell’ambiente ad al repentino adattamento che deve mettere in atto al momento della venuta al mondo. Se già il travaglio e la nascita sono forti fonti stressanti si auspica che i compor¬tamenti immediatamente successivi all’espulsione non lo siano altrettanto da parte degli specialisti. Si invita quindi l’ambiente medico ed i genitori a rendersi consapevoli sul fatto che il bambino possa trovare, una volta nato, un ambiente accogliente, e non freddo, tanto quanto il grembo materno, ben consci che questo sarebbe possibile attraverso il semplice amore.

“Aspettare un bambino, seguirlo nel suo sviluppo e metterlo al mondo è un’avventura meravigliosa. Certe donne lo avvertono spontaneamente, e sanno come proteggersi e proteggere il figlio. Altre, più fragili, forse meno sicure di sé o mal informate, compromettono senza volerlo l’evoluzione della loro gravidanza, e mettono al mondo il loro bambino prematuramente. Trentacinque anni di pratica di medicina perinatale mi hanno portato ad interrogarmi sulle ragioni per cui un bambino che ha bisogno di circa quaranta settimane di gestazione per arrivare al suo completo sviluppo ed essere pronto a nascere, a volte viene alla luce prima del tempo. Per tanto tempo ho pensato, come la maggior parte dei miei colleghi, che accanto ad alcune ragioni biologiche ne restassero da scoprire altre, ancora sconosciute. E in realtà ne esistono, anche se non spiegano tutto.

Quello che trentacinque anni di esperienza mi hanno insegnato, è che il legame che unisce una madre a suo figlio, e viceversa, è un legame che non è esclusivamente biologico, ma anche intessuto d’amore, d’affetto e, talvolta, d’angoscia, e che esso è determinante già molto tempo prima della nascita. Molti casi, tra quelli che ho incontrato, lo dimostrano: ogni alterazione in questo legame (sia dovuta a uno stress cronico vissuto dalla madre per ragioni sentimentali o professionali, a un’eccessiva fatica, o a un’angoscia inspiegabile) determina un rischio maggiore di parto prematuro.”
Nel corso di quest’intervento, vedremo quali possano essere le ripercussioni dello stress su questo legame madre-figlio nel corso dei quattro periodi in cui si articola la gravidanza:
- il periodo della creazione,
- il periodo del concepimento,
- il periodo embrionale,
- il periodo fetale.

Definizione dello stress
Lo stress è “uno stato caratterizzato da una rottura dell’equilibrio, chiamato omeostasi, in rapporto con gli eventi della vita”. L’Amore, che è all’origine della vita, in quanto prerequisito dell’Uomo, è in un certo qual senso indissociabile dallo stress. Lo stress, indissociabile dalla vita, può pertanto essere considerato parte importante dell’Amore.
Iniziare a studiare le conseguenze dello stress della gestante sullo sviluppo del feto e del bambino significa indubbiamente chinarsi sulle conseguenze “bioaffettive” di uno stress acuto, subacuto o cronico sul comportamento fetale. Inoltre, ma forse anche soprattutto, significa cercare di cogliere, accanto al ruolo deleterio dello stress, in quale misura lo stress o gli stress siano utili, se non addirittura necessari, ad una crescita “equilibrata”. Infine, si tratta di valutare il ruolo ed i mezzi della madre nel “proteggere” il feto dalle conseguenze talora drammatiche di quest’aggressione, prevedendo l’utilità di un supporto psicologico alla donna in caso di minaccia di parto prematuro [1].

Natura dello stress:
E’ ormai ammesso che l’accrescimento fetale è la risultante di una duplice influenza di sviluppo:
- l’espressione del patrimonio genetico (l'innato),
- i fattori epigenetici ed ambientali (l'acquisito).
In ambito neurobiologico, l’acquisizione molto precoce dei recettori adibiti alle grandi funzioni percettive [2], ad un’età gestazionale di otto-dieci settimane, costituisce il passaggio dal periodo embrionale al periodo fetale e consente di cogliere pienamente il contributo di questi fattori epigenetici o ambientali alla qualità della crescita cerebrale (a titolo d’esempio).
Si può dunque ritenere che lo stress, evento ambientale, possa intervenire nell’evoluzione di questi due processi, con un’azione diretta dell’ambiente sulla crescita o sulla differenziazione di un organo o di una funzione oppure, nella maggior parte dei casi, con un’azione mista - in cui spesso è impossibile stabilire l’elemento dominante - tale da consentire o impedire l’espressione del genoma, ereditata dal patrimonio genetico dei genitori, oltre all’azione diretta dell’ambiente sulla crescita e sulla differenziazione cellulare.

I – Il periodo della creazione
Nella nostra epoca, viene troppo spesso ignorato, per non dire negato e quindi trascurato. Eppure, è il momento cruciale in cui l’uomo e la donna che si amano diventano consapevoli del loro potere creativo.
La qualità della vita si definisce fin da questo periodo - assolutamente invisibile, impalpabile e dunque inesistente agli occhi dei più - sulla base dell’amore di questa coppia sostanzialmente complementare.

E’ probabile che i biologi ed i fisiologi del periodo antenatale abbiano difficoltà ad accettare la realtà di questo periodo. Per fortuna, gli psichiatri e gli psicanalisti riconoscono e sottolineano l’importanza di questo “desiderio di un figlio”, così come l'esistenza la concretezza di un’interazione molto precoce tra l’amore dell’uomo per la donna ed il figlio voluto. Il figlio diventa la materializzazione di un amore totale tra due esseri complementari, che si esprime schematicamente a tre livelli [3]:
1. Il livello comportamentale, ovverosia fisico, a livello del corpo, della voce, degli scambi sensitivi e sensoriali, ma anche della parola e dello sguardo tra partner.
2. Il livello affettivo, caratterizzato dal tono affettivo globale dello scambio tra partner, che è si basa sulla loro capacità di entrare in sintonia affettiva, ovverosia di essere in grado di condividere le esperienze emotive ed affettive.
3. Ma soprattutto, ed è quello che ci interessa in questa sede, il livello fantasmatico, contemporaneamente immaginario (conscio e preconscio) e fantasmatico (inconscio), che sottolinea l’importanza della vita psichica dei due partner, aprendo la prospettiva della dimensione transgenerazionale, ossia la trasmissione, dai genitori al bambino, di una serie di elementi nascosti della loro storia e del rapporto con i loro stessi genitori.

L’influenza dello stress in questo periodo è estremamente varia.
Molto schematicamente, si potrebbero ipotizzare due categorie di stress: quello dell’ambiente immediato (spesso consapevole, ma non sempre), e quello della famosa dimensione transgenerazionale, dominata dall’inconscio. Le conseguenze di questo stress sono multiple. La più evidente è l’impossibilità di una gravidanza, che induce a parlare di sterilità, mentre per lo più si tratta solo di un’ipofertilità transitoria, tale da giustificare l’intervento dello psicoterapeuta o dello psicanalista.

II – Il periodo del concepimento
E’ l’inizio della “gravidanza fisica” caratterizzata dall’unione di ovulo e spermatozoo a livello della tuba uterina della donna, qualche ora o qualche giorno dopo l’ovulazione.
Questo periodo è per definizione a rischio, dato che gli embriologi ed i genetisti ci dicono che solo il 25-30% dei concepimenti sfociano in una gravidanza.
Le cause di queste interruzioni precoci sono molteplici e per lo più poco conosciute, dall’anomalia genetica incompatibile con la vita all’aggressione ad opera di agenti infettivi o tossici, passando attraverso tutti gli stress psicologici, consapevoli e non.

In una lettura magistrale in occasione del convegno della “Neonatal Society del 1999”, Victor HAN [4] riferiva che è ormai possibile evidenziare, alla superficie dell’ovulo, i recettori per le IGF1 e IGF2. La loro distribuzione non è la stessa prima e dopo il concepimento, e neanche al momento dell’impianto nella mucosa uterina. Victor HAN riconosce che uno stress materno al momento della fecondazione può modificare l’equilibrio di questi recettori. Estrapolando quest’idea di HAN, un giorno si potrà forse dimostrare l’importanza dei “fattori ambientali” nella qualità della fecondazione e nel proseguimento della gravidanza.

III – Il periodo embrionale
Inizia al momento dell’annidamento nella mucosa uterina e dura fino all’ottava settimana. E’ il periodo in cui si formano tutte le strutture principali, un periodo di massima crescita, perché in meno di due mesi l’essere umano passa dallo stadio monocellulare a quello di embrione di trentun millimetri, con già otto miliardi di cellule.
Per influenza pressoché esclusiva del processo genetico, questo periodo di esplosione cellulare è comunque sensibile all’Ambiente, grazie alla "placenta che alcuni psichiatri, come Michel SOULÉ, considerano parte della triade della gravidanza: madre, feto e placenta”.

Sempre nel corso del medesimo congresso della Neonatal Society, Victor HAN ha ricordato il ruolo essenziale delle IGF2, che è quello di assicurare l’invasione trofoblastica e dunque l’organizzazione della placenta. Ne consegue che uno stress psicologico della madre in questa fase iniziale della gravidanza può modificare l’organizzazione della placenta, provocando quelle manifestazioni vascolari tardive come l’ipertensione arteriosa gravidica, la tossiemia, la pre-eclampsia e il ritardo di crescita intrauterino (R.C.I.U.).

Alcuni autori avevano già insistito sull’importanza di un equilibrio psico-affettivo di qualità, fin dalle prime settimane, ai fini della prevenzione della prematurità e del R.C.I.U. [5]. L’intervento psicoterapeutico e farmacologico precoce consente inoltre di prevenire la tossiemia, l’ipertensione gravidica e il R.C.I.U., evitando precocemente le anomalie del microcircolo placentare, osservate all’esame anatomopatologico delle placente di questi feti [6].

IV – Il periodo fetale
E’ davvero il periodo di crescita e di sviluppo più completo di tutta questa fase perinatale. A partire dalla settima settimana, infatti, appaiono i recettori delle diverse forme di sensorialità e sensibilità, che faranno di quest’organismo dallo sviluppo straordinario un essere umano multipercettivo. E’ così che si organizza un’interazione completa tra il figlio, la madre, il padre e più indirettamente l’ambiente.
A partire dalla settima settimana, fanno la loro comparsa i recettori della sensorialità olfattiva, tattile, vestibolare e infine acustica, consentendo progressivamente al giovane feto di acquisire consapevolezza del proprio ambiente uterino e materno.

Tutti questi stimoli periferici modulano, stabilizzano, differenziano la crescita dei diversi organi che hanno iniziato a svilupparsi nell’embrione. Appaiono poche strutture nuove. La crescita è ancora rapida fino a quindici settimane, mentre l’aumento di peso diventa spettacolare negli ultimi tre mesi della gravidanza.
Senza ritornare sull’organizzazione anatomica e funzionale di queste capacità percettive [2], è importante ricordare che il benessere fetale è reso possibile dal liquido amniotico (L.A.), indispensabile e insostituibile nella qualità dell’interazione madre-figlio e addirittura genitori-feto.
Sono infatti le molecole del L.A. che, a partire dalla settima-ottava settimana, stimolano i numerosi recettori della sensorialità chimica. Inoltre, la modifica delle molecole aromatiche del L.A., sotto l’influsso delle abitudini alimentari o addirittura delle emozioni (di gioia o di stress), consente al giovanissimo feto di partecipare agli stati emotivi della madre: gioia, tristezza, piacere, ma anche angoscia, ansia, stress.

E’ sempre il L.A. che i ricettori cutanei recepiscono, fin dalla decima settimana, come una pelle supplementare, che se ne andrà con la rottura delle acque, prima separazione del figlio dalla madre al momento della nascita. E’ attraverso il L.A. che il feto diventa consapevole del suo ambiente uterino, ma anche della carezza della madre e del padre, in quell’approccio straordinario che è l’aptonomia.
E’ ancora attraverso il L.A. che si trasmettono le vibrazioni sonore che vanno a percuotere gli ossicini uditivi, presenti fin dalla dodicesima settimana, attraverso una membrana timpanica fissata alla cassa del timpano fin dall’undicesima settimana.

E’ sempre nel L.A. che il feto può trovare un suo equilibrio, muoversi, divertirsi consapevolmente, grazie ad un sistema labirintico provvisto di canali semicircolari, che raggiungono la forma e le dimensioni definitive fin dalla… decima settimana di gravidanza.
L’elenco delle competenze del feto è ben lungi dall’essere esaustivo. E’ impossibile, nel corso di un intervento così breve, passarle in rassegna tutte. Ciò che conta è sapere che, durante questo periodo, tutti gli influssi ambientali acquisiscono un’importanza fondamentale nell’organizzazione cerebrale e nella qualità del futuro ometto.

Queste considerazioni valgono sia per le interazioni psico-sensitivo-sensorio-affettive con la madre, sia per le interazioni con il padre ed anche per l’influsso di determinati eventi che si verificano in momenti precisi della gravidanza [2]. Gli studi recenti del gruppo di epidemiologi capeggiato da D.J.P. Barker hanno permesso di dimostrare il contributo di taluni eventi verificatisi nel corso della vita fetale nella comparsa di patologie che si sviluppano in età adulta, come le malattie cardiovascolari, l’ipertensione arteriosa essenziale o altre patologie dell’emostasi [7].

In occasione delle GIORNATE DI NEONATOLOGIA del 1996, un’intera tavola rotonda è stata dedicata all’”importanza dell’imprinting nella biologia dello sviluppo”, consentendo di insistere sia sull’importanza della genetica (e quindi di ciò che è innato), sia sull’importanza dell’ambiente (e quindi di ciò che è acquisito) per la qualità della vita del soggetto [8].

V – Alla nascita
La nascita rappresenta un momento difficile nella vita già lunga di quest’Uomo. Nel giro di qualche ora, infatti, dovrà lasciare e dimenticare quell’utero così dolce e confortevole, fatto di tenerezza, amore, calore e benessere. In pochi minuti, dovrà adattare le sue principali funzioni vitali, passando dalla fisiologia fetale, pressoché acquatica, interamente dipendente dalla madre, alla fisiologia aerea, pressoché autonoma. E’ inevitabile passare in rassegna tutti questi processi di adattamento sensitivi e sensoriali, per meglio capire l’importanza di un ambiente, se non idoneo, se non altro il meno aggressivo possibile.

IL TRAVAGLIO
- La prima ad essere messa alla prova è la sensibilità cutanea superficiale e profonda. Fin dalle prime contrazioni uterine, infatti, il feto percepisce l’aumentata pressione dell’utero. Già nettamente superiore alla pressione atmosferica in condizioni normali, la pressione uterina si accentua in valore e in durata, interessando tutto il corpo fetale, accelerando la presentazione cefalica contro questo collo, progressivamente appiattitosi i giorni precedenti, che ora si dilata grazie al sacco amniotico.

Ben presto, tuttavia, la borsa delle acque si rompe, lasciando fuoriuscire il L.A. E’ la prima separazione, la prima causa di disperazione. Fin dalla decima-dodicesima settimana di gravidanza, infatti, il feto ha percepito il L.A. come una vera e propria seconda pelle. E’ forse il motivo per cui alcuni adulti ricordano una sensazione di scorticamento. Ma non è ancora niente rispetto a ciò che segue. Il travaglio si definisce. Le contrazioni diventano sempre più frequenti, sempre più forti ed efficaci, comprimendo il bacino, facendosi strada come una spinta ondulatoria lungo il rachide, soffocando il torace, impedendo qualsiasi movimento respiratorio, stringendo la scatola cranica che adatta progressivamente la disposizione delle ossa craniche per poter superare il canale vaginale, sempre insufficiente a lasciar passare il diametro normale del cranio di un neonato a termine.

Sottoposto a queste pressioni “terribili”, il feto dimentica per lo più la sensazione cutanea provocata dalla fuoriuscita del L.A. Tutti i suoi sforzi sono concentrati nell’uscire quanto prima da questa prova terribile, da cui si riprende sempre meno bene, nel corso di episodi di calma, durante i quali si può ripristinare una certa circolazione placento-fetale.

Stando alle testimonianze raccolte nel corso di colloqui psicanalitici in età adulta, il feto, che ha l’impressione di dover vincere la madre per poter vivere, è preda di un’angoscia profonda. Questa nozione di “combattimento all’ultimo sangue” per la sopravvivenza non è eccezionale e si spiega con il dramma che può rappresentare il travaglio, ma soprattutto la fase espulsiva.

L’ESPULSIONE rappresenta l’ultima prova.
Prima manifestazione “unificante” perché “massaggia” violentemente TUTTO il corpo, dal bacino al cranio, creando per la prima volta una vera e propria energia cranio-sacrale, di cui sarebbe utile tenere conto alla nascita. Il “massaggio” agisce come una spinta iniziale verso la vita autonoma del corpo, come il tuffatore che tocca il fondo prima di iniziare la risalita. Stimola la scatola cranica e il cervello, risvegliando la forza di spinta ondulatoria del rachide, che prefigura la capacità di raddrizzarsi. Le altre capacità sensoriali sono provvisoriamente sospese prima dell’apertura al mondo aereo. Comprime la gabbia toracica, da cui espurga il muco, in vista della prima inspirazione. Mobilizza i cingoli scapolari (le “clavicole”, le piccole chiavi dell’apertura spirituale!) ed i cingoli pelvici prima della totale libertà di movimento [9].

LA NASCITA è la vittoria!
Appena uscito, il corpo si trova a fare i conti con sensazioni globali del tutto nuove: l’ambiente aereo, la sua temperatura, la gravità, tutte condizioni che, nonostante la loro apparente aggressività, consentiranno al neonato di ricostituire il proprio universo, grazie per l’appunto all’”adattamento sensoriale alla nascita”.

L’adattamento olfattivo e gustativo
E’ sicuramente quello che contribuisce di più alla qualità della nascita, per il suo contributo al benessere sensoriale, affettivo e nutrizionale.
L’adattamento è immediato. Infatti, ancora abituata alle molecole aromatiche in fase liquida, qualche ora prima della nascita, la mucosa nasale si adatta immediatamente alla fase aerea. Guidato dall’odore della pelle e del capezzolo, il neonato striscia letteralmente sul petto della madre, per raggiungere il capezzolo ed assaporare il colostro, la cui analisi chimica rivela la presenza dei medesimi composti volatili che si ritrovano nel liquido amniotico [10-11].

L’adattamento uditivo
Man mano che l’orecchio si sbarazza progressivamente del L.A., il neonato può finalmente sentire ed ascoltare direttamente la dolcezza di tono della voce materna, che gli ripeterà in quel momento le stesse parole affettuose, con quella musicalità nella voce, con quella tonalità cui nessuna voce femminile potrà mai avvicinarsi.

L’adattamento cutaneo
Privata del suo involucro di liquido amniotico, tutta la pelle del neonato riconosce la morbidezza della pelle della madre, delle sue carezze, del suo tocco.
Quest’adattamento cutaneo è probabilmente quello che rischia di risultare più problematico, perché richiede quasi sempre un intervento dall’esterno.
Al momento della nascita, infatti, il neonato inevitabilmente si raffredda, passando da un ambiente intrauterino a 38° alla temperatura della sala parto, che di solito è di 25-26° centigradi. A quest’inevitabile raffreddamento, bisogna aggiungere quello provocato dall’evaporazione del liquido amniotico, contro cui si dovrà lottare con un’inevitabile asciugatura. Quest’asciugatura dovrà essere quanto più morbida possibile, per rispettare, nei limiti di quanto consentito, quest’iperestesia cutanea fisiologica, per quanto attenuata dal trauma della nascita.

L’adattamento vestibolare
E' più complesso per i numerosi stimoli provocati dalla minor pressione circostante, dalla comparsa della gravità e soprattutto dalle numerose manipolazioni che il neonato dovrà subire.
E’ presumibile che, come avviene “in utero” quando la madre cambia rapidamente posizione, il sistema labirintico sia “neutralizzato”, per ritornare a funzionare solo durante il riposo beato sul seno materno, che gli consente di ritrovare quel dolce “comfort spaziale” cui era abituato prima di quella terribile prova.

Sulla base di quanto sopra esposto, ci si rende conto che, anche nel corso di un parto normale, senza alcun intervento manuale o strumentale, il semplice rispetto della fisiologia del parto consente al neonato di riconoscere la madre, di ricostituire davvero il suo universo sensoriale ed affettivo, in modo da accedere alla nuova vita aerea senza traumi, senza passare obbligatoriamente dal “pianto” del neonato, troppo a lungo considerato la prima manifestazione di vita, necessaria per l’instaurarsi della capacità residua funzionale.

Per troppo tempo obnubilati da questo pianto, considerato un grido di vittoria e di vita, ostetrici, levatrici e pediatri si sono creduti costretti ad intervenire manualmente ed addirittura strumentalmente, per facilitare (questo almeno è quello che credevano) questa prima inspirazione, in modo da evitare la sofferenza neonatale.

Non ho abbastanza tempo per riferire in questa sede tutte le testimonianze di adulti che sono riusciti ad istituire un collegamento tra una sintomatologia di cui soffrono da tempo e i motivi di questo grido alla nascita, il dolore provocato da gesti spesso semplici e banali per l’ostetrica o il pediatra, che si occupa del neonato ancor prima di pensare di affidarlo alla madre.

E’ così che assumono un carattere aggressivo interventi che l’adulto, nella sua ignoranza, considera a fin di bene: una luce accecante per il neonato abituato all’oscurità, un ambiente sonoro che diventa un baccano spaventoso nell’ascoltare fuori dal grembo materno, un’aspirazione nasale o boccale, un’asciugatura intempestiva, una maschera che “asfissia” il neonato più di quanto non lo aiuti a respirare, senza parlare dell’intubazione, del posizionamento di un catetere, delle sculacciate, delle manipolazioni a testa in giù… e soprattutto dell’assenza della MADRE!

Dov’è questa madre che non può riconoscere, perché ne è stato separato, per il presunto benessere del neonato, per “rianimarlo”, termine sicuramente fuori luogo nelle nascite normali, perché il bambino vittorioso ha dimostrato a tutti che sapeva condurre da solo quella grande lotta? Ha semplicemente bisogno di calore, di dolcezza, di tenerezza, di protezione, di una pelle umida, di suoni smorzati, di una luce soffusa.
In queste condizioni, tra padre, madre e figlio si instaura un vero e proprio dialogo psicosensoriale ed affettivo.

L’adattamento sensoriale alla nascita rappresenta pertanto una tappa fondamentale dell’adattamento, forse meno spettacolare dell’adattamento polmonare o circolatorio, ma comunque essenziale a garantire la qualità della nascita in quell’istante, ma anche l’equilibrio psicoaffettivo del resto della vita. Per anni, ho sostenuto intuitivamente che la separazione del bambino dalla madre alla nascita era responsabile del 50% della patologia neonatale. La migliore conoscenza delle realtà fisiologiche di questo momento difficile mi induce a pensare che è proprio allora, grazie a tutte le proprie capacità percettive, che si organizza l’integrazione dell’unità corporea.

Tutte le prove fisiche e psicoaffettive della nascita acquisiscono un valore costruttivo a partire dal momento in cui il bambino può ritrovare la madre, che è l’unica che possa cancellare quest’angoscia indescrivibile, prossima all’Abbandono.
E’ per l’appunto quanto hanno dimostrato i numerosi lavori sulle conseguenze della “sofferenza” perinatale.
In una notevole rassegna generale, l’ANAND cita i lavori che dimostrano le conseguenze cerebrali di questa sofferenza [12]. Questa sofferenza può essere classificata in sofferenza da ipostimolazione, come nel caso della separazione del figlio dalla madre alla nascita (o abbandono), e sofferenza da iperstimolazione, come il dolore fisico o la permanenza in un’unità di cura intensiva.

Ognuna di queste categorie si ripercuote sul cervello e finisce con l’aggravare i danni di una sofferenza perinatale. I dolori come le iniezioni, l’intubazione, la permanenza nell’unità di cura intensiva non fanno altro che accentuare la cascata eccito-tossica, che a sua volta provoca l’aggravarsi dell’apoptosi cerebrale, modificando la struttura e la funzione di recettori come i recettori NMDA. La separazione dalla madre si traduce in una diminuzione degli stimoli sensoriali ed affettivi, con una conseguente diminuzione dell’attività dei recettori NMDA e un ulteriore aumento dell’apoptosi.

Il cervello del neonato ha sicuramente una plasticità notevole, ma è proprio questa plasticità che lo rende più vulnerabile alla sofferenza non protetta [12]. E’ comunque questa plasticità che, grazie a stimolazioni appropriate, in particolare l’amore della madre, gli consente di superare questi inconvenienti [13].
Ogni tappa della gravidanza è quindi il risultato di un equilibrio armonioso tra l’amore dei genitori e la molteplicità infinita degli stress ambientali, consapevoli e non, fin dalla prima tappa, cioè dal “desiderio di un figlio”.
L’importante è che i genitori, principali autori di questa vita, non cerchino di fare del figlio un essere eccezionale, un genio, secondo criteri che cambiano da una civiltà all’altra, da un’epoca all’altra, da un paese all’altro.

Devono fare in modo che quest’essere umano in evoluzione sia il più felice possibile nell’ambiente meraviglioso del nostro vecchio pianeta. Avendo vissuto in totale unione con la madre, per lunghe settimane e per lunghi mesi, quest’essere in evoluzione ha sicuramente capito che il dono più bello che ha potuto ricevere dai genitori durante il suo soggiorno intrauterino, durante questi nove mesi che saranno sicuramente il periodo più bello della sua missione terrestre, non è altro che “l’Amore”, l’amore totale, incondizionato, all’origine di questa vita che sarà esattamente ad immagine della sua qualità creatrice. A tutti i genitori del mondo, il più bel messaggio che si possa dare è:
“Amarlo prima che nasca” [14]
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DIVENTARE GENITORI E DIVENTARE FIGLI CON LA PROCREAZIONE MEDICALMENTE ASSISTITA (PMA)
di MANUELA CECOTTI, Psicologa e pedagogista, Ph.D in medicina materno-infantile e pediatria dello sviluppo, Università degli Studi di Trieste

Riassunto: Il presente intervento assume come presupposto l'idea che la condizione di infertilità di una coppia conduca i suoi membri a vivere esperienze psicologiche, relazionali e sociali molto complesse. Come vengano trasferiti ed elaborati i problemi relativi agli aspetti psicologici, sessuali e relazionali legati alle difficoltà procreative ed alla PMA nell'ambito dell'assunzione della genitorialità e dei rapporti con i figli nati, è un quesito che non ha ancora trovato risposte univoche. Un gruppo di famiglie sorte a seguito di procedure di PMA è stato posto a confronto con un gruppo di famiglie sorte senza interventi medici. E' stato somministrato un questionario volto ad individuare eventuali aspetti che rivelino situazioni di difficoltà emotiva in adulti e bambini.

Mentre la crescita fisica dei bambini e gli atteggiamenti parentali dei genitori risultano pressoché uguali nei due gruppi, il rapporto dei bambini con il cibo ed il riconoscimento da parte dei genitori delle dimensioni emotive negative nei figli presentano differenze. Anche le aspettative di padri e madri nei confronti dei figli risultano differenti nei due gruppi.
Sono stati infine individuati alcuni elementi per la prevenzione del disagio in questo settore di intervento medico dai forti risvolti psicologici, al fine di progettare piani di consulenza e di supporto psicologico adeguati nell'ambito dei protocolli di PMA.

1. Premessa
La presente ricerca si inserisce nel quadro delle indagini volte ad individuare eventuali fattori di rischio di ordine psicologico in quelle categorie di bambini che si trovano a vivere situazioni considerate particolari.
La costituzione di nuclei familiari attraverso l’utilizzo di tecnologie riproduttive può porre dei quesiti in questo senso, nella misura in cui i rapporti tra fecondità e concepimento vengono ad assumere caratteristiche diverse rispetto a quelle naturali. Il ricorso alle tecnologie, infatti, prevede che altri e nuovi elementi entrino in gioco nel processo di procreazione e che questo evento non sia più un fatto di esclusiva "proprietà riservata" della coppia di genitori.
Il termine genitorialità rimanda ad una serie di temi complessi che vanno dalla rappresentazione di sé in relazione con le immagini interne di padre e di madre, alla costruzione della rappresentazione del proprio figlio e della relazione con lui.

La genitorialità può essere investita di molti significati. Questa esperienza può essere considerata come la realizzazione ultima della propria identità di genere, come l'opportunità per una sorta di rinascita indiretta attraverso il figlio, come una seconda chance nella vita, come occasione per capovolgere, sfidare, modificare ruoli sperimentati con i propri genitori (Bydlowski, 1997).
La caratteristica più importante dell'essere genitori è quella di fornire una base sicura (Bowlby, 1988), da cui il bambino possa partire per incontrare il mondo esterno ed a cui egli possa ritornare sapendo che sarà nutrito, confortato, rassicurato. La funzione genitoriale si estrinseca quindi nella capacità di prendersi cura dei figli e di dare loro sostegno e contenimento sia fisici che mentali.

Secondo i dati più recenti l'infertilità colpisce circa il 15% delle coppie in età riproduttiva, di qui il sempre più frequente intervento da parte della medicina della riproduzione nella sfera della genitorialità. Questo fatto suscita attualmente l'attenzione di molte discipline, dalla sociologia alla psicologia, dalla bioetica alla giurisprudenza, avendo connessioni ed interrelazioni con dimensioni socio-culturali oltre che bio-tecnologiche (Flamigni, 1998).
E' possibile affermare che oggi indicativamente un bambino ogni cento è nato a seguito di tecniche di Procreazione Medicalmente Assistita (PMA) (Ferraretti, 2002; Hahn, 2001) e questo aspetto assume un'importanza che non va sottovalutata per le implicazioni possibili sulle generazioni future.

Attualmente per i bambini nati da PMA non è previsto alcun follow-up, rendendo pertanto impossibile l'effettuazione di studi epidemiologici in merito. Poche ricerche sono riuscite a monitorare lo sviluppo di gruppi numerosi di soggetti. Potrebbe essere invece importante poter seguire longitudinalmente il percorso di crescita dei bambini nati da PMA, per valutare, al di là di affermazioni etiche di principio, quale sia concretamente l'impatto psicologico sui nati (in particolare in merito agli effetti sullo sviluppo della personalità e dell'identità) non solo a breve, ma anche a lungo termine. La PMA, infatti, incidendo sulle basi biologiche dell'identità del bambino, porta con sé il potere di introdursi nel sistema simbolico del nascere, dell'essere figlio e dell'essere genitore. In tal senso sollecita numerosi interrogativi sulle conseguenze delle discontinuità introdotte e della frammentazione provocata tra funzioni, ruoli ed appartenenze genetiche.

2. I bambini nati da Procreazione Medicalmente Assistita
Le gravidanze ed i bambini nati da PMA sono dunque una realtà sempre più frequente e sempre meno eccezionale. Come affermato anche recentemente da diversi ricercatori (Olivennes, 2002; Van Steirteghem, 2002), dalla prima nascita a seguito di fertilizzazione in vitro, a fronte di una gran quantità di pubblicazioni in merito agli aspetti tecnici dei protocolli di PMA, pochi sono stati, in proporzione, gli studi indirizzati a valutare le conseguenze perinatali delle gravidanze e lo sviluppo ed il benessere dei bambini nati. Le gravidanze e le nascite derivate da PMA sono spesso caratterizzate da alcuni aspetti problematici, che meritano particolare attenzione in quanto possono incidere significativamente sullo stato di salute di donne e bambini. Prematurità, basso peso alla nascita, parti plurigemellari e mortalità perinatale si sono rivelate più frequenti nei casi di PMA. Secondo gli Autori sarebbe necessario seguire sempre, e con maggiore attenzione, l'evoluzione e la crescita dei bambini nati, in quanto essi si rivelano esposti ad un maggiore rischio di complicanze.

E' oggi comunque reperibile un buon numero di ricerche che analizzano anche variabili prettamente psicologiche, relative allo sviluppo dei bambini nati dalle diverse pratiche riproduttive e delle relazioni che si vengono a costruire nell'ambito delle famiglie sorte a seguito di interventi procreativi. In particolare alcuni autori hanno approfondito alcuni interessanti aspetti. Ne riporteremo qui i principali.
S. Golombok e colleghi dal 1995 hanno affrontato sia il tema della qualità delle relazioni familiari, sia quello dello sviluppo sociale ed emotivo dei bambini nati a seguito di diverse tecniche di PMA in età compresa tra i 4 e gli 8 anni. Gli Autori, che hanno svolto le loro ricerche a livello europeo, hanno posto a confronto bambini nati attraverso interventi di PMA con bambini concepiti spontaneamente e con bambini adottati, giungendo alla conclusione che il metodo di concepimento non sembra avere un impatto negativo né sulle relazioni familiari né sullo sviluppo nelle sue diverse dimensioni.

Una ricerca del 1998, effettuata in Israele da R. Levy-Shiff e colleghi e svolta con bambini di 9-10 anni, conferma la mancanza di differenze significative tra figli concepiti artificialmente e quelli nati a seguito di concepimento spontaneo per quanto riguarda lo sviluppo fisico, neurologico e cognitivo, mentre rileva difficoltà maggiori da parte dei bambini del gruppo sperimentale per quanto riguarda l’adattamento socioemotivo in ambito scolastico e per ciò che concerne le dimensioni dell’ansia, dell’aggressività e della depressione. I fattori di rischio sembrerebbero dunque investire la sfera emotiva, soprattutto nei bambini di sesso maschile e nei figli dei genitori più anziani.

Una delle rare ricerche italiane in questo settore, avviata a Reggio Emilia dall'equipe del dr. G.B. La Sala nel 1998, indica come emergano alcuni aspetti critici nelle dimensioni più simboliche della genitorialità, quali una maggiore difficoltà nel passaggio dal bambino ideale al bambino reale nella relazione con il figlio nato. Tali aspetti, se pure non direttamente "rischiosi", possono però considerarsi degni di attenzione nel corso della costruzione e dello sviluppo dei rapporti genitoriali e filiali.

3. Obiettivi della ricerca
La ricerca presentata è volta ad individuare eventuali aspetti che rivelino situazioni di difficoltà emotiva in adulti e bambini all'interno di un gruppo di famiglie sorte a seguito di procedure di PMA, poste a confronto con famiglie formatesi senza interventi medici.
Dal punto di vista sperimentale, un problema che si può rilevare nella maggior parte delle ricerche, è la formazione dei gruppi indagati, non sempre omogenei per quanto riguarda le caratteristiche dei bambini nati (vengono riuniti anche i casi di gemellarità, prematurità, basso peso alla nascita), né per ciò che concerne le tecniche di fecondazione prese in esame (inseminazione omologa o eterologa, fecondazione in utero o in vitro). Si è voluto pertanto definire in maniera molto puntuale il campione di famiglie, in modo tale da evitare le possibili interferenze dovute a variabili che non fossero comuni.
Un ulteriore obiettivo del lavoro è stata l'individuazione di elementi per la prevenzione del disagio in questo settore di intervento medico dai forti risvolti psicologici, al fine di progettare piani di consulenza e di supporto adeguati nell'ambito dei protocolli di PMA.

4. Soggetti
Il campione PMA ed il gruppo di controllo sono stati selezionati in base alle caratteristiche dei bambini, in modo tale da formare 2 gruppi il più possibile omogenei, tali da potersi differenziare esclusivamente per la modalità di fecondazione adottata e senza interferenze di rischio dovute ad aspetti particolari potenzialmente connessi alla PMA (prematurità, parti cesarei, gemellarità), concordando con le critiche metodologiche mosse alle ricerche dei primi anni da Hahn e colleghi (2001).
Al termine della selezione il campione preso in esame ed oggetto di analisi, risulta così composto:



I bambini sono tutti primogeniti e singoli nati.
Poiché l'età è una caratteristica che incide nel costituire differenze, si è cercato di rendere il più possibile omogenee anche le età di tutti i gruppi di soggetti coinvolti. Ciò nonostante c'è una differenza di 5 anni nella media delle età delle madri, mentre i padri sono sostanzialmente coetanei. Le età dei bambini si corrispondono.



Il Gruppo PMA è costituito da coppie che hanno procreato attraverso tecniche di Procreazione Medicalmente Assistita (PMA). Le schede relative al percorso del concepimento fanno riferimento ai seguenti tipi di tecniche:



Non sono presenti casi di donazione di seme, né di ovodonazione.
Il Gruppo di Controllo è stato costruito in modo corrispondente al gruppo PMA; sono state considerate le seguenti caratteristiche dei bambini:

Altre caratteristiche del campione:
- Area geografica di residenza: Triveneto.
- Livello di scolarità e status socioeconomico dei genitori dei 2 gruppi sono omogenei (scuola superiore ed impiego medio).

5. Strumenti e metodo
Per ciò che concerne i contenuti della ricerca, si sono volute approfondire alcune dimensioni simboliche della genitorialità. In particolare si sono indagate le diverse rappresentazioni che i genitori possiedono dei figli (ideale, reale), gli atteggiamenti e le descrizioni che essi portano dei bambini che hanno generato. Questi aspetti, che non sempre vengono indagati come di prioritaria importanza, si ritiene possano essere utili indicatori di disagi a livello profondo rispetto al divenire genitori ed al riconoscersi figli. Le rappresentazioni, infatti, possono essere considerate l'integrazione tra gli elementi percepiti ed elaborati mentalmente secondo Gestalt soggettive, e le fantasie consce e inconsce arricchite affettivamente (Brustia Rutto, 1996).
Si è deciso di affrontare questa complessa tematica analizzando alcuni aspetti relativi alla costruzione e allo sviluppo dei rapporti genitoriali e filiali attraverso i dati ricavati da un questionario così strutturato:



6. Analisi dei dati e risultati emersi
I risultati ricavati dall'elaborazione dei dati raccolti, pur presentando i limiti dei campioni poco numerosi, offrono comunque un panorama piuttosto articolato della tematica affrontata. Porteremo in questa sede una breve sintesi degli elementi di maggiore rilievo.
Per quanto riguarda i bambini, possiamo dire che i dati raccolti indirettamente attraverso la compilazione della scheda relativa alla nascita, alla crescita ed allo sviluppo sociale ed emotivo, ci offrono un panorama positivo, in sintonia con la maggior parte delle ricerche della letteratura corrente. Dal punto di vista della salute e della crescita generale le procedure di PMA non sembrano avere incidenza, dato che, se paragonati a coetanei aventi le medesime caratteristiche perinatali, questi bambini stanno bene.
Le differenze cominciano ad emergere in alcuni ambiti di più profondo riferimento psicologico:
- l'inserimento sociale: nel gruppo PMA sono più numerosi i bambini che non frequentano strutture preposte all'educazione dei più piccoli, come gli asili nido (39% rispetto al 4%);
- il rapporto con il cibo: quasi la metà dei genitori del gruppo PMA dichiara che il proprio figlio ha un difficile rapporto con il cibo, sono cioè più numerosi i bambini che "non vogliono mangiare" (48% rispetto al 4%);
- il riconoscimento da parte dei genitori delle dimensioni emotive negative nei figli: nel gruppo PMA sono più numerosi i bambini che vengono descritti come "mai tristi" (43% rispetto al 9%).
Se il primo di questi elementi può non risultare particolarmente problematico, dato che i nidi sono dei servizi ancora piuttosto "nuovi" nella cultura locale, gli altri due dati ci fanno riflettere.

Il rapporto con il cibo, infatti, se da un lato ha valenze alimentari, dall'altro ne ha di importanti dal punto di vista dell'essere genitori e dell'essere figli. Nel nutrire ed essere nutriti è in gioco la possibilità di poter dare e poter ricevere, di saper offrire e di saper accettare sia cibo che relazione. E' in questa direzione che sembra individuarsi più che un esplicito fattore di rischio, una "potenzialità al rischio", qualora la dimensione generativa e quella di accudimento non vengano sufficientemente differenziate ed il “non poter generare” si sovrapponga al “non poter nutrire”.

Per ciò che riguarda la difficoltà, che sembra emergere nei genitori, di venire a contatto con gli aspetti negativi dell'emotività dei figli, questa sembra indicare un utilizzo consistente, da parte delle coppie PMA, della negazione come sistema di difesa. Una sorta di idealizzazione del bambino, a scapito di un contatto diretto con il bambino reale, sembra permeare il rapporto genitoriale anche dopo i primi anni di vita del figlio. E' probabilmente difficile venire a patti con il fatto che il bambino tanto desiderato, quello di cui si osservano solo i lati positivi (come emerge evidente nelle risposte relative alla descrizione del figlio) possa vivere emozioni come la tristezza, dimensione depressiva e nostalgica che, forse, riporta alla mente fantasmi che si credevano ormai scomparsi. Ed è probabilmente difficile sostenere il carico emotivo di questi momenti. La fatica degli adulti nel prendere diretto contatto con la realtà, anche per i suoi aspetti negativi e di difficoltà emotiva, potrebbe rendere più difficoltoso per loro il contenimento e per i bambini il processo di crescita.

Per quanto riguarda gli adulti, l'esperienza di diventare genitori viene presentata come altamente appagante da parte di tutti. Sono numerosi i riferimenti alla soddisfazione che procreare ha portato alle coppie: dalla gravidanza, alla nascita, all'accudimento. Per coloro che hanno attraversato l'esperienza della PMA il concepimento è stato vissuto come un traguardo faticosamente raggiunto ed il ricordo di quella fatica è ancora molto vivo e presente anche a più di 5 anni di distanza dalla nascita del figlio, soprattutto nelle madri.

Gli atteggiamenti parentali, misurati con il Parental Attitude Research Instrument (1986), presentano una sostanziale corrispondenza delle madri tra loro e dei padri tra loro nei 2 gruppi analizzati. Pertanto possiamo dire che non ci sono atteggiamenti che spiccano come caratteristici e distintivi nei genitori che hanno fatto ricorso a tecniche di PMA. Questo ci porta a ritenere che ciò che padri e madri reputano cruciale nel loro ruolo genitoriale abbia una sostanziale omogeneità, indipendentemente dalla capacità procreativa di cui essi dispongono.
Le scale di atteggiamento, invece, discriminano alcune peculiarità relative al gruppo PMA.

In particolare, nelle madri prevale un'attribuzione di non importanza per il fatto che il figlio "cerchi di affermarsi", e questo in misura più marcata rispetto alle madri del gruppo di controllo. Queste ultime, invece, reputano la "docilità" la caratteristica meno importante per i loro figli. Per le madri PMA, inoltre, che il bambino sia "obbediente" è considerato più importante che per le madri del gruppo di controllo. Questi dati sembrano indicare, nelle madri PMA, aspettative maggiori di accettazione del genitore da parte del figlio ed una maggiore necessità di controllo nei confronti del figlio da parte del genitore.

Per quanto riguarda i padri, infine, essi sembrano differire di più tra i 2 gruppi. Nel gruppo PMA, infatti, le caratteristiche del figlio: "che non si scoraggi di fronte alle difficoltà" e "che sia socievole" hanno dei valori di importanza molto inferiori rispetto quelli del gruppo di controllo. E' come se questi padri desiderassero una minore esposizione sociale da parte dei figli, rispetto alla quale, peraltro, si sentono anche meno influenti rispetto ai padri del gruppo di controllo.

7. Riflessioni finali
I dati emersi e le riflessioni effettuate a seguito del presente lavoro di ricerca, che andrebbe esteso a campioni più vasti per poter effettuare qualche generalizzazione, portano comunque ad identificare nelle dimensioni psicologiche più profonde quali la costruzione dell'identità del figlio come separato, la presa di contatto con le emozioni negative, la possibile riparazione delle ferite ed elaborazione del lutto della sterilità, il senso della gratitudine, gli elementi di attenzione intorno ai quali potrebbe essere utile un supporto psicologico alle coppie, anche dopo che il successo di una nascita le ha portate fuori dai circuiti di cura.

Inoltre, un aiuto affinché la capacità genitoriale, che si identifica nell'allevare e far crescere il figlio, possa chiaramente essere distinta e separata dalla capacità riproduttiva, potrebbe far sì che i normali problemi della prima non vengano alterati da quelli, non sempre risolti, della seconda.
Le difficoltà incontrate nel lungo e difficile percorso della procreazione assistita necessitano infatti di un’altrettanto lunga elaborazione per lasciare spazio al complesso cammino della genitorialità e per permettere alla filiazione di svilupparsi.

A questo lavoro di ricerca si è unita una cooperazione di assistenza psicologica su due versanti: a) nell'ambito dei corsi di psicoprofilassi al parto dell'Istituto "Burlo Garofolo" di Trieste, consistente in Colloqui rivolti alle donne in gravidanza ed alle coppie, precedenti la formazione dei gruppi di preparazione al parto, in collaborazione con le psicologhe del servizio; b) nella presentazione di un progetto di Consulenza e supporto per le coppie con problemi di infertilità e sterilità e per le coppie inserite nei protocolli di PMA. Di tale progetto è stata realizzata la fase di avvio presso la Clinica di Ostetricia e Ginecologia del medesimo Istituto.

Le conclusioni che possiamo trarre a questo punto riguardano soprattutto l'ipotesi che, attraverso una buona collaborazione tra professionisti di diverse discipline e la presenza di psicologi come parte integrante delle attività mediche della riproduzione, si possano offrire opportunità significative per una migliore comprensione dei casi, per la ricerca delle soluzioni di volta in volta più adatte all'interno dei percorsi delle coppie e per una prevenzione dei disturbi nella costruzione delle funzioni genitoriali.
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STRESS E PRENATALITA’:
FATTORI DI RISCHIO E NECESSITÀ DI PREVENZIONE

di Gino Soldera e Silvia Da Re


Riassunto: Le numerose ricerche effettuate in ambito prenatale dimostrano che l’ambiente uterino non è mai un ambiente neutro per il nascituro, essendo in grado di esercitare un’influenza decisiva sullo sviluppo di malattie croniche che si manifestano nella vita adulta. Infatti il feto, oltre ad interagire con la madre sul piano senso – percettivo, risulta attivato dalle modificazioni ormonali e metaboliche materne. Il ruolo della Psicologia e dell’Educazione Prenatale è quello di tutelare il benessere della coppia genitoriale e del concepito, attraverso interventi di prevenzione e di iniziative volte a promuovere la salute e il benessere.

Introduzione
La vita è cambiamento e gli avvenimenti esistenziali contribuiscono a tale cambiamento e ne scandiscono il ritmo. Gli eventi della vita quotidiana o gli importanti accadimenti che caratterizzano la storia degli individui, contribuiscono allo “sforzo” di adattamento dell’uomo all’ambiente psicosociale nel quale interagisce. Il termine stress, infatti, deriva dall’inglese e significa “sforzo, spinta, tensione, peso, fatica”.
Sappiamo che stimoli stressanti possono indurre risposte quantitativamente e qualitativamente diverse da individuo a individuo, e possono essere modificati dalle caratteristiche ambientali. La reazione - molto complessa - di un individuo allo stress è determinata dal significato cognitivo ed emotivo che egli attribuisce agli eventi stressanti e coinvolge l’organismo nella sua interezza.
Dopo una breve definizione dello stress analizzeremo le sue conseguenze per la madre in gravidanza e per il suo bambino ed, infine, presenteremo la necessità di sviluppare una prevenzione contro i fattori di rischio nell'ambito prenatale.

Lo stress e le sue conseguenze nell’organismo
Ippocrate, nel II sec. aC., aveva descritto come la malattia fosse la coesistenza della sofferenza (pathos) con il lavoro/fatica (ponos), ed il corpo dovesse combattere (“adattarsi”) al fine di ristabilire un equilibrio. Molto tempo dopo, ritroviamo il concetto di equilibrio o meglio di “omeostasi” negli studi del neurologo Walter Cannon1, teorico del meccanismo di reazione innata nell’uomo e negli animali definito come “Fight or Flight”, cioè di attacco o fuga, che comporta la liberazione di un potente neurotrasmettitore, la noradrenalina, da parte della midollare della ghiandola surrenale.

Fu Hans Selye2, uno dei principali teorici dello stress, che negli anni ‘30 estese le osservazioni di Cannon, ed in alternativa all’esistente approccio allo stress secondo la teoria “stimolo – risposta”, introdusse il nuovo concetto di “fattori di stress”. Alla base di questo assunto c’era l’ipotesi che lo stress non fosse scatenato da cause interne oppure esterne all’organismo, ma da un’insieme di fattori (fisici, biologici, psichici, ambientali…), condizionati dalla capacità di adattamento dell’individuo (coping) che a sua volta dipende dal livello di attivazione emozionale (arousal) e dai processi fisiologici che la interfacciano.

Dopo una serie di studi che durarono più di vent’anni Selye definì lo stress come una risposta non specifica dell’organismo ad ogni richiesta effettuata su di esso. Selye formulò la teoria della Sindrome Generale d’Adattamento [GAS], includendo come parte del sistema di reazione allo stress a carico del corpo, l’attività dell’ipofisi a cui attribuì il controllo della corteccia surrenalica, responsabile della secrezione ormonale. Nella GAS, egli distingue tre precise fasi consequenziali che sono:
1. fase di reazione agli stressor, in cui si sviluppa la reazione di allarme,
2. fase di resistenza, in cui le difese allertate sono in un equilibrio precario,
3. fase di esaurimento, collasso delle difese in cui l’organismo si arrende al perdurare dello stress.

Evidenziò, inoltre, due diverse tipologie di stress: l’Eustress, da intendersi come quantità e qualità di stress funzionali ad un rendimento performante dell’individuo; il Distress, presente quando una persona non è in grado di reagire efficacemente agli stimoli stressanti di fronte alle quali reagisce con sentimenti d’inadeguatezza e disautostima. Selye, nella sua opera, sottolinea come lo stress sia fondamentale per la sopravvivenza dell’individuo, tanto che paragona la risposta del corpo allo stress, ad “un aeroplano pronto per il decollo”3 in cui virtualmente tutti i sistemi corporei (il cuore, i vasi sanguigni, il sistema immunitario, i polmoni, il sistema digestivo, gli organi sensoriali e il cervello), si modificano (stato di allerta) per venire a contatto con il pericolo percepito.

Oggi sappiamo che le persone reagiscono agli eventi psicosociali con modificazioni dell’omeostasi fisiologica interna, a livello del Sistema Endocrino e del Sistema Immunitario, oltre che con reazioni di tipo comportamentale. Queste modificazioni, innescate dall’attivazione emozionale indotta da una valutazione cognitiva (valutazione dello stimolo), hanno un significato adattivo, utile alla conservazione dell’individuo e della specie. Per questo è importante, nell’ambito della ricerca, porre l’attenzione alle caratteristiche temporali e quantitative di eventi significativi in relazione con la capacità di gestione della persona (coping)8.
Va ricordato che l’intensità della reazione e le sue conseguenze psicosomatiche dipendono, sia dal significato o peso sociale dell’evento, che dal significato personale o peso individuale dell’evento stesso (Figura 1).

Figura 1. Evento stressante e reazione psico - biologica



Da Pancheri (1979), modificata

La risposta dell’individuo allo stress, sia esso acuto o cronico, sollecita una reazione dell’organismo che comporta le modificazioni fisiologiche a livello del Sistema Nervoso Centrale (SNC), del Sistema Vegetativo (SNV) e del Sistema Endocrino (SE) (Figura 2). Viene quindi coinvolto un complesso equilibrio omeostatico di base dell’organismo, che rigurda le così dette funzioni volontarie, mediate dal sistema cerebrospinale e muscoloscheletrico, e le funzioni autonome mediate dal SNV e dal SE.


Figura 2. Sistemi biologici effettori dello stress (Da Pancheri (1988), modificata)9

Gli effetti dello stress acuto potrebbero essere maggiormente comprensibili se ci immaginiamo di fronte ad uno stimolo che induce istintivamente al meccanismo “attacco o fuga” (ad esempio un animale feroce). Avvenuta la valutazione cognitiva dello stimolo (novità, minaccia, riconoscimento, etc.), a cui segue l'attivazione emozionale attraverso circuiti limbici differenziati in funzione del tipo di stimolo, il sistema HPA asse Ipotalamo – Ipofisi – Surrene, si attiva immediatamente.

Lo stress cronico sopprime la funzionalità del SI dal momento che un suo annullamento (causata da infezioni, virus, ecc…) dà una risposta stress – simile con produzione di ACTH e di Cortisolo. L’esposizione ad alti livelli di cortisolo riduce la sensibilità dei suoi recettori specifici ed altera il meccanismo di feedback e il ritmo circadiano del CFR e dell’ACTH. Spesso sono visibili delle lesioni a livello dell’ippocampo, dovute a ipercortisolemia15. Le risorse fisiologiche del SI, impegnate durante la reazione allo stress, possono lasciare l’organismo indifeso dalle infezioni. Nello stress cronico l’individuo rischia di essere più a rischio di infezioni, di disturbi legati al SI come eczemi, lupus eritematoso, artrite reumatoide ed essere più sensibile all’attacco dei virus. Inoltre, i livelli costantemente alti di cortisolo e catecolamine porterebbero a squilibri nel metabolismo glucidico e lipidico e a lesioni a carico delle coronarie, favorendo sia la formazione della placca aterosclerotica, sia l'ipertensione arteriosa.

Lo stress acuto invece sembrerebbe favorire gli attacchi ischemici. In particolare per le donne, la riduzione di estrogeni che segue all’attivazione prolungata dell’organismo, è importante per la salute del cuore. Per quanto riguarda l’apparato gastrointestinale gli effetti dello stress cronico sono ormai da tempo riconosciuti; il rischio è quello di sviluppare malattie quali:la sindrome del colon irritabile, l’ulcera peptica, gastriti, infiammazioni all’intestino13. Sul piano psicologico, si riconoscono il Disturbo Post Traumatico da Stress - come sindrome specifica dello stress - ansia e depressione. Ma anche i disturbi alimentari, il diabete, i disturbi del sonno, disturbi cognitivi e disordini specifici dell’apparato riproduttivo sono sindromi in correlazione con lo stress.

La reazione dell’organismo ad una situazione di stress ci dimostra come la dinamicità, caratteristica fondamentale dell’uomo, si realizzi in un “sistema aperto” di interazione tra più funzioni organiche, mediate da una valutazione cognitiva e significate da un’ampia gamma di emozioni. Questa reazione dell’organismo alla situazione di stress, come ha evidenziato la ricerca più recente, è in grado di indurre una risposta PsicoNeuroImmunoEndocrina attiva con profonde implicazioni strutturali e funzionali già nella vita intrauterina che poi perdura, quasi interamente, fino alla morte.

Gli effetti dello stress nella madre e nel bambino durante la gestazione
Abbiamo visto come lo stato emotivo in cui viviamo determina delle modificazioni che inducono particolari risposte biologiche, in grado di modificare nel tempo le funzioni vitali al di fuori della nostra capacità percettiva. Lo stato di gravidanza, in particolare, introduce vari fattori di stress inducenti risposte di adattamento e difesa dell’organismo. Un eccessivo carico di stress emotivo materno tende a coinvolgere sul piano psicosomatico sia il feto che il neonato disturbando la futura relazione madre – bambino. Molto probabilmente il feto, oltre ad interagire con la madre sul piano senso – percettivo, risulta attivato dalle modificazioni ormonali materne16.

Grazie agli studi e alle ricerche effettuati nell’ambito della prenatalità, oggi siamo a conoscenza delle abilità oltre che delle potenzialità del feto . Sappiamo che la trasmissione degli stati emotivi della madre al feto avviene in stretta relazione con il progressivo organizzarsi e differenziarsi del sistema nervoso fetale. Il flusso ininterrotto di stimoli che raggiungeranno il feto contribuiranno all’ulteriore maturazione delle strutture nervose in crescita, sviluppandone le capacità. Il feto si apre quindi al mondo esterno, fa esperienza ed inizia una fase di apprendimento e di ritenzione delle esperienze vissute. Il concetto di apprendimento in utero è un presupposto fondamentale per poter comprendere gli effetti dello stress in gravidanza ed i relativi correlati comportamentali che seguiranno durante lo sviluppo neonatale ed infantile.

Gli studi longitudinali di L. Sontag, eseguiti a partire dagli anni quaranta, hanno rilevato che i bambini che nel periodo fetale avevano dato segni di iperattività e di sofferenza, a causa dello stress vissuto dalla madre, durante l’infanzia si erano dimostrati più paurosi, più timidi e riservati degli altri e tendevano a piangere tanto da sembrare ammalati20.
Una ricerca di Lou e coll. sugli effetti neurologici dello stress prenatale ha dimostrato che esiste una correlazione significativa tra lo stress vissuto in gravidanza e la circonferenza cranica ridotta nel neonato. E’ stato confermato, inoltre, che l’esposizione allo stress aumenta il rischio di schizofrenia17.

Van Den Bergh in uno studio longitudinale, ha analizzato i dati in ogni trimestre di gravidanza e alla prima, decima e ventottesima settimana dopo la nascita, rilevando gli effetti nocivi dello stress a livello di attività motoria neonatale e del comportamento infantile, manifestato attraverso il pianto, le attività, le funzioni biologiche irregolari e il temperamento temperamento.

Nelle forme più gravi di stress patogeno si possono avere gravidanze a rischio, interruzioni di gravidanze, morti fetali in utero, parti prematuri, difficoltà al parto per minore motricità uterina, travagli più prolungati e distotici18. Sono inoltre evidenti degli effetti a lungo termine sullo sviluppo neurocomportamentale come il ritardo comportamentale, l’inibizione attenzionale e problemi emozionali e sociali.

Una conferma degli effetti sullo stress si sono avuti dagli studi sugli animali, i quali hanno dimostrato che il ruolo dello stress, che si esprime attraverso l’asse HPA, induce una “iper-risposta” che agisce in particolare attraverso tre meccanismi sul feto materno: la trasmissione degli ormoni dello stress materno attraverso la placenta; un’alterazione nel numero e nella regolazione dei recettori corticosteroidi ippocampali del feto; un danno al flusso sanguigno nelle arterie uterine. Gli ormoni dello stress, in particolare i glucorticoidi, vengono trasmessi attraverso la placenta ritardando la crescita fetale.

Secondo Thomas Verny, lo stress eccessivo vissuto dalla donna nel corso della gestazione può avere delle importanti ripercussioni sul nascituro, tali da indurre dei cambiamenti che favoriscono la modifica dell’architettura del cervello, con gli scompensi fisiologici e psicologici che ne conseguono (maggiore fragilità e quindi minore capacità di fronteggiare lo stress, problemi nella relazione di attaccamento madre – figlio, azione sul piano dell’identità di genere con mascolinizzazione o effeminatezza)19.

A questo proposito il Prof. La Rocca parla, più in generale, di handicap indotto e il Tajiani di teratogenicità comportamentale causata dallo stress prolungato, ovvero, la manifestazione comportamentale delle esperienze psico – fisiologiche vissute nel periodo prenatale, in età post natale ed evolutiva.
Le condizioni di stress cronico in gravidanza possono influenzare, attraverso la mediazione psicoendocrina, la futura reattività biologica del feto21. L’esposizione ad influssi ormonali abnormi durante la vita embrionale, può influenzare il comportamento e le risposte psicobiologiche dopo la nascita. Infatti, lo sviluppo epigenetico del feto (che segue particolari tappe biologiche), è caratterizzato da dei periodi critici in cui i vari sistemi biologici sono particolarmente sensibili e reattivi a stimolazioni esterne e interne di varia natura. Tra gli ormoni secreti durante la reazione allo stress, il cortisolo riveste un ruolo particolarmente importante.

Durante la gravidanza, la secrezione di questo ormone da parte della madre viene convertito in una forma inattiva da un enzima placentare con lo scopo di proteggere il feto22. Questo sistema protettivo, però, ha dei limiti e l’esposizione prenatale al cortisolo, in un momento epigenetico cruciale, può avere effetti irreversibili predisponendo all’ipertensione e ritardando la crescita del feto.
A questo proposito, Michel Odent parla della “placenta come avvocato” del feto poiché una delle sue funzioni è quella di manipolare costantemente la fisiologia materna mediante gli ormoni placentari (ad esempio l’HCG, Human Placental Lactogen), oltre che rappresentare un terreno di transazione primordiale madre – bambino, evocatore di immagini, di stimoli, di arcaici fantasmi23.

Dallo studio della Monk e coll. emergono ulteriori conferme dell’esistenza di una correlazione tra lo stato psicologico materno e la salute del feto24. In questa ricerca sono state esaminate delle gestanti sane durante il terzo trimestre di gravidanza, sottoposte ad una breve prova psicologica progettata per produrre una risposta di stress. Durante le “prove ansiogene” i valori fisiologici delle donne venivano messi in relazione con il ritmo cardiaco fetale, attraverso una costante monitorizzazione dei parametri di madre e bambino. I risultati dello studio evidenziarono come, il comportamento del feto, cambiasse in risposta allo stato d’ansia e al tipo di reazione della madre allo stress (aumento del ritmo cardiaco del feto in corrispondenza ad un aumento dell’indice di stress della madre).

Anche nelle ricerche di Pier Luigi Righetti l’obiettivo consisteva nel controllare l’influenza dello stato emotivo materno sul feto e sul neonato attraverso la misurazione dei movimenti fetali e della frequenza cardiaca, che risulta essere l’indicatore più diretto degli stati di attivazione o di rilassamento che accompagnano l’emozione25. Lo scopo principale della ricerca era quello di analizzare sistematicamente alcuni aspetti della comunicazione emotiva tra madre e feto e di valutare se questo dialogo emotivo sia collegabile al successivo rapporto materno - neonatale. Dai risultati è emerso che al variare della frequenza cardiaca materna, varia significativamente anche la frequenza cardiaca fetale, sia nella condizione di attivazione che di rilassamento. Lo stesso dicasi per la motricità fetale, che varia al variare delle condizioni di attivazione o rilassamento. Inoltre, il neonato emette una risposta più intensa quando sente il battito cardiaco di sua madre: un dato questo che conferma la sua capacità creativa di riconoscimento e l’esistenza di un’intesa madre-feto.

Attraverso il linguaggio degli organi e quindi l’attività cardiaca, endocrina e nervosa, l’attività motoria e l’espressività fetale, il feto dimostra di essere un essere senziente, intelligente e cosciente. Il fatto che il nascituro non comunichi con lo stesso linguaggio dell’adulto ma attraverso queste specifiche competenze funzionali26 ha fatto sì che, fino a pochi anni fa, lo si pensasse incapace di provare sentimenti ed emozioni, e che non potesse sentire il dolore, sia fisico che psichico. Il dibattito sulla percezione del dolore da parte del feto è ancora aperto, ma non è obiettivo di questo articolo addentrarci in tale diatriba. Molte prove scientifiche27 sostengono l’evidenza che il nascituro percepisca il dolore e con questa argomentazione si vuole sottolineare ancora una volta il suo ruolo attivo durante i nove mesi di gestazione.

Fisk e Clark hanno condotto una ricerca su 46 feti di età compresa tra le 20 e le 34 settimane di gestazione. Dai prelievi del sangue del feto si è registrata un’iperproduzione di cortisolo e di beta – endorfine, che sono presenti sia nella risposta allo stress - come si è visto in precedenza - sia nell’esperienza del dolore. In questo caso, rispetto al dolore, è possibile dire che le prime esperienze di sofferenza, oltre che interessare la periferia del corpo ed il metabolismo, concorrono a formare prima il talamo e successivamente, da questo, la corteccia cerebrale28. L’ambiente uterino, quindi, non è un ambiente neutro per il nascituro ma esercita un’influenza decisiva sullo sviluppo di malattie croniche che si manifestano nella vita adulta, influenza che si tramanda di generazione in generazione29.

Una mamma sottoposta ad un eccessivo carico di stress dovuto al lavoro, a conflitti in famiglia o a difficoltà finanziarie o altro, avrà maggiori probabilità di mettere al mondo dei figli che tenderanno ad essere sovrappeso, con una pressione sanguigna troppo elevata ed accelerazione delle pulsazioni cardiache al minimo sforzo. Tale condizionamento si manifesterà in età adulta anche a livello temperamentale: queste persone vivranno con difficoltà la fase di separazione - individuazione e tenderanno ad instaurare dei rapporti di tipo simbiotico, co – dipendente. Inoltre, i segni e i sintomi dello stress prenatale, spesso si esprimono alla nascita come disturbi psicosomatici del lattante:

• disturbo della funzione respiratoria;
• disturbi dell’apparato digerente;
• affezioni dermatologiche;
• disturbi del ritmo veglia – sonno;
• disturbi nel controllo sfinterico;
• disturbi della comunicazione;
• disturbi nella relazione profonda con la madre.

Per queste ragioni tutelare la salute del nascituro significa prevenire il disagio nell’età infantile e/o adulta.

A questo proposito, il Prof. Ottaviano di Roma ha condotto uno studio da Marzo 1993 a Ottobre 2001 con due gruppi A e B di prime gravide, tutte appartenenti al ceto medio, mettendo in evidenza come lo stress prenatale possa incidere nello sviluppo dei disturbi neurocomportamentali del bambino, ma anche come è possibile proteggere il bambino durante la vita prenatale con il suo processo di organizzazione cerebrale, attraverso l’effetto protettivo dei PEP (Programmi Educativi Prenatali) .

Del gruppo A facevano parte 47 prime gravide con gestazione a termine e fisiologica tranne che per la presenza di un evento intensamente stressante nel corso del terzo trimestre rappresentato da uno dei seguenti avvenimenti: morte inattesa di un parente di 1° grado (madre, padre, fratello o sorella), separazione dal coniuge o improvvisi e gravi problemi economici. Il gruppo di controllo B comprendeva 50 prime gravide con gestazione fisiologica a termine. I risultati della Tabella 1 indicano che i nati da gravidanza con stress nel terzo trimestre presentano una sindrome neurocomportamentale nel 76,59% dei casi contro il 14,00% dei neonati dei gruppo di controllo, con differenze quindi statisticamente significative.
L’incidenza delle diverse sindromi neurocomportamentali nei 36 casi del gruppo A e nei 7 del gruppo B é riportata nella Tabella 1.





La Tabella 2 indica che sia nel gruppo A che in quello B le sindromi neurecomportamentali più comuni sono state la IPER e la IPA. La IPER (da iper-reattività e iper-eccitabilità) indica un disturbo della regolazione caratterizzato dalle difficoltà che il bambino incontra nella regolazione del comportamento, dei processi psicologici, sensoriali, attentivi o affettivi, e nell’organizzazione di uno stato di calma, di vigilanza o di uno stato affettivo positivo. Nella sua miopatogenesi viene chiamata in causa una sofferenza lieve del tronco encefalo e del sistema limbico con relativa alterazione del processo di organizzazione neuronale. La IPA (ipotonica del piano anteriore) è una sindrome causata da modeste sofferenze ipossiche delle regioni parasagittali della corteccia cerebrale che si manifesta prevalentemente con anomalie posturo motorie e problemi relazionali e cognitivi.

Questa ricerca evidenzia che una condizione di stress intenso nel terzo trimestre della vita intrauterina può determinare una disfunzione del sistema nervoso del feto e quindi dei neonato dando luogo a sindromi neurocomportamentali soprattutto di tipo IPER e IPA. Per quanto riguarda l’effetto protettivo dei PEP, è risultato che 8 degli 11 neonati del gruppo A risultati normali alla valutazione neurocomportamentale erano stati sottoposti ad un PEP contro soltanto 2 dei 36 che hanno manifestato una sindrome neurocomportamentale. Ciò suggerisce l’ipotesi che il PEP possa rappresentare un vero e proprio intervento preventivo e terapeutico contro le conseguenze dello stress materno fetale nel terzo trimestre di vita prenatale.

La Prevenzione prenatale
La prevenzione in ambito prenatale ha l’obiettivo di garantire lo stato di salute del nascituro e di conseguenza dell’intera società. Concepire un bambino con amore e consapevolezza, vivere la gravidanza come un’opportunità di crescita della coppia, farsi attraversare completamente dall’esperienza gestazionale, sono i presupposti che garantiscono al nascituro le basi sicure per affrontare la vita al di fuori dell’ambiente uterino.

Per poter parlare di prevenzione è prima necessario definire cosa si intende per stato di salute, che nel nostro caso viene inteso, non tanto quanto assenza di malattia, ma quanto una condizione di benessere fisico e psichico, caratteristico di una persona. Salute è quindi uno stato di equilibrio dinamico, ma anche l’attitudine a far fronte al cambiamento sia esso fisico, psicologico o sociale di un individuo pensato all’interno di un ambiente attivo, che lo porta ad interagire. Per salute si intende il completo sviluppo delle potenzialità fisiche, mentali e sociali dell’individuo stesso. Si ritiene, di conseguenza, che la salute sia un diritto dell’individuo, perché nulla è possibile senza salute: il nascituro, quindi, ha diritto alla tutela e alla salute da parte dei genitori e della società. In questo senso i genitori hanno il diritto e il dovere di conoscere i fattori di rischio del benessere pre e post natale del loro figlio, hanno il diritto e il dovere di essere informati per poter crescere ed educare, nel senso maieutico del termine, un nuovo “progetto di vita”31.

Tuttavia, quando si parla di benessere prenatale è utile, accanto allo stress, fare riferimento anche ad altri fattori di rischio per la salute degli individui, alcuni dei quali, come l’alcool, gli psicofarmaci o altro rappresentano una risposta compensatoria (antistress), anche se inadeguata se non addirittura pericolosa allo stress. Di seguito, verranno accennate brevemente, sia alcune delle sostanze minacciose per la salute del nascituro, sia alcuni fattori socio – correlati che possono produrre effetti negativi sul bambino. Nel periodo gestazionale, ma anche precedentemente al concepimento, è molto importante tenere conto di questi fattori di rischio, i cui danni sono avvalorati da numerose ricerche scientifiche:

L’esposizione eccessiva ai raggi x ed altre forme di radiazioni (es. radiazioni ionizzanti);
L’utilizzo di sostanze chimiche, come il benzene, prodotti chimici utilizzati in ambito artistico, solventi organici;
L’esposizione eccessiva a campi elettromagnetici (es. elettrodomestici, phon, computer…);
Fare uso di alcolici;
Fare uso di sigarette o marijuana;
Fare uso di droghe come la cocaina, le anfetamine, etc.

E’molto importante, inoltre, ricordare che il nascituro non vive in un ambiente “non – significativo”: la sua storia si inscrive all’interno di un contesto universale, le cui dinamiche provocano su di lui, in modo più o meno diretto, degli effetti considerevoli.
Questo concetto viene rappresentato graficamente nella figura 4:


Figura 4. Il contesto significativo del nascituro.



Tra i fattori sociali di rischio vi sono:

Una condizione di povertà;
Una condizione di medicalizzazione della gestazione;
Condizione di assenza di supporto alla madre.

La gestione di situazioni stressanti (capacità di coping) da parte della coppia genitoriale, deve essere promossa al fine di evitare l’handicap indotto da una società sempre più individualistica. Per questo, la psicologia prenatale vuole promuovere l’empowerment della donna e della coppia attraverso il counseling prenatale e l’individuazione di indici di rischio, specie nelle condizioni sociali più disagiate, con una maggiore presenza di “case maternità”. In questo modo, si riesce a fornire un’educazione con un’ottica psicopedagogica, sottolineando l’importanza del ruolo dell’ambiente nello sviluppo del nascituro.

La condizione di medicalizzazione nella quale al medico viene delegata ogni responsabilità può essere vinta, a favore di una presa di responsabilità della coppia, che trova in se stessa e nella propria autostima, le risorse essenziali e necessarie per vivere la pre e post natalità nel modo più sereno e sano possibile. Va favorita la presenza attiva e partecipata del padre fin dal pre – concepimento: il padre partecipa come elemento intrinseco al mondo psichico materno e condiziona, in un certo senso, il destino della diade madre e figlio32.

Madre e padre, ciascuno con un proprio bagaglio psichico, affettivo, emozionale e culturale, accomunati nell’evento procreativo, agiscono sulla percezione che il nascituro ha di se stesso e che di conseguenza avrà negli anni a venire.
Una genitorialità attenta e affettuosa è il requisito fondamentale per crescere un bambino sano e felice, in grado di essere un membro consapevole e altruista nella società. Thomas Verny, nel suo ultimo libro “Bambini si nasce” elenca alcuni punti chiave per i genitori, dal concepimento ai primi anni di vita. Di seguito ne verrà citato qualcuno33:

Preconcepimento
• Informarsi sulle sostanze che possono nuocere al nascituro
• Essere consapevoli del proprio equilibrio psico - -fisico

Concepimento
• Ogni bambino dovrebbe essere desiderato
• Ogni bambino dovrebbe essere espressione dell’amore reciproco tra i genitori

Gravidanza
• I genitori dovrebbero acquisire il più possibile informazioni sulla loro infanzia
• I membri della coppia dovrebbero approfondire il loro rapporto
• I genitori dovrebbero comunicare al nascituro, tutto il loro amore e la loro approvazione
• E’ importante comunicare al nascituro in tanti modi diversi (cantare, ballare…)
• La donna deve cercare di preservarsi dallo stress in gravidanza

Travaglio e parto
• E’ importante la presenza del compagno accanto alla futura madre
• Dopo il parto è consigliato circondarsi di persone amate
• E’ importante allattare il bambino per almeno tre mesi

Primi mesi ed anni di vita
• Chiedere aiuto in caso di problemi fisici e psicologici
• Cercare un supporto in ambito sanitario in cui si temesse per se stesse o per il bambino
• Trattate il vostro bambino come vorresti essere trattati voi.

La promozione e la salute del benessere prenatale della madre, ma anche della coppia genitoriale e quindi del concepito, diviene un dovere per coloro che operano in ambito sanitario, con la consapevolezza dell’enorme potenziale nell’ambito della salute e nel contesto sociale in cui viviamo.
Dall’esperienza maturata fino ad ora è emerso che ciò è possibile grazie ad un approccio olistico e multifocale, che prevede la collaborazione di più figure professionali nell’ambito sanitario: ginecologo, ostetrica, neonatologo, psicologo e assistenti sociali
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«IL METODO FISARMONICA»
Dottor Michel ODENT « Primal Health Research Centre »

Riassunto: Oggi il nostro organismo assume un numero considerevole di so¬stanze di sintesi liposolubili che si accumulano nei tessuti adiposi, per poi essere trasmesse al bambino in grembo attraverso la placenta e il latte. Le conseguenze di questa contaminazione intrauterina sono notevoli per lo sviluppo neurologico e fisiologico del nascituro. Cosa si può quindi proporre alle donne che vorreb¬bero concepire un bambino? Grazie al metodo fisarmonica, che consiste nella mobilizzazione dei lipidi, è possibile rinnovare le riserve di grasso tramite week-end di digiuno ripetuti, in modo che ogni calo ponderale sia immediatamente seguito dal recupero del peso iniziale. In questo modo, si riducono gli effetti della contaminazione intrauterina.

Innanzi tutto, mi sia consentito ricordare congiuntamente una serie di fatti che sono specifici della nostra epoca:
Nel nostro organismo, abbiamo tutti 300-500 sostanze di sintesi che non esistevano 50 anni fa. Sarebbe difficile menzionare tutte queste sostanze inquinanti, il cui elenco si allunga ogni giorno. Ci limiteremo a citare i nomi di alcune famiglie ben note: diossine, PCB, furani, PCDD… Per lo più, si tratta di sostanze policlorate.

Queste sostanze di sintesi sono liposolubili ed hanno una vita lunga. Nel corso degli anni, si accumulano nei tessuti adiposi, trasmettendosi alla generazione successiva attraverso la placenta e la contaminazione del latte.
La maggior parte di queste sostanze inquinanti esplica un’azione di perturbazione dello sviluppo del sistema endocrino. Per essere più precisi, tende a comportarsi come «oestrogen mimickers». E’ d’altro canto il motivo per cui gli effetti della contaminazione intrauterina sono particolarmente preoccupanti. Nell’attuale contesto scientifico, si ritiene che la salute si costruisca in gran parte durante la vita intrauterina. Si veda a questo proposito la nostra banca dati (www.birthworks.org/primalhealth).

Primi avvertimenti
E’ del tutto artificioso separare gli interrogativi suscitati dalla contaminazione intrauterina dalla problematica dell’inquinamento del latte. Sono infatti coinvolte le medesime sostanze liposolubili. Ciò nonostante, la contaminazione intrauterina è teoricamente una preoccupazione più grave, perché esplica i suoi effetti ad uno stadio più precoce, e quindi anche più critico, dello sviluppo dell’essere umano. Gli effetti di un’esposizione precoce sullo sviluppo di determinati organi sono già individuabili e devono essere interpretati come gravi avvertimenti. Li classificheremo in vari gruppi.

Effetti sullo sviluppo dentale
Fin dall’inizio degli anni ’80, alcuni dentisti finlandesi hanno studiato gli effetti delle sostanze policlorate sullo sviluppo dentale. Avevano infatti osservato che molti bambini hanno molari poco sviluppati, molli e decolorati, resi vulnerabili da una parziale assenza di smalto. Questi dentisti hanno preso in considerazione gli effetti di un’esposizione accidentale alle diossine a Taiwan (1). I bambini che avevano subito un’esposizione durante la vita intrauterina avevano sviluppato successivamente lesioni dentali simili a quelle osservate dai dentisti finlandesi. In questo modo, si è riusciti a dimostrare che l’esposizione sperimentale di femmine di ratto gravide alla diossina più tossica (TCDD) provocava uno sviluppo difettoso dello smalto (2).

Successivamente, hanno studiato la dentizione di 102 bambini di età compresa tra i 6 e i 7 anni, dopo aver valutato il grado di esposizione alle sostanze policlorate durante le diverse fasi dello sviluppo dentale.
Sono quindi giunti alla conclusione che il miglior indicatore possibile di un’esposizione precoce alle diossine era lo stato del primo molare (3).

Sviluppo neurologico ed intellettive
Un’équipe olandese ha studiato lo sviluppo neurologico di 418 bambini di 18 mesi (4). Uno su due era stato allattato al seno (per almeno 6 mesi), mentre il resto del campione era stato allattato artificialmente. L’esposizione prenatale è stata valutata misurando i tassi di PCB nel sangue del cordone e nel sangue della madre. L’esposizione postnatale, invece, è stata valutata analizzando il latte materno e i diversi tipi di latte artificiale (in questi ultimi, è risultato impossibile individuare la presenza di sostanze policlorate). Dopo aver preso in considerazione vari fattori associati, si è giunti alla conclusione che l’esposizione alle sostanze policlorate durante la vita fetale si ripercuoteva negativamente sullo stato neurologico all’età di 18 mesi. Per converso, non si è riscontrato alcun effetto negativo dell’esposizione ai PCB ed alle diossine durante l’allattamento, anzi: il latte materno aveva un effetto positivo sulla motricità. Stando ai risultati di questo studio, la contaminazione intrauterina sembra rappresentare una minaccia più grave della contaminazione del latte.

Conclusioni simili possono essere tratte da uno studio sullo sviluppo intellettivo di un gruppo di bambini di 11 anni. Gli autori hanno reclutato 212 neonati, le cui madri avevano consumato pesce del lago Michigan contaminato da PCB (5). L’esposizione prenatale è stata valutata sulla base della concentrazione nel sangue del cordone, nel sangue materno e nel latte. All’età di 11 anni, i bambini sono stati sottoposti ad una serie di test delle funzioni intellettive. Da questi test, è emerso che l’esposizione prenatale ne aveva influenzato negativamente lo sviluppo. Anche tenendo conto di fattori associati, quali lo status socio-economico, le differenze rimanevano pur sempre significative. Gli effetti maggiori erano quelli sulla memoria e sull’attenzione. I bambini appartenenti al gruppo più esposto avevano un rischio tre volte maggiore di avere un quoziente intellettivo basso, nonché un rischio doppio di avere un ritardo di due anni nella lettura. Benché i quantitativi di PCB trasmessi nel latte siano superiori a quelli della contaminazione intrauterina, i soli deficit intellettivi individuabili erano quelli collegati a quest’ultima.

La vulnerabilità dell’apparato genitale maschile
I difetti di sviluppo dell’apparato genitale maschile sono sempre più frequenti. I rapporti provenienti dai diversi paesi industrializzati indicano un incremento della frequenza dei testicoli ectopici (6,7). Uno studio spagnolo ha confrontato il tasso di ectopie testicolari nelle diverse regioni della provincia di Granada (8). Di solito le ectopie sono trattate chirurgicamente. Risulta pertanto facile valutarne la frequenza. Il 51% dei pesticidi utilizzati in Spagna sono destinati alla frutta e verdura coltivata nelle serre della provincia di Granada, in cui i lavoratori sono particolarmente esposti. Lo studio ha rivelato che il tasso di orchiopessi era maggiore nelle regioni con un forte consumo di pesticidi.
Anche la frequenza dei casi di ipospadia è in aumento. Tra il 1970 e il 1993, i tassi sono raddoppiati nelle quattro regioni degli USA (9). Nel stesso periodo, anche i tumori al testicolo sono diventati più frequenti (10). Ormai si ammette che la maggior parte dei tumori al testicolo non sono altro che conseguenze a lungo termine di difetti di sviluppo durante la vita intrauterina.

Il crollo del tasso medio di spermatozoi che si è registrato dalla metà del XX secolo rappresenta l’aspetto più intrigante della vulnerabilità del tratto genitale maschile (11). L’unica interpretazione plausibile è che tutte le sostanze sintetiche che accumuliamo nel corso degli anni nel tessuto adiposo finiscano col perturbare l’azione di alcuni agenti ormonali, e in particolare lo sviluppo dei testicoli all’inizio della vita fetale.

Anomalie congenite e tasso di prematurità
Secondo uno studio americano (Centers for Disease Control) fondato su dati relativi al periodo 1989-1996, il tasso delle malformazioni congenite è tendenzialmente in aumento. Inoltre, nello stesso periodo, sembra che i tassi di prematurità siano aumentati del 4.5 % nella popolazione di razza bianca, in misura ancora maggiore nella popolazione nera. Secondo gli autori di quest’inchiesta, la causa più verosimile di queste variazioni è l’inquinamento.

Tasso di abortività spontanea e «sex ratio»
Per dimostrare l’aumento tendenziale del tasso di aborti spontanei, si è costretti a ricorrere a metodi indiretti. Secondo la stima di T. Hassold, vengono abortiti 132 feti di sesso maschile ogni 100 feti di sesso femminile (12). L’aumento del tasso di abortività in una popolazione comporta pertanto una modifica del «sex ratio» alla nascita.
In tutti i paesi industrializzati si è riscontrata, nel corso degli ultimi tre decenni, una diminuzione significativa del sex ratio (13). E’ quanto è stato segnalato in Danimarca (14) e in Olanda (15) nel periodo 1950-1990. Tendenze analoghe sono state riscontrate in Canada (16) e negli Stati Uniti (17) tra il 1979 e il 1990. In Canada, nello stesso periodo, si stima che siano andati persi 2.2 feti di sesso maschile su 1000 nascite. Negli Stati Uniti, 1.0. La diminuzione del numero relativo di neonati maschi è stata segnalata anche in America latina (18), in Finlandia (19) e in Italia (20).

Benché altri fattori possano influenzare il sex ratio alla nascita, è probabile che la contaminazione intrauterina sia la causa principale. Quest’interpretazione tiene conto degli effetti dell’incidente verificatosi a Seveso (Italia) nel 1976, quando un’intera popolazione è stata esposta a grandi quantità di TCDD (una diossina particolarmente tossica). Tra il 1977 e il 1984, in questa popolazione sono nate 48 bambine ed appena 26 maschietti (21).
Questa lista di segni premonitori è probabilmente destinata ad allungarsi nel prossimo futuro. Nell’immediato, ci induce a preoccuparci innanzi tutto delle generazioni non ancora concepite. E’ proprio questo il motivo per cui, all’origine, il «metodo fisarmonica» è stato proposto nell’ambito di un programma preconcezionale.

I principi del «metodo fisarmonica»
Cosa si può proporre alle donne che vorrebbero concepire un bambino? L’unico atteggiamento razionale poggia sulla mobilizzazione dei lipidi. L’obiettivo del metodo fisarmonica è il rinnovo delle riserve di grasso tramite week-end di digiuno ripetuti, in modo che ogni calo ponderale sia immediatamente seguito dal recupero del peso iniziale. Com’è noto, la perdita di peso nei primissimi giorni di un digiuno può essere spettacolare. La mobilizzazione delle sostanze inquinanti liposolubili tramite il digiuno è stata confermata dalla sperimentazione su animali diversi, come i ratti (22), i pipistrelli (23) e i piccioni (24). Il periodo di mobilizzazione delle sostanze inquinanti liposolubili è propizio all’utilizzo di tutte le possibili vie d’eliminazione, con particolare riferimento al sudore, da moltissimo tempo ben studiato a questo proposito (26), e la via intestinale (le urine non eliminano le sostanze liposolubili e il fegato non è in grado di metabolizzare le sostanze policlorate). Durante il periodo di mobilizzazione lipidica, sembra che la vitamina C (27), le vitamine del gruppo B (28), l’aglio e minerali come lo zinco abbiano proprietà disintossicanti.

I perché di un cocktail
Il programma inizia con un incontro della durata di un week-end (il sabato e la domenica), nel corso del quale è sempre disponibile un cocktail, senza limite alcuno. Si tratta di un mix di sciroppo d’acero, sciroppo di palma e succo di limone. Dopo aver diluito il tutto, si aggiunge un po’ di pepe di Cayenna, che tende ad aumentare la temperatura centrale. Questo cocktail è ricco di elementi minerali. Il rapporto zinco – manganese – ferro è ideale (dell’ordine di 5 : 2 : 1). Il rapporto calcio – magnesio è di 2: 1, mentre il rapporto potassio – sodio è di 10 a 1. Il succo di limone è una fonte di vitamina C naturale.

Offriamo anche delle capsule d’aglio anti-odore. Alla fine del week-end, diamo ai partecipanti un sacchetto di tè lassativo da utilizzare una volta tornati a casa.
Il mattino il programma comprende degli incontri, che prevedono delle raccomandazioni sul proseguimento del programma al proprio domicilio e sul modo di ridurre successivamente l’esposizione alle sostanze inquinanti. Per esempio, confrontiamo l’inizio e la fine della catena alimentare. La maggior parte delle donne che partecipano a queste sessioni consumano già cibi biologici, assumono già integratori di minerali (in particolare di zinco), integratori di acido folico ed altri integratori vitaminici (in particolare di vitamina C). Si affrontano anche vari soggetti relativi alla salute, tenendo conto delle richieste e delle preoccupazioni delle partecipanti. Questo colloquio è seguito da una passeggiata.

Dopo la siesta pomeridiana, si passa agli esercizi in una piscina d’acqua calda, quindi ad una sauna e ad un’ulteriore passeggiata. La serata del sabato permette di discutere e di socializzare.
Le partecipanti sono incoraggiate a ripetere ogni mese, a casa loro, brevi periodi di digiuno che ricalcano questo modello (metodo fisarmonica). Devono assicurarsi di non iniziare una gravidanza prima o durante la sessione e successivamente prima della ripresa ponderale (qualche giorno).

Verso un metodo fisarmonica per gli uomini?
Quando abbiamo messo a punto il nostro programma, la nostra priorità era, all’origine, quella di minimizzare gli effetti della contaminazione intrauterina e della contaminazione del latte per opera di sostanze liposolubili di sintesi. Per questo motivo, all’inizio il «metodo fisarmonica» è stato utilizzato solo dalle donne (29, 30).

Un nuovo approccio: l’uomo come vettore di trasmissione degli effetti dell’inquinamento.
Uno studio recente sulle leucemie infantili realizzato da un’équipe di Montreal ci induce a pensare che anche gli uomini dovrebbero partecipare alle sedute preconcezionali. Secondo quest’indagine, i figli degli uomini con una maggiore esposizione a pesticidi, diserbanti e fertilizzanti sono esposti ad un maggior rischio di leucemia linfoblastica (31). L’aumento dei rischi è statisticamente molto significativo.

Sebbene gli studi epidemiologici non siano in grado di indicare in che modo gli effetti della contaminazione possano essere trasmessi dal progenitore, gli autori ipotizzano un meccanismo di "genomic imprinting" che potrebbe rendere silenti alcuni geni. Va peraltro rilevato che oggi l’origine prenatale delle leucemie linfoblastiche è confermata dalla concordanza dei dati, pur nella diversità delle prospettive adottate. Sembra che l’evento iniziale sia, in molti casi, una traslocazione cromosomica in utero (32).

Lo studio di Montreal merita tutta la nostra attenzione, perché esemplifica perfettamente la "male-mediated developmental toxicity". Inoltre, questo concetto è comparso per la prima volta in una rivista medica non specializzata di grande prestigio, Lancet. Fino ad un’epoca recente, questo concetto era esclusivo appannaggio di un circolo ristretto di ricercatori altamente specializzati. Nel 1993, figurava già nel titolo di un articolo pubblicato da "Annual Review of Public Health" e, nel 1995, nel titolo di un articolo di "Epidemiology"(34).

La sperimentazione animale ha ampiamente contribuito alla comparsa e allo sviluppo di questa nuova nozione. Vari studi hanno dimostrato gli effetti sulla prole dell’esposizione del maschio a diverse sostanze di sintesi. Tra i possibili effetti, si sono riscontrati una diminuzione del peso e della statura, una maggior incidenza dei casi di morte perinatale e in utero, malformazioni congenite, tumori ed anomalie comportamentali. Alcuni di questi effetti si sono addirittura trasmessi alla seconda e alla terza generazione. Una panoramica di questi studi sperimentali porta alla conclusione che le anomalie nella specie umana sono presumibilmente imputabili all’esposizione paterna (35).

Per quanto concerne gli esseri umani, siamo probabilmente all’inizio di una nuova generazione di ricerche ispirate a questi nuovi concetti. Uno studio canadese ha studiato gli effetti dell’esposizione paterna ai clorofenati nelle segherie (36). Gli autori sono risaliti a 19675 figli nati tra il 1952 e il 1988 da 9512 padri, che avevano lavorato per almeno un anno nelle segherie della Colombia britannica, in cui si utilizzavano clorofenati contaminati da diossine. I componenti del gruppo di controllo erano nati lo stesso anno ed erano dello stesso sesso.

I figli di questi lavoratori presentavano un rischio elevato di anomalie oculari (in particolare cataratta congenita), di anomalie del tubo neurale (anencefalia e spina bifida) e di anomalie degli organi genitali. Secondo uno degli studi effettuati sulla popolazione incidentalmente esposta alle diossine a Seveso, Italia (37), gli uomini esposti prima dell’età di 19 anni generano più femmine che maschi (sex ratio 0.38).

Implicazioni pratiche
I dati relativi agli uomini con un’esposizione superiore alla media alle sostanze sintetiche liposolubili devono essere presi seriamente in considerazione perché, a prescindere dalla nostra occupazione, abbiamo tutti centinaia di sostanze inquinanti nel nostro organismo. L’unica differenza è che gli effetti sono più facili da individuare quando il livello di esposizione è più alto di quello della popolazione nel suo complesso. La lezione principale è che, nell’attuale contesto scientifico, anche gli uomini devono essere incoraggiati a rinnovare le loro riserve di grasso, nell’ambito di una preparazione preconcezionale.

Gli effetti della trasmissione della contaminazione tramite l’uomo non sono l’unico motivo per suggerire ad entrambi i sessi di partecipare ai programmi di preparazione preconcezionale. Studi recenti dimostrano che l’esposizione dell’uomo ai pesticidi tende a ridurre la fertilità. 652 coppie olandesi, candidate alla fecondazione in vitro, hanno compilato un questionario relativo alla loro occupazione e al loro stile di vita (38). 16 di questi uomini sono stati classificati nella categoria esposta ai pesticidi.

L’associazione tra esposizione ai pesticidi e basso tasso di successo della fecondazione è risultata statisticamente molto significativa, anche dopo aver preso in considerazione fattori come il fumo, il consumo di caffeina e di alcol, nonché l’eventuale esposizione ad altre sostanze inquinanti.
Il fatto che siano le coppie anziché le donne a partecipare al nostro programma preconcezionale presenta notevoli vantaggi. La motivazione si rinforza quand’è condivisa.

Verso un metodo fisarmonica generalizzato?
Benché gli effetti della contaminazione per opera delle sostanze sintetiche liposolubili siano particolarmente preoccupanti nelle fasi iniziali dello sviluppo dell’essere umano, non è possibile ignorarne le ripercussioni negative in tutte le età della vita. Gli avvertimenti iniziano a moltiplicarsi in vari settori della medicina. Il JAMA (Journal of American Medical Association), per esempio, ha pubblicato uno studio presentato nel maggio del 2000, in occasione del congresso annuale dell’accademia americana di neurologia (39).

Questo studio, condotto da Lorene Nelson, della Stanford University School of Medicine, ha evidenziato una correlazione significativa tra l’uso domestico di pesticidi e il rischio di sviluppare il morbo di Parkinson. L’accumularsi dei dati sembra suggerire che l’esposizione alle sostanze policlorate ad azione estrogenica aumenti il rischio di tumore alla mammella. Uno studio prospettico danese ha seguito 7712 donne per 17 anni, per valutare il rischio di carcinoma mammario in funzione della concentrazione ematica dei diversi tipi di organocloro (40).

Le 268 donne colpite da carcinoma mammario nel corso di questo periodo sono state confrontate a un gruppo di controllo. Si è così riscontrata una correlazione molto significativa tra il tasso ematico di Dieldrin (una sostanza policlorata ad azione estrogenica) e il rischio di insorgenza del carcinoma mammario. Anche i rischi di endometriosi sembrano essere influenzati dall’esposizione alle sostanze policlorate (41).

Questi dati recenti, probabilmente, rappresentano solo la punta visibile di un iceberg immenso. Non è infatti necessario aspettare i risultati delle ricerche in corso per capire l’attualità del rinnovo delle riserve di grasso. Alcuni lo praticano senza neanche pensarci, per il loro stile di vita. E’ verosimile ritenere che i corridori del Tour de France e i maratoneti non accumulino quantità ingenti di sostanze policlorate di sintesi. Il nostro programma si rivolge agli altri.


Dottor Michel ODENT
Il Dottor Michel Odent è noto per aver introdotto, nel reparto maternità dell’ospedale pubblico di Pithiviers, negli anni ‘70, il concetto di sale parto «come a casa propria» e di piscine per il parto. Queste sale parto sono state successivamente riprodotte in tutto il mondo, in migliaia di ospedali.

Ha creato a Londra il «Primal Health Research Centre», il cui obiettivo è quello di studiare le conseguenze a lungo termine di ciò che accade durante il periodo primale (che va dal concepimento al primo anno di vita). La banca dati del Primal Health Research Centre è direttamente accessibile su Internet.

Michel Odent è autore di una cinquantina di articoli comparsi sulla stampa medica. E’ inoltre autore di 10 libri pubblicati in 20 lingue (tra cui: «The Scientification of Love»).
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EDITORIALE
Pier Luigi Righetti e Gino Soldera

Per tutta una serie di motivi (sociologici, psicologici, etici, morali) non è stato semplice raccogliere i lavori che costituiscono questa nuova uscita de “Il Giornale Italiano di Psicologia e di Educazione Prenatale” dedicata al tema della Procreazione Medicalmente Assistita (PMA): fin da quando l’abbiamo pensata e passata in termini operativi, il desiderio è stato quello di affrontare la PMA in modo “neutrale”. Ecco quindi la scelta degli Autori a diversa estrazione professionale (psicologi, medici, pedagogisti, educatori) che hanno contribuito a creare un numero della rivista che, a nostro parere, mette il lettore di fronte a molte – sicuramente non tutte – delle variabili che possono emergere nella PMA.

L’obiettivo di questo numero della rivista è duplice: permettere una certa apertura alla riflessione ai professionisti che lavorano in quest’ambito, e offrire uno strumento in piu’ alle coppie che affrontano percorsi di PMA.
Come di consueto (e come emerso anche nei numeri precedenti della rivista), la nostra filosofia di base è quella di porre al centro del nostro interesse (scientifico, di ricercatori, e di clinici) la persona: in questo caso la coppia-PMA e il bambino-PMA, nelle loro emozioni, nei loro vissuti psicologici ed affettivi.

Difatti: la prima parte della rivista raccoglie degli articoli sulla coppia-PMA nel suo divenire genitoriale, mentre nella seconda parte il centro d’interesse è focalizzato al bambino-PMA e al suo futuro.
Apre questo numero de “Il Giornale” F. Covra (con l’articolo “Il possibile limite etico nelle tecniche di fecondazione artificiale”), la quale si propone alcuni obiettivi, tra i quali, il fornire informazioni sulla importanza del limite etico della fecondazione artificiale, il considerare il problema della sterilità della coppia e le tecniche della fecondazione assistita omologa ed eterologa.

Scopo del lavoro di J. Galli (“Fallimento della procreazione assistita e rischio nell’adozione”) è quello di analizzare il fallimento (fisiologico, psicologico, morale e sociale) della PMA e quelli che possono essere i rischi una volta che si decide per l’adozione.
Nell’ articolo di M.E. Bolis e coll. (“La PMA: disponibilità, reazione e atteggiamenti nelle madri. Risultati da una ricerca sperimentale preliminare”) vengono presentati i risultati di una ricerca (condotta su 191 donne che si sono rivolte all’adozione, e 120 donne che si sono sottoposte alla PMA) attraverso la quale si sono analizzate le attitudini parentali di donne con problemi a procreare, cercando di evidenziare le differenze che sono alla base di due percorsi alternativi alla maternità normale: PMA e Adozione.

Nella seconda parte della rivista si dedica uno spazio “particolare” ai bambini nati da PMA nella piena consapevolezza che, se la letteratura clinica e sperimentale medica è ricca di lavori su questo settore, risulta molto scarsa quella psicologica in particolare quella che si occupa di bambini e PMA.
Rispettivamente M. Cecotti (nell’articolo: “Diventare genitori e diventare figli con la PMA”), e P.L. Righetti e coll. (nell’articolo: “Come sarò da grande? Il futuro psicologico dei bambini nati da PMA”), nei loro lavori propongono dei confronti (in base ad una ricerca sperimentale compiuta nel nord Italia e a dati provenienti dall’esperienza clinica e psicoterapeutica) tra bambini nati con PMA, e bambini nati naturalmente, oppure adottati, o prematuri, per cercare se – in queste condizioni – vi sono dei predittori allo sviluppo del bambino e al senso di genitorialità.

B.H. Lipton (“La natura, la nutrice e la forza dell’amore”) riflette sulla biologia cellulare, la quale rivela che “i segnali ambientali” sono i principali responsabili della selezione dei geni mostrata dall’organismo. Questa nuova prospettiva è in netto contrasto con il punto di vista che si fonda sul fatto che il nostro destino è controllato dal nostro patrimonio genetico. La nuova enfasi posta sul ruolo della nutrice (ambiente) che controlla la natura (patrimonio genetico) mette a fuoco la speciale attenzione sull’importanza che ha l’ambiente materno sul comportamento fetale. In aggiunta al ruolo documentato dalla fisiologia materna, si riconosce ora che i comportamenti materni e le emozioni hanno un impatto profondo sul comportamento fisico del bambino, sulle sue caratteristiche comportamentali e persino sul suo livello intellettivo.

In questo senso gli fa eco J.C. Sonne nel suo articolo “I bambini magici” dove presenta la tesi in base alla quale i bambini sono concepiti psico-geneticamente nello stesso momento in cui vengono concepiti fisicamente. Il modo in cui vengono concepiti diventa un “sapere sconosciuto” come parte del loro essere. Il termine “bambini magici” è stato scelto per definire i bambini che sono stati fecondati grazie a varie tecnologie riproduttive. Nell’articolo vengono discusse le implicazioni della tecnologia riproduttiva sul benessere dei bambini che sono stati fecondati, sul loro concepimento, per quanto riguarda il parto e l’accudimento (allevamento), per i loro fratelli, i nonni e tutta la famiglia allargata, per i loro potenziali figli, nipoti e per tutta la società: viene inoltre presentata la dimostrazione di una bambina giocattolo che funziona elettronicamente, sottolineando l’importanza che questa produzione di bambine meccaniche ha sulla produzione di bambini magici umani, la cui nascita avviene sempre piu’ spesso nella nostra cultura.

G. Soldera e coll., chiudono proponendo il “ Progetto pilota della Regione Veneto. Attivazione di un Centro di Fisiopatologia della riproduzione integrato”: questo contributo, unico nel suo genere, presenta un tipo di approccio Multidisciplinare e Integrato alla fecondazione assistita. Il tentativo è quello di poter garantire, accanto all’intervento biomedico, un intervento psico-relazionale adeguato e qualificato. Questo attraverso la proposta di protocolli clinici integrati in grado di offrire alla coppia, che inizia un percorso di procreazione medico assistita, un servizio mirato e centrato sulla persona, che garantisca, insieme alla comprovata qualità del trattamento offerto, assistenza e supporto capaci di cogliere, accanto alla domanda di fertilità, anche quella volta al benessere personale, di coppia e del futuro figlio.

Il programma che vede coinvolte le diverse figure professionali favorisce, inoltre, preziose occasioni di confronto e arricchimento reciproco, le quali concorrono a migliorare la qualità dei servizi erogati e quindi ad un aumento della qualità della vita in un momento così particolare e delicato come quello del concepimento.
Dunque, come già emerge da questa presentazione della rivista, il tema della PMA viene qui valutato (e ri-valutato) con un ottica gestaltica ed olistica a partire da diversi punti di vista che convergono nel riflettere sulle persone infertili, le coppie candidate alla PMA, e i loro bambini: in questo senso, siamo dell’idea che in questi vissuti carichi di desideri, fantasie, affetti, ci debba essere uno spazio di condivisione e rispetto delle scelte di ognuno.
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STRESS E SOFFERENZA FETALE
di Gino Soldera

Nella nostra società i bambini hanno avuto in passato una condizione di vita difficile prima di cominciare ad essere riconosciuti e accettati come esseri umani e come persone capaci di avere o di provare delle vere sensazioni ed emozioni e di vivere direttamente delle esperienze. Per molti secoli i bambini hanno vissuto una dimensione parallela a quella degli adulti essendo considerati degli esseri incompleti e insensibili, o meglio, delle sottospecie di esseri umani o degli animali inferiori che si presentavano in forma umana.

Anche successivamente con l’avvio dello sviluppo scientifico e tecnologico, in nome della ragione e della necessità della verifica sperimentale, i bambini non hanno goduto di uno status migliore, in quanto continuavano ad essere considerati dei corpi animati privi di una vera e propria vita soggettiva. La loro espressione sofferta al dolore veniva considerata una “smorfia” o un “riflesso”, il loro pianto un “lamento” e i loro vissuti delle “fantasie” o delle “suggestioni” da dimenticare. Infatti, dice - David Chamberlain - “Nel mondo occidentale gli inizi della genitorialità sono stati oscurati dal materialismo pervasivo della medicina e della psicologia che hanno dubitato dello stato cognitivo del neonato e che hanno negato gli aspetti umani del comportamento fetale”.

Oggi, anche noi dobbiamo riconoscere sempre di più il mondo del bambino e rapportarci di conseguenza. Infatti, la moderna ricerca ha messo in evidenza che fin dalla gestazione il bambino è in grado di vedere, di udire, di fare esperienze, di toccare, di apprendere, ma soprattutto è in grado di provare sensazioni e di rispondere agli stimoli interni ed esterni di pericolo, di sofferenza e di dolore, e di attivare i suoi sistemi di allarme e di difesa. L'organo del cuore, quello che simbolicamente è considerato il centro dei nostri sentimenti e affetti, comincia a battere fin dalla quarta settimana di gravidanza. Alcune vie anatomiche relative ai meccanismi della percezione del dolore sono presenti sin dalla 7a S.d.G. (Settimana di Gestazione). La sostanza P, componente neurochimica del dolore, fa la sua comparsa nel cervello e nella colonna spinale dalla 12a S.d.G..

Le reazioni all'esame invasivo fetale dell'amniocentesi, che si pratica verso la 16a-17a S.d.G. attraverso il prelievo con un ago di 10-12 cc di liquido amniotico contenente le cellule del feto con i cromosomi da indagare, spesso si manifestano nel nascituro con un'accelerazione prima e un'inibizione poi del battito cardiaco e della motricità, oltre che con il "blocco respiratorio". Il pianto da aborto è stato registrato alla 21a S.d.G., mentre si sono avute delle morti per dolore del feto a causa della manipolazione ostetrica. Fin dalla 24a S.d.G. ci si è resi conto che il feto fa dei tentativi per svincolarsi con il braccio dall'ago impiantato su di lui nel corso di un intervento medico in utero.

Questo ci aiuta a comprendere che i bambini prima e dopo la nascita sono esseri pienamente coscienti, sensibili e attenti che percepiscono le sensazioni fisiche, mentali ed emozionali dei loro genitori, oltre a quelle proprie. La neuropsicofisiologia prenatale ha messo in evidenza che i bambini, particolarmente deboli e vulnerabili, possono sperimentare durante la gestazione degli stati di stress, di tensione e di turbamento, e viverli in forma di traumi, di pericolo di morte e di annichilimento, tanto da costituire degli imprinting particolarmente negativi tali da diventare causa di disturbi emozionali, psicosomatici e di malessere fisico.

Attualmente si tende a ritenere che ogni intensa emozione o difficoltà sperimentata, che non offre l’opportunità di essere risolta, possa rimanere radicata nell’inconscio come una questione aperta o come una ipoteca verso il futuro. La ricerca ha confermato, se c’erano dei dubbi, che gli stress intensi e persistenti e che i traumi non risolti se non alleggeriti da soluzioni adeguate, fissano nel corpo in forma permanente modelli di tensione che minano la funzionalità del complesso sistema psiconeuroimmunoendocrinologico dell’essere umano.

Questi vissuti, frutto dell’interazione con l’ambiente, esercitano un ruolo importante nella formazione e nel funzionamento dell’organismo del bambino, nella architettura e organizzazione del suo sistema nervoso e del suo comportamento. Secondo un gruppo di ricercatori del Kentucky, l’ambiente uterino plasma lo sviluppo del bambino e dosi elevate di stress della madre possono predisporre a un più alto rischio di malattie cardiache e di diabete. L’esposizione a grave stress emozionale nel primo trimestre può creare delle malformazioni congenite inducendo iperglicemia e ipossia attraverso un’aumentata secrezione di cortisolo e di catecolamine. Inoltre, è stato dimostrato che una eccessiva fonte di stress influisce sulla fisiologia cerebrale, inclusa l’inibizione e la distruzione di neuroni e sinapsi nell’area dell’ippocampo, e diminuisce la produzione di determinati neurorecettori.

Per Thomas Verny un bambino geneticamente vulnerabile esposto a forti stress prenatali vive una situazione di rischio che può sfociare in una patologia comportamentale che va dall’iperattività all’autismo. In riferimento al comportamento alimentare, in una ricerca condotta in Inghilterra è emerso che molte madri con figlie anoressiche avevano vissuto un elevato livello di stress durante e dopo la gestazione. Inoltre le pessime abitudini, il superlavoro e lo stress in gravidanza costituiscono un gravo rischio di parto anticipato e di nascita prematura.
E’ auspicabile, come insegna la psicopedagogia prenatale, che i genitori comincino a diventare consapevoli del loro ruolo e a capire il senso della vita di coppia e della famiglia prima del concepimento dei figli, in modo che possano essere da subito in grado di accettarli, amarli e valorizzarli, e successivamente accudirli in termini “sufficientemente adeguati”.

L’esperienza clinica sta dimostrando che il legame e l’attaccamento che vengono messi in moto durante il periodo pre- e perinatale influiscono in larga misura su tutte le successive dinamiche relazionali e hanno un impatto duraturo su tutto ciò che riguarda l’intimità personale, il rapporto famigliare e le dinamiche sociali.
L’attenzione dei medici, come accade ancora oggi, è rivolta piuttosto alle sofferenze delle madri e quindi degli adulti anziché a quelle dei bambini prima o dopo la nascita.

Tutt’ora vengono praticati, spesso di routine degli interventi dolorosi e questo produce un conseguente disagio e sofferenza nei bambini, da sommarsi al cattivo esempio dato ai genitori. Le attuali tecnologie che riguardano la nascita includono spesso procedimenti che vengono vissuti dal nascituro come drammaticamente invasivi e che violano apertamente i limiti consentiti. Benché tali procedimenti siano a volte necessari per assicurare la sopravvivenza, coloro che assistono alla nascita e i genitori (anche se su di loro non cade nessuna colpa) sono generalmente inconsapevoli di come tali procedure vengano percepite e vissute dal bambino. Va ricordato per quanto riguarda gli operatori dell’area materno-infantile che qualsiasi pratica sanitaria attuata sul bambino, in modo particolare se invasiva, può avere delle conseguenze traumatizzanti sul suo sviluppo esistenziale.

L'intervento non deve essere attuato contro e negare in questo modo l'importanza del rapporto umano e affettivo tra operatore sanitario e paziente: sia esso embrione, feto, neonato, bambino o adulto. Privilegiare il corpo e dimenticare la persona può produrre un grande disagio psichico e alla lunga effetti negativi sull'esito dell'intervento stesso.
Nel campo educativo e della formazione dei bambini non esiste tempo sprecato, ma tempo investito, perché la costruzione di una relazione significativa con l'altro richiede varie competenze di base e una certa disponibilità professionale e umana: non solo nel fare, ma anche nell'accogliere, nell'ascoltare e nel sostenere. Le madri hanno sempre saputo, anche se oggi date le circostanze difficili nelle quali vivono tendono a dimenticarlo, che nel rapporto con i figli il tempo investito oggi sarà recuperato domani.

Il nascituro affetto da problemi prenatali o perinatali e che necessita di indagini o terapie cliniche ha bisogno, date le probabili esperienze minacciose, angoscianti e dolorose , di un profondo rispetto umano e personale, quale primo segnale sociale di accoglienza da parte degli operatori, oltre che di un grande sostegno affettivo rassicurante da parte della madre e, se possibile del padre, o meglio da parte di entrambi i genitori.
E’ auspicabile che gli adulti, siano essi operatori o genitori, imparino quanto prima a riconoscere la manifestazione di stress precoci e traumi, in modo da accettarli e affrontarli o trattarli precocemente con un atteggiamento di empatia, così che questi possano essere elaborati e integrati nella coscienza riducendo al minimo ogni possibile condizionamento negativo.

Con lo spezzare i nostri inconsci legami col passato problematico diventiamo sempre più liberi di vivere ogni momento del presente in pienezza senza ricorrere a comportamenti antisociali quali l’alcool, la droga e la violenza.
Tutto ciò non è senza effetto nelle future generazioni specialmente se si tiene conto, come ci ha insegnato l’antropologia, che la violenza nelle società è in ultima analisi una conseguenza dell’abuso, del maltrattamento e dell’abbandono di quegli esseri umani impegnati a vivere la prima stagione della vita che tanta parte ha nel determinare il loro futuro. A tal proposito, Kandiner e Mead hanno effettuato due interessanti ricerche riguardanti le tribù primitive dei Mundugumor di Alor (isola dell'Indonesia), e degli Arapesh della Nuova Guinea.
Essi hanno osservato che presso le tribù dei Mundugumor il rituale della maternità manca di tenerezza e premura materna con la conseguenza che il rapporto umano, specie fra i due sessi, è particolarmente brutale. Infatti, questi sono popoli sospettosi, litigiosi, senza fede in se stessi, timidi, insicuri; non cooperano, non formano amicizie e sono bugiardi nei rapporti commerciali (ognuno cerca di approfittare dell’altro). Il tema principale che esprimono nel loro folclore è l’odio verso i genitori.

Gli Arapesh, invece, si comportano in maniera opposta, hanno una sorta di venerazione vero la maternità e una grande attenzione verso la paternità. Infatti, in questa società “aspettare un figlio” è una espressione che vale tanto per la donna quanto per l'uomo e l’accudire il figlio è ritenuto un compito che riguarda sia la madre che il padre. Il bambino viene così a trovarsi in un clima di continue sollecitazioni affettive positive, ne consegue che il rapporto umano viene improntato nella comprensione reciproca, nella tolleranza e nell’amore; mentre fra le loro virtù spicca la genuina e assoluta ignoranza del concetto di “proprietà”, in quanto tutti gli indigeni della tribù si considerano figli della comune madre terra, aventi gli stessi diritti.

A coloro che hanno incarichi di responsabilità nella società e che non si impegnano a mettere a disposizione delle coppie e delle famiglie le energie, le risorse economiche e i servizi necessari per consentire loro di svolgere fino in fondo con competenza e responsabilità il ruolo di genitori, il quale, come sappiamo, rappresenta la più importante opera che la vita e la società abbia loro riservato, poniamo, con Lloyd deMause, in termini chiari alcune semplici domande:

- Possiamo permetterci di non insegnare agli esseri umani a fare i genitori?
- A quale compito più importante potremmo dedicare le nostre risorse ?
- Vogliamo veramente avere per sempre montagne di armamenti e carceri?
- Deve ogni generazione continuare a torturare e a trascurare i propri bambini, affinché essi ripetano le violenze sociali e gli sfruttamenti delle generazioni precedenti?
- Perché non progettare una rivoluzione politica e sociale ragionevole facendo prima di tutto una rivoluzione genitoriale?
- Se la guerra, la violenza sociale, la dominazione delle classi e la distruzione economica della ricchezza sono veramente rituali d’obbligo dovuti ai traumi infantili, come potremmo rimuovere la fonte di tali rituali?
- Come fare a smettere di abusare e di trascurare i bambini?
- Come fare ad aumentare la vera ricchezza delle nazioni e delle nostre prossime generazioni?
- Come fare a ottenere un mondo di amore e di felicità?

In sintonia con questi interrogativi Michel Odent afferma: “La nostra specie non può continuare a distruggere se stessa distruggendo la terra, gli oceani e l’atmosfera. Per creare un nuovo mondo noi dobbiamo creare un altro essere umano che abbia la massima capacità di amare. Noi dobbiamo focalizzare la nostra attenzione sul legame fra madre e bambino, sull’attaccamento fra esseri umani, sull’attaccamento con gli animali, i vegetali e perfino con gli oggetti inanimati. Si tratta di una priorità globale.”
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EDUCAZIONE PRENATALE APPLICATA
di Pier Luigi Righetti e Gino Soldera

Negli anni 1981/2 cominciavano ad apparire le prime opere divulgative sullo sviluppo sensoriale del feto e sulle impronte affettive ricevute. Questi argomenti erano sostenuti, sul piano clinico, dalla corrispondenza rilevata tra i problemi del bambino e il vissuto della gravidanza da parte della madre. Da qui emergeva la necessita di individuare una metodologia che potesse canalizzare queste conoscenze secondo una concezione rispondente ai bisogni umani emergenti. Si cominciava allora a parlare di educazione prenatale anche se questo termine risultava, come riferiva la sua animatrice, M. A. Bertin, piuttosto ambiguo:“In effetti (il termine educazione) può evocare l’idea di norme e di programmi scolastici. Norme e programmi riguardano però l’istruzione, cioe’ la trasmissione del sapere e del saper fare, mentre l’educazione è essenzialmente risveglio… risveglio e sviluppo di facoltà e di attitudini”.

L’educazione può, dunque, definirsi come un insieme di mezzi che consentono all’essere umano di svilupparsi. Infatti, si sta rilevando in modo sempre più evidente che l’essere, con la sua capacità autogenerativa e autoevolutiva, e le grandi risorse che dispone, è in grado di formarsi e di svilupparsi. Per rendere possibile ciò è necessario che i genitori, ed in particolare la madre, mettano a disposizione dell’essere che si sta formando i materiali fisici, affettivi e mentali di cui ha bisogno. Infatti, “…il nascituro – prosegue M. A. Bertin - riceve dalla madre e attraverso di lei dall’ambienti tutti i materiali costitutivi del suo corpo, le stimolazioni sensoriali che dinamizzano funzioni e organi corrispondenti, così come la funzione cognitiva globale”.

“Le emozioni materne positive e negative, i messaggi d’amore l’indifferenza o il rifiuto che gli sono trasmessi per via ormonale o energetica creano degli engrammi sulla sua memoria cellulare, colorano la sua sensibilità, inducono un suo modo di relazionare, in breve orientano la sua personalità futura”. Da qui la necessità di verificare, sul piano pratico, la consistenza e il valore di queste conoscenze, oggi sempre più numerose e precise, promovendo durante la gestazione, dei momenti di formazione che è possibile attuare concretamente all’interno della struttura ospedaliera e nei servizi del territoriali, per creare una maggiore consapevolezza dei genitori verso la gravidanza e migliori condizioni di vita dell’essere umano in formazione.

Spetta alle organizzazioni sociali e sanitarie, private e pubbliche, l’impegno di porre al centro della loro azione l’essere umano fin dall’origine con proposte mirate, attente ai suoi bisogni umani e personali più profondi attraverso programmi e interventi integrati e volti a sostenere il delicato processo di trasformazione personale, in sinergia con le dinamiche relazionali della coppia e della famiglia, affinché i genitori possano vivere con semplicità e con gioia la loro esistenza, in questo particolare e irripetibile momento della loro esistenza.

A partire da queste premesse è possibile contribuire, gradualmente e in modo significativo, alla riduzione del disagio psicofisico e ai possibili rischi di patologia fisica e psichica del nascituro, oltre che a promuovere lo sviluppo delle numerose qualità e competenze che egli ha in dotazione fin dall’inizio della vita.
Attraverso una lettura semplice – per il lettore “non specialista” – e allo stesso tempo teorica e clinica – per il lettore “specialista” – abbiamo pensato ordinato gli articoli presenti in questo numero de “Il Giornale Italiano di Psicologia e di Educazione Prenatale” secondo una consequenzialità evolutiva che prende in considerazione il concepimento, la gravidanza e il parto, fino ad arrivare al primo periodo della vita neonatale.

Apre M. Odent, l’illuminato osterico ginecologo francese che attualmente dirige il Primal Health Research Centre di Londra, con la presentazione del “Metodo fisarmonica”, utile alla preparazione di un sano concepimento da parte dei futuri genitori. Infatti, in questa fase il bambino riceve dal padre e dalla madre un patrimonio genetico globale e completamente originale. Le potenzialità incluse in questo capitale iniziale hanno modo di organizzarsi in quella struttura genetica che concorre alla formazione dell’organismo umano e alla realizzazione di un nuovo progetto di vita. Nell’articolo vengono analizzate con competenza e originalità le condizioni favorevoli e sfavorevoli che accompagnano questo importante evento.

L’articolo “Il valore dell’emozione in gravidanza” di A. D’Acierno (pedagogista clinico) rappresenta il trait d’union tra la parte teorica e quella più pragmatica che porta a riflettere sull’importanza delle componenti emotive – come componenti relazionali – che possono emergere durante l’attesa.
“Un modo per entrare in contatto con il bambino prima della nascita: il rebirthing prenatale”: aria, respirazione, emozioni, rilassamento, sono alcuni degli elementi che caratterizzano la tecnica del rebirthing prenatale e ne definiscono uno degli strumenti piu’ attuali ed innovativi di tutta l’educazione prenatale. In un intrecciarsi di aspetti teorici e pragmatici (con ricchezza di esempi pratici) M. Marinotto e M. Zorzi propongono le modalità di accompagnamento alla nascita della coppia genitoriale e del loro futuro bambino attraverso l’esperienza del rebirthing prenatale.

Il lavoro “Psicologia ed educazione prenatale, un’interazione possibile in ambito istituzionale: risultati preliminari di una particolare procedura di accompagnamento al parto” di D. Dileo e coll. (psicologi, psicoterapeuti e ginecologi, che lavorano in U.O. di Ostetricia e Ginecologia) propone un protocollo interessante di interazione tra psicologia ed educazione prenatale, arricchito dei risultati preliminari di una particolare procedura di accompagnamento al parto.
A. Pomari nel suo lavoro “Ayur yoga in gravidanza” si pone lo scopo di divulgare la pratica dell’ayur yoga durante il periodo della gravidanza per contribuire ad un armonioso sviluppo del nascituro e mantenere il benessere della mamma attraverso la consapevolezza della sua magica esperienza.

Attraverso una semplice metodologia sperimentale, M. Robbiani introduce un’analisi dei bisogni che possono emergere durante i corsi di accompagnamento alla nascita. Si tratta di uno strumento semplice atto a comprendere i punti di forza e di debolezza presenti nei corsi di preparazione al parto.

Negli ultimi anni partorire in acqua rappresenta una novità – e a volte una specie di moda – che spesso viene proposta nei media con metodi poco precisi e sperimentali; nell’articolo “Quando l’acqua non è solo H2O: le donne raccontano” di M. Frare e A. Thöni si propone uno studio sperimentale che indaga l’area inesplorata del partorire in acqua, cioè il modo in cui le madri vivono il parto in acqua e quale significato psicologico ed emotivo esso ha per loro, sia in quanto donne che in quanto madri.

Chiude questo numero della rivista, dopo aver passato in rassegna le varie fasi del pre- e post-parto, in un articolo di Simona Agostani, sull’esperienza, particolarmente difficile, che il prematuro deve affrontare nel suo primo impatto con il mondo esterno sostenuto con il metodo del cordone ombelicale sonoro applicato per la prima volta nell’U.O. del reparto di Terapia Intensiva Neonatale dell’Ospedale Infermi di Rimini. In questo contesto la musicoterapia polivalente, è diventata un mezzo di congiunzione atto a sostenere e facilitare la relazione genitori-figlio o, nel caso di parti gemellari (molto comuni in questi ambienti), genitori-figli, andando ad agire sul sistema familiare.
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GRAVIDANZA PARTO E NASCITA NELLA LETTERATURA
NON SPECIALISTICA DEL '900

MARIO GASPARINI, Clinica Ostetrico-Ginecologica del Policlinico Universitario di Udine (direttore prof.Diego Marchesoni)

Nel secolo scorso, la gravidanza, il parto e la nascita, sono stati eventi al centro di un’evoluzione culturale radicale a livello mondiale.
Sia la letteratura italiana, sia quella straniera del novecento, sono ricche di riferimenti, brevi o approfonditi, a questi temi universali spesso trattati in un loro aspetto peculiare: aborto spontaneo o volontario, sterilità, descrizione del parto ed eventuali esiti a carico del figlio, genitorialità …

Ovviamente, nel presente lavoro, prendiamo in considerazione solo una minima parte della letteratura non specialistica del secolo scorso, di nostra conoscenza che, forse, non è neppure la più significativa.
Consci di questi limiti, in generale, possiamo affermare che la vicenda narrata nei testi da noi letti assume contorni molto diversi che dipendono, a nostro parere, dai seguenti fattori: cultura specifica del luogo e del periodo storico in cui avviene, sensibilità personale dello scrittore o della scrittrice, specie se si tratta di un racconto autobiografico.
Anche per questo motivo è utile conoscere, almeno per sommi capi, la biografia dell’autore dell’opera letteraria.
Una migliore comprensione fino ad un possibile tentativo di interpretazione psicologica degli episodi narrati, dipende molto dalla lettura integrale dell’opera. Altrimenti, se ne rischia una visione parziale e distorta.

L’intento di questo lavoro è, dunque, quello di offrire al lettore, materiale di studio, riflessione e approfondimento su argomenti vitali come la gravidanza, il parto e la nascita e in genere il processo generativo.
Si tratta insomma di un ventaglio di brani letterari in cui ciascuno di noi, perché figlio o partner o genitore, può e potrà in futuro aggiungere una o più pagine personali accanto a quelle già scritte da vari Autori.

Questa postilla scritta o solamente pensata e magari discussa in gruppo può diventare un utile strumento, in particolare nel percorso di formazione dello psicologo in area ostetrico-ginecologico. In questa sede per ragioni di spazio, riportiamo solo tre brani scelti tra i numerosi della letteratrura del novecento:
Il primo è tratto dal Don Giovanni in Sicilia di Vitaliano Brancati, e riguarda l’innamoramento, l’amore, il difficile percorso di partnership e di paternità; nel secondo il tema dominante è il dialogo prenatale madre-feto, fra Isabel Alliende e la figlia Paula; nel terzo, il dottor Zivago di Boris Pasternak, l’argomento trattato è il parto-nascita del primo figlio di Jurij Andreevic (Zivago) e della moglie Tanja.

1. Don Giovanni in Sicilia – Vitaliano Brancati 1941
Pubblicato nel 1941, in piena Guerra Mondiale, Don Giovanni in Sicilia narra la vita del protagonista Giovanni Percolla, quarantenne scapolo catanese che ben rappresenta la borghesia siciliana di quell’epoca: una persona che rifugge dalle responsabilità e che passa i suoi giorni tra pasti abbondanti e successivi pisoli pomeridiani, accudito da tre sorelle nubili.

I brani scelti riguardano l’innamoramento, l’amore e un difficile percorso di partnership e di paternità del personaggio principale. Le sue giornate sono intessute da interminabili chiacchere con i suoi amici, conversazioni futili, monotematiche in cui l’argomento dominante sono le donne. Alla fine, però Giovanni si innamora di Antonietta dei Marconella, Ninetta, ed ecco cosa gli succede: “…un nuovo sguardo che Ninetta fece scivolare verso di lui (Giovanni)… lo rimise in quell’alto sentimento di sé, in quella gioia, in quei ricordi di aver fatto grandi cose, che gli cambiavano, non solo l’espressione degli occhi, così facile a mutare, secondo l’umore, ma quella stessa del naso e delle orecchie; il naso infatti si stringeva e assottigliava, le orecchie stavano ferme quand’egli rideva. Sai che mi diventi un bell’uomo?’, gli disse Monosola (amico). ‘Che diavolo di cura stai facendo?’ Egli trasalì. ‘Sono innamorato!’ rispose mentalmente…”.

Sguardi, gesti, parole pronunciate, tono della voce, atteggiamenti, sentimenti provati, sono questi e altri ancora gli ingredienti dell’innamoramento.
Tra un uomo e una donna, comunque, è lo sguardo il momento decisivo: “…la storia più importante di Catania - scrive l’autore di Don Giovanni in Sicilia - non è quella dei costumi, del commercio, degli edifici e delle rivolte, ma la storia degli sguardi. La vita della città è piena di avvenimenti, amicizie, risse, amori e insulti, solo negli sguardi che corrono fra uomini e donne; nel resto è povera e noiosa”.

Per la prima volta nella sua vita, dunque, Giovanni Percolla è innamorato. Proprio lui che aveva trascorso così banalmente i suoi giorni, con infiniti pettegolezzi sulle donne, in gara con i suoi amici. Ma, si sa, l’innamoramento è un’esperienza spontanea, non richiede uno sforzo personale e non è possibile decidere il momento e la persona di cui innamorarsi: capita quando capita. È comunque, un evento fascinoso in cui si può essere sommersi da una marea di impulsi tra i quali primeggiano la dolcezza, la tenerezza, lo struggimento, lo stupore della scoperta e l’ebbrezza dell’assoluto.

L’innamorato si sente attratto dall’altro, ma ancor di più ambisce di essere desiderato dall’altro fino ad esserne valorizzato e confermato “in quell’alto sentimento di sé”, in altre parole, fino ad accrescere al massimo la propria autostima.
Solo “un nuovo sguardo che Ninetta fece scivolare verso di lui” può fare questo miracolo.
Si realizza solamente ora, con l’incontro con Ninetta, la profezia del padre di Giovanni. Quando quest’ultimo era ancora “nel grembo della madre (la quale aveva sedici anni, e, la notte, si spaventava talmente dei ladri che il marito doveva tenerle la mano nella sua”), lui, il padre di Giovanni, per consolarla le diceva: “Ma c’è un uomo dentro di te! Un corazziere!”.

Un padre rassicurante, dunque, protettivo, adeguato alla circostanza e anche… profetico.
L’innamoramento è paradossale per sua natura: è un incontro che dà inizio ad una nuova prospettiva, un cammino inedito in coppia, e anche un addio che segna l’allontanamento dalla storia vissuta nella famiglia.
Così sembra capiti a Giovanni che si sposa e si trasferisce da Catania a Milano per iniziare un’altra vita. Ma i ricordi infantili, soprattutto quello della giovane madre, morta quand’era poco più che una bambina, lo tengono legato al passato: “Quando pensava alla madre, era preso da una tenerezza così struggente e paterna che non poteva più parlare. Ricordava quella ragazza morta a 24 anni, in età molto più giovane della sua di ora e anche dell’età che aveva Ninetta; quella ragazza, che, all’alba del giorno dei morti, si divertiva a giocare con le palle, le bambole e i fucili, trovati dai figli, più dei figli stessi; e nell’emozione di dover chiamare mamà quell’immagine giovanile, birichina e ridente, balbettava parole filiali e paterne insieme.”

Questo riferimento alla “tenerezza così struggente e paterna”, al ricordo della madre bambina, dipinge un Giovanni rimasto orfano di madre in verde età. Un uomo privato ben presto di una vera figura materna, surrogata per molti anni dalle amorevoli cure delle tre sorelle e che la ritrova, finalmente, in Ninetta; quando questa rimane gravida, pur essendone felice, non riesce a coniugare in lei l’ideale di donna che lui ha da sempre cullato con quello della moglie e futura madre di suo figlio. Tanto che, durante la gravidanza della consorte, Giovanni si innamora di una giovane, Eleonora, che assomiglia “all’immagine scontrosa e inafferrabile, che della donna si aveva a Catania”.

Nel corso della gravidanza, “in verità, Ninetta era diventata bellissima. Egli se ne stupiva sempre più…poco ci volle che, a furia di ammirarla, non l’amasse di meno…”. Sembra che per Giovanni ci sia più ammirazione che amore per la sposa che sta per dargli un figlio. Il suo è ancora innamoramento, non amore autentico: “poco ci volle che, a furia di ammirarla, non l’amasse di meno…” Ma -aggiunge Brancati- questo scadimento di sentimenti fu impedito dal costante pensiero, col quale s’incorraggiava come un bambino di notte col proprio canto, che nelle ‘pure e divine’ forme di quella perfetta bellezza, la curva leggera, che sollevava la veste, custodiva l’immagine, ancora scialba come un barlume prima della luce, di suo figlio”.

La gravidanza di Ninetta è tutta ed esclusivamente mentale per Giovanni. Questi cerca di non essere spaventato e si dà coraggio “come un bambino di notte col proprio canto”: con una cantilena autoreferenziale. La donna angelicata dalle forme ‘pure e divine’ stenta a coniugarsi nel suo “costante pensiero” con quel corpo muliebre gravido. Non solo: in Ninetta mancano anche quelle caratteristiche femminili che avevano costituito argomento quotidiano di conversazione con gli amici di Catania. Con loro condivideva un pregiudizio sull’altro sesso: “un’immagine scontrosa e inafferrabile che della donna -afferma- si aveva a Catania”.

Questa frammentazione della figura femminile riflette la simultanea difficoltà, se non addirittura l’impossibilità, di un percorso di paternità da parte di Giovanni. Non può essere così per un uomo che, ricordando la giovane madre, “balbettava parole filiali e paterne insieme”.

Come per tutte le persone di questo mondo, anche per lui è l’identità, cioè l’appropriarsi di sé stesso con tutta la sua corporeità maschile nei vari ruoli della propria vita, che porta alla relazione vitale con l’altro; non è la relazione che crea l’identità. Il ruolo di partner, di futuro padre e genitore sono in lui sfumati. Allo stesso modo, Ninetta gravida “custodiva l’immagine, ancora scialba come il barlume prima della luce, di suo figlio”.
A Giovanni insomma, basterà tornare una volta in Sicilia, nella vecchia casa con le tre sorelle, per precipitare nelle vecchie abitudini, e probabilmente per non staccarsene più.
Giovanni Percolla è ritornato in quello che sembra essere stato e destinato ad essere il suo unico, vero grembo, la città di Catania.

2. Paula – Isabel Allende 1994
Paula è un libro nato dall’esperienza privata di Isabelle Allende, la temibile prova della morte della giovane figlia dopo un lunghissimo periodo di coma in seguito a porfiria.
La cronaca dolorosa, della malattia, del coma e della morte della figlia Paula si intreccia con il resoconto di una leggenda familiare che la madre narra alla figlia perchè, le dice, “quando ti sveglierai non ti sentirai tanto sperduta”.
In questo contesto di base, Isabel rivive due dialoghi particolari: quello che lei stessa ha avuto con sua madre, quand’era ancora dentro di lei; quello con la figlia Paula ora in coma, quando era ancora nel suo utero.

Del primo scrive: “mia madre non era stata preparata alla maternità…ma appena presentì di essere incinta seppe che sarebbe stata una bambina, la chiamò Isabel e intavolò con lei un dialogo permanente che non si è mai interrotto fino ad oggi. Aggrappata alla creatura che cresceva nel suo ventre, tentò di compensare la sua solitudine di donna mal maritata; mi parlava ad alta voce spaventando coloro che la vedevano comportarsi come un’allucinata, e suppongo che io l’ascoltassi e le rispondessi, ma non mi ricordo di quel periodo intrauterino”.

Per quanto riguarda suo padre Isabel precisa: “Mio padre aveva gusti sfarzosi. L’ostentazione è sempre stata mal sopportata in Cile , dove la sobrietà è segno di raffinatezza…divenne l’invitato immancabile delle feste di Lima…mentre saliva i gradini della sua carriera, la moglie si sentiva prigioniera in una situazione senza uscita, unita a vent’anni a un uomo sfuggente da cui dipendeva in tutto e per tutto…”.
La comunicazione prenatale madre-feto, dunque, non appare supportata da un valido legame di coppia genitoriale. La madre di Isabel era costretta a parlare “ad alta voce spaventando coloro che la vedevano comportarsi come un’allucinata”. Sembra un dialogo madre-feto privo di quell’intimità, dolcezza e riservatezza che di solito lo caratterizzano. Di quelle frasi pur urlate, Isabel ha perso la memoria: “non mi ricordo di quel pensiero intrauterino” anche se,” suppongo che io l’ascoltassi e le rispondessi”.

Poi, la madre, racconta a Paula di quand’era gravida di lei.”…Quel periodo in cui tu eri dentro di me fu di perfetta felicità, non mi sono mai sentita così ben accompagnata. Imparammo a comunicare in un linguaggio cifrato, seppi come saresti stata nel corso della tua vita, ti vidi a sette, quindici, a vent’anni, ti vidi con i capelli lunghi e la risata allegra e anche con i blue-jeans e con il vestito da sposa, ma non ti sognai mai come sei adesso, respirando attraverso un tubo nella gola, inerte e priva di coscienza…”.

Quanto sia importante lo stabilire un dialogo prenatale con il nascituro è oggi un fatto acquisito. Gli studiosi di psicologia prenatale hanno inconfutabilmente dimostrato che il periodo più importante per il resto della nostra vita è quello in cui siamo nell’utero materno. E’ in quel periodo che Isabel ha comunicato con Paula servendosi di “un linguaggio cifrato”, intimo ma chiaro e addirittura preveggente di tutti gli aspetti futuri positivi della vita della figlia. Eccetto che la condizione attuale che rende Paula ”inerte e priva di coscienza”. Una figlia con cui è possibile, ora, solo un monologo, non serve neanche “parlare ad alta voce”come aveva fatto con lei sua madre. Paula può solo ascoltare, forse, ma non risponde.

3. Il Dottor Divago – Boris Pasternak 1957
Il dottor Jurij Zivago è un giovane medico che partecipa agli eventi della rivoluzione russa degli inizi del Novecento. La sua vita è difficile, specie quella sentimentale, in quanto è sempre in bilico tra la moglie Tanja e la bella Lara.
Interessante dal punto di vista psicologico è la descrizione, nel suo taccuino personale, che Jurij fa della nascita del primo figlio. Il parto avviene nel “reparto nascite” della clinica ginecologica ma al futuro padre, pur essendo un medico, non è permesso di partecipare direttamente all’evento.
Egli solo “attraverso la porta lasciata socchiusa per distrazione” potè avere un’immagine fuggittiva e parziale di ciò che stava accadendo dentro quella stanza. Quello che Jurij “vide” è raccontato così, dopo aver realizzato che la moglie Tanja era “salva”:

“Nella sala due donne, una levatrice e una bambinaia, volgevano le spalle alla porta. In mano alla bambinaia si dibatteva un tenero e frignante cucciolo umano, allungandosi e contorcendosi come un pezzo di gomma rosso cupo. La levatrice legava il cordone ombelicale per staccare il bambino dalla placenta. Tanja giaceva in mezzo alla sala, sul lettino chirurgico con lo schienale mobile, sollevata in alto. A Jurij Andreèvic, che per l’emozione esagerava tutto, sembrava che ella fosse quasi all’altezza di quegli scrittoi che si adoperano stando in piedi. Sollevata verso il soffitto, più in alto di quanto non siano i comuni mortali, Tanja sprofondava nelle brume di una sofferenza ormai vinta, come se da lei salisse un’infinita prostrazione.

Emergeva in mezzo alla sala allo stesso modo che in un porto un’imbarcazione appena attraccata e scaricata, che avesse compiuto la traversata del mare della morte per raggiungere il continente della vita con nuove anime emigrate qui da chissà dove. Anche Tanja aveva effettuato lo sbarco di un’anima e ora giaceva all’ancora, riposando con tutta la leggerezza dei suoi fianchi liberati dal loro peso. Insieme a lei riposavano le sue attrezzature spossate e tese, e il fasciame, e il suo oblio, la sua spenta memoria di dove fosse stata recentemente, di cosa avesse traversato e di come avesse raggiunto la riva. E poiché nessuno conosceva la geografia del paese sotto la cui bandiera aveva ormeggiato, non si sapeva neppure in quale lingua rivolgersi a lei”.

La distanza del marito dalla moglie era già stata resa plasticamente da Pasternak mediante la proibizione imposta a Jurji di entrare in sala parto: “non gli era consentito di stare accanto a lei”.
Successivamente a questo divieto che comporta un’esclusione, l’Autore esprime bene un altro distacco, quello dell’affacendarsi asettico della levatrice e della bambinaia intorno al neonato rispetto a quanto succedeva alla madre che “giaceva in mezzo alla sala…sollevata in alto”. La vera protagonista del parto è lei, Tanja, vero monumento vivente agli occhi del marito ” che per l’emozione esagerava tutto” o che, forse meglio, sottolineava l’evento. E’ lei che gli ha dato il primo figlio. La grande gioia e in generale la grande emozione che comporta una nascita, nelle cliniche moderne ed efficienti attuali, è spesso vista come un inconveniente che ostacola lo scorrere rapido e soft del parto: le istituzioni e, spesso, gli addetti ai lavori, si difendono dall’emozione, specie, quando, come accade nel parto, questa è forte e apparentemente contradditoria.

Tanja, infatti, era contemporaneamente “più in alto di quanto non siano i comuni mortali” e “sprofondava nelle brume di una sofferenza ormai vinta”. La sofferenza, anche quella legata al parto, dovrebbe produrre sempre un duplice effetto contrastante quale è successivamente ancor meglio chiarito nella descrizione di Pasternak. La metafora della nave sgravata del suo carico si addice alla donna che ha appena partorito: la puerpera “ emergeva in mezzo alla sala”. Si era appena alleggerita, liberata dal suo peso fisico, quasi dimentica della sofferenza delle doglie in preda di quel piacevole “oblio”, di quella “sua spenta memoria di dove fosse stata recentemente” che è uno stato fisiologico nell’immediato post-partum.

La metafora della nave riconduce alla barca e all’arca. I concetti legati a questi sinonimi fanno pensare alla Chiesa con le sue accoglienti navate e all’arca di Noè nella quale salgono i credenti per superare le insidie del mondo e le tempeste delle passioni. Rievoca un appellattivo, fra i numerosi, attribuito alla Madonna madre del Salvatore, intesa come Foederis Arca, letteralmente Scrigno dell’Alleanza, del Patto. Nella tradizione popolare cristiana, infine, l’arca era una custodia di vetro, una specie di cofanetto nel quale le mammane (ana-mammma!) riponevano i neonati per portarli in Chiesa per il battesimo e quindi verso una nuova vita. Analogamente fanno le madri-nave, come Tanja, compiuta la “traversata del mare della morte” raggiungono “il continente della vita con nuove anime”.

La nave che arriva da lontano attrae l’attenzione di chi l’attende in porto. Ma non è facile parlare lo stesso linguaggio del suo equipaggio. Come non è scontato, anzi, rivolgersi in maniera adeguata alla donna che ha appena portato in mezzo a noi un abitante straniero proveniente da un paese lontano e sconosciuto.
Questo linguaggio ignoto era per Jurij un ulteriore ostacolo che si ergeva tra lui e Tanja. Il senso profondo della nascita per la madre, per ogni padre e per tutti coloro che sono vicini alla donna nel momento del parto, è suggerito direttamente dall’esperienza del parto, dalle immagini ed emozioni che lo accompagnano. Non c’è bisogno di parole e di considerazioni prefabbricate.

In un contesto e in un epoca alquanto differenti da quelle descritte da Pasternak, Isabel Allende, descivendo il parto della nuora Clelia, afferma che la puerpera bacia la figlia neonata e le dà il benvenuto con una cascata di parole dolci in una lingua appena inventata…fiutandola come fanno tutte le femmine col gesto più antico dell’umanità. E’ un linguaggio del tutto personale che solo la madre di un neonato che è stato dentro di lei per nove mesi e il neonato stesso, capiscono, perchè l’hanno costruito insieme e solo loro due ne posseggono la chiave di lettura. Cambiano le epoche e le circostanze ma il vero senso della nascita, e aldilà di essa della generazione, non può prescindere dall’accettazione di questo profondo e misterioso legame.
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LA PSICOLOGIA OSTETRICA
di Dario Casadei e Pier Luigi Righetti

In questo numero della rivista dedicato alla Psicologia Ostetrica si è voluto dare “uno sguardo d’insieme” ai campi di applicazione della disciplina che si sta avviando sempre più a divenire una branca specialistica con proprie caratteristiche scientifiche. A tal fine i lavori presentati affrontano non solo l’area dell’epistemologia ma anche quello della ricerca sperimentale, senza tralasciare gli aspetti culturali e sociali di quanto attiene alla ostetricia.
La rivista è introdotta dal lavoro di M. Gasparini che affronta l’aspetto culturale del parto nascita con riferimento alla letteratura non specialistica del ‘900, dove possiamo notare che, anche se in modo empirico, erano evidenziati alcuni aspetti che oggi noi potremo definire relazionali, affettivi, quindi psicologici.

A ciò segue il lavoro di C. Marigo che illustra una delle fasi più delicate ed importanti della psicologia ostetrica e cioè quella del divenire genitore, affrontando il passaggio dal “bambino pensato” al “bambino reale”, connotando il suo lavoro con indicazioni non di tipo clinico bensì a forte indirizzo preventivo e supportivo.
Era importante non tralasciare la figura paterna e la sua rilevanza nel percorso gravidanza-parto, poiché tutto ciò che attiene alla psicologia ostetrica non è sempre e solo femminile: in questo senso, il lavoro di M. Tuono, laureato in scienze dell’educazione, ci guida con spunti di notevole interesse specialmente al riguardo di alcuni suggerimenti operativi.

Affrontato l’aspetto culturale ed i vissuti materni e paterni della gravidanza, il lavoro della di D. Cusenza, S. Spadotto, D. Casadei, focalizza l’attenzione su di un versante oggi sempre più focale ed al centro di interessi non solo medici e psicologici ma anche bioetica, e cioè la diagnostica prenatale. L’argomento è affrontato dal punto di vista della psicologia ostetrica e quindi della correlazione tra ansia e diagnosi prenatale. A tal riguardo rimandiamo alla parte di ricerca del lavoro, dove potremo ritrovare diversi spunti di riflessione circa il nostro operare.
Nel lavoro di O. Franceschini e D. Dileo si approfondisce ulteriormente l’aspetto dell’intervento di psicologia prenatale che già più volte è stato affrontato in queste pagine della rivista. Nella continuità con i lavori precedenti è data valenza non solo agli aspetti teorici ma anche alla ricerca di tipo valutativo e di verifica dell’applicazione del metodo in area ospedaliera, ricerca che sta portando alla miglior definizione del protocollo operativo utilizzato, oltre che a risultati non solo formativi ma anche di valenza clinica.

L’area dell’intervento clinico riguarda la seconda metà della rivista, infatti non è pensabile tralasciare questa importante aspetto operativo a forte valenza preventiva (basti pensare alle problematiche relative alla depressione gravidica e puerperale). Il setting, quindi, in psicologia ostetrica applicata in area istituzionale ospedaliera differisce notevolmente da quanto abbiamo imparato nel corso dei nostri studi, e la sua definizione ed applicazione ci è descritta da M. Aita e P.L. Righetti in un articolo di grande interesse clinico.

L’aggettivazione “ostetrica” che segue il termine psicologia ci fa pensare a tutto ciò che attiene alla nascita ed alla vita, ma la realtà, e chi di noi lavora in ospedale ben la conosce, non è sempre così. La morte è sempre “compagna” di viaggio, a volte solamente evocata col pensiero e le fobia, altre pesantemente presente con l’aborto spontaneo, la morte fetale intrauterina e la morte perinatale. A tal riguardo abbiamo inserito due lavori che guidano sia alla riflessione sia al cosa fare circa il nostro agire psicologico. D. Lo sasso e E. Semprini affrontano un ampia revisione della letteratura circa l’aborto spontaneo dove si evidenzia la valenza traumatica, e quindi clinica, dell’evento, mentre A. Barin, D. Casadei e E. Manià affrontano le tematiche della morte fetale anche attraverso la proposta di protocolli d’intervento precoce (psicologia ostetrica / psicologia clinica d’urgenza).

Al pari di quanto detto sopra è difficile associare all’ostetricia l’oncologia, ma interrogarsi circa la gravidanza dopo malattia oncologica ci prepara ad affrontare un evento che oggi sta divenendo più frequente e che necessita di supporto specifico. Per il momento ci “limitiamo” alle problematiche relative al carcinoma mammario e gravidanza, dove in ostetricia J. Mocchiutti, D. Casadei, e F. Pugliesi affrontano la problematica con serietà scientifica e grande sensibilità.

In ultimo, ma non per questo meno importanti, ci è sembrato utile proporre due lavori che, pur non affrontando aspetti clinici, possono aiutare a meglio definire il nostro operare in psicologia ostetrica.F. Pasqualetto opera una disamina attenta e puntuale circa la fatica dell’operare e dell’operatore in area ostetrica affrontando il burn-out in tale situazione operativa. A nostro avviso non è argomento di secondaria importanza poiché oltre che riguardare la nostra salute psicologica attiene anche ad argomenti quali la qualità della prestazione erogata ed il rischio di errore dell’operatore. L’aprirsi al sociale ed in particolare alle nuove realtà rappresentate dalle donne e uomini (famiglie) immigrate è il tema dell’articolo conclusivo di questa rivista. L. Cornelia Bernardoni e M. Panzeri guidano la loro riflessione con particolare attenzione alla necessità dell’operare con l’ausilio della mediazione culturale, indicando l’area della psicologia sociale come supporto all’agire della psicologia ostetrica.

In ultimo vogliamo ringraziare tutti coloro i quali hanno collaborato alla stesura dei lavori oltre ai primi firmatari, sottolineando che le figure professionali rappresentate, psicologi, ginecologi-ostetrici, ostetriche, medici oncologi, laureati in scienze dell’educazione, concorrono a definire i principi dell’approccio multifocale ed interdisciplinare propri della psicologia ostetrica.
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CRITICITA' PRENATALI
di Gino Soldera e Pier Luigi Righetti

Abbiamo voluto in questo numero toccare alcuni nodi critici che si presentano nel corso della vita prenatale e della gestazione: nodi che riguardano la gestante e che hanno il più delle volte delle implicazioni dirette nella vita del bambino. L’approccio utilizzato in questo numero della rivista è quello della integrazione multidisciplinare aperta al contributo della medicina, della psicologia, della sociologia, delle scienze dell’educazione ed altre ancora, questo per evidenziare i molteplici fattori e rischi presenti nella vita prenatale.

Fin dal momento del concepimento il nascituro si trova di fronte a molti pericoli: potrebbe essere bloccato nella tuba, o aggredito dal sistema immunitario materno e non consentire il suo annodamento, non trovare la giusta spinta e condizione per formarsi e crescere, oppure non trovare un terreno adeguato per essere accolto e nutrito, scarso ossigeno, particolarmente necessario per la sua intensa attività cellulare. Lo sviluppo e il benessere del bambino passano attraverso la salute e il benessere della madre e anche del padre che con la sua presenza direttamente o indirettamente influenza entrambi. La madre curando la sua salute cura e promuove anche la salute attuale e futura del figlio, con la sua disponibilità e corretto stile di vita gli offre un ambiente adeguato alla formazione dell’architettura del suo organismo, del suo cervello, della sua mente e del suo temperamento.

Per questo diventa indispensabile il pieno coinvolgimento dei genitori in questa fase i quali vanno messi, da parte della società e degli operatori sanitari, nella condizioni di offrire il meglio di sé nella formazione del figlio. Una scarsa partecipazione dei genitori, in particolare all’evento della gestazione, non può che accrescere i rischi e le difficoltà per i figli. Agli operatori sanitari spetta il compito di individuare i fattori di rischio, le malattie e le cure; ai genitori spetta il compito di una crescita globale della salute del figlio attraverso un adeguato stile di vita attento ai bisogni fisici, emotivi, affettivi, relazionali, cognitivi ed esistenziali.

Di notevole interesse è il lavoro presentato dal prof. Tajani sui “Fattori di rischio in gravidanza”, dove vengono analizzati, a partire dalla fase del pre-concepimento gli ostacoli e le difficoltà che emergono nel percorso che porta alla vita. Con semplicità e precisione vengono riportate le cause di rischio specifico per il feto nell’ambito genetico, infettivo, tossico, accanto ad alcune patologie endocrine e metaboliche materne. Per questo motivo sarebbe opportuno che ogni gravidanza venisse pianificata; poiché ciò non avviene quasi mai, ogni donna che si accorge di essere in attesa va consigliata e controllata dal personale sanitario in modo adeguato. Solo recentemente la ricerca psico-clinica ha iniziato a rilevare i fattori di rischio e di protezione presenti durante la gestazione, ed è emerso come la depressione in gravidanza, se trascurata, sfoci nella maggior parte dei casi in Depressione Post Natale (DPN). Poiché gli stati emotivi materni influenzano lo sviluppo e la crescita del nascituro, si ribadisce ancora una volta come fondamentale tutelare e valorizzare il periodo della gravidanza come momento importante sia per il nascituro, che per la madre e la coppia.

Affrontato l’aspetto culturale dei rivissuti materni e paterni della gravidanza, il lavoro di D. Cusenza, S. Spadotto, D. Casadei, focalizza l’attenzione su di un versante oggi sempre più importante ed al centro di interessi non solo medici e psicologici ma anche legati alla bioetica, e cioè la diagnosi prenatale. L’argomento è affrontato in modo da individuare le correlazioni esistenti tra l’ansia e la diagnosi prenatale. A tal riguardo rimandiamo alla parte della ricerca del lavoro, dove potremmo ritrovare diversi e interessanti spunti di riflessione.

Non è di poco conto interrogarsi circa la gravidanza dopo malattia oncologica per affrontare un evento che oggi sta divenendo sempre più frequente e che necessita di supporto specifico. Per il momento ci “limitiamo” alle problematiche relative al carcinoma mammario e gravidanza, dove in ostetricia J. Mocchiutti, D. Casadei, e F. Pugliesi affrontano la problematica con serietà scientifica e grande sensibilità. L’aggettivazione “ostetrica” a prima vista ci fa pensare a tutto ciò che attiene alla nascita ed alla vita, ma la realtà, e chi di noi lavora in ospedale ben la conosce, non è sempre così. La morte è sempre “compagna” di viaggio, a volte solamente evocata col pensiero e le fobie, altre volte pesantemente presente con l’aborto spontaneo, la morte fetale intrauterina e la morte perinatale.

A tal riguardo abbiamo inserito due lavori che guidano sia alla riflessione sia al cosa fare circa il nostro agire psicologico. D. Lo Sasso e E. Semprini affrontano un' ampia revisione della letteratura circa l’aborto spontaneo dove si evidenzia la valenza traumatica, e quindi clinica, dell’evento, mentre A. Barin, D. Casadei e E. Manià affrontano le tematiche della morte fetale anche attraverso la proposta di protocolli d’intervento precoce (psicologia ostetrica / psicologia clinica d’urgenza). Il contributo di Francesca Pasqualetto ci aiuta a definire il quadro delle criticità possibili attraverso una disamina attenta e puntuale circa la fatica del fare e dell’agire e dell’operatore in area ostetrica affrontando il burn-out in tale contesto. A nostro avviso non è argomento di secondaria importanza poiché oltre che riguardare la nostra salute psicologica attiene anche ad argomenti quali la qualità della prestazione erogata ed il rischio di errore dell’operatore.

Da ultimo, presentiamo con grande soddisfazione l’ultimo impegno editoriale di Pier Luigi Rigetti e Dario Casadei quale importante contributo al “Sostegno psicologico in gravidanza” per cogliere i molti stimoli e suggerimenti relativi al “come porsi” e al “cosa fare” affinché il periodo dell’attesa possa essere affrontato dalla madre e dalla coppia con consapevolezza e in un contesto dove venga garantito tutto il sostegno psicologico necessario. Il nostro intento è quello di poter contribuire anche alla sensibilizzazione di tutte le professionalità coinvolte nella vita prenatale, psicologi, ginecologi-ostetrici, ostetriche, medici oncologi, laureati in scienze dell’educazione, per il prezioso contributo che esse possono apportare durante questa fase, ritenuta a ragione la più importante della vita, nella quale vengono poste le basi della futura esistenza.

Si tratta di un’opportunità unica di prevenzione primaria, ma anche di un momento strategico fondamentale per ridurre i fattori di rischio. Il coinvolgimento di esperti su più aree del prenatale rappresenta una grande occasione per affrontare e superare le criticità che possono emergere nel corso della gestazione, inoltre da la possibilità di promuovere al meglio la salute e con essa i fattori di protezione nei confronti del nascituro e dei suoi genitori. Questa è una fase importante nella quale noi operatori del materno infantile possiamo operare con successo per contenere, ridurre e talvolta eliminare le ambivalenze e gli atteggiamenti di rifiuto verso il figlio, affrontare le situazioni traumatiche e di stress, che molta parte hanno nel favorire lo sviluppo dei disturbi psichiatrici minimi e la patologia psicosomatica del lattante. In questa ottica si possono ridurre ed affrontare il disagio e le malattie della gestazione, il numero di aborti, nonché le difficoltà e complicanze relative all’evento parto.
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FATTORI DI RISCHIO NELLO SVILUPPO PRENATALE
di Ernesto Tajani
Unità Operativa di Ginecologia ed Ostetricia – Presidio Ospedaliero di Terlizzi – ASL BA/1

Riassunto: Il percorso che porta alla vita, è ricco di interferenze, sia positive che negative. Per una vita che nasce i rischi possono iniziare già prima della fecondazione, per questo motivo sarebbe opportuno che ogni gravidanza venisse pianificata; poichè ciò non avviene quasi mai, ogni donna che si accorge di essere in attesa va consigliata e controllata in modo adeguato. Le cause di rischio specifico per il feto possono essere raggruppate in genetiche, infettive, tossiche ed alcune patologie endocrine e metaboliche materne.

Tutte le infezioni virali sono potenzialmente lesive per il feto, fortunatamente la maggior parte dei virus non produce danni embrionali; ritroviamo: la rosolia, il citomegalovirus, i virus erpetici, la varicella, la toxoplasmosi, le epatiti virali, le infezioni batteriche, la clamidia, il virus dell'immunodeficenza. Tra le cause tossiche si ritrovano: l'alcol ( sindrome alcolica fetale) , il fumo di sigaretta, la caffeina, le droghe (oppiacei, anfetamine, cocaina), i farmaci, sostanze chimiche industriali ed inquinanti dell'ambiente, esposizione a solventi, esposizione a radiazioni. Infine, tra le malattie metaboliche che costituiscono rischio per il nascituro vi sono: il diabete insulino-dipendente, l'ipertensione. Su molti di questi fattori non è ancora possibile intervenire, rimane importante per la prevenzione fornire alla donna gravida tutta una serie di informazioni che la aiutino a vivere bene la gravidanza.

Introduzione
Dall’incontro casuale dello spermatozoo con l’uovo inizia un percorso straordinario, di cui non tutto ci è ancora noto, esposto ad una miriade di interferenze sia positive che negative.
Tra gli esseri viventi del pianeta terra la razza umana non è la più feconda, tuttavia la maggior parte delle coppie non fa una gran fatica a riprodursi, considerato che la sterilità incide per una percentuale del 12-15%. Eppure perché si arrivi alla fecondazione è necessario che prima si sia verificata tutta una serie di eventi complessi e di coincidenze di grande rilevanza.

Per quel che riguarda la donna è necessario che, a partire dalla maturazione puberale, le ovaie producano con regolarità cellule uovo in grado di essere fecondate. E ciò non basta. Dovranno verificarsi tante altre circostanze favorevoli come, la pervietà e la buona funzionalità delle tube perché lo spermatozoo possa raggiungere l’uovo e in caso di fecondazione lo zigote possa essere trasportato fin nella cavità uterina. Qui solo l’opportuna preparazione della mucosa endometriale farà sì che l’ovocita fecondato venga accolto e la gravidanza si avvii. Anche le condizioni della vagina e del collo dell’utero giocano un ruolo importante nel favorire il cammino degli spermatozoi: infatti occorre una buona permeabilità del muco cervicale e l’assenza di fatti flogistico-infettivi perché il processo possa avviarsi nel modo migliore.

Nell’uomo i testicoli devono essere in grado di produrre incessantemente un gran numero di spermatozoi morfologicamente regolari e dotati di una buona mobilità che consenta loro quel lungo percorso che dalla vagina, attraverso il canale cervicale, la cavità uterina e quasi tutta la tuba li porti a contatto con l’uovo. Su due-trecento milioni di spermatozoi presenti in media nell’eiaculato solo poche centinaia arriveranno a destinazione ed uno solo sarà quello fortunato che attraverso un meccanismo complesso penetrerà nell’uovo.
Sembra quasi una corsa ad ostacoli nella quale è indispensabile anche una certa coincidenza temporale, dato che la cellula uovo è fecondabile solo per quarantotto ore mentre la vitalità degli spermatozoi nelle vie genitali femminili permane fino a cinque giorni.

I rischi
Per una vita che nasce i rischi iniziano anche prima della fecondazione, già durante la gametogenesi (es. trisomie per mancata disgiunzione cromosomica, alterazioni della cellula uovo a causa di radiazioni e di mutageni come gli antiblastici, ecc.). Successivamente si avrà una diversa vulnerabilità in rapporto all’epoca gestazionale, dal momento che si distinguono tre periodi corrispondenti alla blastogenesi (1-15 gg), all’embriogenesi (16-72 gg) e alla maturazione e crescita fetali (73-280 gg). Si parlerà pertanto di gametopatie, blastopatie, embriopatie e fetopatie per far riferimento all’epoca di insorgenza di determinate patologie.

Per cercare di evitarle sarebbe opportuno che ogni gravidanza venisse pianificata, in modo da rimuovere le interferenze negative e preparare l’evento nelle migliori condizioni. Poiché ciò non avviene quasi mai, proprio per questo ogni donna che si accorge di essere in attesa va adeguatamente consigliata e controllata onde prevenire, diagnosticare e trattare tutti i problemi che possono arrecare danno a lei stessa e al nascituro.
In principio si valuterà il rischio generico legato alla razza, all’età, alla familiarità, alla storia clinica in generale ed ostetrico-ginecologica in particolare.

Nella nostra società che tende a diventare sempre più multirazziale è bene ricordare che alla razza nera, ad es., è legato un più basso peso alla nascita, che è connesso con una maggiore morbilità e mortalità infantili. Importante è anche l’area geografica di provenienza, considerata l’alta percentuale di emoglobinopatie ereditarie presenti nelle nazioni rivierasche del Mediterraneo.

Le adolescenti possono presentare più problemi psicologico-sociali che fisici, trattandosi in grande percentuale di gravidanze non desiderate. Sono, inoltre, a maggior rischio per carenze nutrizionali da diete incongrue, per gli effetti negativi legati ad abitudini di vita (fumo di sigaretta, ingestione di alcool, uso di droghe) e per le malattie a trasmissione sessuale. Le donne in età avanzata, oltre ad un aumentato rischio di alterazioni genetiche presentano una maggior frequenza delle patologie connesse con la gravidanza in sé come aborto, placenta previa, iposviluppo fetale, ecc.

Vanno prese in considerazione anche patologie familiari, quali il diabete e l’ipertensione, e la presenza di casi evidenti di tare genetiche. Non va sottovalutata la storia di infertilità con aborti pregressi o di gravidanze con esito infausto per morte fetale o con complicanze varie come metrorragia, ritardo di crescita fetale, minaccia di parto prematuro, gestosi, ed altro.
Le cause di rischio specifico per il feto possono essere raggruppate in genetiche, infettive, tossiche (voluttuarie o ambientali) e alcune patologie endocrine e metaboliche materne.

Cause genetiche
Il rischio nella popolazione generale per quel che riguarda i difetti congeniti rilevabili alla nascita è pari al 3-5%. Esso sale all'8-10% se si considerano i difetti congeniti che si evidenzieranno nei primi dieci anni di vita. Le anomalie congenite possono avere una causa genetica (da alterazione del patrimonio cromatinico) ma anche non genetica (da cause ambientali) (tab. 1).
Alcune alterazioni genetiche possono essere causa di infertilità. Esse sono presenti nel 15% degli uomini e nel 10% delle donne infertili. Le alterazioni possono consistere in mutazioni cromosomiche (per cui si parla di cause citogenetiche) o in mutazioni geniche (per cui si parla di cause molecolari).
Anche in caso di poliabortività (> 3 aborti spontanei) è opportuno, oltre all'esame del cariotipo del materiale abortivo, valutare il corredo cromosomico della coppia per la ricerca di un eventuale riarrangiamento strutturale bilanciato in uno dei partner. Talvolta la poliabortività è legata alla presenza di tratti X-linked letali nei maschi, cosa che comporta il riscontro di donne con aborti multipli e figli viventi solo di sesso femminile.
I portatori sani di patologie genetiche potenzialmente trasmissibili si possono distinguere in due categorie:

a) quelli che hanno un rischio riproduttivo a prescindere dal partner

(donne con mutazioni X-linked, come ad es. la distrofia muscolare di Duchenne; individui portatori di un'alterazione cromosomica bilanciata, come ad es. una traslocazione reciproca; mutazioni correlate a malattie ad esordio tardivo, come la corea di Huntigton; individui con mutazioni dominanti con penetranza variabile o incompleta, es. la distonia familiare);

b) quelli il cui rischio si manifesta solo nel caso di unione con un partner anch'esso portatore

(mutazioni autosomiche recessive, le più frequenti globalmente intese, es. l'anemia mediterranea).
Importante è sapere se vi sia o no una familiarità (già di per sé condizione di rischio).
Ogni individuo è portatore sano di 6-8 mutazioni delle oltre 5.000 ad oggi identificate. Fatta eccezione per le patologie familiari, non è possibile prevedere quali mutazioni siano presenti in un determinato soggetto. Le uniche patologie per cui è proponibile, per la frequenza di manifestazione, uno screening sono la beta-talassemia, la fibrosi cistica e la malattia di Tay-Sachs (gangliosidosi).
La presenza di un'anomalia cromosomica in uno dei partner costituisce indicazione all'esecuzione di un cariotipo fetale e l'estensione dell'indagine cromosomica ai parenti di I ed eventualmente di II grado. La probabilità di avere un bambino con anomalie cromosomiche e conseguenti problemi malformativi e/o ritardo mentale può dipendere da diversi fattori:

- il tipo di riarrangiamento e i cromosomi coinvolti;

- il tipo di segregazione conseguente all'appaiamento dei cromosomi riarrangiati alla meiosi;

- il sesso del genitore che trasmette l'anomalia cromosomica.

Il rischio malformativo è massimo sino alla fine del periodo embrionale (72 gg ovvero 12 settimane compiute). Dopo quest’epoca si possono verificare alterazioni anche gravi che però comportano disturbi funzionali e non strutturali.

Cause infettive
Tutte le infezioni virali, soprattutto nel periodo embrionale, sono potenzialmente lesive per il feto dato che questi agenti infettivi per le loro piccolissime dimensioni passano con estrema facilità la barriera placentare e sono dotati del cosiddetto “effetto interferente”, cioè bloccano la regolare moltiplicazione cellulare indispensabile per la formazione di organi e apparati. Fortunatamente la maggior parte dei virus non produce, almeno in apparenza, danni embrio-fetali salvo alcune importanti eccezioni.
La rosolia se contratta nel primo trimestre, può dare sordità, cataratta, ritardo mentale, microcefalia, difetti cardio-vascolari, ed altro ancora. E’ possibile una profilassi attraverso la vaccinazione che sarebbe opportuno effettuare già prima del menarca ma che comunque è consigliata nei soggetti privi di anticorpi almeno sei mesi prima del concepimento.

Il citomegalovirus può provocare aborti spesso ripetuti oppure danni fetali che vanno dal ritardo di crescita, ai disturbi uditivi, alle sequele neurologiche permanenti fino alla morte neonatale Non esiste in questo caso la possibilità di una profilassi vaccinale. Pare inoltre che l’aver contratto l’infezione prima della gestazione non protegga il feto in caso di reinfezione in gravidanza.
I virus erpetici di tipo 1 e 2 rappresentano un rischio serio per il feto ed il neonato anche se non è certo un effetto teratogeno. Possono essere causa di parto prematuro e infettare il feto durante il passaggio nel canale del parto al momento della nascita per cui si preferisce cesarizzare la gravida con infezione vaginale in fase florida.
Di solito sottovalutata, la varicella non dà problemi fino alla 20° settimana. Da allora il rischio aumenta per diventare massimo in epoca prenatale. Se il feto contrae l’infezione nell’imminenza del parto e questa non si esaurisce prima della nascita vi possono essere serie conseguenze sino alla morte neonatale.

Nel cosiddetto “complesso TORCH” parte di rilievo occupa la toxoplasmosi. E’ un’infestazione legata ad un protozoo che l’uomo ha in comune con il gatto, in quanto esso svolge il suo ciclo vitale parte nell’uno e parte nell’altro. Se contratta dall’adulto non dà alcun segno né è pericolosa. La prima infezione in gravidanza invece comporta la possibilità di passaggio transplacentare del parassita con localizzazione preferenziale nel cervello fetale. Qui il toxoplasma forma delle cisti che poi calcificano, risultandone un danno irreversibile per la funzione cui una determinata zona è preposta. Nella maggioranza dei feti colpiti si osserva ritardo mentale e/o grossi disturbi della vista, mentre nel 12% dei casi si ha morte perinatale. Reinfezioni in soggetti immuni non comportano alcun rischio per il feto protetto dagli anticorpi materni.

Problema sempre più diffuso è quello delle epatiti virali, di tipo B e C in particolare. Non di rado la donna scopre di esserne affetta proprio in gravidanza. Non se ne conoscono al momento potenzialità teratogene. La vaccinazione neonatale dei figli di madri affette da epatite B mira a proteggerli dalle conseguenze più tragiche che nel tempo l’infezione potrebbe produrre, la cirrosi epatica e l’epatocarcinoma.
Tra le infezioni batteriche va ricordata la sifilide, attualmente in verità piuttosto rara nella nostra realtà, che interessa seriamente il feto fino a costituirne causa di morte. Non a caso nella reazione di Wassermann originale, usata in laboratorio per diagnosticare la malattia, l’antigene era rappresentato da estratto di fegato di feto eredoluetico che risulta particolarmente ricco in treponemi, i germi responsabili della malattia.
Anche lo streptococco beta-emolitico, batterio che non è raro trovare in vagina, può provocare infezioni delle vie urinarie materne, ritardo di crescita fetale e causare un avvio prematuro del travaglio di parto. Per tal motivo si consiglia di ricercarlo routinariamente mediante tampone vaginale a partire dalla 20° settimana.

La clamidia, infezione genitale il più delle volte asintomatica, può dare al feto congiuntiviti, infezioni dell’orecchio medio, polmoniti interstiziali.
In gravidanza può costituire rischio infettivo anche il lavoro nei caseifici per il pericolo di venire a contatto con il batterio responsabile della brucellosi, malattia a localizzazione nel reticolo-endotelio di non facile cura.
L’infezione più seria resta comunque quella da virus dell’immunodeficienza responsabile dell’AIDS (Acquired ImmunoDeficiency Syndrome). La trasmissione verticale al feto da madre sieropositiva si verifica con una frequenza quasi quattro volte maggiore rispetto al virus dell’epatite B.

Il passaggio transplacentare si ha nel 30% delle gravide affette, condizionato dalla carica virale, dallo stato immunologico materno, da eventuali terapie in corso. L’espletamento del parto tramite taglio cesareo sembra in grado di ridurre il rischio di trasmissione materno-fetale. Poiché una percentuale notevole di donne risultate sieropositive al controllo effettuato in corso di gravidanza non dichiara fattori o comportamenti a rischio, sembra ragionevole proporre uno screening per tutte coloro che si apprestano a concepire, naturalmente con il dovuto consenso.

Cause tossiche
L’assunzione di alcool espone la gravida ad un maggior rischio malformativo, che appare proporzionale alla quantità ingerita. L’alcool diventa pericoloso se si supera il limite di 2,2 gr di alcool/kg/die. In questi casi si manifesta quella sindrome particolare, nota proprio come “sindrome alcolica fetale”, contraddistinta da iposviluppo fetale, ritardo mentale, difficoltà di attenzione e disturbi comportamentali, oltre ad un particolare aspetto della faccia, con inserzione bassa e asimmetrica delle orecchie, filtro corto e piatto, testa piccola, naso corto e rivolto verso l’alto, labbra sottili e occhi allungati. Tale sindrome ha un’incidenza che va dal 2 all’8% tra le madri forti bevitrici. Ma va ricordato che anche consumi moderatamente alti possono provocare gravi deficit intellettivi e comportamentali, etichettati come ARND (Alcol Related Neurodevelopmental Desorders).

Al fumo di sigaretta sono collegati aborto, ritardo di crescita e minaccia di parto prematuro. Non è stata evidenziata una relazione con eventi malformativi. I neonati sarebbero più soggetti a morte in culla. Nei bambini si osserva ritardo intellettivo. L’effetto è correlato al numero di sigarette giornaliere. Sebbene sia consigliabile smettere di fumare appena ci si accorge della gravidanza, secondo studi statunitensi di qualche anno fa non si dovrebbero almeno superare le 400 sigarette nei nove mesi. Anche il fumo passivo comporterebbe analoghi rischi anche se ridotti.

La caffeina attraversa facilmente la barriera placentare. La sua metabolizzazione è ridotta e l’emivita ne risulta aumentata, in modo particolare nell’ultimo trimestre. Non esistono evidenze di effetti teratogeni da caffeina se assunta in quantità moderata (una – due tazze al giorno). Dosaggi alti, superiori a 300 mg/die (quattro – cinque tazze al giorno) potrebbero essere messi in relazione con aborti spontanei, problemi comportamentali e basso peso alla nascita. E’ consigliabile comunque ridurre il consumo di caffè in gravidanza per gli effetti neurofisiologici e cardiovascolari sul feto poiché il nascituro ha una ridotta capacità di eliminazione della caffeina.

Tra le droghe, gli oppiacei non hanno effetti teratogeni, possono dare ritardo di crescita, parto prematuro e più frequenti difficoltà respiratorie alla nascita, pur verificandosi una minor incidenza di malattia da membrane ialine oltre a minori possibilità di sviluppare ittero grazie ad una migliore maturazione epatica. L’eroina, alcaloide dell’oppio, passa il filtro placentare e permea i tessuti fetali in breve tempo. Viene escreta, dopo essere stata metabolizzata in morfina, attraverso il rene fetale, ma non attraversa la placenta in senso inverso, concentrandosi nel liquido amniotico. E’ descritto un aumentato rischio di morte improvvisa sia del feto che del neonato, in cui frequentemente si osservano i segni della sindrome di astinenza.

La cocaina oltre ad esplicare una potente azione di stimolo sul sistema nervoso fetale è dotata di proprietà vasoattive capaci di provocare problemi specifici al feto attraverso un danno placentare o tramite azione diretta sui vasi fetali con dimostrati effetti teratogeni a carico di vari organi. Anche l’uso sporadico sarebbe legato ad una maggior incidenza di aborto spontaneo, parto prematuro, ritardo di crescita, distacco di placenta ed ipertensione materna. Nelle ultime settimane di gravidanza si osserva un’alterazione dell’organizzazione degli stati comportamentali fetali che perdura per alcuni mesi dopo la nascita. Dopo qualche giorno dal parto i neonati presentano i classici segni da deprivazione (irritabilità, tremori, ipertonia muscolare, irrequietezza). I bambini più grandi presentano ridotte capacità relazionali, maggior aggressività e una più bassa reattività agli stimoli ambientali.

Il derivato attivo della marijuana, il delta-9-tetraidrocannabinolo, provoca depressione del ritmo cardiaco e alterazioni elettroencefalografiche nel feto. Inoltre sarebbe responsabile di ritardo di crescita, malformazioni, alterazioni del ritmo sonno-veglia, iperreflessia, tremori e disturbi del linguaggio. Eppure secondo uno studio a doppio cieco effettuato in Jamaica la marijuana non produce effetti nocivi, anzi fa bene alla gravida aumentando l’appetito e riducendo la nausea ed anche i neonati sembrano non risentirne.

Le anfetamine raggiungono rapidamente il feto, paiono associate a malformazioni, specie palatoschisi, e sono responsabili di ritardo di crescita. Non è certo l’effetto dell’LSD che sperimentalmente ad alte dosi e solo in alcune specie animali dà malformazioni.

Per quanto riguarda i farmaci, non di rado ci si imbatte in due atteggiamenti completamente all’opposto delle gravide: alcune mostrano una forte riluttanza ad assumerli nel timore di danneggiare il feto, altre li usano con eccessiva disinvoltura senza pensare a possibili conseguenze.
Quando occorre, molti farmaci possono essere adoperati con tranquillità, sempre che siano prescritti dallo specialista che valuta di volta in volta la necessità della terapia, l’efficacia della stessa, gli effetti indesiderati su madre e feto in quel momento della gestazione. In casi particolari, anche in presenza di dubbi su un potenziale danno fetale, alcuni farmaci vanno somministrati se il rapporto rischi/benefici è chiaramente favorevole.

Un eventuale danno da farmaci è più probabile tra il 31° ed il 71° giorno di amenorrea, periodo durante il quale si realizza l’organogenesi e pertanto di maggior vulnerabilità dell’embrione verso agenti potenzialmente teratogeni. Ma perché ciò si verifichi è necessaria la confluenza di più condizioni che agiscono con un determinismo ancora sconosciuto.

Analogamente della maggior parte dei farmaci non sono tuttora noti gli effetti sul feto. Di alcuni si sa il danno prodotto, come la focomelia (agenesia delle ossa lunghe degli arti) da talidomide o l’effetto teratogeno degli antiblastici. Per questo motivo si consiglia di evitare per quanto possibile l’assunzione di qualsiasi sostanza e soprattutto di non ricorrere all’autoprescrizione. Nella tab. 2 si riporta, a solo fine esplicativo, un elenco di alcuni farmaci con gli effetti teratogeni ad essi attribuiti.

Molte sostanze chimiche industriali ed vari inquinanti ambientali ogni giorno vengono a contatto con la gravida attraverso le vie più diverse, spesso sul posto di lavoro. E’ certo che alcune di esse hanno un effetto teratogeno sul feto.

L’esposizione ai solventi organici, largamente usati in campo industriale e sanitario, è causa di malformazioni cardiache, del sistema nervoso, della laringe, dell’apparato urinario. Il cadmio può indurre aborto spontaneo e nefrotossicità per esposizione cronica. Il piombo ed il mercurio sono tra i tossici ambientali più diffusi e pericolosi. Sono noti gli effetti teratogeni del pesce inquinato da mercurio industriale nella baia giapponese di Minamata e degli antiparassitari al mercurio in Iraq. Recentemente è stato riportato dalla stampa un aumento della percentuale di neonati malformati a Priolo, zona siciliana ad alta concentrazione industriale.
Una maggior frequenza di malformazioni è stata anche notata nei figli delle parrucchiere legata con tutta probabilità alla manipolazione dei coloranti. Un motivo di più per sconsigliare alle gravide di sottoporsi a tinture.

Vi è anche un rischio da radiazioni ionizzanti, ma solo per dosi altissime (5000-7000 cGy) adoperate per motivi terapeutici, mentre non costituiscono un pericolo quelle molto più basse (< 5 cGy) della diagnostica radiologica.

Diabete e gestosi
Anche alcune malattie metaboliche materne possono costituire un rischio per il feto. Il diabete insulino-dipendente non adeguatamente trattato provoca vari tipi di malformazioni, morte improvvisa in utero, esagerato accrescimento fetale cui si correlano distocie del parto, ipoglicemia e distress respiratorio nel neonato. L’ipertensione determina un ritardo di crescita fetale e la possibilità di distacco della placenta con morte intrauterina. Per la prevenzione delle complicanze più gravi (eclampsia) spesso è necessario anticipare il parto con tutti i problemi connessi alla gestione di un neonato immaturo.

La salubrità dell’attesa
Pur se su molti fattori di rischio non è possibile intervenire è comunque importante per la prevenzione il concetto della “salubrità dell’attesa”.
Occorre fornire alla gravida tutta una serie di informazioni che la aiutino a vivere meglio la gestazione.
Si inizia con il counseling per l’alimentazione. L'aumento del peso corporeo totale fino a pochi anni fa si diceva non dovesse superare i dodici chili, mentre oggi si consiglia di non andare oltre i nove - dieci. Importante è quindi un controllo del peso, costante ma non ossessivo, non ogni giorno ma almeno una volta la settimana. Fondamentale è comunque il peso di partenza: se basso si consentirà un aumento maggiore, se alto bisognerà fare ancor più attenzione.

Per arrivare a questi risultati certamente non si affamerà la donna. E' indubbio che dovrà mangiare di più, ma con moderazione. L’aumento dell’apporto calorico giornaliero è stato calcolato in 250-300 kcal. E’ importante che la dieta sia ben equilibrata nei suoi costituenti fondamentali (zuccheri, proteine, grassi) e che sia data preferenza alle proteine animali ed ai grassi vegetali. Va ricordato che una dieta varia e completa non avrebbe bisogno di alcuna integrazione (vitamine, ferro, sali minerali) che dovrebbe essere prescritta solo in caso di effettiva necessità. Lo stesso supplemento di acido folico, al fine di evitare le alterazioni da mancata chiusura del tubo neurale, per essere realmente efficace dovrebbe essere dato prima che la gravidanza avesse inizio.

Connessi alla dieta nel primo periodo di gravidanza possono manifestarsi nausea e vomito. E’ importante che la gravida mangi secondo gradimento, evitando tutti quegli alimenti che, pur utili alla gravidanza, già prima evitava. Dovrà mangiare poco e spesso, per non riempire eccessivamente lo stomaco o tenerlo a lungo vuoto, preferendo cibi solidi e secchi, bevendo poco ai pasti e di più lontano da essi. Sono sconsigliati tutti quei cibi di difficile digestione e quelli che stimolano la secrezione gastrica.

L'attività fisica viene incoraggiata purché non causi affaticamento. La pressione arteriosa più bassa e le resistenze periferiche ridotte possono far percepire prima e in maniera maggiore la stanchezza. Vanno pertanto privilegiati gli esercizi di rilassamento, soprattutto della parte inferiore del corpo, dal bacino in giù, che potranno rivelarsi di grande utilità al momento del parto.

Il lavoro non è controindicato, anzi in molte situazioni aiuta la donna ad accettare meglio l'idea stessa del cambiamento di stato e a tener lontane le paure a quello collegate. Un'occupazione sedentaria è sicuramente l'ideale. Dovranno comunque essere evitati i lavori faticosi, come il sollevamento di pesi, l'esposizione a sostanze tossiche o radiazioni, i rischi infettivi. Le emissioni dei terminali elettronici non sono pericolose, mentre possono dar problemi lunghe posture obbligate davanti ad essi. Consigliabile quindi effettuare di tanto in tanto una pausa.

Ma per la gravida oltre al benessere fisico è importante il benessere psichico. Essa ha bisogno di essere sostenuta dal suo compagno e tranquillizzata dal medico di fiducia. Ad esempio si rimarcherà che i rapporti sessuali non sono vietati. Bisogna solo avere un po' di cautela nel primo e nel terzo trimestre, quando potrebbe verificarsi minaccia rispettivamente di aborto e di parto prematuro.

In presenza di dette patologie sarà opportuno astenersi.
Situazioni conflittuali, tipica quella che vede la gestante in contrasto con la suocera coabitante, esacerbano disturbi di solito di minor importanza come il vomito. In questi casi l'allontanamento dall'ambiente domestico, come il ricovero ospedaliero per la cura del sintomo, risulta più efficace della terapia farmacologica.
Controlli accurati e periodici con l’ausilio delle tecniche più moderne e programmi di screening adeguati concorrono per quanto possibile a garantire un buon risultato con la consapevolezza dell’interessata che purtroppo non tutto è prevedibile o evitabile.

Per approfondire:
James, Steer, Weiner, Gonik Trattamento della gravidanza a rischio Verduci Editore, 2002

Tab. 1 - Classificazione delle anomalie cromosomiche
Anomalie cromosomiche: numeriche (omogenee o a mosaico) o strutturali
Numeriche: - poliploidie (triploidie, tetraploidie)
- aneuploidie (trisomie, monosomie, marker sovrannumerari)
Strutturali: - traslocazioni (reciproche, robertsoniane)
- inserzioni
- delezioni (terminali, interstiziali, sindromi da microdelezione, sindromi da geni continui)
- duplicazioni
- inversioni
- cromosomi ad anello
- isocromosomi

Classificazione delle patologie ereditarie
• geniche:
• autosomiche dominanti
• autosomiche recessive
• X-linked
• cromosomiche:
• degli autosomi
• dei cromosomi sessuali
• multifattoriali

Tab. 2 - Rischi fetali da farmaci
Antiblastici: malformazioni, aborto
Anticonvulsivanti: malformazioni cardio-vascolari o cranio-facciali, anomalie dello sviluppo
Antagonisti dell’acido folico: anencefalia, palatoschisi
Androgeni: alterazioni dello sviluppo dei genitali esterni nei feti di sesso femminile
Clomifene: cromosomopatie, difetti del tubo neurale, cardiopatie
Cloramfenicolo: sindrome del neonato grigio (collasso cardio-circolatorio fetale)
Coumadin: emorragie fetali, morte fetale
Streptomicina: lesioni del nervo acustico
Ipoglicemizzanti orali: malformazioni varie
Metilmazolo: ritardo mentale, gozzo
Morfina: convulsioni, morte neonatale
Novobiocina: iperbilirubinemia
Progestinici: mascolinizzazione
Resurpina: depressione neonatale
Retinoidi (vit. A): malformazioni cerebrali, oculari, facciali, cardiopatie, agenesia del timo
Salicilati: malformazioni del sistema nervoso, emorragie neonatali
Sulfamidici: ittero
Talidomide: focomelia, malformazioni vascolari
Tetracicline: inibizione della crescita ossea
Vitamina K: iperbilirubinemia
Warfarina: anomalie scheletriche, ipoplasia delle ossa nasali, atrofia ottica
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LA PSICOLOGIA PERINATALE
di Gino Soldera

In questo numero della rivista si inizia ad affrontare in modo articolato il tema della psicologia perinatale. Un aspetto della psicologia poco conosciuto, ma non per questo meno importante, una verità destinata a il¬luminare le conoscenze dell’uomo relativamente al suo sviluppo e la sua condizione esistenziale, in quanto l’evento nascita non rappresenta una semplice esperienza nella vita dell’uomo, anzi può essere considerata una sorta di imprinting fondamentale, chiamato da Dowling “il copione di nascita”. Scriveva la giovanissima Hannah Arendt «sono fondamentalmente le condizioni della nostra nascita a modellarci cosi come siamo». Infatti, il modo di come nasciamo condiziona il nostro comportamento futuro, ma anche la nostra concezione della vita. E per questo già nell’antica Grecia Aristotele suggeriva: “Coloro che danno la vita a qualche creatura, non dovranno essere negligenti e indifferenti, ma prestare attentamente cura affinché l’arrivo alla vita di coloro che nascono divenga il più gioioso possibile”.

Le prime indagini cliniche (ad opera di Rank, Fodor, Graber, Laing) avevano colto che alcune situazioni di disagio, quali fobie, ansie e depressioni, dell’adulto erano riconducibili alla vita prenatale e al trauma della nascita. Cheek aveva rilevato, come vedremo nell’articolo di apertura, una interessante correlazione clinica tra i casi di patologia gastrointestinale, quali ulcera peptica e gastrica e spasmi dell’esofago e del colon, questi erano stati da lui associati al fatto che la madre non aveva potuto o voluto allattare; mentre problemi respiratori, come l’asma, l’enfisema e l’iperventilazione erano stati associati all’anestesia generale somministrata alla madre o a esperienze di soffocamento e panico durante il parto. Studi successivi attuati con tecniche più perfezionate, come l’ipnoanalisi, il rebirthing e la terapia primaria, hanno permesso il recupero della memoria più remota e la conferma che le esperienze passate di ogni individuo, anche le più precoci, si riflettono negli stadi successivi della sua esistenza.

I ricordi della nascita hanno consentito una grande prospettiva che è quella di essere riusciti a capire che i neonati sono degli esseri consapevoli e in grado di sperimentare e di interpretare la realtà che li circonda in modo estremamente raffinato. Secondo Thomas Verny “Il bambino è ben conscio di come nasce; infatti, egli sente la gentilezza, la tenerezza, il contatto dolce e affettuoso e reagisce a tutto questo come reagisce in modo opposto. Questa, del bambino consapevole fin dalla nascita, è sempre stata una delle maggiori preoccupazioni del medico francese Frederick Leboyer infatti egli dice: “La cosa fondamentale che ho sempre voluto far capire è che il bambino che viene al mondo, il neonato, non è un oggetto, non è qualcosa di vuoto, non è tabula rasa: no, è una persona, è qualcuno, e questo qualcuno deve essere trattato con rispetto e non manipolato, ignorato nella sua personalità. Si pensa che il neonato non veda, non senta, che abbia un'attività semplicemente animale: non è vero!

Quando si guarda con attenzione un neonato, quando ci si immerge nel suo sguardo, si scopre che è una creatura completamente cosciente di quello che le capita, terrorizzata dall'immensità della sua avventura perché non la capisce. Bastano poche cose, fatte soprattutto di rispetto, per togliere al neonato la paura e infondergli sicurezza e fiducia.” La ricerca psicologica sviluppata nell’ambito della fase perinatale ha permesso di capire che il neonato è dotato di una propria identità personale, non ricevuta dai genitori, che gli consente di costruire la sua esperienza attorno al nucleo centrale del Sé. Di avere una sua consapevolezza e autoconsapevolezza, oltre alla capacità di accedere sia alla dimensione personale che a quella transpersonale dell’esistenza.

Il come la madre e il figlio affrontano la gestazione condiziona l’esito del parto. Durante questa fase si realizza anche la prima relazione, la relazione psicobiologica tra la madre il figlio, che successivamente si risolve con la nascita. Tale relazione, come riferisce il Prof. Zichella, è basata su meccanismi omeostatici delicatissimi, sequenzialmente programmati e subentranti, suscettibili di essere influenzati in senso agonistico e antagonistico, secondo modalità tempestive o intempestive, da fattori esterni o interni al sistema.

Il disadattamento del legame psicobiologico tra la madre e l’unità feto-placentare può essere all’origine di molte complicazioni in gravidanza e nel parto. Infatti, diversi fattori psicofisiologici e psicosociali possono avere un’influenza disturbante nell’andamento del parto nascita, tra questi: l’esperienza della nascita vissuta dalla madre; il rapporto di coppia esistente tra i due genitori; le condizioni di vita della coppia; la salute psicofisica della madre; il legame sviluppato con il figlio nel corso della gestazione; le esperienze vissute nel corso della gestazione; l’ambiente nel quale si realizza la nascita.

Quello in cui stiamo assistendo nelle nostre società occidentali, dove esiste una medicina ad alta specializzazione e a bassa integrazioni sono delle condizioni di parto-nascita sempre più difficili e complesse sia per la madre che per il bambino. Assistiamo ad un aumento della prematurità che sta diventando una realtà sempre più frequente in Italia il 7,3% nel 2002 dei bambini è nato prima delle 36° S.d.G. (Settimane di Gestazione), nel 1985 erano il 5,5%, lo 0,8% nasce prima delle 32° S.d.G., le cause sono date dall’età avanzata delle madri, dalla gravidanza gemellare (nelle gravidanze gemellari il 66% avviene prima della 36° S.d.G.), malattie e infezioni, lo stress, anche a causa delle difficili condizioni economico sociali soprattutto per l’azione del cortisolo, l’abuso d’alcool, di tabacco e di droghe. Però la prematurità può essere considerata risposta alla richiesta di adattamento ambientale e sociale della madre, ma anche la risposta a una richiesta di adattamento del feto a un ambiente interno non più idoneo perché, come dice la recente ricerca, questo può essere stressato, inquinato o deteriorato, e quindi favorire una reazione di fuga.

L’attuale progresso tecnologico tenderebbe a esasperare la medicalizzazione del parto a danno della sua umanizzazione. I parti cesarei in Italia sono in continuo aumento il tasso si è spostato dall’11% dell’’80, al 27% del ‘96 al 32,9% di oggi. Oggi in alcune regioni come la Campania e la Sicilia si è abbondantemente superato il 50% e ci si sta avviando verso 60-70%. La situazione dei bambini nati da taglio cesareo ricaveranno da questa esperienza un senso di vuoto, di solitudine e di distacco che li porta a sviluppare delle forti sensazioni di blocco, nel senso che possono sentirsi in difficoltà e fare fatica a portare a termine un compito, oltre che a mascherare un profondo bisogno di contatto.
In questo senso la psicologia perinatale può offrire accanto a dei modelli di intervento terapeutico sempre più validi, in caso di trauma della nascita, un sostanziale contributo per una comprensione più approfondita dei processi coinvolti nella nascita, ma può fornire anche delle preziose indicazioni per una natalità sempre più umanizzata, sollevata dal rischio di una dimensione esclusivamente meccanicistica di tipo specialistico.
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SULLA PSICOLOGIA PERINATALE
Gino Soldera e Antonio Valmaggia

La psicologia perinatale può essere definita come quella parte della psicologia che
studia l’influenza dell’evento nascita nella genesi delle funzioni neurospicologiche,
nella maturazione e organizzazione della mente, nella strutturazione della realtà
psichica e psicosomatica individuale e nello sviluppo globale dei processi personali,
relazionali e sociali.

Riferisce lo psichiatra inglese Ronald Laing (Laing, 1978):
“Nascere è di grande peso nel nostro ciclo di vita.
In questi anni, centinaia di migliaia di persone hanno avuto da adulti esperienze che
loro stessi sentono essere connesse con la loro effettiva esperienza natale.
Tracce dell’esperienza del nascere sembrano verificarsi nei sogni, miti fantasie, eventi
fisici o tradursi in vari modi.”


Gli studi epidemiologici e sperimentali hanno da tempo segnalato l’importanza
dell’esperienza della nascita nella vita dell’uomo e delle sue possibili conseguenze a
lungo termine.

In una ricerca condotta da Jacobson e collaboratori (Jacobson, Nyberg et al., 1990)
sulla correlazione tra uso di sostanze oppioidi durante il travaglio di parto ed il rischio
di tossicodipendenza in adolescenza, è stata dimostrata che la somministrazione di
oppioidi, barbiturici e protossido alla madre, per più di un'ora in travaglio entro 10 ore
prima della nascita, aumenta di ben 4.7 volte il rischio che il soggetto divenga
tossicodipendente in età adulta (lo studio paragona i dati perinatali di 200
tossicodipendenti, nati a Stoccolma tra il 1945 ed il 1966, con quello di fratelli/sorelle
non tossicodipendenti).

Sulla base di questi dati e di studi precedenti gli autori ipotizzano che ciò sia dovuto
ad un imprinting, processo mnemonico irreversibile che causa specifiche modificazioni
neuroanatomiche, probabilmente mediato dagli alti livelli di catecolamine presenti nel
travaglio; anche il testosterone facilita l'imprinting e ciò può spiegare il maggiore
effetto rilevato nei maschi.

Uno studio degli psicologi della University of Southern California-Los Angeles (Raine,
Brennan et al., 1994) su 4269 maschi ha dimostrato che le complicanze perinatali
insieme con il precoce rifiuto del bambino da parte della madre (entro un anno di vita)
predispongono al comportamento criminale violento a 18 anni di età.

La correlazione è statisticamente significativa per ciascuno dei due fattori di rischio ed
è maggiore quando entrambi son presenti.

Nel loro insieme questo gruppo di soggetti risulta costituire il 18% di tutti gli adulti
che commettono crimini violenti.

Non vi è invece correlazione con il commettere crimini non violenti.

Gli autori sottolineano come nello studio dei fattori predisponenti al comportamento
violento vadano sempre inclusi anche i fattori biologici oltre a quelli sociali, e come gli
interventi volti a promuovere la salute in età pre- e perinatale possano
significativamente ridurre la violenza da adulti.

Un lavoro precedente suggerisce che le complicazioni alla nascita, incluso il trauma
(Kendel, Mednick, 1991) portano danni cerebrali che predispongono il bambino ad atti
aggressivi e impulsivi.

Uno studio danese ha fatto il confronto tra 15 criminali violenti e 24 ladri
comparandoli con 177 persone innocenti sulla base della gravidanza e degli eventi
legati al parto.

Complicazioni quali la rottura dell’utero, prolasso del cordone ombelicale (attorcigliato
attorno al collo) e difficoltà nel travaglio pronosticavano comportamenti violenti, in
particolar modo in quelle persone i cui genitori erano psichiatricamente disturbati.

I risultati di queste ricerche stanno ad indicare che esiste una correlazione tra certe
condizioni presenti in epoca perinatale e il rischio che un particolare evento si verifichi.

Cenni storici
Le ricerche e le opere che dettero storicamente “il battesimo” alla psicologia perinatale
si devono a Otto Rank , psicanalista austriaco nato a Vienna nel 1884 e collaboratore
di Sigmund Freud.

Egli si separò dal maestro nel 1924 quando espresse sulla genesi della nevrosi una
teoria che non fu accettata dalla scuola freudiana (Rank, 1990).

Lo studioso austriaco teorizzò che ogni sviluppo psicopatologico, se non addirittura
ogni comportamento umano potessero essere interpretati come reazioni al vissuto
traumatico irrisolto della nascita.

Rank fu il primo a estendere la pratica psicanalitica allo studio delle leggende, dei
miti, dell'arte e della creatività riferibili alla simbologia della nascita.

Secondo Rank, quindi, alla base delle angosce nevrotiche vi è il “trauma della
nascita”; lo scopo della terapia analitica è quindi quello di portare alla coscienza tale
trauma e di svolgere funzione di “seconda nascita”, elaborando gli elementi negativi
della prima.

Questa visione implicò un affermazione rivoluzionaria: l’esistenza di una vita psichica
fetale.

Egli concepì l’utero come un paradiso primordiale dolorosamente perduto nel
momento della nascita.

Premessa, quella del paradiso, oggi abbondantemente messa in discussione dalla
ricerca che ha dimostrato che la il dolore e la sofferenza si possono ritrovare anche
nella vita intrauterina (Soldera, 2005).

Inoltre, ritenne che le successive azioni di ricerca del piacere non fossero altro che dei
tentativi di rivivere quello provato nell’utero.

In questa ottica, il gioco del nascondino ripropone la gravità della separazione dalla
madre e il piacere di ritrovarla.

Tutti i giochi ritmici ricalcano il ritmo percepito allo stadio embrionale -madri che
camminano, l’inizio e la fine, il lavoro e il riposo.

Le fobie dei tunnel, dei viaggi e dell’essere intrappolati ripetono l’ansia del parto.
Persino il sonno e il sesso sono stati visti come un ritorno al grembo materno.

Questa concezione innovativa lo portò a ridurre l’età richiesta per iniziare una
eventuale terapia, dall’età adulta ai primi mesi: quattro/otto mesi di vita.

Nandor Fedor analista americano e autore del libro “Il trauma della nascita” (Nandor,
1949) si è mosso negli anni 50’ nello stesso filone di indagine di Otto Rank con una
particolare attenzione verso l’interpretazione del sogno.

Egli sostenne che la vita è continua, che non inizia con la nascita e che la
comprensione di questa continuità della vita è di fondamentale importanza per la
comprensione dello sviluppo umano.

Riteneva che l’effetto disastroso la nascita poteva essere paragonato soltanto alla
morte e che questo timore della morte iniziasse proprio con la nascita.

Esprimeva la convinzione che il grado di amore che il bambino appena nato avesse
bisogno fosse direttamente proporzionale all’intensità del trauma della sua nascita.

Considerava l’esperienza del soffocamento, della claustrofobia, del panico, della paura
di cadere, dell’insonnia gli incubi notturni, la paura di castrazione e della morte
strettamente connessi con l’esperienza della nascita.

Nella sua opera descrisse molti ricordi, sogni oppure sintomi legati alla nascita,
sempre con l’idea che questi ricordi non fossero basati sulle memorie registrate dalla
coscienza, ma dalle impressione fatte proprie dall’organismo, come degli anelli della
corteccia di un albero, che segnano il corso della sua crescita fisica.

Anticipando in qualche modo la teoria dei campi morfogenetici del fisiologo britannico
Rupert Sheldrake.

Dai dati raccolti riteneva che gli eventi legati al parto continuavano a emergere nel
corso della vita e quindi attraverso i sintomi dei suoi pazienti.

Aveva riscontrato che un uomo che era nato in una casa situata vicino ai binari
ferroviari, era divenuto ipersensibile al fischio dei treni.

Un altro aveva mostrato reazioni dolorose nei confronti delle luci molto intense che
sembravano connesse con l’intervento al cranio avvenuto alla nascita.

Un uomo ancora adulto, nato in un ambiente freddo, continuava a lamentava di avere
sempre freddo.

Aveva anche rilevato alcune strane e precise correlazioni tra l’insorgere del disturbo e
la corrispondente giorno e ora della nascita.

Ad esempio, un paziente soffriva mal di testa alle due del pomeriggio di ogni venerdì,
cioè il giorno e l’ora in cui era nato; un altro avvertiva un particolare terrore alle due
del mattino, ora della nascita, e un senso di profonda depressione nelle ore
precedenti.

Infatti non riusciva a rimanere alzato fino a quel ora che gli creava un profondo senso
di depressione.

Nella pratica clinica aveva rilevato che il successo della terapia si otteneva solo con la
presa di coscienza della situazione e cioè quando i pazienti interessati riuscivano a
fare un preciso collegamento tra i loro sintomi e gli eventi traumatici accaduti nel
corso della nascita.

Il rapporto tra memoria kenestesica e nascita venne affrontato negli anni 70’
dall’ostetrico californiano David E. Cheek (Cheek, 1974), il quale verificò che le
persone, anche se adulte conservano una memoria muscolare relativa al modo in cui
la testa, le spalle e le braccia si erano mosse nel momento della nascita.

Per convalidare questa teoria, Cheek reclutò alcune sue pazienti che aveva fatto
nascere qualche decennio prima, le pose in stato di ipnosi e poi chiese loro di
ricordare il parto e questo con l’idea di confrontare ogni racconto con i documenti
originali raccolti alla nascita.

Alla fine di questa indagine constatò come ogni persona indagata ricordasse
esattamente la direzione in cui la propria testa era stata ruotata uscendo dal canale
vaginale.

Questo perché ogni bambino che viene al mondo ruota automaticamente la testa in un
modo particolare.

Praticamente tutti i pazienti di Cheek riportarono correttamente sia la posizione della
testa, ma anche quale braccio era uscito per primo.

Un altro dato interessante che aveva raccolto nella sua pratica clinica era che i casi di
patologia gastrointestinale, quali ulcera peptica e gastrica e spasmi dell’esofago e del
colon, erano stati da lui associati al fatto che la madre non aveva potuto o voluto
allattare; mentre problemi respiratori, come l’asma, l’enfisema e l’iperventilazione
venivano associati all’anestesia generale somministrata alla madre o a esperienze di
soffocamento e panico durante il parto.

Inoltra, aveva individuato una sorta dicorrelazione tra le problematiche legate ai processi procreativi, quali sterilità,
infertilità, mestruazioni difficili o dolorose, aborti ripetuti, doglie premature e tossiemia e la sensazione della donna di essere stata indesiderata oppure di appartenere al sesso “sbagliato”, rispetto a quanto desiderato dai suoi genitori.

Un caso emblematico riportato riguarda un paziente affetto da iperattività o incapacità
a stare fermo, che riuscì a superare solo quando scoprì, essendo nato prematuro, che
era rimasto bloccato dall’affermazione fatta dal medico subito dopo la nascita
all’infermiera quando gli disse: “Non perda troppo tempo. Non credo che valga la pena
di salvarlo”.


Contributi alla psicologia perinatale
Lo psicologo Arthur Janov nella sua pratica clinica rilevò che molte delle prime ferite
risalenti al periodo prenatale e perinatale producessero un dolore (dolore primario)
che, se non espresso, poteva essere la causa dell’insorgere di disturbi di natura
psichica e psicosomatica (Janov, 1972).

In questa logica egli trovò che il dolore della nascita avesse una priorità speciale, in
quanto era ritenuto il più devastante di tutti gli altri e anche perché richiedeva un
trattamento più prolungato.

Sviluppo una sua terapia che chiamò terapia primaria, conosciuta anche come la
terapia dell’urlo originario di Janov, che consisteva nel mettere il paziente nelle
condizioni ideali, talvolta anche intense e difficili, perché potesse percepire ed
esprimere le emozioni relative al dolore e alla sofferenza generate dal vissuto
traumatico per essere adeguatamente assorbite e integrate nella propria vita.

In questo tipo di terapia il recupero delle sensazioni e dei vissuti corporei ha la priorità
assoluta, poiché Janov ritiene che esse siano la chiave per comprendere l’origine delle
patologie.

E a questo proposito scrive: “La ragione di questo è che bisogna fare esperienza del
passato, una semplice rievocazione non basta. Ripeto, si può curare solo dove si è
stati feriti. Se la ferità risale ad uno di età, il cervello deve essere partecipe”

(Janov,2002).
A differenza di quanto si può credere il ricordo della nascita, in quanto tale, non viene
perseguito né preteso, né raccontato, ma diventa la via, l’occasione per guardarsi
dentro e per riscoprire se stessi attraverso l’ esperienza della nascita.

Sono i pazienti stessi che trovano un legame tra la loro esperienza di nascita e i loro
problemi fisici ed emotivi, proprio perché i ricordi della nascita presenti nell’inconscio
emergono in associazione con qualche evento che li innesca, come, ad esempio,
l’osservare la scena di un film dove le persone cadono o rimangono intrappolate, il
scivolare dentro o fuori l’acqua, l’esser racchiusi in un tunnel, il trovarsi immersi
nell’acqua, pone l’attenzione sul significato del ricordo che si cela negli strati più
profondi della coscienza.

In questo senso Janov ha osservato che esistono delle precise espressioni di uso
corrente che portano verso l’esperienza della nascita, quali: “Non riesco a far luce”,
“Non riesco a partire”, “Non trovo una via d’uscita”, “Non riesco a vincere questa
situazione”, “Sono pigiato come una sardina”, “Non so da che parte voltarmi”, “Più di
così non posso”.


Alla luce di questi risultati Janov si è impegnato a far capire quanto sia importante
l’amore dei genitori, fin dall’inizio della vita, in quanto questo influenza ognuno di noi
determinando sostanzialmente il nostro modo di pensare, di agire e di comportarsi da
adulti.
Un contributo interessante e originale alla psicologia perinatale è quello offerto dallo
psichiatra americano Stanislav Grof (8) nell’individuare i collegamenti che esistono tra
l’esperienza vissuta alla nascita nel parto, gli aspetti psicologici ad essa connessi e la
loro influenza nello sviluppo successivo.

Riferisce a questo proposito: “Compresi che le difficoltà della vita umana dipendono
dal fatto che non abbiamo assimilato il trauma della nascita e la paura della morte.
Siamo nati solo sul piano anatomico, ma non abbiamo integrato questo processo sul
piano psicologico. Le questioni relative al senso della nostra vita sono sintomatiche di
questa situazione. Poiché la vita è ciclica e include la morte, è impossibile spiegarla
ricorrendo alla ragione e alla logica. Conviene invece accordarsi al flusso dell’energia
vitale e approfittare della propria esistenza; in seguito il valore e il senso dell’esistenza
diventano evidenti.”


Le ricerche e le esperienze condotte da Grof con i pazienti, a partire dalle sostanze
psichedeliche (LSD), sugli stati di coscienza non ordinari, gli hanno consentito di
riconoscere come determinante il “processo perinatale”.

Questo perché l’insieme delle esperienze che hanno preceduto e accompagnato la
nostra nascita si sono “ancorate” nella nostra psiche e sono diventate una sorta di
“matrice” originaria di una vasta tipologia di problematiche psicologiche e
psicosomatiche, ma anche di memorie e vissuti che emergono dai diversi livelli
dell’inconscio inferiore, di natura biopsichica, e dell’inconscio superiore, come dice
Roberto Assagioli di natura trenspersonale o spirituale (Assagioli, 1973) e in stretto
collegamento con l’inconscio collettivo, quello che ci riporta alle esperienze originarie
dei miti e delle tradizioni.

Le esperienze vissute nella fase prenatale e perinatale hanno prodotto una sorta di
imprinting di base, denominati sistemi CODEX (Sistemi di Esperienza Condensata)
qualcosa di analogo a quello che Jung considerava essere la fonte dei “complessi
psicologici”, intorno alla quale si sono poi raggruppate tante successive esperienze
accomunate dalla stessa qualità emotiva, e questa ovviamente può essere sia positiva
che negativa.

Questi sistemi costituiscono un punto di riferimento sempre presente, che si ripropone
nelle nostre risposte alla vita.
Ad esempio, una nascita particolarmente traumatica o difficoltosa può imprimere nella
psiche un modello energetico fatto di frequenti o intensi mal di testa, accompagnati da
profonde sensazioni di oppressione e di schiacciamento e dove emergono nei sogni
ricorrenti contenuti di violenza e limitazione, senza vie d’uscita.

In questo caso si osserva come l’emozione originaria continui ad amplificarsi e
riprodursi a vari livelli di esperienza e di coscienza, compreso quello simbolico fino a
che non sopraggiunge la scarica.

Dalla sua ricerca Grof ha ricavato una sorta di “cartografia” della psiche contenente,
oltre al solito, livello biografico due settori transbiografici che sono: il livello
perinatale, in relazione al trauma della nascita biologica; e il livello transpersonale,
riferito all’identificazione esperenziale con altre persone, con animali, con piante e con
i più diversi aspetti della natura.

Inoltre, ha individuato nel processo perinatale quattro precise sequenze, denominate
Matrici Perinatali di Base (MPB), strettamente relazionate con l’esperienza della vita
prenatale e con le diverse fasi che si incontrano nel parto fisiologico.

Queste possiedono un contenuto emozionale e psicosomatico proprio, funzionano
come dei principi organizzatori di altri piani dell’inconscio, influenzano la nostra
percezione della realtà e il nostro percorso evolutivo.

Le quattro Matrici Perinatali sono:
1.“Universo amniotico”, o “pace oceanica”; in questa matrice ritroviamo la vita
intrauterina durante la quale la madre e il figlio vivono in simbiosi. Questa situazione è
ideale per il bambino che vive in uno stato di armonia e di pace con la sua mamma,
con la sua famiglia, con tutta la natura e con l’ambiente circostante. In questa matrice
la situazione si complica se subentrano interferenze di qualche tipo, come quelle
dovute a stati di intossicazione, pericoli di aborto spontaneo o provocato.

2. “Precipitazione nel cosmo e impossibilità di uscita”; siamo nella fase di avvio della
nascita iniziata circa verso il settimo mese con l’orientamento della testa del bambino
verso il canale del parto. In questa fase sono presenti continui cambiamenti di natura
neurormonale e fisiologica, fanno la comparsa le contratture, la modifica del collo
dell’utero per creare le condizioni della nascita del bambino. I ricordi di questo
momento del parto riproducono immagini simboliche e sensazioni che riguardano la
consapevolezza di un pericolo mortale la cui causa non è definita. I contenuti simbolici
si riferiscono a contenuti, come calamità, animali pericolosi o qual cos’altro di
pericoloso dal quale bisogna difendersi con estrema attenzione.

3. “Lotta di morte e rinascita; questa matrice comprende la fase dilatazione e l’inizio
dell’espulsione; fase dove le onde contrattili fanno sentire la loro potenza e la loro
forza, e il bambino inizia la sua discesa lungo il canale del parto. Questo ultimo si
trova ad affrontare una feroce lotta per la sua sopravvivenza, e questo mentre prova
delle forti pressioni meccaniche e spesso anche un senso di soffocamento intenso. La
situazione è complessa e delicata perché si possono presentare diverse complicazioni,
quali: il cordone ombelicale attorno al collo, episodi di anossia, ostacoli nella discesa
dal bacino, e l’azione dolorosa delle contrazioni uterine. Il vissuti di questa matrice si
riferiscono alla lotta per la sopravvivenza di fronte ad una natura primitiva, scatenata
ed estremamente pericolosa, come lo sono gli uragani e le eruzioni vulcaniche.

4. “Morte e rinascita”; siamo all’ultima fase del travaglio nel quale si completa la fase
dell’espulsione e con l’uscita del bambino si realizza la nascita vera e propria. Infatti, il
bambino dopo essersi formato nel buio del grembo se ne separa e va incontro alla
luce e alla propria madre, ma anche di tutte le persone care e comincia a conoscere
direttamente il mondo circostante. Si tratta di lasciare le vecchie sicurezze e di
costruirne di nuove in un nuovo ambiente che richiede uno sforzo di adattamento non
indifferente, ma questo rappresenta anche la premessa per lo sviluppo successivo, per
l’acquisizione di nuove competenze e responsabilità e per il raggiungimento di un
livello di libertà superiore. In questo contesto non sono rare le esperienze di tipo
estatico e un sentimento di profonda liberazione e di amore per tutti gli esseri e per
l’intero universo.

Per Grof la descrizione del modello delle matrici perinatali rappresenta una griglia di
interpretazione dei nostri vissuti per avvicinarsi alla nostra esperienza intrauterina e
alla nostra nascita.

Uno dei contributi più attuali e significativi alla psicologia perinatale viene dallo
psicologo americano David Chamberlain, già presidente dell’ APPPAH (Associazione
Americana di Psicologia Pre- e Perinatale e Salute).

Egli nella sua ricerca effettuata attraverso la regressione in ipnosi o ipnoanalisi ha
dimostrato quanto i neonati siano degli esseri totalmente consapevoli al momento del
parto e quanto essi siano in grado quindi di vivere e ricordare l’esperienza della
nascita in modo estremamente preciso con una concordanza statistica del 90%.

Il suo interesse nacque dopo che aveva sentito raccontare da uno dei suoi pazienti ciò
che sembrava essere un ricordo estremamente specifico della nascita.

Per investigare più a fondo, chiese a dieci coppie madre-figlio di partecipare alla sua
ricerca.
Nel corso della regressione ipnotica Chamberlain pose ai figli una serie di domande
legate a eventi della nascita, le cui risposte vennero poi messe a confronto con quelle
delle madri.

Sia i figli che le madri gli raccontarono dei dettagli sorprendentemente simili della
nascita.
Riportiamo alcuni passi di un resoconto ipoanalitico riguardante Katy e sua madre nel
momento della nascita, che può dare un’idea precisa della concordanza dei vissuti
della madre e della figlia (Chamberlain, 1998).

Katy: E’ una stanza abbastanza grande, con tante cose argentate. Sembrano tutti
piuttosto indaffarati. Penso che ci siano quattro o cinque persone. Sembra più freddo
rispetto a prima. Mi sembra di girare, sto girando troppo in fretta, Mi stanno tirando,
mi tirano. Il dottore è agitato… nervoso…tremante e ciò mi dà fastidio.
Madre: E’ una stanza grande e gelida. Riesco a vedere la sua testa che esce dalla
vagina. Ci sono due dottori. C ‘è un dottore giovane (in camice verde) e uno più
vecchio con i capelli grigi (in camice bianco). Ci sono alcune infermiere. Il dottore
più giovane è tutto preso. Controllano la testa…La testa è fuori (ora).
Katy: Mi hanno messa sulla pancia, quasi scaraventandomi su di lei. Lui sta
parlando con la mamma. Sembra che vada tutto O.K e che lei stia bene. Lui sembra
ancora nervoso; mi ha sollevata e mi ha data a qualcun altro. Mi sento più grossa e
più pesante. Riesco a vederla ma non sono vicino a lei. I suoi capelli sono raccolti
con i bigodini o qualcosa di simile. Sembra stanca, sudata.
Madre: Me l’hanno messa sulla pancia in qualche modo, ma la stanno ancora
tenendo. Riuscivo a vederla… molto sangue e della stoffa bianca. Sta piangendo.
Vedo il cordone ombelicale. Le mie mani sono legate perché non riesco a tenderle
per toccarla. Vorrei che la spostassero, che l‘avvolgessero in una coperta.
Finalmente qualcuno l’ha presa. Sto parlando con il dottore ... Penso che mi
abbiano messo una cuffia bianca per coprire i miei capelli.
Katy: Nessuno mi parla. Parlano di me, credo, ma non con me. Si comportano
come se sapessero che io sono qui ma come se io non sapessi di esserci. L
‘infermiera mi ha forse pulita lavata. Poi mi hanno portata vicino a mia madre. Non stava piangendo ma quasi. E’
stata la prima che ha parlato con me, Ha detto: “Ciao!” Nessun altro sembrava
pensare che io fossi davvero lì. Poi ha parlato un po’ con il dottore e loro mi hanno
portato via un‘altra volta.
Madre: Finalmente mi liberano le mani e l’infermiera me la mette vicino sulla sua
sinistra. Ma non la tiene abbastanza vicino in modo che possa toccarla. Mi sento
veramente frustrata. Le dico “Ciao!”. E’ così graziosa e piccola ma un po’ arruffata.
Poi la mettono in una specie dì piccolo scaldino. Parlo con il dottore del suo peso.

Come si vede esiste un chiaro collegamento tra i due racconti pur essendo totalmente
indipendenti l’uno dall’altro.

I due resoconti combaciano nella maggior parte dei fatti, come una storia raccontata
da due prospettive differenti.

Chamberlain scrive che i ricordi della nascita emergono a due o tre anni di età,
periodo in cui il bambino comincia a farsi capire, possono essere sorprendenti e
convincenti.

Una bambina, ad esempio, descrisse correttamente la pettinatura che la madre aveva
quando lei nacque.
Un’altra raccontò che il papà aveva avuto paura di prenderla in braccio e così l’aveva
solo guardata.

Un'altra descrisse accuratamente che la madre l’annusava e che poi espresse
interesse sulla normalità delle sue dita dei piedi.
Questo dimostra quanto i neonati siano degli esseri consapevoli e in grado di
sperimentare e di interpretare la realtà che li circonda in modo estremamente
raffinato.

Rebirthing e psicologia perinatale
I ricordi della nascita possono emergere attraverso l’ipnosi, la psicanalisi, durante
l’uso di sostanze psicotrope quali LSD, ma il mezzo più efficace ed immediato è
rappresentato dalla pratica respiratoria del Rebirthing.

Il Rebirthing é una particolare tecnica di respirazione che facilita l’emersione e
l’esplorazione mnemonico-energetica dei vissuti perinatali.
Come riportato da Bob Mandel e Sondra Ray nel loro libro Nascita e personalità
(Mandel, Ray, 1996).

Questi due pionieri statunitensi del Rebirthing furono i primi a codificare in modo
sistematico le loro intuizioni empiriche di psicologia perinatale riguardanti le relazioni
esistenti tra le varie modalità di nascita e il loro influsso sul comportamento umano.

Ad esempio, riportano che i bambini nati da parto ritardato potranno sentirsi nelle loro relazioni adulte inibiti e franati o in difficoltà ad esprimere il loro vissuto; i nati prematuri possono rischiare di portare con sé una eredità psichica di immaturità evulnerabilità; coloro che sono nati oltre il termine possono sentirsi spinti alla lentezza
e al ritardo; i cesareizzati potrebbero sentirsi minacciati e impediti ogni volta che
devono compiere qualche passo importante; i nati da parto podalico potrebbero avere
la sensazione di iniziare le cose con il piede sbagliato, oppure temere di produrre la
sofferenza agli altri; e i nati da parto indotto potrebbero da adulti aver sempre
bisogno di essere spinti e provocati per poter fare qualcosa.

Argomenti poi ripresi da Thomas Verny nel suo libro “Banbini si nasce” dove affronta il
tema nascita e personalità (Verny , Weintraub, 2004).

Attraverso la pratica del rebirthing si è potuto constatare come il condizionamento
della nascita si manifesti, a livello inconscio e con intensità variabile, durante ogni
situazione che riproduca di fatto o a livello simbolico, eventi di separazione, di
autonomia, di cambiamento e come questo si riverberi, in primis in modo
inequivocabile nella dinamica respiratoria, e in generale poi nella qualità delle nostre
percezioni.

Dice Leonard Orr (Orr, Halbig, 1966) , il ricercatore statunitense che diffuse in
occidente il Rebirthing: "Lo scopo del Rebirthing è quello farti rivivere il momento della
tua nascita, del primo respiro e del trauma ad esso legato".

La respirazione circolare riproduce nel cervello condizioni simili a quelle che erano
presenti poco prima e durante la nascita, quando lo scambio placentare assicurava, al
bambino, l’approvvigionamento continuo di ossigeno e la rimozione rapida e costante
delle scorie, con un ritmo, appunto, circolare.

Il merito di questa forma di respirazione è quello di favorire l’apertura di canali subsensoriali
inducendo in stati regressivi ma coscienti riconducibili ai momenti della
nascita, come dimostrato da una ricerca dove gli altissimi livelli di emoglobina presenti
nel sangue al momento della nascita sono gli stessi di quelli riscontrati nelle persone
durante una seduta respiratoria di Rebirthing.

Questo concorre a dimostrare perché questa respirazione favorisca l’emersione dei
vissuti perinatali, perché consente di oltrepassare la barriera iniziale della
consapevolezza esterna per permettere una fase spontanea di ritorno mnemonico a
stadi riferibili alla nascita.

Questi si trovano in una particolare zona dell’ inconscio precedente allo stadio
razionale e verbale; e sviluppata in una condizione sensoriale non paragonabile a
quella dell’essere adulto dove abbiamo avuto di organizzare le esperienze e le
emozioni della nascita in essenza di una struttura logica.

I vissuti perinatali rappresentano invece la risultante degli elementi emozionali e
sensoriali di quando ci apprestavamo a lasciare l’utero, dei modelli neuro-fisiologici
trasmessi da nostra madre, dell’imprinting che abbiamo ricevuto al momento di venire
al mondo.

Le impressioni primordiali della nascita non sono mediate dalla nostra struttura
razionale e organizzata odierna, e non si possono quindi comprendere mentalmente,
esse sono “scolpite” nella regione più istintiva e antica della psiche, nella profondità
dell’inconscio, dove sono “quasi” irraggiungibili.

Per questo non potendo raggiungere le memorie della nascita la tecnica del Rebirthing
si propone come un potente mezzo per far emergere, rivivere e rielaborare le
emozioni della fase perinatale irrisolte che si manifestano nella vita adulta con
comportamenti ripetitivi e che riguardano l’incapacità a sviluppare le potenzialità, gli
atteggiamenti difensivi, le tendenza all’auto sabotaggio, e specialmente le difficoltà
relazionali.

Attraverso la pratica clinica con il Rebirthing si è scoperto l’esistenza di una specie di
“traccia energetica perinatale” nella loro psiche e nel loro corpo, nella quale era
possibile individuare aree di consapevolezze precise legate alla nascita.

Si sono osservate, ad esempio, in una nascita complicata dalla presenza del cordone
intorno al collo, tracce sul collo della persona contrassegnate da un evidente e
leggero gonfiore di colore rosso che sono scomparse al superamento dell’evento
traumatico.

L’uso del Ribirthing in psicoterapia ha permesso di indurre nei pazienti momenti di
liberazione catartica relativi alla loro nascita oltre che favorire l’emergere di materiale
inconscio unico e particolarmente utile alla terapia.

Nel Rebirthing l’importanza terapeutica di rivivere durante una seduta la propria
nascita è fondamentale ma essa non viene “indotta” o forzata in nessun modo, ma
solo accompagnata dolcemente se emerge spontaneamente e rielaborata.

La promozione della salute perinatale
Un contributo straordinario che ha messo in discussione il modo tradizionale di
partorire praticato comunemente negli ospedali e stato dato, intorno agli anni
settanta, dallo ginecologo francese Frederic Leboyer, che per la prima volta ha
trasferito l’attenzione, durante le fasi del parto-nascita, dalla mamma al bambino.

Egli affermava che è difficile inventare un modo più brutale di far venire al mondo i
bambini dalla sua generazione dell’ostetricia.

Questo perché allora, ma spesso anche oggi, si nasceva sotto una luce spietata, in un
ambiente di gelido acciaio inossidabile, affollato di estranei mascherati e guantati.

Inoltre, si veniva di solito strappati dalle madri narcotizzate e semicoscienti e depositati senza tante cerimonie in una nursery piena di altri neonati urlanti espaventati.

Le sue indicazioni, contenute nel libro Per una nascita senza violenza (Leboyer, 1975),
consistono nel far si che il parto avvenga nella penombra e nel silenzio, perché nel
ventre materno il bambino era abituato al buio e ai rumori attutiti; nel deporre il
bambino appena nato sul ventre stesso della mamma, il più adatto ad accoglierlo;
nell’accarezzarlo in modo dolce e sicuro, nel massaggiarlo; nel rinviare di qualche
minuto il taglio del cordone ombelicale per dare modo ai polmoni di abituarsi a
respirare; nell’immergere il piccolo in acqua tiepida per fargli ritrovare l'elemento in
cui è vissuto finora; e poi permettergli di rimanere in compagnia della sua mamma,
con la quale ha condiviso senza mai separasi nove mesi di esperienza.

Leboyer parte dalla constatazione che il bambino è ben conscio di come nasce; infatti,
egli sente la gentilezza, la tenerezza, il contatto dolce e affettuoso e reagisce a tutto
questo come reagisce in modo opposto, alle luci troppo intense, ai rumori
dell’ambiente, al contatto con le apparecchiature e all’ambiente freddo e impersonale.

I bimbi nati con le “modalità dolci” suggerite da Leboyer in genere si dimostrano, dal
principio, bambini più sereni ed ottimisti e meno inclini a contrarre malattie e in
seguito da adulti mantengono quelle caratteristiche che riportava ad avere
atteggiamenti di fiducia e di apertura nelle relazioni interpersonali.

In questo senso potremmo affermare che i bambini avranno la tendenza da adulti a
“ridare al mondo” ciò che dal mondo hanno ricevuto al momento della nascita.

La nascita è un evento non solo personale ma anche e sopratutto biologico e sociale e
questo è stato messo in evidenza del medico e ginecologo francese Michel Odent che
da tempo sostiene, nell’ambito dell’ostetricia, un approccio rispettoso e naturale, in
contrasto con quello iper-medicalizzato, e rivolto alla riscoperta degli istinti “ecologici”
della madre e del neonato in favore della conservazione della specie e della natura
(Odent, 2006).

L’opera di Odent è iniziata nella clinica di Pithiviers, dove aveva portato a termine con
successo parti con il più basso numero di episiotomie, interventi con il forcipe, e tagli
cesarei realizzato in Francia.

Attualmente dirige a Londra il Centro di Ricerca della Salute Primale da lui fondato per
riunire e divulgare gli studi che riguardano l’influenza dell’ambiente esterno sullo
sviluppo dei sistemi della Salute Primale (sistemi di adattamento sottocorticali, che
maturano precocemente durante la vita fetale, il periodo perinatale e il primo anno di
vita) e i suoi effetti a lungo termine.

Il suo principio era ed è tutt’ora quello di fare in modo che l’uomo interferisca il meno
possibile nel delicato e già perfetto meccanismo naturale della nascita (Odent, 1992).

L’idea di base è quella di sostenere la partoriente verso uno stato di abbandono
primordiale dove siano le forze protettrici dell’istinto, governate dal naturale cocktail
di ormoni che si liberano, a guidare le risorse dell’intuito materno e le capacità innate
del nascituro verso la risoluzione serena dell’ evento della nascita.

La nascita è vista quindi come momento sacro, esito positivo del continuum della
relazione spontanea e naturale tra madre-bambino e non come atto medico essendo
la donna incinta che partorisce una persona sana e non una malata.

L’ intervento medico è inteso come estrema ratio, dettato solamente dal reale stato di necessità o di urgenza.

Per questo Odent nella sua ultima opera, di imminente pubblicazione, “L'agricoltore e il
ginecologo”
, utilizzando la metafora dell'industrializzazione dell'agricoltura e dell'allevamento
e stigmatizza in modo nuovo gli effetti negativi, sia a livello individuale sia
a livello sociale, derivanti dall'eccessiva medicalizzazione della nascita.

Rispetto alla questione di come si forma la capacità di amare, tenuto conto dei contributi di diverse discipline, ritiene che andando a disturbare in modo sistematico con interventi medici inutili la naturale fisiologia della donna che partorisce e quella del neonato, si interferisce in modo grave sulla relazione madre-bambino e quindi, anche sulla «capacità di amare» dell'essere umano, provocando varie forme di alterazione dell’ espressione affettiva.

E gli effetti negativi di questo si potranno manifestare solo dopo molti anni con varie modalità dell’ espressione affettiva (verso se stessi, verso gli altri, verso la natura).

La situazione oggi sembra particolarmente preoccupante perché mai come oggi l’uomo si é intromesso in maniera così esagerata nel processo della nascita, e questo da quando si è affermata e diffusa in tutto il mondo l’iper-medicalizzazione del parto.

La maggior parte delle donne che si trovano ad affrontare l’esperienza del parto in un ambiente medicalizzato, ovvero in un contesto asettico e innaturale, non riesce a rilasciare adeguatamente quel flusso di ormoni o cocktail di «ormoni dell'amore» necessari per partorire naturalmente.

Per ovviare a questo, o si dovrà ricorrere ai farmaci, oppure si dovrà provvedere al taglio cesareo.

Le donne russe, per esempio, che partoriscono ancora in un ambiente principalmente femminile e rispettoso della fisiologia della nascita, hanno tassi di tagli cesarei tre volte più bassi che in Italia, mentre la mortalità perinatale e altri dati inerenti al parto sono migliori.

Da qui emerge la necessità di riscoprire, oggi più che mai, quali sono le reali esigenze fisiologiche della madre e del nascituro nel momento della nascita, per rispettare questi bisogni fondamentali, salvaguardando così la capacità di amare insitain ogni essere umano.

Gino Soldera, psicologo pre e perinatale, presidente dell’ANPEP e consulente dell’Unità Operativa di Ostetricia e di Ginecologia dell’Ospedale di Conegliano.

Antonio Valmaggia, presidente della European Rebirthing School e responsabile dell’Associazione Nazionale di Psicologia e di Educazione Prenatale di Varese.

”LA CONTINUITA' DELLA RELAZIONE: DAL BONDING PRENATALE
ALL'ATTACCAMENTO POSTNATALE

di Maria Beatrice Nava, psicologa del Centro per il Bambino e la Famiglia di Bergamo

Riassunto:
La Teoria dell’Attaccamento fornisce una cornice utile a comprendere le dinamiche relative alla formazione e all’evoluzione delle relazioni primarie tra il feto-neonato e i suoi caregivers primari: la madre e il padre. L’articolo propone un percorso ideale lungo le tappe di formazione del legame di attaccamento a partire dalla vita prenatale attraverso il parto e i primi momenti di vita extrauterina. Particolare rilievo viene dato al concetto di continuità della relazione, come rappresentazione della continuità di vita tra la fase pre e postnatale.

1. La teoria dell’attaccamento
Nell’ambito dell’ampio filone di studi e ricerche che ha indagato il legame madre-bambino, un posto di assoluto rilievo è occupato dalla Teoria dell’Attaccamento ideata da John Bowlby, psichiatra e psicoanalista inglese. Con la formulazione della sua Teoria dell’Attaccamento, Bowlby propone una visione del legame primario tra madre e bambino e una interpretazione dell'eziologia dei problemi mentali e della condotta patologica completamente innovativa rispetto alle teorie del suo tempo, quali il comportamentismo e la psicoanalisi.
La Teoria dell’Attaccamento (che si fonda su una posizione di multidisciplinarietà nella quale la psicoanalisi è integrata con l’etologia, la sociobiologia, la psicobiologia, la teoria cibernetica dei sistemi di controllo e l’approccio strutturale moderno allo sviluppo conoscitivo) afferma che il bambino si lega alla madre e ne cerca il contatto a seguito di una motivazione primaria a mantenere la prossimità con essa, in quanto è attraverso la vicinanza con la madre che può essere protetto.

Il legame di attaccamento viene a costituirsi come base evolutiva personale e relazionale su cui l’individuo fonderà altri successivi e più complessi aspetti della propria personalità, legati soprattutto al nucleo della sicurezza ed alle possibilità adattive che esso rappresenta per l’individuo. La costruzione di un attaccamento sicuro nella prima infanzia, infatti, sembra rappresentare una fondamentale risorsa per l’individuo, un fondamento della costruzione del Sé e delle possibilità di sviluppo affettivo, cognitivo e sociale anche nelle epoche successive alla prima infanzia.
Tre modelli principali di attaccamento, descritti per la prima volta dalla Ainsworth e dai suoi colleghi nel 1971, sono oggi identificati con sicurezza: Insicuro Evitante (tipo A), Insicuro Ambivalente (tipo C), Sicuro (tipo B). I bambini A, attraverso il mantenimento di una moderata distanza dalla madre, quella che viene detta optimal distance, evitano il rischio di essere rifiutati, come accadrebbe se si avvicinassero troppo; nello stesso tempo si pongono in condizione di essere eventualmente soccorsi nel caso il pericolo diventi eccessivo. I bambini C, esagerando l’espressione dei loro bisogni, si fanno carico di mantenere vicina una madre altrimenti imprevedibile; i bambini B espri¬mono in maniera chiara e con fiducia i loro bisogni, nella consapevolezza di essere aiutati e confortati in caso di necessità (Attili, 2000).

Oltre a questi tre pattern ne sono stati identificati altri, tra i quali lo stile di attaccamento DISORGANIZZATO/DISORIENTATO (tipo D) e quello CONFUSO (Co), individuati ad opera di studiosi come Main & Solomon (1986,1990), George & Main (1990) e Crittenden (1985) e Attili (2001). Si tratta di stili di attaccamento patologici, spesso conseguenti ad esperienze di maltrattamento, abuso, grave trascuratezza, orfanità, istituzionalizzazione.
Da una recente ricerca (Nava, 2002) sembra esservi la possibilità che l’attaccamento Disorganizzato/Disorientato possa derivare da esperienze di maltrattamento fisico, mentre l’attaccamento Confuso da esperienze di abuso sessuale.

2. Il concetto di Attaccamento Prenatale
L’idea dell’esistenza di una relazione di attaccamento tra una madre ed il feto non è, come si potrebbe pensare, uno sviluppo recente nell’ambito della psicologia della gravidanza; Deutsch (1945, come citato in Condon, 1993) fu il primo a ipotizzare che l’attaccamento potesse iniziare durante la
gestazione. Rubin (1975) ipotizzò l’esistenza di quattro “compiti” legati alla gravidanza, (1) la ricerca di una transizione sicura per sé e per il nascituro, (2) l’assicurarsi che il nascituro venga accettato dalle persone significative della propria famiglia, (3) il creare un legame (binding-in) con il proprio bambino sconosciuto (corsivo mio) e (4) l’imparare a donarsi. Il concetto di Rubin di “legame” (binding-in) è piuttosto simile a quello di “relazione” (bonding) e si è evoluto nel costrutto di “attaccamento prenatale”. Nell’ambito della letteratura sull’accudimento, l’“attaccamento prenatale” è stato definito come “la singolare relazione di amore che si sviluppa tra una donna e il suo feto” (Muller, 1993, p. 201, traduzione mia).

Katz-Rothman (1993) afferma che “il momento della nascita dovrebbe essere visto come quello in cui la relazione tra madre e il figlio continua e non inizia; Cranley (1981), dal canto suo, afferma che c’è un cambiamento qualitativo nella relazione della madre con il proprio bambino al momento della nascita, ma non per questo esso rappresenta l’esordio della loro relazione.
Nonostante questa prospettiva, che considera l’attaccamento come un processo continuo che ha inizio prima della nascita, e anche se il concetto di “attaccamento prenatale” origina dalla Teoria dell’Attaccamento, è necessario chiarire che l’attaccamento prenatale e quello postnatale possono richiedere cornici concettuali leggermente differenti (Laxton-Kane & Slade, 2002).
Lo psichiatra Condon (1993) ha proposto un modello di attaccamento adulto e lo ha applicato all’attaccamento materno prenatale. Condon afferma che la sua concettualizzazione dell’attaccamento segue i lavori di Bretherton (1985), che definisce genericamente l’“attaccamento” come un vincolo emotivo (emotional tie) o un legame psicologico (psychological bond).

Bowlby (1988) concettualizza l’attaccamento come un processo bidirezionale tra il bambino e il caregiver. Anche questo concetto richiede un aggiustamento se vogliamo analizzare l’attaccamento emotivo prenatale.
Laxton-Kane e Slade (2002) affermano che nel contesto della gravidanza, non vi siano opportunità di interazione reciproca. Gli autori affermano che, di conseguenza, lo studio sull’attaccamento prenatale si è concentrato sull’analisi dell’intensità e della qualità del legame madre-feto.
Laxton-Kane e Slade affermano, inoltre, che la stessa esperienza di attaccamento della madre, l’influsso dovuto ad altri ruoli e responsabilità che competono con quelle del “caregiver” e il sostegno disponibile durante la gravidanza abbiano maggiore influenza nel determinare l’attaccamento prenatale proprio a causa della mancanza di interazioni reciproche tra madre e feto.
Ancora, scoperte emergenti da uno studio di Siddiqui, Hagglof, e Eisemann (2000), confermano l’idea secondo cui le esperienze infantili di attaccamento della madre abbiano un certo impatto sul suo attaccamento prenatale; in questo studio, gli attaccamenti prenatali più intensi risultavano formarsi nelle donne che avevano esperito calore materno e rifiuto paterno.

Vi è anche uno studio di Mikulincer and Florian (1999) che contribuisce a rinforzare ulteriormente il concetto secondo cui le esperienze materne di attaccamento nell’infanzia influiscono sul suo attaccamento prenatale nei confronti del feto: attraverso l’utilizzo dell’AAI (Adult Attachment Interview - Main, Kaplan, & Cassidy, 1985, come citato in Mikulincer & Florian, 1999) e il MFAS (Cranley, 1981), si scoprì che le donne con attaccamento sicuro (B) instauravano un intenso attaccamento con il proprio feto fin dagli esordi della gravidanza. Inoltre, si scoprì che le donne con attaccamento evitante (A) mostravano un attaccamento debole verso il feto nel primo e nel terzo trimestre di gravidanza e più forte nel secondo trimestre e che le donne con attaccamento ambivalente (C) mostravano un incremento dell’attaccamento verso il feto con il procedere della gravidanza.

Così, sebbene il vincolo emotivo REALE che le donne esperivano verso il loro feto non potesse essere considerato “attaccamento” nel senso tradizionale del termine (in accordo, cioè, con la tradizione Bowlbiana), questo è il termine che è stato usato da coloro che hanno operazionalizzato il costrutto.
Speckhard (1997) suggerisce che l’attaccamento ha inizio ben prima della nascita, quando la donna inizia a formarsi un’immagine mentale del proprio bambino e sente il desiderio di allevarlo e proteggerlo. L’attaccamento al feto sembra cominciare circa a 10 settimane di gestazione (Caccia et al., 1991), e crescere rapidamente a partire circa dalla 16ma settimana di gestazione (Grace, 1989).
È ormai stabilito che l’attaccamento materno-fetale cresce significativamente durante la gravidanza (Armstrong, 2002; Laxton-Kane, 2002; Caccia et al., 1991; Condon, 1985; Damato, 2000; Grace, 1989; Lindgren, 2001), e con rapidità (Bloom, 1995; Damato, 2000; Heidrich & Cranley, 1989). Un altro studio mostra come i sentimenti positivi verso il feto siano positivamente correlati al movimento fetale e all’età gestazionale (Reading, Cox, Sledmere, and Campbell, 1984).

3. L’imprinting prenatale
Il concetto di “imprinting prenatale” è multiforme e può essere declinato secondo diverse accezioni.
Si può affermare che durante la vita fetale vi sia un imprinting neurobiologico, dato che nel corso della gestazione l’emisfero cerebrale destro – responsabile, tra le altre cose, della espressione e gestione del coping, della socialità e delle emozioni – si forma e si struttura in modo non indipendente dal suo ambiente condiviso, cioè l’utero materno e, in senso più generale, la madre tutta. Recenti ricerche hanno dimostrato come gli ormoni materni regolino l’espressione dei geni nel cervello del feto e come forti cambiamenti dei livelli ormonali materni inducano cambiamenti dell’espressione dei geni che si mantengono anche in età adulta (Dowling, Martz, Leonard & Zoeller, 2000).
In altre parole “Nature’s potential can be realized only as it is enabled by nurture”, che tradotto suona così: “il potenziale naturale può realizzarsi soltanto nel modo in cui l’ambiente lo consente” (Cicchetti & Tucker, 1994, p.538).

Studi recenti indicano che le primissime esperienze affettive di interazione influenzano direttamente la maturazione del sistema di regolazione dell’emisfero cerebrale destro, che è coinvolto centralmente nella comunicazione delle emozioni. Molto più che il sinistro, l’emisfero cerebrale destro è profondamente connesso alla maturazione prenatale del sistema nervoso autonomo (responsabile delle componenti somatiche dell’espressione emotiva) e all’asse ipotalamico-adreno-pituitario, che regola la risposta individuale allo stress (Schore, 2002).
È dunque possibile affermare che l’esperienza prenatale di interazione con l’ambiente influisce sulla struttura del sistema nervoso centrale e sull’architettura del cervello in evoluzione.

Lo sviluppo dell’attaccamento è così un prodotto congiunto della predisposizione temperamentale (geneticamente determinata) e dell’ambiente affettivo e relazionale offerto dal caregiver, a partire dall’epoca prenatale.
Si può parlare di imprinting anche da un punto di vista a metà tra il clinico e il biologico; per comprendere i disordini dell’attaccamento e del bonding è fondamentale comprendere il “trauma prenatale” e più nello specifico, la relazione tra concepimento, impianto dell’embrione e cordone ombelicale. Bisogna inoltre avere una profonda comprensione del simbolismo.

Il concepimento implica un’interazione “di attaccamento” quando lo spermatozoo si unisce all’ovulo. L’impianto dell’embrione implica un “attaccamento” dell’ovulo fecondato alla parete uterina. Il cordone ombelicale è il tramite che permette la vita del feto, mantenendolo “attaccato” alla madre, ed è il mezzo attraverso il quale il nascituro riceve nutrimento e tossine.
Se l’atto sessuale con il quale si concepisce un bambino è “ostile”, carico di paure, ambivalente, o semplicemente ha luogo tra due persone che non si amano e non sono legate l’una all’altra da un reciproco impegno, sia l’ovulo che lo spermatozoo recano in sé questo “imprinting” cellulare (Farrant, 1988). Se un ovulo fecondato vive un difficile impianto – cioè lo “attaccamento” alla parete interna dell’utero – anche qui si verifica un correlato “imprinting” cellulare. Qualsiasi sia l’imprinting, il bambino lo agirà simbolicamente nel proprio comportamento.

Vi sono terapeuti “della vita prenatale e della nascita” (Prenatal and Birth Therapist) che si occupano di bambini molto piccoli con vari disturbi del comportamento (es. difficoltà del sonno e dell’alimentazione, aggressività etc.) interpretando la sintomatologia di sofferenza come espressione di una trauma prenatale o legato alla nascita ed intervenendo attraverso diverse tecniche (il gioco – soprattutto legato alla drammatizzazione della gravidanza e del parto - ed il massaggio craniosacrale), ottenendo soddisfacenti e spesso rapidi risultati in termini di remissione dei sintomi e miglioramento della qualità di vita (Kennedy, dal web).
L’esperienza clinica di altri terapeuti, ad esempio di Leah LaGoy, è che i bambini cui si diagnostica un disturbo dell’attaccamento hanno esperito un “attaccamento” prenatale traumatico, in aggiunta a ulteriori successivi traumi (LaGoy, dal web).

Si può inoltre parlare di imprinting anche da un punto di vista fisiologico-percettivo; il neonatologo Bellieni (2004), uno tra i più importanti studiosi della continuità tra la vita prenatale e quella postnatale, afferma che “la percezione fetale sarebbe necessaria per meccanismi come l’imprinting, indispensabile alla vita neonatale”.
Si parla infine di imprinting genomico (Cox, Burger, Lip, Mau, Sperling, Wu,Horsthemke, 2002) e imprinting psico-affettivo (Falls, Pulford, Wylie, Jirtle, 1999) nel dibattito legato alla Procreazione Medicalmente Assistita, con particolare riferimento alle problematiche connesse alla procedura di fecondazione ICSI (Intro Citoplasmatic Sperm Injection).

4. L’attaccamento madre-feto
La relazione di attaccamento prenatale madre-feto si struttura a partire dall’intima, continua e costante condivisione delle esperienze che la madre ed il feto vivono, in maniera fortemente correlata sebbene non identica, come è per le relazioni tra Persone che si amano profondamente.
“Da due Persone può nascere solo un’altra Persona e il bambino-Figlio è da subito una Persona” (Nava, 2004) e le persone hanno una propria specificità ed unicità che li distingue da sempre e per sempre. La gestazione è una condizione che riguarda madre e feto, coinvolgendoli in un rapporto a due che è probabilmente il più profondo e intimo di cui un essere umano possa fare esperienza; “prima della nascita, la madre e il bambino vivono in osmosi” (Loux, 2001).

Il feto si sviluppa all’interno del corpo materno, nutrendosi di tutto ciò che la madre gli offre, a livello chimico-biologico e anche a livello psico-emotivo: “Tutto ciò che la madre vive, il bambino lo vive con lei” (Soldera, 2000bis). Ed ancora: “l’utero non è solo la prima culla per il bambino ma è anche il suo primo vero mondo e il modo in cui lo sperimenta incide sulla formazione della sua futura personalità” (Soldera, 2000tris).
Diversi studi dimostrano che lo stress vissuto dalla madre durante la gravidanza, se continuato ed intenso, danneggia enormemente lo sviluppo del feto, arrivando ad influire negativamente su di esso persino a livello di formazione del sistema nervoso e modificando i livelli di arousal del feto stesso, influendo – anche a lungo termine – sulla sua componente temperamentale (Niederhofer & Reiter, 2004).

Ciò che definiamo “nutrimento” non è quindi solo quel che passa dal corpo della madre a quello del feto attraverso la connessione del cordone ombelicale, ma anche ciò che – grazie al trasferimento di “informazioni” legato al funzionamento del sistema endocrino, ad esempio – la madre prova a livello psicoaffettivo: gioia, rabbia, angoscia, tristezza, serenità. L’adrenalina, il cortisolo, le endorfine... la risposta chimica del corpo materno alle emozioni intense “in-forma” anche il corpo in divenire del feto e contribuisce – a volte irreparabilmente – a definirne la fisionomia. Da un certo punto in poi della gravidanza il feto è in grado di “reagire” a tali “messaggi” materni e di comunicare attivamente la propria presenza, soprattutto attraverso il movimento.

Più la gravidanza prosegue nel tempo e più la relazione di attaccamento materno fetale si intensifica, grazie anche all’occorrere di eventi come la crescita ponderale della donna (la “pancia” che aumenta di volume, con il suo effetto di “evidenza della gravidanza”, per la madre stessa ma anche per gli “altri”, in primis il padre), l’esperienza dell’incontro visivo con l’immagine corporea ancora indefinita del feto grazie allo strumento ecografico (Righetti, 2003) e il palesarsi della sua presenza “viva e vivace” grazie al movimento, fatto di capriole, arrampicate, nuotate e scalciate all’interno dell’utero materno.

La relazione di attaccamento prenatale tra madre e feto si configura proprio a partire da queste possibilità di incontro. Questa relazione, molto emotiva e interiore, fatta di pensieri, sentimenti, sensazioni, già nel suo formarsi può svilupparsi differentemente e può essere rilevata e monitorata per sostenerne la formazione e la sana evoluzione nel tempo.

5. L’attaccamento padre-feto
La gravidanza vissuta dal punto di vista maschile non ha le stesse caratteristiche di quella vissuta dal punto di vista femminile: il padre non vive le sensazioni corporee legate alla gestazione, come la cessazione della comparsa del ciclo mestruale, le nausee, l’ingrossamento del seno, la crescita ponderale, il comparire della “pancia” etc. Tutti questi vissuti corporei vengono a lui raccontati, ma non fanno veramente parte di lui perché non derivano dalla sua diretta esperienza.
Eppure esiste una gestazione paterna: si tratta di una gestazione mentale, si tratta dell’avere il feto come ospite-dentro-di-sé, dentro la parte di sé che dell’uomo-maschio definisce la fisionomia e la struttura: la mente. Tanto la donna esperisce la gravidanza nel corpo e nel sentimento, tanto il padre può farne viva esperienza a livello mentale, facendo del suo Pensiero un “utero” buono e accogliente per il figlio che nasce e che cresce nel grembo materno.
“Bisogna porre attenzione alle potenzialità, alla forza della Mente ed alla Potenza creatrice del Pensiero; il Pensiero, intriso di Emozione e Desiderio, sa Creare” (Nava, 2004).

L’attaccamento padre-feto è, inoltre, molto legato all’esperienza concreta e, se può nascere come desiderio della mente, necessita di esperienze concrete e tangibili per costruirsi e definirsi. Righetti (2003), ad esempio, indica come l’esperienza della prima ecografia sia importante per la coppia e per il padre in particolare, che esperisce concretamente (per la prima volta?) la presenza viva del feto: lo guarda muoversi, lo osserva, ne riscontra l’esistenza vera e tangibile. L’intensità dell’attaccamento padre-feto aumenta, dopo questo “incontro”.
E nei mesi successivi, durante il corso della gestazione, il padre avrà modo di relazionarsi con il feto attraverso il tatto, carezzando la pancia della donna, sentendo il movimento del feto poggiandovi sopra le mani e l’orecchio, “giocando” con il feto ormai cresciuto ed in grado di rispondere agli stimoli esterni come, ad esempio, la voce e il tocco.

L’uomo, avendo una struttura psichica orientata all’azione e al pragmatismo, tende a pensarsi padre di un bimbo “cresciuto”, grande abbastanza da potersi relazionare con lui attraverso lo scambio ed il gioco, attraverso l’attività; la donna, invece, orientata al mondo interiore, si pensa madre di un bimbo da accudire, indifeso, bisognoso di cure ed amorevoli attenzioni (Tosoni, 2004). La relazione padre-figlio, originante anche dalla relazione di attaccamento prenatale padre-feto, ha i suoi esordi nella mente, nel Desiderio della Mente, nell’immaginazione, nel mondo interno afferente alla Volontà; la relazione madre-figlio, invece, trae la propria origine dal Desiderio del Cuore, dal mondo dell’emozione e del sentimento, dalla sfera affettiva.

Soldera (2000) evidenzia come “il padre ha cominciato a modificare, anche se a fatica, il suo atteggiamento tendenzialmente distaccato verso il figlio. In passato il suo ruolo di delega della funzione educativa alla madre lo aveva messo in una condizione di grande disagio spesso compensato da altri interessi, come il dedicarsi al lavoro, allo sport o altro, senza per altro consentirgli di provvedere alla soddisfazione dei suoi bisogni affettivi e relazionali più profondi, di vivere la sua naturale empatia e tenerezza nei confronti del figlio e, meno ancora, di ritrovarsi nella sua realtà umana più intima e vera avendo anche lui attraversato, da bambino, quello che sta attraversando ora suo figlio.

E per recuperare questo profondo istinto umano (viene da pensare “un istinto di Attaccamento”, N.d.A.), soffocato da generazioni, può essere aiutato dalla sua compagna, la quale dalla perdita di questo ruolo esclusivo che gli veniva dato può trarre grande vantaggio. Si è visto che il modo con cui il padre vive la gravidanza condiziona la relazione e il tipo di sostegno che dà alla sua compagna e questo a sua volta influenza l’andamento della gravidanza”.
La relazione di attaccamento tra esseri umani ha basi biologiche e neurologiche, come abbiamo già avuto modo di evidenziare in questo articolo.

Infine, sembra interessante sottolineare che le variazioni ormonali nella donna dipendenti dalla gestazione e che la preparano “psicofisicamente” alla relazione con il feto-nascituro, non sono una sua prerogativa esclusiva. La biologa Katherine Wynne Edwards della Queen University di Ontario, riferisce che il 65% dei padri che frequentano i corsi pre (e post) parto hanno un calo di testosterone, a favore di una maggiore produzione di estradiolo (Soldera, 2004). In un certo senso questi padri assumono tratti “materni” nel percorso di acquisizione della propria paternità prenatale, come se la natura lavorasse a dare forma fisica al loro coinvolgimento durante la gravidanza. Come se regalasse loro l’opportunità di creare una relazione di attaccamento con il feto, di cui sono generatori biologici (paternità) e psicologico-relazionali (paternalità).

6. L’attaccamento postnatale: rooming-in, marsupioterapia e allattamento al seno
Michel Odent afferma che “Non vi è alcuna esperienza che possa tener testa alla forza e allo splendore del primo contatto tra i genitori ed il loro bambino. Essere parte di questa esperienza come madre e come padre, significa partecipare a uno dei rari miracoli della vita. Il flusso di amore che si viene a formare tra madre, padre e bambino è un’emozione palpabile: il legame che si viene a formare in questi primi giorni e settimane fondamentali diverrà una fonte di amore e di attenzioni sia per il bambino che per i genitori durante tutta la loro esistenza”.

Si tratta del bonding postnatale, il processo tramite il quale il bambino e il genitore creano un legame, una connessione, un’intimità tra loro. Il bonding è un dialogo, una complicità che si instaura tra bambino e genitore, che comincia prima della nascita, ma fiorisce nelle prime settimane e nei primi mesi che seguono il parto.
L’esperienza emozionale del bambino si sviluppa in sintonia con gli input materni e paterni. Alla nascita, il neonato porta con sé nove mesi di esperienza e manifesta una precisa e ben definita individualità, come i segni che ha nelle sue mani e nel suo corpo, che lo rendono diverso e quindi distinguibile da qualsiasi altro essere.
L’incontro di questo giovane e promettente essere umano con i suoi genitori è un incontro tra persone e come tale si articola nella scoperta reciproca, nel desiderio di conoscenza e di relazione e nel rispetto della specificità di ognuno.
È necessario tutelare, proteggere e promuovere la formazione di questa relazione; esperienze come il rooming-in, la marsupioterapia (KMC) e l’allattamento al seno contribuiscono all’instaurarsi ed al consolidarsi dell’attaccamento postnatale.

Il rooming-in consiste nella permanenza del bambino assieme alla madre nella stessa stanza d’ospedale per il periodo di tempo più lungo possibile nell’arco delle 24 ore, vale a dire sia di giorno che di notte, ad eccezione dei periodi legati alle cure ospedaliere, e con inizio dopo il parto, non appena la madre risulta essere in grado di rispondere alle richieste del bambino. Tale opzione rappresenta un’opportunità che andrebbe offerta in tutti i casi dove non è strettamente necessario l’allontanamento del neonato (Davanzo, 2003).

L’evidenza clinica (medica e psicologica) dei benefici derivanti dall’agevolare e favorire il contatto precoce e continuato tra il neonato e la madre sottolinea la necessità di incontro tra i due per il benessere di entrambi.
Il che è assolutamente logico e ragionevole: due esseri viventi – una donna e un neonato, madre e figlio - che hanno trascorso nove mesi di vita intensissimi, in intima e viscerale comunione psicofisica, possono venire separati l’uno dall’altro ed allontanati a seguito del parto (che già di per sé rappresenta una separazione), quando massimo è il loro bisogno di riconoscersi, faccia a faccia, e di ricostituire quella vicinanza di menti e di corpi che ha costituito l’intera loro esperienza pregressa comune?

È la stessa madre, è lo stesso figlio, è la stessa relazione che continua, ma le condizioni sono cambiate; ritorna il legame con la madre, ma il neonato è costretto in una relazione caratterizzata da fattori prima sconosciuti (la forza di gravità, il freddo, l’aria nei polmoni...): il linguaggio della pelle, il conforto tattile, corporeo, sono gli strumenti che la creatura possiede per far fronte alla diversità del rapporto.
“In più del 50% degli ospedali italiani, nonostante le evidenze scientifiche, si separano i genitori dal figlio soprattutto nelle prime due ore di vita” (Tosoni, 2004): davvero si può pensare che tutto ciò non abbia alcuna conseguenza?
Anche nel caso di nascita pretermine, evento che spesso implica la lontananza e la separazione tra la madre e il neonato, che resta in patologia neonatale lontano dall’odore, dal calore e dalla voce della sua mamma, sarebbe auspicabile che il neonato potesse restare in intimo contatto con la madre (e, perché no? Con il padre) attraverso la marsupioterapia (KMC – Kangaroo Mother Care). È davvero curioso come la KMC sia nata in Colombia (1978), prima come soluzione al problema della carenza di incubatrici (!) e poi come espediente per ridurre l’impatto della separazione delle madri dai neonati.

Nello specifico spazio-temporale a cui si fa riferimento, si trattava di neonati con un peso inferiore a 1 kg (e con il 50% di probabilità di sopravvivenza): invece di metterli in incubatrice, i pediatri decisero di “impacchettarli” a testa in su tra i seni della madre. Grazie al latte materno, al battito cardiaco, alla voce e alla costante attività della madre, malattia e mortalità subirono un tracollo: nove neonati su dieci sopravvissero.

L’allattamento è un momento fondamentale del legame madre-bambino, soprattutto nell’ottica della continuità di tale legame, e rappresenta un valido indicatore del buon instaurarsi della relazione; è “il modo più semplice e naturale per continuare e rafforzare il legame madre-bambino iniziato durante la gestazione” (Di Lorenzo & Roascio, 2003).
Sempre nell’ottica della continuità relazionale e dell’empowerment delle competenze genitoriali, è possibile affermare che “...già durante la gravidanza si può apprendere che allattare al seno il proprio bambino è cosa semplice e naturale” e che “...l’educazione prenatale con il potere della conoscenza ha una influenza realmente positiva nel sostegno dell’allattamento al seno” (Di Lorenzo & Roascio, 2003).

Abbiamo evidenziato come “il contatto precoce con la madre consente l’ideale adattamento del neonato alla vita extrauterina” (Audino, 2003) e come “la struttura che accoglie la madre e il nascituro dovrebbe offrire alla nuova famiglia la possibilità di incontro e contatto precoci, che danno inizio ai processi di attaccamento (extrauterino, N.d.A.) e lattazione” (Audino, 2003).
Nei momenti immediatamente successivi alla nascita, l’abbraccio della mamma fornisce la neonato il sostegno che gli veniva dal grembo materno: è un contenimento fisico, psicologico e nutritivo.
Come osserva Winnicott, la madre tiene in braccio il suo bambino talora fisicamente, in modo simbolico sempre (in Marozzi Bonzi, 2002).

Se osserviamo un neonato, molto spesso dopo un vagito, se posto sul ventre materno, interrompe immediatamente il pianto. Gradualmente, se la luce non lo acceca, apre gli occhi, osserva e rivolge lo sguardo verso la fonte del suono: la voce materna. Punta i pugnetti, cerca di sollevare il collo, tenta di sostenere il peso della testa per qualche istante, poi cede e si adagia. Alcune volte si addormenta; altre volte muove il corpo in direzione delle mammelle e inizia il processo di esplorazione del capezzolo. Quando arriva spontaneamente al seno, se non raggiunge il capezzolo, succhia il pollice o la mano in modo vigoroso.

È meraviglioso osservare l’incontro di mamma e bambino, quando lo si rende possibile, quando non si altera con una gestualità meccanica la naturalezza di questo evento.
L’allattamento è tempo di incontro, di nutrimento psicofisico, di soddisfazione reciproca. Allattare significa riconoscere una logica originale di scambio (cioè di comunicazione e relazione), una logica di domanda-offerta nella relazione tra due soggetti che vivono il bisogno fisico e quello emotivo-affettivo in modo paritetico.
Il neonato ha bisogno della madre, ha bisogno della rassicurante prosecuzione di quella relazione fatta di suoni (su tutti la voce), sapori (il sapore del colostro è affine a quello del liquido amniotico che il feto ha ingerito durante la vita intrauterina), odore e calore materni; la madre, d’altro canto, ha bisogno di proseguire la gratificante esperienza del contenere e del proteggere, del nutrire e del sostentare.

Ma non sembra essere soltanto la dimensione del “bisogno” a caratterizzare il vissuto materno rispetto all’allattamento: la rivista italiana “Le scienze” (2005) riporta una ricerca pubblicata sul “Journal of Neuroscience” del 5 gennaio 2005 titolando “La maternità è come una droga. La natura ricompensa biologicamente le madri che nutrono i propri piccoli”. Questa ricerca rivela che “le scansioni cerebrali di ratti esposti alla cocaina sono indistinguibili da quelle delle madri che allattano i piccoli, supportando l’idea che la natura – e l’evoluzione – offra una ricompensa alle madri che nutrono i propri piccoli. Lo studio potrebbe aiutare a comprendere meglio il legame madre-figlio anche negli esseri umani”. Si tratta di attendere che la scienza dia spessore sperimentale alla comprensione clinica e psicologica della chiara “funzionalità” del comportamento di allattamento, che permane nella specie umana da sempre, come scelta “vincente” della specie umana quindi, da un punto di vista non solo medico e psicologico, ma anche evoluzionistico.

Vi è dunque la dimensione del bisogno di allattare-nutrire e dell’essere allattati-nutriti, vi è la dimensione dell’ “opportunità” e della “correttezza” evoluzionistica di tale comportamento, e vi è anche la dimensione della competenza ad allattare e ad essere allattati.
“Non ci sono dubbi. Tutte le donne possono allattare. Il latte arriverà senza alcuno sforzo” (Di Lorenzo & Roascio, 2003); e ancora “non ha nessun significato preparare il seno, è già pronto alla sua funzione” (Di Lorenzo & Roascio, 2003).

Certamente spesso le puerpere riportano uno stato d’animo governato da smarrimento, con sentimenti di autocolpevolezza e inadeguatezza; espressioni comuni sono “ma questo è normale?”, “ma sarò all’altezza?”, “sarò capace?”, “come farò ad accudire mio figlio?”.
Ancora una volta ci viene in aiuto una frase di Tosoni (2004): “La donna va rassicurata, ha bisogno di essere sostenuta e condotta ad un ruolo di madre e ad una ricerca interiore di tutte le potenzialità che già possiede geneticamente”. E ancora: “È importante sostenere la competenza materna attraverso il processo di empowerment (potenziamento) della donna stessa, promuovendo consapevolezza- indipendenza e autonomia”.
Anche il neonato è competente, perché ricerca attivamente il seno materno, guidato – come abbiamo visto – dall’olfatto; addirittura ponendo un reggiseno utilizzato dalla madre e uno pulito ai due lati della testa di un neonato, questi si volterà più spesso verso il lato del reggiseno utilizzato.

Questo già a pochi giorni dalla nascita (Chamberlain, 1998). Nelle prime ore dopo il parto i livelli di noradrenalina nel neonato siano molto alti, per l’attivazione di una speciale zona del cervello primitivo (locus ceruleus) (Hepper, 1995), che ha strette connessioni con il bulbo olfattorio. Alla nascita l’odore della madre (e con il suo anche quello del liquido amniotico e del seno) è già familiare e questa familiarità indubbiamente gioca un ruolo fondamentale nell’adattamento alla vita extrauterina. (Giustardi, 2004).
Il neonato sa succhiare il latte materno e lo fa istintivamente, senza bisogno di apprendimento alcuno. “(i neonati) La prima volta che vengono avvicinati al petto della madre succhiano e respirano in perfetta sincronia” (Chamberlain, 1998).
La competenza materna affermata nella “capacità di allattare” e quella del neonato di nutrirsi al seno materno, compensano il senso di perdita sperimentato con il parto; l’allattamento è il legame viscerale ritrovato, nel quale è avvenuto un processo di maturazione, una trasformazione della relazione, che continua così ad esistere.

7. Quando il neonato non è uno sconosciuto…
“Spesso si nega che il feto sia una persona perché si associa questa idea a quella di autocoscienza, dimenticando che l’autocoscienza (così come la bellezza, l’età, il censo, il linguaggio, la razza) è un attributo (la filosofia li chiamerebbe accidenti). La sostanza della persona è un’altra: è il far parte come individuo di quel livello della natura in cui si è in grado di poter cercare il significato di sé e della realtà. “In grado” (in potenza) significa che magari ora come ora non è possibile (proprio come quando dormiamo), ma se le condizioni cambiassero lo sarebbe. (...) E’ l’alba dell’io. Di quell’ ”io”, il nostro “io”, già presente dal concepimento” (C. V. Bellieni, 2004)
La parola chiave di questo paragrafo è “sintonia”. Questo termine deriva dal greco syntonìa, composto di syn “insieme” e di un derivato di tònos “tono”. Il significato letterale è quindi “stesso tono”, cioè accordo, armonia.
L’armonia, intesa come “essere sulla stessa lunghezza d’onda”, è esattamente quel che si verifica quando il neonato che la madre ed il padre si trovano ad incontrare dopo il parto non è uno sconosciuto, perché con lui si sono intessuti rapporti e relazioni prenatali significative.

Il primo incontro faccia a faccia, i primi sguardi del neonato (che Ajuriaguerra ha sapientemente compreso essere costituiti da due “componenti” : lo “sguardo-visione” e lo “sguardo-sortilegio”, che “strega” i genitori; in Nava, 2003) rivolti alla madre, sanciranno il ritrovare qualcuno che già si conosce e che, finalmente, si può conoscere anche nella dimensione corporea e visiva.
Creare armonia e sintonia con qualcuno che non si conosce non è facile, perché ci vuole un percorso a volte anche lungo e laborioso per entrare in contatto e in relazione l’un con l’altro; è il periodo dell’avvicinamento e dell’ascolto, della comprensione di qualcuno che è altro-da-noi e che va scoperto nella sua irripetibile identità.
È il periodo degli “aggiustamenti”, dei tentativi di scambio efficace, è un po’ come fare le prove per un importante concerto; gli strumenti vanno accordati perché il loro suono sia nell’insieme armonico, i musicisti devono “entrare in sintonia” l’un con l’altro e conoscersi nei rispettivi stili e modalità di esecuzione, altrimenti uno accelera, l’altro rallenta e il terzo tiene la nota quando gli altri la cambiano.

Risultato: una cacofonia sgradevole all’orecchio e un bel po’ di lavoro da fare insieme per raggiungere un equilibrio.
È esattamente la stessa cosa che accade ad un neonato e ai suoi genitori da dopo il parto in avanti: se non vi è stata comunicazione, interazione, comprensione e reciproca conoscenza durante la gravidanza, il neonato risulta essere uno sconosciuto per sua madre e suo padre. Cosa gli piacerà e cosa no? Come andrà cullato per calmare quel pianto che non si riesce a capire? Dorme poco/dorme tanto: è strano? (ma durante la gravidanza com’erano i suoi movimenti?). Alla sera non si addormenta mai (e magari per nove mesi la mamma ha lavorato fino a tarda sera abituandolo a questi ritmi di sonno/veglia...).
E così via, una serie di “incomunicabilità” che rendono difficile comprendersi perché non ci si conosce, perché quel neonato è in realtà uno sconosciuto di cui nulla si sa, né del suo temperamento, né dei suoi gusti, né delle sue preferenze musicali, né della sua vivacità, né di altro.
È esattamente in situazioni come queste che si evidenzia come un’adeguata assistenza e sostegno durante la gravidanza possa fare la differenza, aiutando genitori e feto a conoscersi e a comunicare l’un con l’altro già durante i primi mesi di gestazione.
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EDITORIALE: I LEGAMI DELLA VITA NASCENTE
di Gino Soldera e Federica Carrer

All'inizio della vita ogni essere umano mette le sue radici nell'utero materno e con esse costruisce i primi legami, che sono anche le prime impronte fondamentali con le quali formerà se stesso e il rapporto con gli altri. In questo periodo, definito da Odent "primario", a causa della
diretta dipendenza del bambino dalla madre i legami che il bambino coltiva interessano anche il padre, gli altri famigliari e le persone che rientrano in quello che nella genetica del comportamento viene considerato a differenza di quello materno condiviso, l'ambiente non condiviso.

Nella vita nascente l'essere umano si trova a vivere l'esperienza dalla vita prenatale, della nascita e della vita neonatale. In queste fasi egli si dimostra particolarmente sensibile non tanto verso l'ambiente fisico, che lo circonda, quanto per quello umano, della madre e del padre, dal quale si aspetta un'accettazione totale, senza riserve e senza ambiguità. Per ottenere questo il bambino è disponibile ad aspettare con pazienza che vengano risolti i problemi e affrontati gli ostacoli, in quanto avverte questo come rilevante per la sua formazione come essere umano e come persona. Questo tentativo avviene prima di imboccare la strada del distacco protettivo e dell'isolamento, da separato in casa, nel corpo condiviso con la madre: cosa possibile, come ci hanno evidenziato molti studiosi fin dalla gestazione. Lowen ritiene che l'isolamento del bambino è una misura difensiva che egli è costretto a prendere per mantenere quel poco calore che gli è rimasto e che funge da catalizzatore e integratore del suo intero essere, ed particolare del suo Io, al di là del quale si nasconde l'odio e la distruzione, che con il suo gelo raffredda la vita e porta verso la separazione e la morte.

Il bambino è un essere estremamente sensibile sul piano relazionale e umano, egli avverte com'è l'ambiente materno che l'accoglie, quando si paracaduta dalla tuba nell'utero, egli sente se questo ambiente psicometabolico è a lui favorevole o sfavorevole: nel primo caso egli fa di tutto per restare e mettere sane e robuste radici in grado di contrastare le forze avverse alla vita. Dopo questo primo impatto con l'ambiente egli si aspetta che nel corso della gravidanza questo legame si perfezioni, cresca e si rafforzi. Se questo avviene è molto probabile che il parto-nascita si possa realizzare in un clima di intesa e sintonia, in grado di attenuare il dolore delle doglie e di permettere che il ritrovarsi tra madre e figlio, dopo la nascita, possa avvenire più facilmente e senza tanti ostacoli nella disponibilità e nel riconoscimento reciproco.

L'ambiente fisico circostante ha un'importanza marginale nella vita del bambino rispetto a quella che si credeva in passato, ciò che conta è chi si occupa di lui con continuità e amore: e per essere più concreto oseremmo dire con "calore e affetto". E' ormai universalmente riconosciuta da tutti gli studiosi dello sviluppo infantile, come pediatri, psicologi e pedagogisti e confermato dalle ricerche sviluppate nell'ambito delle neuroscienze, che il legame genitori-figli costituisce una delle premesse essenziali per tutte le relazioni che l'individuo stringerà da bambino, dentro e fuori l’utero materno, e da adulto, oltre che con i membri della sua famiglia, con le altre persone significative che incontrerà nel corso della sua vita.

Grazie alla vicinanza e alla disponibilità di coloro che si prendono cura di lui, il bambino può vivere (ottenendo contatto, comprensione, cibo e protezione) e crescere in maniera armonica, sviluppando fiducia in se stesso, desiderio di apprendere e di interagire con gli altri. Attraverso la relazione coi genitori - specialmente con la madre - il bambino impara a riconoscersi come individuo e a dare significato ai suoi comportamenti, a quelli degli altri e, in generale, al mondo che lo circonda: se questa relazione gli offre una base sicura è stimolato ad aprirsi alla vita, a fare nuove esperienze, ad esplorarlo e a conoscerlo e ad esprimere le sue straordinarie possibilità creative, che altrimenti rischiano di rimanere latenti. La stessa intelligenza appare, fin dall'inizio, inestricabilmente legata alla vita affettiva: anche se ogni bambino è dotato di un determinato patrimonio genetico e di una sua specifica individualità, lo sviluppo delle sue potenzialità fisiche, intellettuali ed affettive dipende in modo determinante dal rapporto che stabilisce con le persone che si prendono cura di lui.

Come hanno sottolineato Bowlby, Verny, Chamberlain, Fonagy e altri studiosi, il problema del consolidamento dell' attaccamento affettivo tra gli esseri umani nel periodo della vita prenatale, della nascita e della prima infanzia dipende dalla rappresentazione e dall'atteggiamento dell'adulto che funge da imprinting per il bambino. Vale a dire che una buona predisposizione del genitore verso il bambino è una importante premessa perché il bambino si predisponga in seguito verso il genitore. Il legame che si costruisce in questa fase è d'importanza vitale per il benessere dell'individuo e per la sopravvivenza della specie: un buon rapporto iniziale fondato sulla disponibilità interiore e realizzato attraverso lo scambio di segnali e contatti affettivi tra genitore e bambino ha un'influenza talvolta insospettata sul senso di appartenenza reciproca e quindi sulla sequenza delle successive interazioni.

Il legame genitore figlio ha un'influenza diretta anche sulle convinzioni e sulle capacità dei genitori che, a loro volta, attivano e mantengono operanti i necessari comportamenti di cura e di protezione dei bambini: attraverso questo processo essi apprendono le nozioni e le capacità indispensabili per poter svolgere la loro funzione di genitori. Se invece non si instaura un buon legame tra il bambino e i genitori o chi si prende cura di lui, lo sviluppo psico-fisico del piccolo - ossia la sua maturazione organica, affettiva ed intellettiva - ne potrà risentire, spesso per lunghi periodi e talvolta in misura determinante. I genitori rischieranno di essere privati di molti di quegli stimoli, di quelle esperienze e di quelle soddisfazioni che si vivono interagendo e crescendo giorno per giorno insieme al proprio bambino.
In questo contesto va ricordato che i rapporti umani nella nostra società stanno diventando sempre più fragili e complessi, ne è una testimonianza il continuo aumento delle separazioni; mentre le condizioni e gli stili di vita della coppia e della famiglia stanno diventando sempre più stressanti e alienanti, anche a causa dei ritmi di vita sempre più frenetici e incalzanti.

Da qui la necessità di poter avere a disposizione dei Servizi sociosanitari, come il Consultorio Familiare o iniziative come “Spazio per le famiglie”, in grado di essere un luogo di aggregazione per genitori soli e bisognosi di un confronto diretto con altri genitori, e questo per meglio comprendere e gestire la propria quotidianità. Ma il Consultorio è anche in grado di dare alla coppia e ai genitori un valido contributo per vivere bene la propria corporeità, la propria sessualità e la propria capacità generativa. Inoltre, può offrire alla donna e alla coppia, anche se in forma al momento limitata, un valido accompagnamento nel corso della gestazione, utile per arginare gli effetti negativi della dilagante medicalizzazione mascherata nelle continue visite ed esami alle quali la donna e il bambino vengono sottoposti, sebbene non necessari. Questo per rispondere ad un profondo bisogno di sicurezza presente in ogni essere umano, in particolare in questo delicato periodo. La situazione diventa ancora più problematica con il parto dove si assiste all'induzione al parto di routine e ad un continuo aumento della pratica del taglio cesareo e in prospettiva dell'epidurale.

Sappiamo che i bisogni della donna, della coppia e della famiglia non si fermano qui, in quanto la donna ha spesso la necessità di essere aiutata ad acquisire le competenze necessarie per affrontare la difficile situazione del puerperio; questo per non essere travolta dai nuovi e vecchi problemi irrisolti.

Riteniamo che gli operatori e i genitori possano, con i diversi contributi riportati negli articoli della rivista, orientati ad approfondire i molti aspetti presenti in queste problematiche, essere messi nelle condizioni di conoscere le dinamiche in gioco nei legami famigliari allo scopo di creare le condizioni migliori per accrescere l'intesa e l'armonia dei rapporti all'interno e all'esterno della famiglia fin dalle sue origini.
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EDITORIALE: L'IMPORTANZA DELLA VITA PRE - E PERINATALE
di DarioCasadei e Gino Soldera

Il periodo prenatale rappresenta un opportunità unica per la prevenzione primaria di disturbi psicologici, emozionali e fisici.
A questo stadio si possono, inoltre, sviluppare procedure preventive al fine di meglio comprendere l’enorme potenziale dei processi prenatali ed il loro impatto sulla salute dell’individuo prima e dopo la nascita. E’ quindi corretto e “saggio” chiedersi che cosa implica lo stato prenatale della vita.
In rispetto a questo il compito di tutti ed in particolare di noi che lavoriamo nel campo della psicologia e della medicina sarà quello di estendere la definizione di ciclo della vita a partire dalla fase prenatale.
Per il bambino non ancora nato questa esperienza inizia e si realizza principalmente attraverso il processo di imprinting, mentre per la madre la possibilità di autorealizzazione giunge dalla gravidanza e dall’incontro con il bambino non ancora nato.

Questo itinerario di vita porta al rilevare ancora una volta che non vi è alcuna separazione tra le dimensioni fisiche e psicologiche della nostra esistenza.
Scienze quali psicologia prenatale, psicologia ostetrica, medicina fetale e perinatale, dovrebbero considerare la “libertà di esistere” del bambino prenatale, evitando l’indifferenza e la perdita dei valori umani. Scienza senza umanità porta ad un non rispetto della vita ed a una caduta delle certezze , problematiche queste che ci conducono verso un etica e bioetica della vita prenatale.

Rientrando nello specifico di questo numero, l’occuparci dell’origine della vita porta a considerare due visioni della stessa, in particolare la visione “ecologica” e quella “genetica-sociale”. La prima, di “stile” cognitivo-comportamentale considera l’utero come ambiente e conseguentemente l’influsso dello stesso sul comportamento. La seconda si riferisce in particolare a quanto già di predefinito attraverso il patrimonio genetico che si eredita dai propri predecessori.
Quindi alla psicologia ostetrica ed alla psicologia prenatale si integra il contributo della psico-neuro-endocrinologia, in quanto considera il processo di apprendimento del feto come pre-requisito vitale per la sopravvivenza, processo che si avvale della formazione del SNC a livello primario con le proprie strutture dell’ipotalamo, del sistema pituitario ed adrenale. L’integrazione di ciò produce la necessaria “sensibilità” che permette sia la competenza che l’apprendimento.

Attraverso quanto detto si perviene a considerare il bambino come partner molto attivo in gravidanza, quindi un attivo passeggero in utero. L’interazione madre-bambino, quindi, ha un carattere non solo biologico ma anche psicologico e sociale, considerando comunque che l’esperienza di dialogo è indipendente dal grado di sviluppo morfologico del del bambino.
Per la madre la possibilità di autorealizzazione viene dalla gravidanza e dall’incontro con il bambino non nato. Per noi operatori, questo incontro diviene l’opportunità di estendere la nostra comprensione di questo itinerario di vita, mediante un percorso umano e scientifico che va non solo nella direzione professionale ma che in qualche modo ci coinvolge sul piano personale.

Le tematiche di questo numero della rivista, quindi, ci portano a considerare nel loro aspetto psicologico, medico, antropologico, come tutti gli eventi della vita siano vissuti come situazioni fenomeniche indivisibili nelle quali corpo e mente (soma e psiche) rappresentano un entità di mutua influenza ed interdipendenza. In tal modo tutti gli eventi, sia di carattere cosiddetto somatico che psicologico, che possono pregiudicare il benessere e la salute della madre e del feto, sono considerati come rischi reali e potenziali.

E’ pertanto necessario creare un nuovo tipo di assistenza prenatale in modo da diagnosticare in tempo tutti i rischi e per consentire ai genitori il ricorso ad un assistenza comprensiva che permetta di usufruire del counseling psicoterapeutico, coinvolgendo tutti i livelli dell’assistenza sanitaria, territoriale ed ospedaliera, area quest’ultima ancora troppo “scoperta” ed in forte ritardo.
Questo è il compito e la scommessa per tutti noi!
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PSICOLOGIA E MEDICINA PRENATALE E PERINATALE:
UNA NUOVA SCIENZA INTERDISCIPLINARE
Prof. Peter G. Fedor Freybergh, M.D., DSc.Stockholm, Sweden - Prague, Czech Republic

ABSTRACT
Il periodo prenatale rappresenta un'occasione unica per la prevenzione primaria dei disordini psicologici, emozionali e fisici nella vita più tarda. In questa fase possiamo anche sviluppare delle procedure preventive per fare diminuire le nascite premature, i disturbi e la mortalità perinatali. Per capire l’enorme potenziale dei processi prenatali ed il loro effetto sulla salute prenatale e postnatale dell'individuo, dobbiamo chiederci che cosa implica la fase prenatale della vita.

L’incontro con il bambino non nato è l’inizio del cammino della vita umana verso l’autorealizzazione. Dobbiamo estendere la definizione standard di ciclo della vita all’esperienza prenatale, poiché essa ne è un’indivisibile parte, è quella che ci forma e determina chi siamo e cosa diventeremo.

Per il bambino non ancora nato, questa esperienza inizia e si realizza principalmente attraverso il processo di imprinting. Per la madre la possibilità di autorealizzazione viene dalla gravidanza e dall’incontro con il bambino non ancora nato. Per noi questo incontro diventa l’opportunità di estendere ed approfondire la nostra comprensione di questo itinerario di vita, dal momento che non è possibile rilevare nessuna separazione tra le dimensioni fisiche e psicologiche della nostra esistenza.

La psicologia e la medicina prenatale e perinatale sono aree scientifiche relativamente nuove e interdisciplinari, la cui pratica tenta di integrare diverse discipline che si occupano delle questioni basilari della vita e dei suoi disturbi.
Bisogna sottolineare il loro carattere interdisciplinare che permette a diverse specializzazioni scientifiche, come la medicina, la psicologia, la psicoanalisi, l’antropologia, l’etologia umana, la sociologia, la filosofia e altre ancora, di incontrarsi tra loro. Ognuna di queste discipline riesce a creare un dialogo, un linguaggio comune e tutte si influenzano tra loro attraverso un processo creativo di “fertilizzazione crociata”.

La medicina e la psicologia prenatale e perinatale danno inoltre un esempio nel sottolineare l’indivisibilità dei processi “psicologici” e “fisici” fin dall’inizio del ciclo vitale umano e l’indivisibile sviluppo di tutte le funzioni del sistema nervoso, dei processi immunologici e neuroendocrinologici.
Lo scopo principale di queste nuove aree scientifiche è la divulgazione sia di metodologie e studi orientati alla sperimentazione, che di metodi più introspettivi. Questo nuovo atteggiamento invita a cercare e a trovare un nuovo linguaggio e, attraverso un linguaggio comune, a diminuire le incomprensioni semantiche.
Esso ci permette inoltre di definire una teoria scientifica applicabile a questo nuovo approccio interdisciplinare e integrativo.

“Integrazione” letteralmente significa tra le altre cose: assimilazione, fusione, incorporazione, combinazione, unificazione e armonia.
Quest’ultimo termine, “armonia”, andrebbe particolarmente ripetuto: armonia e cooperazione tra approcci e punti di vista diversamente integrati, metodi e metodologie, teorie, ideologie e pratica, piuttosto che confronto e disaccordo.
Tutta la società dovrebbe incoraggiare un senso di responsabilità nei futuri genitori e offrire appoggio alla coppie, consigliandole riguardo al loro impegno nei confronti di una nuova vita. E’ essenziale che questa nuova vita venga rispettata fin dal suo inizio e venga considerata un partner alla pari in qualsiasi dialogo. Questo dialogo inizia con il concepimento e continua durante tutto il periodo prenatale, post-natale e perinatale. Esso influenza l’esito del parto e il modo in cui l’individuo si relazionerà agli altri durante la sua infanzia, adolescenza e vita adulta e, cosa ancor più importante, ha in sé il seme per la capacità del bambino di amare, di rispettare gli altri, di impegnarsi nei confronti di qualcuno.

Lo stadio prenatale rappresenta un’opportunità unica per la prevenzione primaria di disordini psicologici, emozionali e fisici.
In questa fase possiamo anche sviluppare delle procedure preventive per fare diminuire le nascite premature, i disturbi e la mortalità perinatali. Per capire l’enorme potenziale dei processi prenatali ed il loro effetto sulla salute prenatale e postnatale dell'individuo, dobbiamo chiederci che cosa implica la fase prenatale della vita.
La gravidanza può essere vista come un dialogo attivo tra madre e bambino. Questo dialogo non è limitato, ma esteso, attraverso il dialogo fra la madre, il padre ed il contesto psicosociale. Esso è parte di un processo molto attivo e interdipendente, che prende luogo a vari livelli. Questi livelli incidono su quello psicologico, emozionale biochimico, psiconeuroendocrinologico.

Non ho mai sentito una madre riferirsi al bambino che porta in grembo come “il mio embrione” o “il mio feto”; una madre dice “il mio bambino”, o addirittura vi si riferisce con un nome proprio.
Generalmente le donne incinte tendono a mostrare un alto grado di sensibilità nei confronti del loro bambino non ancora nato, contrariamente a molti professionisti.
Il bambino è un partner molto attivo durante la gravidanza, un “passeggero attivo nell’utero”.
L’interazione madre-bambino, di conseguenza, ha un carattere non solo biologico, ma anche psicologico e sociale. Questo dialogo comincia a livello inconscio probabilmente dal primo momento in cui il bambino comincia a svilupparsi. Dal punto di vista della madre il dialogo diventerà reale quando essa, coscientemente o no, comincerà a pensare al bambino non ancora nato non più come ad “esso” ma come “tu”. Questo momento segnerà per lei l’inizio di un contatto più cosciente.

La transazione da “esso” a “tu” è una dimostrazione della sensitività e sensibilità del bambino nella pancia e dell’enorme potenziale creativo insito nella psiche della madre.
L’esperienza di dialogo è indipendente dal grado di sviluppo morfologico del bambino.
Tutto lo sviluppo embrionale e fetale è fortemente influenzato da fattori ormonali, psicologici immunologici.
La nascita è solo una parte dello sviluppo complessivo dell’essere umano. Le circostanze del parto, il parto stesso e le sue conseguenze per il bambino, la madre e il padre nel periodo postnatale, dipenderanno essenzialmente dalla fase di vita prenatale.
Questa è particolarmente influenzata dal legame essenziale che unisce il bambino, la madre e il padre. E’ bene non separare il ruolo del padre da quello della madre e del bambino, e nemmeno il travaglio dal continuum dell’esperienza prenatale.

Il padre dovrebbe essere coinvolto e incorporato nell’intero processo di assistenza prenatale fin dall’inizio, ed essere trattato come un partner alla pari durante tutto il percorso. L’esperienza del padre influenzerà in maniera vitale il suo comportamento durante il travaglio e la sua capacità di relazionarsi al bambino durante il parto, nei periodi prenatale e postnatale.
La gravidanza può essere considerata come la prima esperienza ecologica di un essere umano, e l’utero come il suo primo ambiente ecologico.

E’ sorprendente vedere quanti pochi professionisti, persino psicologi, considerino ancora l’utero semplicemente come un “contenitore anatomico per il bambino”, essi sono ancora inconsapevoli dell’ “inquinamento tossico” a cui potenziali pericoli psicologici e sociali espongono il bambino feto.
Il dialogo tra il bambino non ancora nato, la madre e il padre, crea un legame primario che a sua volta aiuta a creare predisposizioni psico-fisiche estremamente significative. Potenzialmente qualsiasi di queste tendenze innate potrebbe orientare e formare le future risposte emozionali e sociali del nascituro, specialmente per quanto riguarda le relazioni interpersonali. Le conseguenze di questo legame primario sono numerose, e includono anche l’amore ed il comportamento etico.

La vita umana dovrebbe essere considerata come un continuum indivisibile, in cui ognuna delle fasi di sviluppo è ugualmente importante e tutte sono interdipendenti e inseparabili dall’insieme della vita dell’individuo. In questo continuum, l’individuo rappresenta un’entità indivisibile di tutte le funzioni, sul piano fisiologico e fisico, come su quello psicologico e sociale. I processi fisici, biochimici, endocrinologici, immunologici e psicologici, rappresentano un insieme che non può essere diviso.

Per comprendere che cosa accade durante la vita prenatale, c’è bisogno di un nuovo linguaggio e di una nuova teoria scientifica. Un tale linguaggio avrà il compito di aiutarci ad andare oltre ai problemi semantici e alla confusione che esistono in tanta terminologia medica e psicologica.
Non è possibile separare nessuna fase dello sviluppo di un essere umano dal resto della vita di quell’individuo. Il continuum della vita è uno dei bisogni più fondamentali nel corso della vita umana e assicura il mantenimento dell’omeostasi e dell’equilibrio. Una interruzione di questo continuum può portare a malattia o, in casi estremi, quando l’omeostasi non può più essere recuperata, perfino alla morte.

Qualsiasi discontinuità, proveniente dall’interno o dall’esterno dell’organismo dell’individuo, violerà questo bisogno biologico e psicologico di base, sia durante la vita prenatale che in quella postnatale.
La discontinuità è divenuta un problema sempre più serio, causando in tutto il mondo il diffondersi di disordini ecologici, sociali e politici. Nessun gruppo di persone, nessuna nazione, è completamente immune dal sollevarsi di disorientati sviluppi a livello ecologico e sociale.

Molte persone, all’interno della comunità scientifica, sono ben consapevoli degli effetti di questi eventi, e sottolineano come la discontinuità e il disequilibrio generino molte delle malattie mentali e sociali del giorno d’oggi.
Nell’ambito della psicologia e della medicina prenatale e perinatale, siamo consapevoli dei pericoli che la discontinuità può generare nel feto e nel neonato.
Gli sviluppi recenti di due branche relativamente nuove della ricerca medica e psicologica, la psiconeuroendocrinologia e la psiconeuroimmunologia, sono molto promettenti. La ricerca in questi due settori è particolarmente importante, in quanto funge da base scientifica per l’ideologia che sta alla base della medicina e della psicologia prenatale e perinatale.

Molte funzioni biochimiche altamente specializzate (ormoni, neurotrasmettitori ed altre strutture polipeptidiche) sono necessarie nella diretta connessione con i fenomeni di input per la trasformazione e l’immagazzinamento dei vari tipi di informazioni, sia sensoriali che mentali. Alcune di queste funzioni, cruciali per la formazione del sistema nervoso centrale primario a livello ipotalamico-pituitario-surrenale, sono già individuabili nello sviluppo precoce dell’essere umano. L’embrione sviluppa in seguito un’elevata sensibilità e competenza, grazie alla sue potenziali capacità di percezione e apprendimento.

Per il bambino anche l’esperienza intrauterina è un processo di apprendimento. Tale apprendimento è un prerequisito vitale per la sopravvivenza, poiché permette all’organismo di adattarsi alle nuove condizioni. Senza adattamento non ci sarebbe la sopravvivenza, e un individuo non può adattarsi senza fare ed aver fatto esperienze che gli permettano, appunto, di adattarsi. Un simile processo ha bisogno della memoria, sia della ripetizione cosciente che impressa in modo inconscio. Le informazioni che raggiungono il bambino, fin dal primissimo inizio del suo sviluppo, si trasmettono tramite differenti percorsi biochimici e vengono poi elaborate e immagazzinate in qualità di tracce mestiche (ciò potrebbe essere utile per la comprensione teorica di certe pratiche psicoterapeutiche, quali l’ipnosi, l’analisi dei sogni, i ricordi prenatali ecc.).

L’embrione, già a questo stadio, dimostra di rispondere agli stimoli e di conservare tracce delle esperienze sensoriali in termini biochimici che vanno a costituire una potenziale fonte di apprendimento. Le tracce mestiche prenatali possono essere rievocate come fonti di informazioni (di carattere negativo, positivo o ambivalente) nel corso di tutta la vita futura.
Le implicazioni di questi risultati preliminari sono molto importanti. Questo richiederà niente meno che un radicale ripensamento del paradigma umano-embrionale standard, in base al quale si presume che la struttura preceda la funzione. Al contrario, come abbiamo già detto, esistono prove determinanti che supportano la supremazia della funzione sulla struttura, cioè sull’organo morfologico.

E’ infatti la struttura morfologica che si sviluppa come risultato dell’innato stimolo funzionale primario. Un organo non si potrebbe sviluppare se non esistesse alcuno stimolo funzionale che lo obbliga a svilupparsi. Allo stesso modo, la capacità mentale umana non si sviluppa solo dopo che la struttura morfologica del cervello è completata e non è neppure una mera conseguenza delle esperienze determinate dal particolare contesto socioculturale che si incontra dopo la nascita. Il feto possiede i propri processi psicologici che funzionano già molto prima della nascita; nessun neonato è una tabula rasa.

Dobbiamo ribadire che la madre non è solo un “contenitore” per la crescita del bambino, bensì una persona che prende l’iniziativa e partecipa attivamente. Oggi è indispensabile ristabilire il ruolo della madre come principale decision maker di questo potente processo creativo. La madre infatti è coinvolta nel processo di procreazione con dei propri grandi poteri creativi. La futura madre ha bisogno di essere cosciente di questi poteri e di sapere come usarli, in modo da essere meglio dotata per dirigere e accrescere una tale impresa creativa. La gravidanza consente anche alla madre una sorta di “regressione creativa” per stabilire un dialogo con il proprio bambino non ancora nato.
Al fine di poter compiere una scelta informata e senza stress, l’educazione alla pianificazione familiare dovrebbe iniziare molto prima del concepimento.

Essere genitori responsabili non è un dono concesso dalla natura o un talento facilmente acquisibile. La capacità genitoriale spesso deve essere appresa. C’è bisogno di compiere ricerche sugli appropriati interventi socio-pedagogici da effettuare all’interno della famiglia e nei nostri sistemi educativi. E’ molto importante che i curricola universitari dei corsi di medicina e psicologia vengano integrati con gli studi prenatali e perinatali.

E’ necessario mettere a punto un nuovo sistema educativo in grado di preparare gli individui a diventare genitori coscienti. Bisogna attuare anche un cambiamento radicale dell’assistenza prenatale, al fine di tener conto non solo dell’aspetto medico, ma anche dello stato psicologico e delle condizioni della vita sociale di entrambi i genitori.
L’assistenza prenatale dovrebbe considerare il bambino come un partner attivo nel dialogo psicosociale con i suoi genitori, i quali dovrebbero avere la possibilità di incontrare il loro bambino già prima della nascita, in una società libera e non violenta.

Il bambino ideale dovrebbe essere amato già prima della nascita. Non dovrebbero esserci dei bambini non desiderati. I bambini non desiderati sono moralmente a rischio e rappresentano una minaccia morale per la società.
Finché non si raggiungeranno queste condizioni mentali e sociali per lo stadio prenatale della vita, tutti i cambiamenti positivi del mondo saranno superficiali e saranno a rischio i bisogni e i diritti umani basilari, i valori culturali, le tradizioni e la stessa civiltà e libertà.

Talvolta la gravidanza può essere vissuta sia dalla madre che dal padre come un periodo di crisi, il che non implica necessariamente una situazione meramente negativa. Ogni crisi può essere vista come una sfida che può portare a soluzioni o ad alternative creative e positive. Spesso si può notare che durante la gravidanza si ripresentano vecchi conflitti latenti ed irrisolti. In molti casi questi conflitti possono essere rielaborati nel corso della gravidanza in modo costruttivo. Infatti bisogna evidenziare il fatto che molti problemi e conflitti vissuti dalla gestante, non dipendono dalla gravidanza e dal bambino. Gli aspetti irrisolti possono rievocare conflitti psicologici nella propria psiche. In questo modo, la gravidanza spesso offre alla madre e al padre l’occasione per proseguire il proprio sviluppo psicologico interiore, talvolta con l’aiuto di un intervento terapeutico.

La ricerca e la pratica psicoterapeutica, hanno dimostrato quanto sia decisiva l’influenza delle emozioni negative e dei disturbi nel dialogo prenatale sulle condizioni mentali e sulle malattie sviluppate nella vita futura. Il dottor Janus ha osservato che, in circa due terzi dei pazienti adulti sottoposti a psicoterapia, sono stati riscontrati traumi psicologici e problemi prenatali e perinatali. E’ assolutamente evidente quanto siano importanti la maturità emotiva, la salute mentale e la coscienza sociale dei genitori. Si rileva sempre più il bisogno di intervento psicoterapeutico sia per la donna incinta che per il futuro padre.

Non bisogna suscitare sensi di colpa o sentimenti di inferiorità nei genitori, né porre su di loro alcun giudizio morale. Dobbiamo essere coscienti che non tutte le gestanti hanno la possibilità e l’occasione di offrire al proprio bambino condizioni ottimali di cura, sia dal punto di vista economico che emotivo che delle strutture sociali. La gravidanza è sempre un processo dinamico, fatto di emozioni continuamente fluttuanti, di atteggiamenti e persino di discorsi intellettuali. Il dialogo madre-bambino è quasi sempre caratterizzato da un misto di emozioni positive, negative ed ambivalenti.

La società ha la responsabilità di garantire che la triade madre-padre-bambino non solo sopravviva, ma si sviluppi e cresca nelle migliori condizioni possibili.
Bisogna aggiungere che un essere vivente ha una forte propensione ad adattarsi, a riparare i danni e a compensare le carenze che si sono verificate nelle precedenti fasi di sviluppo della vita. Ciò che resta incompiuto in uno stadio può essere ripreso in quello successivo, e alla fine essere risolto con soddisfazione interiore dell’essere umano.
Il termine “gravidanza a rischio” è ancora usato quasi esclusivamente nel suo significato biologica.

Viene usato per riferirsi a disturbi somatici, a malattie fisiche o a handicap che colpiscono la madre durante la gravidanza, e che potrebbero avere conseguenze sulla salute biologica del feto. Si può dunque notare come la medicina istituzionalizzata e la filosofia medica poggino fermamente sulla divisione mente-corpo e derivino dalla continua promozione della dicotomia psicofisica. In un’ottica della vita umana di tipo olistico e globale non possiamo fare distinzione fra i cosiddetti fenomeni “somatici” e “psicologici”.

Considerati nel loro aspetto psicologico, medico ed antropologico, tutti gli eventi della vita sono vissuti come situazioni fenomeniche indivisibili nelle quali corpo e mente (soma e psiche) rappresentano un’entità di reciproca influenza ed interdipendenza in un particolare contesto socioculturale. In questo modo tutti gli eventi, sia di carattere cosiddetto “somatico” che “psicologico”, che possono pregiudicare il benessere e la salute della madre e del feto, sono considerati come rischi reali e potenziali. E’ pertanto necessario creare un nuovo tipo di assistenza prenatale in modo da diagnosticare in tempo tutti i rischi e per consentire ai genitori il ricorso ad un’assistenza comprensiva che permetta di usufruire anche di un counseling psicoterapeutico.

La gravidanza e il parto non sono di per sé malattie, se non in casi eccezionali, ma a volte possono diventarlo a causa dell’intervento medico. Dobbiamo dare credito al sapere interiore della gestante ed aiutarla con la nostra conoscenza, la nostra empatia e l’informazione scientifica per far fronte insieme a lei ai problemi ai problemi ed ai rischi potenziali o reali, nel caso in cui si manifestino.

Questo ci porta all’argomento centrale della salute. Quanto abbiamo già detto circa la visione olistica e globale di tutte le funzioni umane è valido anche considerando i temi della salute e della malattia. La recente definizione di salute formulata dall’OMS la definisce come “uno stato di totale benessere fisico e mentale che si ha nel momento in cui la gente sana vive in armonia con l’ambiente e con gli altri”.
Come evidenzia Zakmund, questa definizione , nonostante includa tutte e tre le dimensioni delle manifestazioni della vita umana – biologica, fisiologica e sociale – è molto riduttiva. Nella sua analisi delle dimensioni della salute e della malattia mette in rilievo solo gli aspetti funzionali e definisce la salute come la condizione funzionale ottimale di tutti i processi della vita, biologici, fisiologici e sociali.

L’organismo psicofisico cerca costantemente di conservare il proprio stato di salute. Tende al recupero, tenendosi alla larga dalla distruzione; tende verso l’omeostasi, evitando la disorganizzazione e il caos. La salute ha evidentemente una dimensione fortemente dinamica e creativa, e nel 1974 io ho descritto la salute come “il movimento dinamico lungo il sentiero creativo che conduce all’autorealizzazione”. L’autorealizzazione deve essere intesa come comprensiva delle dimensioni biologica, fisiologica e sociale.

Questa realizzazione deve tenere conto:
a) dell’integrazione costruttiva dei cambiamenti dialettici e dipendenti dall’individuo con la conservazione simultanea dell’omeostasi dell’”ambiente interiore”
b) dell’equilibrio nel perseguire la soddisfazione dell’individuo durante il continuo confronto e adattamento del sistema psicoendocrino con e verso l’”ambiente esterno” nelle situazioni ordinarie che la vita quotidiana presenta.
Adattamento non significa solo adattamento dell’individuo all’ambiente, ma anche possibilità di trasformare l’ambiente in base alle proprie esigenze.

Dobbiamo abbandonare l’approccio obiettivo, restrittivo e di stampo positivista nei confronti dell’individuo e della società. Questi approcci non tengono conto delle peculiarità soggettive di ogni individuo e società, della loro anima e spiritualità, dei loro bisogni, sentimenti e pensieri. Dobbiamo batterci per la rinascita dell’unicità dell’individuo umano in un mondo in cui l’individuo e l’ambiente dovrebbero convivere in un’unità spirituale in uno stato di pace, sia etnica che ecologica.

Ciò è ancor più vero per quanto riguarda quel delicato periodo che è lo stadio prenatale dello sviluppo umano. Ma non è forse che, proprio da un processo tanto delicato e indefinibile, si originano movimenti importanti e di vasta portata nella filosofia, tanto da determinare nella pratica dei capovolgimenti a livello globale?
Secondo l’ipotesi dell’”effetto farfalla”, gli eventi sono così tanto interdipendenti che il lievissimo e apparentemente insignificante movimento generato dal battito d’ali di una farfalla può scatenare un tifone in qualche punto lontano del globo. Questo battito d’ali può rappresentare per analogia lo stadio prenatale dello sviluppo umano.

Tenendo in mente questo fatto, proprio qui risiede l’unica opportunità per prevenire la distruzione del mondo.
Il prossimo argomento a cui vorrei dare rilievo, riguarda i bisogni basilari dell’essere umano. Fra i bisogni di base sono inclusi quello di mangiare, dormire e riprodursi. Tuttavia sento che ne esiste un altro di cui non si tiene conto: mi riferisco al bisogno di prendersi cura di qualcuno, e al bisogno che qualcuno si prenda cura di noi. L’essere di cui ci occupiamo diventa l’essere più importante della nostra vita ed entra a far parte di essa. Non importa se ciò di cui ci prendiamo cura sia un adulto, un bambino, un feto, un cane, un gatto o un uccellino, o un qualsiasi altro essere vivente.

Questo prendersi cura ed essere curato è uno dei prerequisiti per la nostra sopravvivenza e determina l’omeostasi e l’equilibrio fra noi ed il nostro ambiente.
Quando qualcuno si occupa di noi, veniamo risanati e guariti, e quando ci prendiamo cura di qualcuno, anche noi possiamo sanare e guarire.
Un altro modo meraviglioso per esprimere questo concetto, è dato dalle parole di Antoine de Saint-Exupéry: “Altro non si conosce, se non le cose che si addomesticano…diventi resp