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N° 0 Gennaio-Giugno 2001
Editoriale di Pier Luigi Righetti
e Gino Soldera
"Alla ricerca della paternità"
di Giuliana Montesanto e Francesco Sollai
N° 1 Luglio-Dicembre 2001
Editoriale di Pier Luigi Righetti
"La Scienza dell'Educazione Prenatale"
di Gino Soldera
N° 2 Gennaio - Giugno
2002
Editoriale di Gino Soldera
"La
rappresentazione archetipa genitoriale" di Mario
Gasparini

N° 3 Luglio - Dicembre
2002
Editoriale di Pier Luigi Righetti
"Dalla neuropsicologia alla neuropsicologia prenatale
attraverso le competenze del feto " di Pier Luigi Righetti e Mara Padovan
N° 4 Gennaio - Giugno
2003
Editoriale di Miryam Zarantonello
"Amarlo
prima che nasca"
di Jean-Pierre Relier

N° 5 Luglio - Dicembre
2003
Editoriale di Pier Luigi Righetti e Gino Soldera
"Diventare genitori e diventare
figli con la PMA" - Manuela
Cecotti
N° 6 Gennaio -Giugno
2004
Editoriale di Gino Soldera
"Stress e prenatalità’: fattori di rischio
e necessità di prevenzione" di Gino Soldera e Silvia Da Re
N° 7 Luglio
- Dicembre 2004
Editoriale di Pier Luigi Righetti e
Gino Soldera
"Il Metodo fisarmonica" di Michel Odent

N° 8 Gennaio
-Giugno 2005
Editoriale di Dario Casadei e Pier Luigi Righetti
"Gravidanza, parto e nascita nella letteratura non
specialistica del 900" di Mario Gasparini

N° 9
Luglio - Dicembre
2005
Editoriale di Gino Soldera e Pier Luigi
Righetti
"Fattori di rischio nello sviluppo prenatale"
di Ernesto Tajani

N°10 Gennaio
-Giugno 2006
Editoriale di Gino Soldera
"Sulla psicologia perinatale"
di Gino Soldera e Antonio Valmaggia

N° 11
Luglio - Dicembre 2006
Editoriale di Gino Soldera e Federica Carrer
"La continuità della relazione: dal
Bonding prenatale all'attaccamento postnatale" di M. B. Nava

N°12 Gennaio
-Giugno 2007
Editoriale di Dario Casadei e Gino Soldera
"Psicologia e Medicina pre e perinatale:
nuova scienza interdisciplinare" - Prof. P. G. F. Freybergh

N° 13
Luglio - Dicembre 2007
Editoriale di Gino Soldera
Musica e pedagogia nel prenatale di Alix Zorrillo

N°14 Gennaio
-Giugno 2008
Editoriale di Gino Soldera e Dario Casadei
"Dall'esperienza pre e perinatale alla psicoterapia"
di Ludwig Janus

N°15 Luglio
-Dicembre 2008
Il Partonascita
Il vissuto del bambino nell'evento
nascita

N°16 Gennaio
- Giugno 2009
La Generatività

N°17 Luglio
- Dicembre 2009
Editoriale
La care dal feto al
neonato: prendersi cura della mamma e del bambino

N°18 Gennaio
- Giugno 2010
Editoriale
Educare ad essere

N°19 Luglio
- Dicembre 2010
Editoriale
Coccole con l'arpa e con
la voce

N°20 Gennaio
- Giugno 2011
Editoriale
Il vissuto
di un bimbo speciale
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Il
Padre e la vita prenatale
di Pier Luigi Righetti e Gino Soldera
Editoriale:
Iniziamo una nuova avventura
Dopo altri paesi europei ed americani, anche in Italia una rivista sulla psicologia
e l’educazione prenatale.
Il Giornale Italiano di Psicologia ed Educazione Prenatale – organo ufficiale
dell’A.N.P.E.P. – vede la sua nascita dopo un lungo “travaglio”
(visti i temi che verranno trattati in questa rivista, ci venga acconsentito
questo termine) che tutti i collaboratori, il comitato tecnico-scientifico e
la redazione hanno vissuto per dare inizio a questa esperienza che ci vedrà
raccogliere lavori, articoli, recensioni di testi, presentazione di congressi,
esperienze, un po’ da tutto il mondo e in particolare dal nostro paese
per promuovere la gravidanza, la genitorialità, la vita prenatale; in
breve: proprio, la psicologia e l’educazione prenatale.
Un’avventura che già in partenza si dimostra difficile, anche se
ci avvalliamo della collaborazione di una prestigiosa associazione, come l’Association
for Pre- and Perinatal Psychology and Health (A.P.P.P.A.H.), in particolare
per la novità dei temi che in questa rivista saranno trattati. Una rivista
che ha l’ambizione di essere un punto di collegamento tra le varie figure
professionali che si occupano di gravidanza, educazione, psicologia, a partire
dal periodo del concepimento, pre- e perinatale e neonatale. Cercheremo di dare
spazio a tutti i lavori che arriveranno in redazione e di comunicare il più
possibile le novità di questo settore.
In questo numero 0 (che noi consideriamo una sorta di sfida iniziale) abbiamo
deciso di raccogliere gli interventi del congresso “Paternità e
vita prenatale: un ruolo in evoluzione” svoltosi a Frosinone Fermentino
il 17 e 18 marzo 2000.
Con una breve rassegna bibliografica non è difficile accorgersi che sul
ruolo del “padre in attesa” è stato studiato e fatto poco,
per questo motivo i lavori raccolti alle pagine che seguono cercano di dare
una panoramica sul percorso genitoriale con protagonista il padre.
“Alle origini della paternità” di Giuliana Montesanto e Francesco
Sollai. Tratta della realtà del padre nel divenire dell’uomo e
analizzati i risvolti archetipi, sociali e biologici.
“Il percorso genitoriale: analisi di una realtà complessa”
di Cristina Fabrizio e Barbara Segatto. In questo articolo viene rilevato quanto
la nostra vita attuale risenta pesantemente di molti fattori di affaticamento
e di stress, anche per i ritmi sempre più incalzanti di vita.
“Padre e Madre: una unità compiuta” di Antonella Bevere e
Gianni Astrei. I due Autori affermano come nella nostra cultura dominante sono
state sottovalutate, se non addirittura negate, le potenzialità e capacità
paterne. Ritengono che sia opportuno riferirsi concretamente al “sarò
mamma e sarò papà” già durante l’epoca gestazionale
e non alla nascita, quando il bambino è nato, in quanto egli vive, in
quel periodo, quell’avventura meravigliosa che è la vita prenatale.
“Dal padre biologico al padre mentale e psichico” di Franca Fischetti.
E’ un contributo articolato in termini di evoluzione della realtà
complessa e dinamica della figura del padre sul piano psicosociale.
“Il padre nella Educazione Prenatale” di Gino Soldera, Alessia Beghi
e Linda Curto. Qui viene ridefinito il ruolo dal padre in famiglia a partire
dal periodo prenatale, periodo nel quale egli svolge già un suo importante
ruolo educativo, alla luce delle attuali ricerche in materia.
“Dalla parte del padre: gravidanza, nascita e allattamento” di Arturo
Giustardi e Paola Grenci. Gli autori illustrano come il padre comincia oggi
ad essere presente durante il percorso nascita e come possa svolgere un suo
ruolo, a partire dal concepimento, nel tessere le prime relazioni e nel contribuire
alla formazione del figlio.
“La presenza del padre nell’evento nascita: dal concepimento al
parto” di Dario Casadei, Pier Luigi Righetti e Francesco Pavan. La presenza
del padre, accanto alla sua compagna, durante la gestazione viene analizzata
in quella che è stata l’evoluzione storica dell’ostetricia,
con particolare riferimento alla realtà ospedaliera.
“Funzione e destino del desiderio nel percorso della gravidanza assistita”
di Immacolata Parisi, Daniela Cattone e Alida Labella. Si dimostra come la situazione
diventa particolarmente complessa e confusa nella gravidanza assistita e come
i ruoli diventino più labili, mentre prendono forma dinamiche ancora
sconosciute, che al momento non siamo preparati ad affrontare e i cui risvolti,
piuttosto preoccupanti, non sono ancora del tutto prevedibili.
“Padre, marito e uomo: è ancora un ruolo fondamentale?” di
Pina Orsini. A partire dal conflitto dei ruoli viene evidenziato quanto sia
importante che l’uomo riprenda il suo vero ruolo di padre e marito con
piena consapevolezza.
“Sul ruolo del padre” di Renata Gaddini. L’Autrice mette in
evidenza come la famiglia nella sua organizzazione si stia trasformando permettendo
così al padre di vivere un ruolo più pieno e diverso rispetto
al passato. Da fantasma quasi assente egli ora sta diventando un coprotagonista,
accanto alla sua compagna, della vita quotidiana, delle relazioni famigliari
e dell’educazione dei figli.
Nella parte finale vengono riportate le proposte per agevolare i padri in attesa,
un elenco dei loro diritti e fornite una serie di informazioni relative all’Associazione
Nazionale di Psicologia e di Educazione Prenatale.
In ogni numero della rivista, inoltre, verranno riportate delle schede su recensioni
di libri, appuntamenti, ecc., oltre che note sulle attività dell’A.N.P.E.P.
Una nuova avventura che, a partire da questo primo numero, ci auguriamo possa
avere un suo successo.
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ALLA
RICERCA DELLA PATERNITA’
Giuliana Montesanto e Francesco Sollai
Da un punto di vista antropologico, maternità e paternità si sono sempre configurate come realtà contrapposte, la cui relazione si è spesso tinta di violenza, portando ad una lotta tra i sessi che perdura tuttora. Tale lotta può essere superata solo da una nuova modalità di rispetto reciproco che nasca dalla valorizzazione dell’essenza naturale dell’essere madre e padre. Nel mondo onnipotente e totalizzante della simbiosi madre-figlio, il padre rappresenta l’altro mondo rispetto a quello materno, è il garante dell’uscir fuori, del separarsi. La sua funzione si realizza proprio nel sanare la violenza della separazione dalla madre, nel catalizzare le emozioni scatenate da quei momenti che segnano il distacco progressivo dal grembo materno. Quando il padre non è né escluso, né estraneo, ma esterno, funge a sua volta da “contenitore”, da “grembo buono” per la madre e per il figlio. E’ quindi fondamentale che i genitori condividano il possesso del figlio fin dal momento del concepimento e si allenino a viverlo e a superarlo aiutandosi nel rispetto e nella fiducia reciproci.
Quando ci accostiamo alla paternità non possiamo non considerare la
violenza.
Sia dalla prospettiva edipica, che in relazione alla lotta plurimillenaria tra
matriarcato e patriarcato, l’affermazione della paternità porta
all’emergere del problema della violenza. Ma andiamo per gradi.
Dal punto di vista antropologico seguendo l’ipotesi di Bachofen, la coscienza
che i figli, che nascono dalla madre e a lei “appartengono”, siano
generati per intervento anche del maschio, è una acquisizione molto tardiva
nella storia dell’umanità. Secondo il percorso tracciato da Campbell
potremmo datarlo intorno al periodo che va dal 7500 al 2500 a.c. con l’introduzione
delle corti delle città-stato e lo sviluppo del regicidio rituale (1).
Già qui è evidente la forte carica di violenza messa in atto verso
il re, simbolo del padre, nel momento stesso del suo riconoscimento. Ma anche
epoche precedenti, il parricidio e la successiva reificazione dell’entità
paterna in un catalizzatore che lo rappresentasse, così come descritta
da Freud in ‘Totem e Tabù’, ci mostra come la resistenza
dell’ordine matriarcale sia rimasta radicata a lungo anche dopo la scoperta
di un essere “altro” dalla madre dotato anch’esso di un potere
di fecondità. Questa prima violenza non è stata ridotta, ma anzi
ampliata in profondità, estesa e radicata dall’imporsi del successivo
ordine patriarcale.
Dall’affermarsi del potere paterno si è sviluppata una guerra tra
i sessi che perdura tutt’oggi e continua a inquinare i rapporti tra uomini
e donne e quindi anche tra padri e madri. La nostra cultura è intrisa
di questa lotta con tutte le sue nefande conseguenze. La reazione patriarcale
alla precedente negazione della paternità ha prodotto una lotta tesa
alla negazione dei potere materno, dando avvio ad una spirale di rappresaglie
sotterranee che ha l'unico scopo di annientare la creatività dell'altro.
Di qui la concezione occidentale Monoteismo: quella di un Dio "padre",
più maschio che femmina, ma né maschio né femmina, essenzialmente
unico, assolutamente unico, che per creare non ha bisogno di niente e di nessuno,
tantomeno di una donna. O, al contrario, come per l'umanità di Cristo
che proveniva dall’essere nato da una donna, Maria Vergine e Madre, il
concepimento, avviene per opera dello Spirito Santo non di un uomo. La legge
della vita, e cioè che per generare (e noi aggiungiamo anche per creare)
siano necessari il maschile e il femminile, il principio paterno e quello materno
è negata da questa idea radicata così profondamente nella nostra
cultura e non solo.
Così, la maggior parte delle nostre famiglie non sono esenti da questa
tragedia prodotta dalla lotta tra maschi e femmine, attuata in mille modi e
consumata in mille modi e consumata in tutti gli stratagemmi e i piani di squalificazione,
disprezzo, svalorizzazione e nullificazione di uno o di entrambi i genitori.
L'eredità di generazioni di questa lotta può essere equilibrata
solo da una nuova modalità di rispetto reciproco che superi la sterile
guerra per il potere, all’insegna della realtà e dell’amore
come dono, come avremmo modo di chiarire più avanti.
Viene quindi da chiedersi il perché di questa violenza e perché
è così elevata.
Nel mondo onnipotente e totalizzante della simbiosi madre-figlio il padre rappresenta
ALTRO dalla madre, è l’entità sentita e percepita staccata,
separata, di diversa natura, altra sostanza, l’altro mondo rispetto a
quello materno. Questo, chiaramente, quanto più è presente la
figura del padre: molto spesso, infatti, il dramma di molte esistenze è
segnato dalla non conoscenza del padre in quanto egli diventa appendice risucchiata
nello strapotente mondo materno, che in questo modo ingloba, senza difficoltà
e talvolta senza speranza di reale autonomia, la vita dei figli. Per fortuna
il principio paterno può esistere, talvolta, anche senza un corrispettivo
padre reale e può fare da guida nel difficile cammino di distacco dal
mondo materno.
Siamo così giunti all’essenza naturale della paternità:
il padre è il garante dell’ex-sistere, dell'uscire fuori, del separarsi,
del nascere dalla madre che catalizza su di sé tutte le profonde emozioni
scatenate da questo passaggio che, dal concepimento, alla nascita, all’edipo,
all’adolescenza e al passaggio alla vita adulta, segna i progressivi distacchi
dal grembo materno. Quando è in armonia con la coppia padre-madre, questa
funzione si esplica come protezione che assorbe e metabolizza la violenza interna
ed esterna al mondo materno.
La funzione naturale del padre è quella, appunto, di sanare la violenza
della separazione dalla madre. Quando, questo non avviene, o avviene in parte,
il figlio, se riesce a separarsi, porta con sé quote di violenza di cui
potrà liberarsi solo con un lavoro personale. Quanto più sono
elevati i traumi reali, primo fra tutti il parto, tanto più forte sarà
la carica violenta e tanto più necessaria la presenza di un principio
paterno forte e saldo, per riuscire a vincere la paura panica della separazione.
Una quota di violenza sembra più o meno necessaria e comunque è
spesso presente la separazione, ed è la violenza che fa diventare un
trauma il distacco dalla madre, restando spesso segnata internamente come minaccia,
come spada di Damocle tesa verso chi osa esistere e differenziarsi dallo strapotere
materno. La difficoltà a separarsi può essere quindi dovuta proprio
alla minaccia di ritorsioni interne della madre che possono assumere un carattere
così terribile da tenere bloccate molte persone dentro l’utero
nella condizione prenatale. Queste paure fuori della caverna segnano la nascita
alla realtà di cui il padre è il primo rappresentante.
Il padre rappresenta la realtà esterna, il padre è la realtà,
è colui che si cerca e si incontra quando “il dormiente si sveglia”
quando si esce dal mondo incantato del sonno della vita e si aprono gli occhi
su questa terra, su questa vita, la nostra vita unica e irripetibile, così
possiamo finalmente conoscere le leggi per creare con essa nuova ed altra vita.
Quando il padre non è né escluso né estraneo, ma esterno,
svolge cioè la funzione di sostegno al di fuori della simbiosi madre-figlio,
dà alla donna la possibilità di vivere pienamente ed in modo sano
la regressione necessaria al suo stato e contemporaneamente le offre un argine
e un aggancio alla realtà facendo da “contenitore” a sua
volta da “grembo” buono alla madre e al figlio (2).
Il padre è una presenza necessaria per una crescita sana e armoniosa
dei figli ed è una presenza fondamentale per la partner e per i figli
durante tutta la gravidanza, la nascita e la vita neonatale, fino all’età
adulta.
Ma innanzitutto è importante che i genitori riconoscano e soprattutto
condividano il “possesso” del figlio fin dal momento del concepimento
e che si allenino a viverlo e superarlo aiutandosi nel rispetto e nella fiducia
reciproca. Se l’uomo e la donna si sostengono a vicenda, si riconoscono
e realizzano il proprio ruolo, permettono e beneficiano di quello del partner,
se non lottano fra di loro per avere il predominio sul figlio, possono accogliere
e godersi il figlio come dono e nella gioia. Questa triade fondata sulla reciprocità
e sull’amore circolare è il superamento dell’amore come possesso
e come simbiosi.
La concezione della triade basata sull’amore circolare è, come
vedremo, la soluzione reale al complesso di Edipo e segna un altro passaggio
fondamentale, quello dall’infanzia alla vita adulta.
Di nuovo in questa fase il padre è indispensabile per una buona identità
sia del maschio che della femmina: per il maschio l’apporto paterno passa
attraverso l’identificazione preceduta dal complesso edipico; per la femmina,
invece, attraverso il riconoscimento e il valore della sua femminilità,
proprio nel periodo edipico. Se la vita è vissuta come dono, la madre,
alla fine del periodo necessario di dipendenza, può fare dono del figlio,
o della figlia, al padre perché possa aprirli al mondo e guidarli secondo
un sano principio della realtà. Questo vuol dire che è possibile
superare le tragiche figure di Laio, Giocasta, Edipo, che la cultura antica
ci ha tramandato, che è possibile porre fine ai conflitti di potere nella
coppia tra l’uomo e la donna e rendere creativo il conflitto tra padre
e figli.
Anche la Bibbia e i Vangeli ci parlano dell’uccisione dei figli maschi
da porte dei padri per la paura di essere soppiantati. (Mosè, Erode)
Stanno avvenendo profonde trasformazioni nella società, nei rapporti
di coppia e nella famiglia. Ma stiamo andando verso il caos, come temono tanti,
o verso una realtà diversa e nuova che sta nascendo attraverso il travaglio
e la sofferenza? In questa fase di cambiamento e di nascita può essere
riportato all’interno dell’uomo il concetto che la religione cristiana
ha posto al di fuori di lui, quello di un Dio uno e trino , Padre, Figlio e
Spirito Santo, tre persone uguali e distinte unite da una comunione d’amore
(3). Il padre e il figlio possono essere uno e trino nell’amore circolare,
questo è un sogno che l'uomo può realizzare. Noi della SUR stiamo
lavorando da molti anni per realizzare l’amore per noi stessi e per gli
altri all’interno della coppia, della famiglia e fuori.
Per questo è fondamentale affermare che la Persona è la piena
realizzazione dell’uomo; Persona è un soggetto dotato di libertà
e di una propria identità e fondato sulla capacità di amare se
stesso e gli altri. Così, insieme alla conoscenza e al sostegno, dell’uomo
psicologico, prigioniero e vittima dei suoi condizionamenti, delle sue reazioni
e delle sue sofferenze, cerchiamo di realizzare l’uomo-persona e artista
della vita. L’uomo persona non è vittima, ma pur vivendo dentro
di se Laio, Giocasta o Edipo può trasformare i suoi tragici vissuti di
odio e di vendetta e può passare dall’amore possessivo all’amore
circolare, dalla simbiosi alla coralità.
Questo è il passaggio dell’uomo psicologico come semplice individuo
all’uomo spirituale che diventa persona. Questo passaggio non è
facile, richiede continue morti di parti di sé per rinascere, la morte
delle parti condizionate, di quelle conflittuali, delle passioni che non vogliono
integrarsi e, per questo, limitano la libertà e la realizzazione della
Persona. Ma se noi seguiamo, invece che il piacere psichico, il progetto del
nostro Sé, nostra guida interiore, possiamo realizzare la nostra specifica
identità ed anche trovare il nostro posto nell’universo.
Il padre è il garante profondo dell’amore alla vita e alle sue
leggi e radicare il proprio progetto su quello del padre è necessario
per radicare noi stessi nel naturale fluire della vita.
Ciò non significa ripetere il progetto paterno, ma partire da esso per
disegnare il nostro tendere verso il “nuovo”, e realizzarlo creativamente.
come dice G.K.Gibran nella sua opera ‘Il profeta’: “Voi siete
gli archi da cui i figli, le vostre frecce vive, sono scoccati lontano”.
Questo ci immette in un processo armonioso che va dal passato, al presente,
al futuro e collega noi stessi con gli altri, con la natura con la vita, e con
le leggi e i ritmi del cosmo.
E’ questo che ha da sempre intuito profondamente l’umanità
quando si rivolgeva nella preghiera a Dio chiamandolo padre. Ma il limite del
pensiero religioso è stato nella scissione tra uomo e Dio su cui esso
si fonda; scissione che è figlia in parte della distanza tra i figli
e il padre potente e temibile che esisteva nelle società patriarcali.
Riscoprire il padre, nella realtà che dentro di noi, significa anche
ricomporre questa scissione, recuperando e sviluppando il “divino”
che è dentro l’uomo (4).
Concludendo, quando decidiamo di aprirci al mondo paterno percorriamo un cammino
che ci porta ad una luce vivificante e creatrice in grado di illuminare, in
senso Buddico, la nostra vita: è la luce del nostro Sé, Personale
e Cosmico, è il nostro padre interno, il sole dentro di noi in grado
di dare luce e calore alla nostra vita. Esso rappresenta la fonte di amore interna
alla persona, in grado di sprigionare energia d’amore, di verità
e di bellezza per noi stessi e per gli altri.
Il cammino di ricongiungimento con il proprio Sé è il percorso
fondamentale di ogni Persona e contro ogni tentativo di scindere questo sole
interno all’uomo, per attribuirlo a qualche rappresentante esterno, ribadiamo
con le parole di Cristo che “Io e il Padre siamo la stessa cosa”:
l’Io che si fonde con il Sé porta il sole in terra e compie una
fondamentale chiamata nell’evoluzione della vita di questo universo.
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Il futuro inizia nel periodo prenatale
”...e una medesima anima governa questi due corpi e lli desideri e lle paure e i dolori son comuni sì a essa creatura come a tutti li al [tri] membri animati; e di qui nasscie che lle cose desiderate dalla madre spesso son trovate scolpite in quelle membra del figliolo, le quali ten a sse medesima la madre nel tempo di tal desiderio, e un subita paura amacca la madre e il figliolo; adunque conclude che una medesima anima governa li [cor] pi, e un medesimo natrissce due [corpi]” (Leonardo da Vinci).
Apriamo una breve riflessione.
Gli avvenimenti storici che colpiscono i nostri pensieri e i nostri cuori in questo periodo lasciano spazio a preoccupazioni, speranze, desideri, paure… Non c’è “chiacchierata” che facciamo tra amici o in ambito professionale che – almeno in parte – non ci riporta alla “disperazione” del mondo, alla consapevolezza di una guerra vicina, in parte già iniziata: da qui la paura per il futuro dell’infanzia.
Anche l’ultimo numero della “News” dell’Associazione Nazionale di Psicologia e di Educazione Prenatale è stato intitolato (forse non a caso) “Quale futuro per l’infanzia”.
Già Leonardo da Vinci (nella frase riportata in apertura di questo Editoriale) crede che le paure e i desideri siano trasmessi dai genitori (e dalla madre in attesa) ai figli.
Quale futuro per l’infanzia?
Il formarsi della nostra esperienza è preoccupante, ogni contatto di “noi adulti” verso i bambini è un contatto ricco di significati sia positivi che negativi, e spesso ci dimentichiamo che a volte dovremmo imparare dalla creatività dei piccoli proprio per prendere le “grandi” decisioni.
Forse anche questo nuovo numero del Giornale Italiano di Psicologia e di Educazione Prenatale, nel suo piccolo, permette un’apertura alla riflessione sul futuro dell’infanzia già a partire dal periodo intrauterino in una prospettiva semeiotica positiva
Difatti: dopo la sfida lanciata nel mese di Gennaio 2001 con l’uscita del primo numero, proponiamo una serie di articoli che, ci si augura, spingano alla consapevolezza di considerare il bambino nel suo sviluppo emotivo, psicologico e fisiologico fin dal periodo prima della nascita.
Gli articoli si suddividono in due filoni olisticamente concatenati tra di loro: l’Educazione Prenatale e la Psicologia Prenatale.
Apre G. Soldera con una riflessione sulla Scienza dell’Educazione Prenatale: un articolo che offre diversi spunti e lascia aperta un’ampia possibilità di riflessione sul ruolo dell’ambiente sociale e relazionale verso il nascituro; il tutto correlato da una serie di riferimenti alla letteratura scientifica e clinica.
P.L. Righetti dopo aver tracciato una breve storiografia sulla Psicologia Prenatale (intesa come una nuova disciplina scientifica in itinere e come branca della più ampia Psicologia) e averne dato una definizione generale, articola il suo discorso sulle competenze psicofisiologiche del nascituro e l’emergere del Sé dell’individuo a partire dal periodo intrauterino; proponendo un discorso che attinge oltre che dalla psicologia anche dalla biologia e dalla medicina pre- e perinatale.
Siamo orgogliosi di ospitare un contributo di T. Verny, uno dei massimi esperti (e pioniere) di Psicologia Prenatale: basta ricordare che è lui l’autore del primo libro scritto su questi temi già negli anni settanta del secolo scorso (cfr. “Vita segreta prima della nascita”). L’Autore canadese propone tutta una serie di studi e dati scientifici a conferma della vita psicologica del feto.
S. Bellini percorre alcune tappe significative sull’importanza di un intervento educativo durante la gestazione partendo da ipotesi di natura scientifica, filosofica, storica, e proponendo tutta una serie di atteggiamenti e comportamenti genitoriali favorevoli all’attaccamento ed alle prime fasi dello sviluppo del bambino.
“Il compito ambizioso che l’Antropologia Personalistica Esistenziale si prefigge è quello di cercare un unificazione sintesi tra filosofia, religione, scienza ,arte, facendone un tutt’uno dinamico volto a definire l’uomo come Persona, come Artista della vita ed in sintonia con quelle Leggi della Vita che regolano il divenire umano” sono queste alcune parole riportate nell’articolo di S. Pera (Antropologia personalistica esistenziale e antropologia prenatale), che propone una riflessione antropologico-filosofica sulla natura umana a partire dal periodo pre-nascita.
Un secondo articolo di riflessione filosofica sul prenatale è invece proposto da G. Ragazzi.
Ci introducono alla “pratica” clinica con il prenatale L. Janus e P. Orsini rispettivamente con i loro articoli sulla Psicoterapia prenatale e il ruolo dell’Ostetrica nel prenatale.
Abbiamo anche voluto inserire, alla fine di questo numero del Giornale (oltre che le consuete Recensioni e Appuntamenti), la Carta dei diritti del nascituro stilata dall’ANPEP.
Come in un “filo d’Arianna”, alla lettura generale di questo numero del Giornale emerge – a parere di chi scrive – una caratteristica fondamentale: i dati scientifici e sperimentali sulla vita psichica del feto sono elegantemente e intelligentemente correlati a temi più “romantici” dettati dall’esperienza stessa dell’attesa, in una sorta di “gioco semantico” dove romanticismo e scientificità si completano a vicenda.
Senza nessuna pretesa di grandi cose, in questo senso, le poche pagine che
seguono vogliono essere, anche, un modo concreto di avvicinarsi ai bambini,
alle loro potenzialità creative e al loro futuro.
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"LA
SCIENZA DELL'EDUCAZIONE PRENATALE"
di Gino Soldera presidente dell'ANPEP
Sommario: L'E.P. considera l'essere umano nel suo divenire dal periodo che
precede il concepimento lungo tutto il suo sviluppo e si propone di rimuovere
tutti gli ostacoli affinché le potenzialità latenti del nascituro
possano essere risvegliate e manifestate.
Le numerose ricerche scientifiche che in questi anni hanno esplorato la vita
prenatale hanno permesso di scoprire che il nascituro ha una vita intrauterina
complessa e imprevedibile. Egli è dotato inoltre di una sua specifica
individualità stabile nel tempo, in cui le precoci abilità sensoriali
trovano il loro naturale sviluppo in un rapporto di continua interazione con
l'ambiente esterno.
L’esperienza dell'Educazione Prenatale maturata attraverso lo sviluppo
di una significativa relazione genitori/figli e un'appropriata stimolazione
del nascituro, ha consentito di rilevare come la sua attuazione pratica permetta
di ottenere molteplici vantaggi nel processo di maturazione della famiglia e
di formazione del bambino. Si sono così aperte nuove prospettive in riferimento
alla realtà della famiglia, al ruolo dei genitori e, più in generale,
al modo di porsi della società verso la realtà umana e verso l'infanzia,
ancora poco compresa e valorizzata.
La finalità dell'E.P. è quella di aiutare a scoprire il significato
profondo del termine "educazione", che non va confuso con l'"istruzione",
utile questa per trasmettere nozioni e abilità, e per facilitare l'adattamento
alla realtà esterna.
L'educazione è un processo dinamico che richiede un ruolo attivo da parte
dei soggetti interessati; essa considera l'essere umano nel suo divenire, da
prima del concepimento, quando è ancora nella mente e nel cuore dei genitori,
nella sua globalità costitutiva, composto dal patrimonio genetico ereditato
dai genitori, dal propri progetto di vita, unico e originale, e dall'esperienza
fisica affettiva, mentale ed esistenziale, data dalla sua continua interazione
con l'ambiente circostante.
L'educazione si propone di rimuovere tutti gli ostacoli, affinché le
potenzialità latenti possano essere risvegliate e manifestate, così
da permettere al bambino di formarsi e di essere formato in modo equilibrato
e armonioso.
Il significato del termine educazione spazia tra il concetto del "tirar
fuori" e il suo complementare dell'"aver cura"(1).
L'"aver cura" mette in risalto il ruolo fondamentale esercitato dall'ambiente
e in particolare dall'amore della madre nella crescita e formazione del figlio;
mentre il "tirar fuori" considera la necessità che il bambino
possa far emergere ciò che esiste dentro di lui, per diventare ed essere
se stesso, protagonista della propria vita. Infatti, l'azione educativa esercitata
dall'adulto, per essere tale, richiede il diretto coinvolgimento del bambino;
il quale, dotato di una sorta di libertà decisionale, può accogliere
o respingere le eventuali proposte e manifestarne delle proprie, in coerenza
con la capacità dinamica che il sistema umano ha di automodificarsi e
di autoevolversi(2).
Sappiamo che a livello biologico la struttura psicogenetica gioca un ruolo determinante
nella formazione dell'essere umano, in quanto essa condiziona le scelte possibili
dello sviluppo, in un determinato ambiente, orientandone con precisione la direzione.
Ho usato di proposito il termine psicogenetico, per sottolineare che non è
possibile separare, neanche nella fase prenatale, la mente dal corpo.
Ed è proprio questa unità che ci ha fatto prendere coscienza dell'importanza
della fase prenatale, sia per lo sviluppo dell'organismo che per lo sviluppo
della personalità individuale, composta fin dal suo sorgere dall'aspetto
ereditario, individuale e socio-ambientale(3).
Alla nascita il bambino porta con sé nove mesi di esperienza e manifesta
una precisa e ben definita individualità, come i segni che ha nelle sue
mani e nel suo corpo, che lo rendono diverso e quindi distinguibile da qualsiasi
altro essere. E' merito della scienza di questo secolo l'aver permesso, seppur
con alcune limitazioni, una visione diretta della vita prenatale e l'aver dato
la possibilità di conoscere, attraverso l'uso di una metodologia di indagine
sempre più completa e di strumenti biomedici e di laboratorio sempre
più sofisticati, come le tecniche di registrazione ultrasonore, che il
nascituro:
1) ha una vita intrauterina complessa e imprevedibile e una
specifica individualità che si mantiene stabile nel tempo.
Sulla scia dell'importante attività diagnostica avviata con l'introduzione
dell'ecografo nell'ambito dell'indagine clinica, le ricerche condotte attraverso
l'osservazione ecografica del comportamento fetale nell'ambiente uterino con
il metodo di indagine di Ester Bick, hanno permesso di iniziare a capire e a
conoscere che cosa accade nell'affascinate e variegato mondo della vita prenatale.
Si è scoperto che i fratelli gemelli dimostrano fin dall'inizio della
gravidanza chiare differenze temperamentali e comportamentali, e una modalità
comunicativa e interattiva caratteristica e duratura.
Max e Marco, i due gemellini che in utero si erano dimostrati molto litigiosi,
all'età di quasi sei anni continuavano a picchiarsi non appena uno di
loro entrava nella traiettoria dell'altro(4). Luca e Alice erano temperalmente
diversi prima e dopo la nascita. Si accarezzavano delicatamente in utero attraverso
la membrana che li divideva, proprio come fecero in seguito all'età di
un anno frapponendo fra di loro una tenda(5).
Inoltre, a partire dalla 13a S.d.G. e più ancora dalla 16a e 17a S.d.G.,
i nascituri dimostrano di avere delle preferenze, delle reazioni e dei tratti
di comportamento ben definiti, che poi si ritrovano anche dopo la nascita.
Una ricerca del Prof. Heppler della Queens University di Belfast ha constatato
che la preferenza verso l'uso della mano destra o sinistra inizia durante la
prime 15a S.d.G., per poi anche in seguito rimanere stabile.
Le indagini da me eseguite nell'ambito della psicologia della gestante, in un
elevato numero di casi hanno permesso di constatare che le modifiche che avvengono
nella vita interiore della madre durante la gravidanza sono in buona parte dovute
alla presenza del figlio e alle sue caratteristiche psicofisiche particolari(6).
Scrive la Sig.ra Carla di 34 anni, madre di due figli: "Sono al terzo mese
di gravidanza e ho notato su di me diversi cambiamenti sia sul piano fisico
che psicologico, e per quanto riguarda il comportamento, ho cambiato diverse
cose. Prima ero molto più orientata verso il mondo interiore. Amavo dipingere
e l'arte in genere, ora invece sono più attenta al mondo esterno (fatti
di cronaca, avvenimenti mondani) e sono più insofferente alle ingiustizie
(sociali, burocratiche) e agli abusi di potere. Ho difficoltà a dipingere
e i miei colori di un tempo preferiti, come le gradazioni pastello, ora si sono
trasformati in colori più vivaci e decisi.
Ho voglia di conoscere cose nuove e mi piacerebbe approfondirne per ampliare
le mie conoscenze culturali. In particolare sono interessata alla storia come
evoluzione degli altri popoli. A differenza di prima, ora mi piace la musica
semplice, con strumenti classici come l'organo, l'arpa, il triangolo, lo xilofono.
Sono attratta dalla musica mistica con suoni antichi, come per esempio la musica
celtica. Ultima cosa curiosa ho cambiato il mio modo di guidare. Prima guidavo
con molta prudenza e attenzione, a velocità moderata, ora invece ho una
guida più sicura e a volte audace". - Poi aggiunge un'osservazione
finale: - AQuesti e altri cambiamenti non li ho notati solo io ma anche il mio
compagno e i nostri figli."
La Sig.ra fin dall'inizio della gravidanza mi aveva espresso l'idea che il figlio
fosse un maschio: cosa in seguito confermata. Secondo una ricerca condotta dal
dr. Noia, del Centro di diagnosi prenatale del Policlinico Gemelli di Roma,
l'81% delle future madri è in grado di presentire se il figlio che dovrà
nascere sarà maschio o femmina(7). Tutto questo non è una novità.
Già nel 700 il teologo e scrittore svizzero J.K. Lavater (1976-1818)
così si esprimeva: ASe una donna potesse descrivere nel dettaglio tutti
gli stati immaginativi che attraversano la sua anima nel corso della gravidanza,
ella potrebbe forse in parte prevedere a quale destino filosofico, morale, intellettuale
e fisiognomico va incontro suo figlio"(8).
2) ha delle precoci abilità sensoriali e competenze
di tipo neuropsichico: i sistemi sensoriali sono pronti a funzionare molto tempo
prima di aver raggiunto la loro maturità strutturale. I recettori tattili
sono presenti fin dalla 7a S.d.G. nella regione periboccale, dalla 11a S.d.G.
sull'epidermide del viso e dalla 15a S.d.G. fanno la loro comparsa in altre
parti del corpo. L'instaurarsi della sensibilità cutanea avviene in modo
progressivo e questa consente al bambino di esplorare la parete uterina e la
placenta con le sue mani e i suoi piedi e fare le prime esperienze tattili.
Le stimolazioni manuali del feto umano praticate alla fine della gravidanza
attraverso i tessuti addominali provocano reazioni cardiache diverse a seconda
degli studi effettuati(9). La conformazione dell'apparato gustativo è
già relativamente definita alla 13a S.d.G. con i recettori localizzati
sulla punta della lingua, sui bordi posteriori e sulla parte posteriore della
V linguale permettono di distinguere i diversi sapori: l'amaro, il dolce, il
salato e l'acido.
I neurorecettori del sistema olfattivo principale sono abbozzati alla 6-7a S.d.G;
in seguito questi si dimostrano particolarmente sensibili a determinate molecole
gassose. Alla nascita il bambino è in grado di differenziare l'odore
della madre da quello di altre persone(10). Il liquido amniotico, a seconda
del cibo ingerito dalla madre, offre stimoli gustativi e olfattivi al bambino
che in questo modo partecipa alle abitudini della madre e viene indirettamente
sensibilizzato ai suoi usi e costumi(11). Fin dalla 7a S.d.G. si assiste alla
formazione del nervo ottico e via via delle cellule retiniche. L'accensione
di una luce fredda, introdotta in utero durante una amnioscopia, provoca delle
accelerazioni del ritmo cardiaco(12). Sono state registrate notevoli variazioni
nel battito cardiaco a seconda del tipo di luce che veniva orientato verso il
ventre materno e si è osservato che i bambini che presentavano la risposta
fetale più intensa alla luce esterna risultavano alla nascita più
robusti(13).
A partire dalla 8a S.d.G., l'orecchio medio comincia la sua maturazione anatomica
e funzionale. La coclea, organo uditivo dell'orecchio interno, completa la sua
morfogenesi a 10 S.d.G., raggiunge la misura definitiva a cinque mesi di gravidanza
e la sua maturazione definitiva a otto, con lo sviluppo delle cellule cigliate
esterne e dell'organizzazione sinaptica afferente-efferente(14).
Molti ricercatori sostengono che il sentire prenatale sia tattile: il suono
verrebbe propagato attraverso la stimolazione e le vibrazione del liquido amniotico.
Alla 28E S.d.G. e in certi casi anche alla 22-24a, l'apparato uditivo è
in grado di reagire a rumori forti e successivamente riesce anche a discernere
tra suoni e sillabe differenti, come "babi" e "biba"(15).
Il nascituro è un essere sensibile e intelligente, capace di apprendimento
sensoriale e cognitivo, dotato di una coscienza affettiva prelogica e prerazionale
fondata sull'istinto e l'intuito.
Durante la vita prenatale, i bambini imparano canzoni e motivi musicali dalla
televisione dopo ripetute esposizioni del grembo materno(16). Essi riconoscono
le diverse favole e, una volta nati, poppano secondo la velocità necessaria
ad ascoltare il racconto delle fiabe conosciute in precedenza, cosa che non
fanno con altre, anche se sempre dello stesso autore(17). Grazie a tests che
utilizzavano la soluzione non nutritiva deCaspers e i suoi allievi hanno dimostrato
che il neonato di 2 o 3 giorni preferisce udire una voce piuttosto che il silenzio,
una voce femminile piuttosto che una voce maschile e la voce della madre, anche
se registrata, piuttosto di quella di un'altra donna(18).
E da ultimo, possiamo considerare il significato cognitivo dei sogni. Studi
sognografici mostrano che il sonno REM (Rapid Eyes Movements), che segna l'inizio
dell'attività onirica, comincia a partire dalla 23a S.d.G. favorendo
un'attiva azione dei processi di integrazione e di sviluppo mentale(19).
Questi dati ci fanno supporre che i bambini acquisiscano nel grembo una complessa
gamma di dati sensoriali, che operino con una mente aperta e che manifestino
una forte tendenza alle esperienze emotive, per poter costruire gradualmente
un solido legame con la propria madre e il mondo circostante.
3) subisce le influenze dell'ambiente con il quale è
in continua e costante interazione. Per il bambino, annidato nell'utero materno,
la madre - come dice Andree Bertin - è sia fisicamente che psicologicamente
la sua "materia prima vivente", la mediatrice tra lei e il mondo(20),
in un legame al contempo biologico, affettivo e culturale. Essa garantisce la
sua esistenza proteggendolo dalle aggressioni esterne e, successivamente, guidandolo
alla conquista dell'autonomia attraverso un graduale distacco.
"Tutto ciò che la madre vive il bambino lo vive con lei"
- dice uno slogan dell'ANEP - e questo è stato ripetutamente confermato
dalle diverse ricerche eseguite a partire dagli anni 40(21) sullo stress materno
e sulle condizioni globali di vita della madre in gravidanza(22), nelle quali
si sono registrate specifiche conseguenze sullo stato di salute e di vitalità
del bambino(23). Dati questi che trovano conferma nell'ambito della psicologia
clinica e riscontro in alcune particolari indagini finalizzate a trovare una
correlazione significativa tra le esperienze vissute in gravidanze e le tracce
lasciate nel corpo. Il dott. Levine, chirurgo-dentista inglese, ha rilevato
i segni dei traumi prenatali nella struttura morfologica dei denti da latte(24),
e l'iridologo dott. Di Spazio nell'iride dell'occhio(25), mentre la psichiatra
Federica Mormando ha individuato una significativa correlazione tra la forma
di alcuni dermatoglifi palmari della mano destra e l'intenso e duraturo sentimento
di rifiuto della madre nei confronti del figlio(26).
L'atteggiamento del gruppo parentale, lo stato della famiglia ristretta e l'andamento
della coppia hanno una elevata influenza sulla vita del nascituro. Poche esperienze
hanno un esito così lacerante nella madre, e di conseguenza nel figlio,
quanto le preoccupazioni di un marito che la trascuri e maltratti. I figli nati
da matrimoni infelici si sono dimostrati più timorosi degli altri(27).
Gli effetti prodotti dall'ambiente esterno sono stati riscontrati da molte madri
che avevano avvertito un continuo movimento del bambino che avevano nel grembo,
fino a quando non si sono trasferite in un luogo più silenzioso e tranquillo.
Nel 1927, il prof. Forbes dell'Università di Rochester aveva registrato
risposte fetali a una musica suonata a una certa distanza, e aveva riportato
alcuni casi interessanti di gestanti che, durante un concerto sinfonico, erano
state costrette a lasciare la sala, non sopportando più i calci che il
feto continuava a tirare(28). In una ricerca condotta all'ospedale di Bedeloque
di Parigi su 600 donne a partire dal 6E mese di gravidanza, a seconda del numero
di decibel inviati da una fonte sonora, si è avuta una diversa reazione
cardiaca e motoria del feto(29).
Tutto questo sta aprendo nuove prospettive nei confronti del bambino e nel modo
di intendere e di vivere la gestazione.
Il bambino durante la vita intrauterina comincia a non essere più inteso
come un individuo indifferenziato, incapace e incompetente, privo di qualsiasi
facoltà psichica, dotato di un corpo e non di un'anima, ma come un essere
sensibile e competente, dotato allo stato embrionale di tutte le potenzialità
umane che possono essere rilevate solo ricorrendo a mezzi appropriati.
Studi interessanti e importanti esperienze hanno permesso di capire che la realizzazione
di una relazione significativa e di una appropriata stimolazione del nascituro,
unita a una condotta di vita sana dei genitori, in un ambiente adeguato, possono
offrire molteplici vantaggi e apportare notevoli benefici al bambino e alla
sua famiglia. Da più parti si osserva che l'appropriatezza degli stimoli
periferici che arrivano al bambino durante tutto il periodo della gestazione
determina buona parte delle sue qualità(30).
I risultati delle indagini condotte da Thomas R. Van De Carr negli Stati Uniti(31),
da Beatrize Manrique in Venezuela(32) e da Chairat Panthuraamphorn in Tailandia(33),
e poi da tanti altri studi meno sistematici come quelli effettuate in Francia(34)
con la musica, in Spagna e Germania con l'aptonomia(35) e qui in Italia a Parma
con l'E.P.(36), hanno messo in evidenza in generale i vantaggi che può
produrre la stimolazione e la relazione prenatale.
I genitori rafforzano l'unione fra di loro e il legame con il bambino, definiscono
in modo più chiaro il loro ruolo, diminuiscono il loro livello di ansia
e di paura e si rendono più facilmente disponibili a modificare il loro
stile di vita a vantaggio del figlio; il parto e l'allattamento ne risultano
facilitati e, al tempo stesso avvertono meno il passaggio tra il prima e il
dopo la nascita, tra la endo- e la esogestazione, ammorbidendo così gli
effetti della depressione post partum. Il figlio viene facilitato nel suo sviluppo
e nella sua crescita, nell'acquisizione delle competenze sensoriali e relazionali,
nell'ampliamento della consapevolezza personale; in genere si presenta più
tranquillo e sicuro, e questo probabilmente lo aiuta ad affrontare la naturale
esperienza dell'attaccamento al seno e, più in generale, il rapporto
con i familiari e con il nuovo ambiente, rendendolo capace di un maggior adattamento.
Ma queste prime esperienze hanno aperto anche nuovi orizzonti e messo in luce,
accanto a nodi irrisolti, alcune grosse contraddizioni e aree di disagio: prima
fra tutte la relazione uomo-donna(37). La parità della donna raggiunta
sul piano formale non ha portato ancora a un sostanziale miglioramento delle
relazioni intime, anche a causa della tendenza della nostra società di
privilegiare i valori maschili della forza e del potere a svantaggio di quelli
femminili dell'accoglienza e della pace. I rapporti di coppia e familiari sono
il più delle volte ancora improntati alla verticalità, cioè
al dominio dell'uno sull'altro, e non alla orizzontalità(38) basata sul
libero rispetto e sulla parità, oltre ogni possibile altra diversità
sessuale o generazionale. Il rapporto orizzontale, se ben calibrato, è
l'unico che consente di esprimere pienamente l'amore e la disponibilità
e di trovare, non contro ma con l'altro, delle intese sulle mete da raggiungere,
per poterle poi insieme realizzare.
Si è cominciato a capire che è necessario adoperarsi per superare
i tradizionali ruoli di padre e di madre(39) così come sono stati fino
ad ora concepiti, per consentire a ognuno dei coniugi di affrontare, in un rapporto
di reciproco aiuto, la propria ombra e superare i limiti della propria condizione,
per scoprire le diverse potenzialità e donare il libero fluire della
propria luce e bellezza.
Far emergere nei genitori la natura più autentica del proprio essere
riempie la vita familiare di nuove energie e di nuova vitalità e offre
ai figli una guida sicura fondata sulla comprensione, esente da pregiudizi.
Per dirla con uno slogan dell'ANEP, si potrebbe affermare che non solo "tutto
ciò che la madre vive, il figlio lo vive con lei", ma che "tutto
ciò che i genitori vivono, il figlio lo vive con loro". Il figlio
infatti ha bisogno, in maniera diversa, di entrambi i genitori: non a caso egli
possiede il 50% del bagaglio genetico di ognuno di loro, impegnati a svolgere
un ruolo complementare. Durante la gestazione si osserva che al naturale cambiamento
psicofisico della madre fa riscontro una sorta di stabilità del padre.
Un'altra questione è quella del riflesso del mondo interiore, ancora
poco considerato e valorizzato nella nostra vita pratica; sappiamo invece -
e il periodo della gestazione ce lo conferma - che la vita ha origine dentro
di noi, esprimendosi all'esterno attraverso i sentimenti e le emozioni. Questi,
però, a volte, vengono tenuti freddamente nascosti, quasi si volesse
neutralizzare la vita, negando la possibilità di esprimersi attraverso
il linguaggio primario del corpo e dell'affetto. E' presente inoltre la difficoltà
di accompagnare le emozioni e i pensieri ai gesti e alle parole, per realizzare
come dice Veldman: "il tono di rappresentazione"(40).
L'esperienza prenatale della comunicazione psicotattile(41) ci ha ampiamente
dimostrato che è possibile comunicare attraverso questo canale con il
nascituro. Ancora di più la marsupioterapia ha messo in luce quanto può
fare il calore umano per la sopravvivenza e la salute dei nati prematuri(42).
Lo stesso semplice massaggio praticato sul bambino si è dimostrato una
preziosa fonte di benessere(43).
Per finire, non possiamo trascurare la poca considerazione che in genere viene
data al bambino(44). I problemi di sfruttamento sessuale e lavorativo ne sono
un chiaro esempio, ciò porta molti genitori a non rendersi conto delle
sue reali potenzialità e a trascurare di fatto la sua esistenza, non
considerando adeguatamente le sue esigenze e i suoi bisogni durante la fase
prenatale.
Il bambino ha la necessità, anche in questa prima fase della vita, di
essere accettato, amato e considerato quale essere umano e quale persona attiva.
Dagli insegnamenti di Milani Comparetti(45) si evidenzia che solo il riconoscimento
autentico dell'altro, in questo caso del nascituro nella sua globalità
e interezza, può dare il via, attraverso lo scambio comunicativo fra
le parti, alla dinamica del processo creativo, che, nel nostro caso consente
ai bambini di formarsi e diventare adulti e agli adulti di crescere come persone.
L'esperienza dell'E.P. ha consentito di verificare direttamente che il bambino
in generale è molto di più di quanto comunemente si crede: egli
è l'espressione più pura delle energie della vita e il portatore
di un messaggio di fiducia e di speranza all'intera umanità. (Lo ha capito
il parroco del mio paese che ha deciso di far suonare le campane non solo in
caso di morte ma anche in caso di nascita, per annunciare alla comunità
la lieta notizia.) Molti genitori in difficoltà che, durante l'attesa,
hanno chiesto aiuto e collaborazione interiore ai loro figli, sono riusciti
ad avvicinarsi a loro e attingere dalle loro preziose energie sostegno e conforto.
Un interessante contributo in questa direzione viene da Piero Ferrucci(46).
Nel suo libro "I bambini ci insegnano", mette in risalto l'importanza
dell'ascolto e dell'osservazione, per consentire ai genitori di cogliere fino
in fondo la realtà del figlio, e di scoprire in lui la sorgente dei valori
della vita, quali la spontaneità, la naturalezza, la trasparenza, la
gioia, indispensabile per stimolare in loro il cammino di crescita e accompagnarli
a diventare validi cittadini del mondo.
L'altra grossa questione riguarda il significato del progetto esistenziale del
nascituro.
Tutta l'educazione attuale trova il suo fondamento nel rapporto tra natura e
cultura. Dove l'adulto, cioè la cultura, cerca di insegnare e di far
apprendere le regole di vita al bambino, la natura, che ancora non le conosce,
usa tutti i mezzi di persuasione in suo possesso: poiché "la natura
non ha ragione".
D'altra parte sappiamo che la struttura psicogenetica, definita in seguito al
concepimento, contiene in sé il progetto di vita dell'individuo; questo
non riguarda solo la costruzione dell'organismo fisico, ma anche l'esistenza
stessa dell'individuo, le sue caratteristiche e potenzialità e il suo
progetto di vita. Per questo l'educazione, per evitare di essere parziale e
limitativa e lasciare solamente spazio all'istruzione, deve necessariamente
tener conto, accanto alla cultura e alla natura, anche dell'aspetto puramente
soggettivo e quindi del progetto esistenziale di vita del bambino, in quanto
da questo dipendono le sue tendenze, le sue scelte e l'orientamento futuro della
sue esperienze. Un'azione contrastante e oppositiva a tutto questo non può
che avere alla lunga un effetto devastante.
Se questa nuova collocazione del bambino venisse accolta dal sistema scolastico
attuale, particolarmente attento a curare la gestione e la programmazione, traducendosi
in un maggior impegno e considerazione verso l'alunno, la sua vita interiore,
le sue reali esigenze personali e le necessita educative e formative, allora,
probabilmente, verrebbero meno i fallimenti scolastici e la demotivazione all'apprendimento,
a vantaggio di un sano impegno verso lo studio e l'esperienza scolastica, e
in futuro verso il lavoro e la società.
Per concludere, possiamo ora immaginare insieme per un momento cosa succederebbe
se le conoscenze maturate nell'ambito dell'E.P. fossero divulgate a tutte le
donne e a tutti gli uomini, e a tutti i professionisti dell'umanità.
Noi nutriamo la speranza che questo possa avvenire presto, attraverso un'opera
di sensibilizzazione della popolazione sull'importanza del periodo prenatale
nella vita dell'uomo, accompagnata da un'azione capillare da parte degli operatori
del settore nella divulgazione e nell'attuazione pratica dell'E.P., confortata
dai dati della ricerca, per poter concretamente contribuire a migliorare la
qualità della vita dell'uomo, ridurre lo stato della sofferenza e della
malattia e accrescere il grado di benessere dell'infanzia e delle nuove generazioni.
Riteniamo anche, che questa nuova scienza sia, fra le tante, una via preziosa
ed efficace per risvegliare la coscienza dell'uomo, arricchire il suo cuore
di nuovi sentimenti e la sua mente di maggiori conoscenze, per concorrere a
realizzare una nuova civiltà: la civiltà dell'amore.
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Genitori
Prima
di Gino Soldera
E’ sotto gli occhi di tutti la profonda trasformazione in atto nella famiglia e nella società.
La famiglia sta diventando sempre più eterogenea, mentre vengono a mancare i riferimenti, i supporti e la solidarietà presenti in passato e forniti dalle famiglie di origine e dal nucleo parentale allargato.
Con la struttura familiare si stanno modificando anche i ruoli e le funzioni tradizionali dei genitori, sempre più propensi ad abbandonare i riferimenti rigidi del passato a favore di ruoli e funzioni più elastici e aperti alle nuove condizioni della vita.
Sul piano della relazione, dalla coppia genitoriale, è sempre più avvertita l’esigenza di realizzare un rapporto orientato verso l’integrazione, con un elevato livello di interscambio e collaborazione, anche se questo va a svantaggio della scelta generativa che sta diventando sempre più contenuta: siamo ancora alla crescita zero, dove il numero dei nati è pari al numero dei morti (dati ISTAT, 2001).
Da queste famiglie, dal basso, sta emergendo una pressante domanda di comprensione, lasciata fino a ieri nelle mani degli addetti ai lavori, (psicologi, educatori, sociologi e medici); e non potrebbe essere altrimenti, vista la complessità e le nuove sfide che le famiglie e i genitori sono chiamati ad affrontare.
I figli stanno diventando per i genitori, con le loro implicazioni, biologiche, affettive, relazionali ed educative sempre più impegnativi, mentre la loro condizione si va progressivamente e inesorabilmente peggiorando. I dati OMS sulla condizione dell’infanzia e dell’adolescenza evidenzia come questa stia vivendo un aumento del rischio psicopatologico: si presume che nei prossimi venti anni vi sarà un aumento del 50% dei disturbi neuropsichiatrici infantili, con una consistente crescita dei disturbi più gravi.
Il nostro sforzo, in questo numero della rivista, è quello di cogliere i valori strutturali della realtà familiare, ma anche i cambiamenti e le possibilità affinché le trasformazioni in atto divengano un terreno di esperienza e di crescita dell’intera umanità.
I nuovi genitori sono chiamati, ad esempio, a sviluppare una maggiore consapevolezza di sé e dell’altro. L’uomo, forse per la prima in modo esplicito, si trova di fronte alla necessità di riconoscere in sé, accanto alla componente maschile, l’esistenza di una componete femminile, rintracciabile nel modo di porsi verso la donna in generale o verso la madre e la partner in particolare, con la quale interagire e integrarsi in un processo unificante e di sviluppo della identità personale. Ciò vale anche per la donna, la quale in questo senso si è sempre dimostrata più disponibile.
L’avvio di una seria riflessione dei genitori verso il proprio passato e verso la propria storia, oggi spesso abbandonata, non può che permettere di cogliere i significati e gli insegnamenti che essa ha voluto trasmettere e far conoscere nel corso della vita.
Attraverso un cammino di regressione è possibile entrare in contatto
e conoscere il proprio bambino interiore, che vive dentro al nostro cuore, con
la sua semplicità, vitalità e gioia e anche con i suoi interrogativi
avvolti nel mistero della vita, per permettere a noi di scoprire il valore della
vita prenatale e neonatale, capace di condizionare il futuro dell’essere
umano e di dare senso e consistenza al nostro essere “genitori prima”.
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"LA
RAPPRESENTAZIONE ARCHETIPA GENITORIALE"
Mario Gasparini, ostetrico ginecologo e psicologo-psicoterapeuta,
Clinica Ostetrico-Ginecologica Policlinico Universitario di Udine, direttore
Prof. D. Marchesoni
Abstract: abbiamo indagato la rappresentazione archetipa genitoriale.
A tal scopo ci siamo serviti di disegni eseguiti dalla donna gravida e dal partner
sul tema, rispettivamente, “della mia gravidanza” e “della
mia partner gravida”. È stato facile ritrovare un archetipo femminile
ma non si può dire altrettanto per quello maschile. Infatti, di rado,
abbiamo individuato dei simboli che possono riferirsi ad un archetipo maschile
indipendente che è quasi sempre associato ai classici archetipi femminili.
In questa analisi abbiamo spesso rinvenuto le tracce esplicite e/o simboliche
di tematiche riguardanti la Grande Dea ( il cui culto è stato dominante
in Europa nel Neolitico Antico) e confermato il suo primigenio potere sul presunto
Grande Padre.
LA GRANDE MADRE E IL GRANDE PADRE
Secondo Tentori (1), antropologo che solleva il tema dello shock culturale
nell’incontro tra più concezioni di paternità e sistemi
culturali e sociali, “per una riflessione sul presente” la chiave
di lettura per capire il carattere degli italiani “è il riconoscimento
del complesso della grande madre formulato da Ernst Bernhard(2) presente forse
fin dall’antichità etrusca nella penisola, non annullato dalla
cultura maschilista romana, potenziato dai culti di derivazione orientale della
Grande Madre, sollevato a nuova fioritura e imprevisto impero del mondo dal
cristianesimo attraverso Maria”.
Per la psicanalista Maria L. Mondello(1), nel pensiero occidentale a partire
dalle origini greche e successivamente attraverso l’innesto della religione
prima ebraica e poi cristiana “il femminile sembra sostenere la gestazione
e cura dell’umanità … si dispiega e trova funzione nel grande
regno della natura, il maschile nella cultura, nel pensiero che si fa scienza,
tecnica, religione, arte ecc…”.
La stessa studiosa afferma anche che “il matriarcato delle origini configura
una posizione del padre contratta nel rapido movimento del generare e morire;
ma non avrei dubbi – continua - che ogni uomo muore (un po’ o tanto
e in tutti i tempi) in ogni donna che diviene madre; questo è il dolore,
mai sopito, che ogni uomo che genera deve sopportare…”.
Forse lo stesso concetto è sviluppato dall’analista Carla Busato
Barbaglio(1) quando sostiene che “l’esperienza della maternità
per la donna avviene per mesi all’interno del corpo e la costringe a prendersi
cura del figlio, a sentire sensazioni, ad avere percezioni, a pensare. Per il
padre l’esperienza segue un percorso diverso e si dovrebbe trasformare
in un’adozione, il che evidenzia la complessità del passaggio alla
paternità. La strada nella donna sembra compiersi in un passaggio dal
corpo alla mente con una continua e costante aderenza al corpo, mentre per l’uomo
il cammino sembra inverso, una paternità di pensiero che deve incarnarsi”.
Franz Baumer, filosofo e redattore televisivo tedesco (3) afferma che “dall’enigmatica
sfera della psiche umana circoscritta come inconscio, affiorano le immagini-
guida delle umane esperienze storiche che operano come archetipi al di là
del tempo e dello spazio. Ma quale esperienza sarebbe più elementare
di quella della femminilità che partorisce e nutre la vita? Ecco che
in tutto il mondo attraverso immagini, miti, riti e simboli affiora l’archetipo
del Grande Femminino, come lo definisce lo psicanalista junghiano Erich Neumann(4)
. Esso possiede l’incisività di una religione primigenia.”
Sulla Grande Dea, dominatrice del mondo preistorico, ha indagato a fondo l’archeologa
lituana Marija Gimbutas in un’opera frutto di decenni di ricerca(5).Dallo
studio di 2000 manufatti (immagini, figurazioni dipinte o incise su pareti di
roccia, statuette in pietra, avorio e terracotta) dell’antica Europa,
la Gimbutas dimostra che le connotazioni della Grande Dea sono l’essere
dispensatrice della vita, espressione della terra che si rinnova, simbolo dell’energia
dell’universo, ma anche Signora della Morte, che è l’altra
faccia della vita. Riprendendo gli studi di Neumann, la Gimbutas ricorda come
“secondo lui, l’immagine della Grande Madre si è sviluppata
dal Femminino archetipo, che in definitiva è derivato dall’uroboro,
simbolo dell’origine, la Grande Sfera, uno stadio inconscio e indifferenziato.
La totalità uroborica è anche un simbolo dei genitori primordiali
uniti, da cui più tardi si separarono il Grande Padre e la Grande Madre.
La Grande Madre, infine, si divise in una Madre Buona e una Terribile, in base
agli elementi positivi e negativi del suo carattere. Neumann parla anche del
suo carattere trasformatore, in quanto si sviluppa nella Signora delle Piante
e nella Signora delle Fiere. Questa Grande Madre di Neumann è una realtà
psichica. L’approccio psicologico di Neumann ha aperto nuove vie all’interpretazione
di alcuni aspetti della Dea preistorica. A mio parere il termine “madre”
è riduttivo e non consente di apprezzare il suo carattere complessivo…perciò,
per il periodo preistorico, io preferisco il termine Grande Dea, che descrive
meglio il suo dominio assoluto, i suoi poteri creativi, distruttivi e rigeneratori.
La mia ricerca archeologica non conferma l’ipotetica esistenza di genitori
primordiali e la loro divisione della figura del Grande Padre e della Grande
Madre, o l’ulteriore divisione della figura della Grande Madre in una
Madre Buona e una Terribile. Non vi è traccia di una figura paterna in
nessuno dei periodi paleolitici. Il potere creativo di vita sembra essere stato
della Grande Dea soltanto, un’unica divinità anche se le sue manifestazioni
sono molteplici”.
La stessa studiosa afferma che “il culto della Grande Dea è stato
dominante nell’Europa del Neolitico Antico, tra il 7000 e il 3500 a.C.
Un’Europa abitata da popoli felici che risiedevano in villaggi, praticavano
l’agricoltura, non conoscevano la guerra, vivevano in armonia con la natura
grazie, forse, proprio al fatto che le donne avevano un ruolo primario nell’organizzazione
sociale e nella vita religiosa. Una vita serena che cessò verso il 4000
a.C. quando cominciarono ad arrivare da Est orde di cavalieri armati che distrussero
quella società matriarcale e la pace dei popoli della Grande Dea”.
Secondo Gimbutas c’è una continuità mista a trasformazione
della Dea nelle epoche dopo l’invasione dei popoli indoeuropei e nell’epoca
cristiana. “Questa trasformazione non fu una sostituzione di una cultura
da parte di un’altra, ma una graduale ibridazione di due diversi sistemi
simbolici. Poiché l’ideologia androcentrica degli indoeuropei era
quella della nuova classe dominante, è giunta a noi come sistema “ufficiale“,
di credenze dell’antica Europa. Ma le immagini sacre e i simboli dell’antica
Europa non furono mai completamente sradicati; queste caratteristiche molto
persistenti nella storia umana erano troppo profondamente impresse nella psiche.
Sarebbero potute scomparire solo con lo sterminio totale della popolazione femminile
… le dee partenogenetiche che si autogeneravano senza il ricorso dell’inseminazione
maschile, si trasformarono gradualmente in spose e figlie, e furono erotizzate,
legate al principio dell’amore sessuale, in risposta a un sistema patriarcale
e patrilineare”.
“Più tardi, in epoca cristiana- afferma ancora Gimbutas- la Dispensatrice
della Nascita e la Madre Terra si fusero con la Madonna. Così non stupisce
che nei paesi cattolici il culto della Madonna superi quello di Gesù”.
Ritornando a Baumer, nella prefazione del suo citato libro, dice che “il
fascino della Grande Madre sta nella sua universalità. Tuttavia neppure
anni di studi e di permanenza nelle sue antiche sedi cultuali, che peraltro
costituiscono il fondamento di questo libro, possono dare un’immagine
completa del fenomeno. Si invita quindi il lettore a raccogliere altre tessere
e tesserine di questo mosaico che si fa sempre più esteso perché
così facendo, alla fine erigerà il suo edifico personale”.
Abbiamo raccolto l’invito di Baumer, tenendo conto degli studi di Neumann,
della Gimbutas e di altri studiosi tra i quali Anne Baring and Jules Cashford
(6). Di queste ultime studiose abbiamo condiviso l’intuizione della “continuità”
dell’immagine della Grande Dea.
Ci siamo occupati, quindi, a modo nostro, della rappresentazione archetipa genitoriale.
SCOPO DELLA RICERCA
Ci siamo proposti di indagare se e quale possa essere un filo conduttore
simbolico del divenire genitori che ci guidi, in un percorso a ritroso, dai
giorni nostri ai primordi storici, documentati, dell’avventura umana.
MATERIALI E METODI
Anche se ben sappiamo che non tutte le corpulente “dee della
fertilità” del paleo e neolitico rappresentavano donne incinte,
esse comunque erano simboli dell’abbondanza e della moltiplicazione e
“riguardavano il perpetuarsi della vita e la preservazione delle forze
vitali costantemente minacciate dalla morte”. La donna incinta (oggi si
preferisce parlare di “coppia gravida”) è collegata, dunque,
alla Grande Madre dall’infinita sequenza di processi generativi che hanno
costruito la nostra umanità.
Dal nostro osservatorio privilegiato (Clinica Ostetrico- Ginecologica) abbiamo
tenuto presente la necessità della donna gravida di essere compresa nella
sua complessità biopsicologica e, allargando questo quadro al partner,
abbiamo cercato di vedere quali potevano essere gli elementi comuni e/o distinti
nell’incipiente genitorialità della “coppia gravida”.
Ci siamo serviti, a tal scopo, dei disegni eseguiti dalla donna gravida e anche
dal partner sul tema, rispettivamente, della “mia gravidanza” e
della “mia partner gravida”.
I disegni venivano elaborati a domicilio e quindi discussi nel gruppo guidato
dallo psicologo addetto alla psicoprofilassi ostetrica, assieme alle altre gestanti
ed agli altri partners partecipanti al Corso di psicoprofilassi ostetrica organizzato,
in questi ultimi anni, dalla Clinica Ostetrico-Ginecologica dell’Università
degli Studi di Udine.
Abbiamo raccolto e commentato in gruppo alcune centinaia di elaborati grafico-pittorici.
RISULTATI
Pur non potendo dare loro un peso in termini statistici, siamo stati
in grado di evidenziare alcuni temi presenti con una certa continuità.
Tra questi il disegno della LUNA. Sappiamo che il corno di bisonte in mano alla
“Venere di Laussel (25.000-20.000 a.C. circa, fig. 1a) come le corna di
toro sono connesse con la luna fin dai tempi più antichi, come attestano
i bovini con corna simili a falci di luna nelle pitture e nelle incisioni rupestri
del Paleolitico Superiore in Spagna (15.000-10.000 a.C.. fig. 1b). Le immagini
lunari sono spesso associate a quelle della Dea e fanno pensare ad un’arcaica
connessione tra fasi lunari e ruolo rigeneratore della Dea nei cicli di nascita,
morte e rinascita. Questo si può ipotizzare per la dea fenicia Astarte,
dea madre di tutti gli dei, con luna crescente sulla testa,e, mutatis mutandis,
per l’incisione di Maria sulla falce di luna (fig. 1b) di Albrecht Dürer
(1471-1528).
Una luna in fase calante, identificata nella (dea) madre dalla gestante che
si è così autoritratta è la traccia attuale della Grande
Dea (fig. 1c). Tutti i disegni riportati sono in bianco e nero per motivi di
stampa, pur essendo talora gli originali colorati.
Nell’iconografia di tutte le ere preistoriche europee e nel mondo intero,
l’ACQUA è resa con motivi a zig-zag, o a S o a M. Il tema del corso
d’acqua è spesso combinato con i seni a significare il latte che
sgorga dal seno umano e divino. Pure la rete è simbolo acquatico e del
divenire e spesso prova della connessione tra la Dea e l’acqua della vita
nel suo grembo. Così Marija Gimbutas interpreta la statuetta (fig. 2a)
del Neolitico bulgaro (5.000-4.5000 a.C.), fino ad arrivare più vicino
ai giorni nostri con un’illustrazione dove l’acqua è intesa
come congiunzione degli opposti, cioè unione sessuale di due persone
poste una di fronte all’altra (secolo VIII, fig. 2b) ed al disegno della
gestante che rappresenta se stessa gravida come una fonte sgorgante tra due
alberi (fig. 2c).
Anche PIANTE, ALBERI, e SEMI GERMOGLIANTI sono frequentemente l’autoritratto
della donna gravida.
Dall’associazione con organi deputati alla nascita (vulve) del Paleolitico
superiore spagnolo (fig. 3a), alla statuetta neolitica balcanica (fig. 3b),
la vegetazione, in genere, assurge sempre a simbolo della vittoria sulla morte.
Questo è il significato del ramo fiorito che proviene dal buio della
madre terra con cui la gravida si autoritrae (fig. 3c).
Nei disegni della “Coppia gravida” è presente, talora, in
maniera più o meno esplicita, l’UOVO simbolo universale di rigenerazione
modellata sull’incessante creazione del mondo. Questo simbolo compare
fin dal Paleolitico Superiore ed è spesso associato alla falce di luna
ed ai glutei femminili che ne assumono la forma: all'Europa balcanica di circa
7.000 anni fa appartengono "veneri" con glutei sproporzionati, metafora
di doppie uova propiziatrici di fertilità (fig. 4a), e che nel neolitico
e nell'Età del rame frequentemente si trasformano in Askoi, vasi a forma
di uccello con cavità interne ovoidali, legati alla Grande Dea e al mito
dell'uovo cosmico deposto da un uccello acquatico sacro (fig. 4b).
L'uovo cosmico, avvolto a spirale da un serpente, simbolo sessuale ambivalente,
maschile per la sua forma fallica, femminile per il ventre divorante, ma anche
di costante energia rinnovantesi (per le sue mute), è un'immagine settecentesca
di trasformazione dell'antica Dea Madre (fig. 4c). Per arrivare, infine, all'uovo
cosmico che contiene nel disegno della donna gravida, un albero ricco di foglie
e di frutta (fig. 4d).
La COLLINA, identificata con il ventre gravido della Madre terra, e l'OMBELICO
messo in evidenza sono il tema dominante di alcuni disegni. Queste immagini
si ricollegano ai rigonfiamenti di ogni genere che partono dai minuscoli pani
e dai forni ed arrivano alle gigantesche tombe neolitiche a forma di collina
sormontate da una pietra piatta (ombelico) fino ad approdare all'omphalos di
Delo, considerato centro del mondo.
Il VASO, immagine dell'accogliere, dell'utero e al tempo stesso della donna,
corrisponde, secondo Neumann, alla più elementare esperienza fondamentale
del femminile da parte dell'umanità. Nei nostri elaborati esso compare
sia come singolo oggetto che come contenitore di piante interrate e di fiori
recisi.
Gli UCCELLI (in particolare la colomba), in volo o posati, sono stati un simbolo
della Grande Dea fin dai tempi più lontani e continuano ad esserlo negli
elaborati grafico-pittorici dei Corsi di Psicoprofilassi Ostetrica.
La figura 5 mostra, in successione, come gli uccelli in genere siano in rapporto
con la Grande Dea, si tratti di un bastone sciamanico di un'incisione rupestre
di 15.000 anni fa (fig. 5a), dell'oro sbalzato miceneo rappresentante la cosiddetta
Afrodite con colomba (fig. 5b), del dettaglio di uccello sullo scettro di Maria
in un dipinto del XII secolo (fig. 5c) o, infine, della coppia incinta e "simbiotica"
che sembra protetta da un uccello in volo in un recente disegno di una "coppia
gravida" (fig. 5d).
Il LABIRINTO, simbolo antico dell'utero rigeneratore, dei percorsi iniziatici
ed anche della vita umana con tutte le sue prove, difficoltà e deviazioni,
è stato scelto da un unico partner che aveva una storia personale molto
complessa.
Anche la SPIRALE, emblema della fecondità, acquatico e lunare è
stato preferito da un partner per "sintetizzare" la propria moglie
gravida. Disegnata sugli idoli femminili paleolitici, la spirale omologa tutti
i centri della vita e della fertilità. Il motivo della spirale semplice
e doppia, associata spesso alle corna a forma di falce di luna e ad elementi
serpentiformi (fig. 6a), simbolo di energia e del tempo ciclico, proprio della
Grande Dea, compare nel Paleolitico Superiore.
Nella nostra iconografia, continua sotto forma di figura maschile orante, rivolta
verso una doppia spirale, appartenente al neolitico svedese (fig. 6b). Si manifesta,
poi, in una Grande Dea balcanica con motivo a doppia spirale nel triangolo pubico
(fig. 6c), per approdare, come già detto, sotto forma di spirale semplice
nel disegno di un partecipante ai nostri Corsi (fig. 6d).
La MADRE CHE ALLATTA è presente come Dea Madre nel Neolitico europeo
fino alle Madonne del latte medioevali e rinascimentali. Questa immagine, comune
negli elaborati delle nostre donne gravide, fa parte di tutte le culture (precolombiane,
egizia, ecc.).
La semina, crescita e mietitura dei CEREALI (grano, in particolare) sono considerate
simbolo di nascita e morte oppure di morte e rinascita. La greca Demetra, che
significa Terra Madre o Madre del grano, personifica la forza creatrice della
terra. La spiga del grano simboleggiava fertilità e benessere e, più
tardi, Maria stessa è paragonata al campo sul quale potè sorgere
Cristo come spiga. In alcuni disegni la donna gravida si identifica con l'infiorescenza
del frumento.
Accanto a questi disegni in cui è sembrato di vedere un riferimento più
o meno diretto alla Grande Dea nei suoi vari aspetti, ce n'è uno piuttosto
particolare in cui le mammelle ed i capezzoli della gravida diventano i suoi
occhi, l'ombelico il suo naso e la piega cutanea del pube una sorta di bocca
sorridente di un essere umano che forma un tutt'uno con la sua pancia. Esso
richiama, in chiave moderna, le terrecotte scoperte a Priene (Asia Minore) che
risalgono al V secolo a.C. e che ritraggono uno strano personaggio mitico: Baubò.
Essa aveva funzione di nutrice durante i Misteri Eleusini e, secondo Edgard
Gregersen (7) dimostra l'interdipendenza di religione, arte e sessualità
in molte culture.
Infine, in alcuni disegni della gestante che si proponeva nuda (fig. 7c), abbiamo
osservato, sulle orme degli studi dell'antropologo francese Andrè Leroi-Gourhan
che anche le "Grandi Dee" attuali hanno uno schema costruttivo simile
alle cosiddette "Veneri Steatopigie", figure femminili paleolitiche
(fig. 7a,b): i seni, il ventre ed il sesso s'iscrivono in un cerchio, la testa
e le gambe (di minore importanza simbolica) si sviluppano su due triangoli simmetrici
(8).
Questa costruzione convenzionale che, per Leroi-Gourhan, probabilmente non corrisponde
che da lontano all'aspetto fisico delle donne preistoriche, è presente
in tutta Europa dalla Russia all'Atlantico e sembra essere un "canone"
tuttora riconoscibile nell'autorappresentazione di alcune donne gravide.
Se è facile, quindi, ritrovare un archetipo femminile nei disegni da
noi studiati, altrettanto non si può dire per quello maschile. L'uomo,
infatti, non è facilitato dal processo biologico e dalle modificazioni
corporee proprie della gravidanza che hanno accompagnato la sua partner dai
primordi dell'umanità e che rappresentano anche le spinte fisiologiche
che sottostanno agli "autoritratti" delle donne incinte. Come afferma
Monica Grigio (11) "la transizione alla genitorialità è spesso
più difficile per l'uomo rispetto alla donna perché manca in lui
una definizione chiara del suo ruolo, essendo implicato solo indirettamente
nella maternità, molto spesso attraverso un classico ruolo di 'sostegno’
nei confronti della moglie e sentendosi poco accettato, se non in tempi a noi
molto vicini, in quella crisi psicologica che, anche lui, attraversa nel momento
in cui 'aspetta un figlio’ ".
Anche dal punto di vista degli studiosi della vita fetale, traspare il grande
potere della Grande Dea. Come afferma Nathanielsz (12) è la “placenta”
che, “sfidando il sistema immunitario, permette a due organismi distinti
–il feto e la madre- di entrare in stretta relazione… si ritiene
oggi che molti aborti precoci siano causati dall’incapacità del
sistema immunitario materno di tollerare il tessuto fetale… come risultato,
la madre tratta il proprio embrione come un ‘corpo estraneo’, e
lo espelle… alcune donne hanno ripetuti aborti spontanei, nelle fasi iniziali
di gravidanza, quando gli embrioni che tentano di impiantarsi nell’utero
hanno come padre un particolare partner, ma a volte, quando quella stessa donna
porta embrioni generati da partner diversi, i feti sopravvivono fino alla nascita
normale.
Ogni partner ha uno specifico corredo genetico, e può accadere che una
particolare donna sviluppi una tolleranza immunitaria ai feti di un padre ma
non a quelli di un altro. Questa affascinante area di studio –conclude
Nathanielsz- potrebbe essere l’argomento di un libro a se stante”,
oppure, più semplicemente, a nostro parere, confermare ancora una volta
il primigenio potere della Grande Dea nei confronti del presunto Grande Padre.
Anna Oliverio Ferrarsi (12) afferma che "la ricerca di parità nella
vita di coppia va di pari passo con un mutamento dei rapporti all'interno della
famiglia che è vista sempre meno come un'organizzazione di statuti e
di ruoli (moglie/marito, padre/madre, genitori/figli) e sempre più come
luogo di scambi affettivi, di coesistenza di identità individuali, di
sviluppo e realizzazione personale. Gli uomini -continua la suddetta psicologa-
che decidono di 'metter su famiglia’, si trovano sempre più spesso
dinanzi a una paternità che li coinvolge in modo immediato e completo
e non, come avveniva in passato, dinanzi a una paternità autoritaria
e simbolica, vissuta 'a distanza’ e posticipata all'adolescenza dei figli".
Possiamo concludere con Grigio (11): "sia l'uomo che la donna, padre e
madre poi, hanno un funzionamento psichico simile di fronte alla procreazione
… l'unica differenza consiste nel fatto che diventare madre rinvia la
donna principalmente al rapporto con la madre, mentre il diventare padre riconduce
al rapporto con il padre. Ciò che li accomuna è quel lavoro mentale
che entrambe compiono nel 'diventare genitori, e che è uno dei nodi centrali
per superare la tappa della parentalità: entrambi devono 'fecondarsi',
'ingravidarsi' e alla fine 'partorire' quel figlio che diventerà il loro
prolungamento nel futuro".
Questo sembra accadere al futuro padre che illustra la propria partner gravida,
proponendo una sorta di gravidanza di se stesso… attraverso se stesso
(fig. 8b). Come se carpisse per un momento il pancione alla sua partner, per
riempirlo di un "piccolo" se stesso. Se percorriamo a ritroso la nostra
storia, a livello biblico e dei commentari medioevali, la prima creatura è
androgina e non soggiace a unioni sessuali che appaiono, invece, quando l'uomo
pecca per la prima volta nel giardino dell'Eden: da allora alla donna spetta
di gestire, attraverso il parto doloroso, la moltiplicazione delle generazioni.
"La fondazione culturale dell'unione coitale non comporta sempre la immediata
nozione del processo generativo o l'attribuzione al maschio di un preciso ruolo
spermatico-concezionale. Esisteva -continua Alfonso M. di Nola (9) - fino ad
epoca recente un'ampia area di popolazioni che attribuivano al coito soltanto
una funzione di 'apertura della vagina'". Forse possiamo interpretare così
il disegno paleolitico algerino su pietra, rappresentante la Dea con mani alzate
e l'uomo cacciatore con arco, legati genitale con genitale, che secondo Neumann
è connesso alla funzione magica del femminile (fig. 9). Il disegno attuale
del padre che contiene un bambino eguale a se stesso ci fa pensare anche al
complesso fenomeno della couvade, noto fin dall'antichità. Quanto al
comportamento "materno" del padre, secondo una delle tante ipotesi,
quella espressa da Bachofen, per spiegare il fenomeno, la couvade sarebbe "un
residuo della fase nella quale si supera il primo e più arcaico regime
patriarcale e si riconosce il legame padre-figlio che, fino ad allora, era inesistente,
concependosi la nascita solo in rapporto alla madre".
Attualmente si è capito -come affermano Montesanto e Sollai (10) che
è fondamentale che i genitori condividano il "possesso del figlio
fin dal momento del concepimento e si allenino a viverlo e a superarlo aiutandosi
nel rispetto e nella fiducia reciproci" lasciando alle spalle "la
lotta tra i sessi che perdura tuttora", poichè " da un punto
di vista antropologico, maternità e paternità si sono sempre configurate
come realtà contrapposte, la cui relazione si è spesso tinta di
violenza".
Sono passati circa 7.600 anni da quando la mano di un uomo ( o di una donna?)
ha costruito una statuetta femminile con testa fallica e parte inferiore simile
a testicoli (fig. 8a). Questa tipologia di "Veneri" che presentano
caratteristiche sia maschili che femminili…" restano essenzialmente
femminili. Non rappresentano una fusione dei due sessi, bensì un'elevazione
della femmina grazie alla misteriosa forza vitale insita nel fallo. La statuetta
della Dea forma una base da cui sorge il fallo concepito come colonna cosmica
".
Questa è l'opinione della Gimbutas che nei suoi studi archeologici afferma
che "le statuette maschili costituiscono soltanto dal 2 al 3 per cento
di tutte le statuette dell'antica Europa, e di conseguenza ogni ricostruzione
dettagliata del loro ruolo nel culto è estremamente difficile. Tuttavia,
dalla comparsa costante di particolari stereotipi nel corso dei millenni e in
vari gruppi culturali possiamo ipotizzare l'esistenza di alcune persistenti
categorie di figure maschili. Comprendono uomini con corna di animali o con
maschere di uccello e itifallici… esseri per metà animali/metà
uomini…". Nei disegni dei partecipanti ai corsi non abbiamo trovato
ovviamente tracce di queste figure maschili.
In conclusione, mentre gli archetipi femminili sono comuni, conosciuti e indipendenti
spesso da ogni riferimento al mondo maschile, nei disegni da noi considerati,
di rado troviamo simboli che possono essere riferiti, a nostro parere, ad un
archetipo maschile che è, comunque, meno primigenio e quasi sempre associato
ai classici archetipi femminili (acqua, luna, ecc.).
Ad esempio il SOLE è presente in alcuni disegni fatti sia dalla donna
gravida sia dal partner. Elemento maschile per eccellenza, tant'è che
in molti miti appare come marito o amante della luna, questo astro è
adorato come dio dalle prime grandi civiltà: l'egizio Ra, ad esempio,
è venerato dal faraone che sacrifica sotto i suoi raggi fecondanti (fig.
10a); il sole, sotto forma di disco raggiato internamente, diviene simbolo di
fertilità e forza presso gli antichi Camuni (fig. 10b) e simbolo di dio
nella chiesa di S. Giacomo di Tubinga (fig. 10c) e disco solare raggiato esternamente
che evidenzia controluce le figure genitoriali del padre, della madre e del
figlio preso per mano, nel disegno eseguito da un partner 'in attesa' (fig.
10d).
La coppia genitoriale è il tema dominante di un altro disegno curioso
eseguito da un futuro padre. Il SIMBOLO ARBOREO è qui sfruttato nella
sua duplice valenza, maschile (albero con lungo tronco, simbolo fallico e chioma
appuntita) e femminile (albero dalla larga chioma che dà ombra e protezione)
che con le loro radici danno origine all'albero-figlio (fig. 11c). Sembra di
poter fare riferimento analogico all'antica usanza, comune anche nella nostra
cultura, dei matrimoni simbolici tra due alberi la cui forza vitale avrebbe
dovuto trasferirsi su una determinata coppia di persone.
Risalendo nel tempo, c'imbattiamo nella chiesa incarnata con la croce verdeggiante
(fig. 11b), simbolo dell'albero della vita, fino a pervenire ad un girotondo
rituale attorno ad un albero idolo (fig. 11c) di una terracotta cipriota del
1000 a.C, simbolo della perpetua rigenerazione e perciò della vita nel
suo senso dinamico.
Il culto dell'albero è stato molto importante nelle civiltà preelleniche.
CONCLUSIONI
Oltre ad interessanti ed utili spunti di discussione riguardanti gli
aspetti più particolarmente psicologici (paure, ambivalenza, senso dell'attesa,
ecc.) emergenti dall'analisi dei singoli disegni, abbiamo spesso rinvenuto in
essi le tracce più o meno esplicite e/o simboliche di tematiche riguardanti
la Grande Dea come risulta dai citati studi di Baring e Cashford, Gimbutas e
Neumann.
La discussione nel gruppo dei partecipanti ai Corsi di psicoprofilassi ostetrica
e la dimostrazione di una continuità di attributi propri delle antiche
Dee Madri e le rappresentazioni fatte dalle gestanti e dai loro partner, sono
risultate utili.
In questo modo si è potuto recuperare in parte ciò che vi è
di spiritualmente nobile e puro nel fascino femminile sull'animo degli uomini:
l'eterno femminino.
Forse possiamo anche concludere con Marija Gimbutas che l'antica civiltà
europea dal 4300 al 2800 a. C., caratterizzata da una struttura sociale di eguaglianza
tra i due sessi, sostanzialmente pacifica e dominata dalla Grande Dea neolitica,
persiste. La sua religione ed i suoi simboli sopravvivono. Esiste tuttora una
cultura europea di antica data ed il suo linguaggio e le sue vestigia restano
inestricabilmente mescolate ai nostri sistemi di simboli.
Alla persistente immagine della Grande Dea paleo e neolitica non corrisponde,
nella nostra esperienza, un'egualmente perdurante e definita immagine del Grande
Padre.
La paternità, come risulta anche da altre angolature di studio, appare
talora inserita nel "complesso della Grande Madre" come se il padre,
assolto l'atto del fecondare, fosse poi destinato a scomparire e la paternità
stessa fosse un "atto di pensiero che deve incarnarsi”. O, come afferma
Gimbutas, è solo da circa il 4000 a.C. che inizia una sorta di ibridazione
della Grande Dea, allorché inizia nel nostro mondo la cultura androcentrica
indoeuropea.
E proprio per questo che, probabilmente, simboli maschili (forse archetipi)
quali il sole egizio o camuno, o l'albero cipriota appartengono a fatti "culturali"
che si innestano su archetipi "naturali".
Questo lungo processo di acculturazione è approdato (e traspare nei nostri
disegni) come riscoperta o trasformazione di una paternità di tipo patriarcale,
simbolica e autoritaria, in una paternità più immediata e completa
… attraverso proprio il reciproco 'fecondarsi', 'ingravidarsi' e 'partorire'
insieme, nella coppia. Paternità e maternità, sessualità
maschile e sessualità femminile, insomma, non più contrapposti
come per lungo tempo lo sono stati … In questi termini riconosciamo che
esiste un filo conduttore di antica e nuova origine che sottende il cammino
della genitorialità. Se vogliamo, in altri termini, questo è il
tassello personale che mettiamo nel mosaico tuttora incompiuto proposto da Baumer.
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LA NEUROPSICOLOGIA PRENATALE
Pier Luigi Righetti
Già nella prima uscita de Il Giornale Italiano di Psicologia e di Educazione
Prenatale ci siamo posti l’obiettivo di offrire al lettore una valutazione
sulla Psicologia e l’Educazione Prenatale, questi nuovi settori d’indagine
che pongono al loro centro l’interesse per la vita prima della nascita.
Siamo dell’idea (in accordo anche con gli Autori che hanno offerto i loro contributi per questo numero del Giornale) che anche la Psicologia e l’Educazione Prenatale – come altri settori scientifici che si occupano di “umano” e di formazione dell’esperienza – debbano essere studiate ed analizzate scientificamente in ognuno dei minimi aspetti che le costituiscono: è per questo motivo che dedichiamo questa uscita alla Neuropsicologia Prenatale, con l’intenzione di scendere nei minimi dettagli – anche fisiologici, oltre che psicologici ed educativi – e di proporre una valutazione dello stato dell’arte in materia.
La Neuropsicologia studia le relazioni tra l’esperienza e i processi biologici su cui si fonda, sottolineando il ruolo predominante del sistema nervoso che, “nel creare esperienza”, entra in contatto con l’ambiente.
Ormai da diversi anni alla Neuropsicologia viene riconosciuta una solida validità scientifica ed è una materia che offre molteplici suggerimenti allo studio della psicologia della personalità, rappresentando una sorta di ermeneutica un po’ per tutte le scuole di pensiero (anche da un punto di vista terapeutico); sulla base di queste premesse siamo dell’idea che anche la Psicologia Prenatale possa essere “spiegata” (per alcuni suoi aspetti) con i criteri della Neuropsicologia: difatti i lavori degli Autori riportati cercheranno di dar e una definizione di Neuropsicologia Prenatale a partire dalle competenze del feto, ritenendo che molto di ciò che “neuropsicologicamente” sa fare un bambino ha origine prima della nascita.
A parere di chi scrive ci sono due aspetti fondamentali che permettono di dare una prima definizione di Neuropsicologia Prenatale:
1) il feto è dotato di precise competenze fisiologiche che gli permettono di ricevere ed elaborare diverse tipi di stimolazioni (provenienti dall’ambiente intraed extra-uterino);
2) risulta fondamentale il concetto di “volontarietà” che viene riconosciuto al feto: una volontarietà neuropsicologica, che associata alle stimolazioni offerte dall’ambiente intra- ed extra-uterino (e quindi in termini relazionali), rappresenta la base di tutto lo sviluppo psicologico.
Non a caso anche le attuali teorie sullo sviluppo infantile riconoscono alla neuropsicologia un ruolo di primaria importanza.
In questo senso siamo anche dell’idea che la Neuropsicologia Prenatale, la Genetica e la Psicologia Prenatale – in un tempo più vicino di quanto possiamo immaginare – potranno offrire tutta una serie di predittori atti allo studio precoce (prenatale) di alcune psicopatologie. Dunque una sorta di “Filo di Arianna” teorico e contenutitistico tra i lavori riportati in questo numero del Giornale permette di avere una prima definizione di Neuropsicologia Prenatale.
Aprono il Giornale P.L. Righetti e M. Padovan con un contributo che si focalizza sulla definizione di Neuropsicologia Prenatale. P.G. Hepper e S. Shahidullah, con il loro articolo, portano il lettore ad una serie di riflessioni interessantissime sull’inizio della mente umana correlato al movimento e al comportamento fetale.
Ad E. Tajani (che qui offre un contributo scritto con M. Tajani) la Psicologia Prenatale riconosce un ruolo di notevole importanza oltre che pionieristico: sono suoi i primi lavori rigorosamente scientifici sull’osservazione del movimento fetale eseguiti con l’ecografia già nei primi anni settanta del secolo scorso. In questo contesto gli Autori offrono un’analisi sulla relazione movimento/suoni intrauterini.
G. Soldera e M. Frare riescono ad accostare in modo intelligente la poesia e la scientificità che il prenatale offre a chi lo studia, con un articolo sul sonno e i sogni del bambino nella pancia della mamma.
Leggendo il contributo di D.B. Chamberlain sul linguaggio corpor eo prenatale, il lettore si troverà di fronte ad una “sorta di caduta” di alcune certezze che fino ad oggi la psicologia ha insegnato: difatti l’analisi di questo Autore porta a considerare il movimento e la “corporeità” del feto come nuova possibilità di comprensione sull’origine della personalità.
D. Ponterio si interroga sulla nascita dell’Io Persona utilizzando precisi riferimenti all’antropologia prenatale e alla teoria dell’Inconscio Esistenziale teorizzate da A. Mercurio (creator e del metodo della Sophia-Analisi).
Chiude questo numero del Giornale l’articolo di A. Bevere nel quale viene proposto il tema dell’embriologia energetica: attraverso un’analisi di concetti filosofici e di Medicina orientale quali forza, energia, Yin e Yang, l’Autrice ci porta a comprendere l’inizio e il mistero della vita così come teorizzati già millenni d’anni fa.
Come di consuetudine il Giornale si chiude con recensioni ed informazioni riguardanti
l’Associazione Nazionale di Psicologia e di Educazione Prenatale. Ancora
una volta ci troviamo di fronte ad un numero ricco di informazioni, pensieri,
teorie, ipotesi, ecc., che permettono di dare delle linee di base alla nascente
Neuropsicologia Prenatale e ovviamente arricchire sempre di più la sua
“sorella maggiore” Psicologia Prenatale. Il tutto con l’intento
di portare al centro dell’attenzione scientifica e sperimentale la vita
del bambino prima della nascita e la misteriosità che la vita prenatale
racchiude in sé.
DALLA NEUROPSICOLOGIA
ALLA NEUROPSICOLOGIA PRENATALE
ATTRAVERSO LE COMPETENZE DEL FETO
Pier Luigi Righetti – Psicologo, psicoterapeuta, U.O.
di Ostetricia e Ginecologia, Ospedale di Mirano – AUSL 13 Veneto
Mara Padovan – Ostetrica, psicologa, U.O. di Ostetricia
e Ginecologia, Ospedale Cà Foncello, AUSL 9 Veneto
Riassunto: In questo articolo desideriamo proporre una analisi sperimentale e teorica sugli studi riguardanti la Psicologia Prenatale (Righetti, 2001) con l’intento di definire anche la Neuropsicologia Prenatale. Le ipotesi riportate risultano dall’incrocio tra la Medicina e la Psicologia che si occupano di prenatalità, a partire proprio dalle competenze del nascituro. Dunque approderemo ad una definizione di Neuropsicologia Prenatale richiamando concetti tipicamente studiati dalla Neuropsicologia, quali memoria, attenzione, comunicazione, apprendimento, eccetera, confermando che queste sono competenze già manifeste anche nel feto.
1. Introduzione: per un contesto teorico
Un nuovo, straordinario paesaggio biologico mi attende ogni mattina,
quando arrivo al Center for In Vivo Microscopi presso il Medical Center della
Duke University: esso mostra viste dell’interno di embrioni umani conservati,
generate con una tecnica denominata microscopia a risonanza magnetica (MRM).
Queste immagini tridimensionali sono insieme splendide e rivelatrici: gli embrioni
«virtuali» mi consentono di intraprendere viaggi simulati al computer
in tutti gli apparati del corpo umano al loro stadio di sviluppo più
precoce. Manipolando le immagini, posso anche creare animazioni dello sviluppo
embrionale finora impossibili da ottenere (Smith, 2002).
Giorno dopo giorno, la genetica, la biologia molecolare e le tecniche di osservazione
microscopica ci stanno rivelando delle informazioni fondamentali che, assieme
alle caratteristiche dell’ambiente, permettono di capire sempre di più
lo sviluppo della personalità e il suo inizio a partire dal periodo pre-nascita.
Se da un lato la Medicina (genetica, embriologia, ostetricia-ginecologia, biologia)
offre delle interessanti informazioni sullo sviluppo umano, dall’altro
la Psicologia (psicologia prenatale, neuropsicologia, psico-genetica, psicologia
dello sviluppo) permette di analizzare il ruolo che l’ambiente e l’esperienza
hanno in tutto il processo formativo.
Di una cosa la scienza è certa: al crearsi e allo svilupparsi della personalità
interagiscono tra di loro – in un’armonia perfetta – sia l’organismo
(cellule, apparati e loro funzionamento) che l’ambiente (psiche ed esperienza).
Partiamo in questa nostra analisi da due definizioni generali rispettivamente
di Neuropsicologia e Psicologia per vedere in che modo, e in base a quali aspetti
teorici e sperimentali, è possibile parlare di Neuropsicologia Prenatale.
“La neuropsicologia studia le relazioni tra l’esperienza (o comportamento)
ed i processi biologici su cui si fonda. Il termine neuropsicologia sottolinea
il ruolo dominante del sistema nervoso (Arnold, Eysenck, Meili, 1990, pag. 741);
la neuropsicologia studia il rapporto mente/cervello/comportamento.
“La psicologia studia il modo di operare del confine di contatto nel campo
organismo/ambiente” (Perls, F., Hefferline, R.F., Goodman, P., 1997, pag.
39).
In questo senso, ed analizzando semplicemente queste due definizioni generali
di Neuropsicologia e Psicologia, è possibile ritenere che una persona
è “neuropsicologicamente” e “psicologicamente”
determinata se è in grado di:
- avere esperienza;
- stare ed essere in relazione;
- possedere un sistema nervoso;
- comportarsi;
- essere un organismo in contatto con l’ambiente;
ma soprattutto se le caratteristiche appena citate stanno in correlazione tra
di loro. (Utilizzando un termine proprio della Psicologia della Gestalt –
e quindi fenomenologico – potremmo dire che l’aspetto comportamentale,
psicologico, manifesto, relazionale è in relazione isomorfica con il
sistema nervoso che ne sta alla base; si veda, Wertheimer, 1923, Koffka, 1970).
Le Teorie Evolutive concordano nel ritenere che la “competenza a crescere
e svilupparsi” nelle relazioni che il bambino instaura con l’ambiente
(fisico e sociale), inizia dalla nascita, noi, invece, siamo dell’idea
(ormai ampiamente confermata; si veda, Righetti, Sette, 2000) che l’esperienza
prende il suo avvio già dal periodo prenatale (si vedano anche i diversi
contributi contenuti in questo numero del Giornale).
Difatti nel corso delle nostre indagini sperimentali svolte negli ultimi sette
anni (Righetti, 1995, 1996, 1996a, 1999, 2000, 2001, 2001a; Righetti, Sette,
2000) abbiamo potuto confermare che:
- il nascituro è in grado di ricevere, elaborare e rispondere alle stimolazioni
intra- ed extra-uterina;
- l’elaborazione dello stimolo, in entrata, per la risposta, in uscita,
è di tipo psicologica ed emotiva;
- l’ambiente intra-uterino è un ambiente di apprendimento ed esperienza;
- il feto, fin dalle prime settimane di gestazione, è dotato di un sistema
nervoso e di precise competenze sensoriali.
Inoltre già in precedenza (Righetti, 2001) abbiamo definito la psicologia
Prenatale come quella “nuova disciplina scientifica che nasce dall’interazione
di conoscenze mediche (medicina ostetrico-ginecologica, medicina pre- e peri-natale,
biologia, ecc.) e conoscenze psicologiche (psicologia dello sviluppo psicologia
della personalità, psicologia dinamica, psicobiologia, psicofisiologia,
ecc.) e che si prefigge lo scopo di studiare lo sviluppo e le capacità
psicofisiologiche, comunicative, relazionali e psicologiche del feto, a partire
dal presupposto – già consolidato sperimentalmente – che
il feto è in grado di ricevere uno stimolo (intra- ed extra-uterino),
elaborarlo (anche psicologicamente) e darne una risposta” (pag. 20).
Dunque, sulla base dei dati fin qui esposti possiamo ritenere che la Psicologia
e la Neuropsicologia dovrebbero comprendere l’essere umano fin dal periodo
pre-nascita, e quindi possiamo già ritrovare i criteri di base che –
oltre ad averci permesso di dare una definizione di Psicologia Prenatale –
ci permettono di dare una definizione (almeno iniziale) di Neuropsicologia Prenatale.
A nostro parere – però – per poter dare una definizione,
seppur preliminare, di Neuropsicologia Prenatale (e in questo, per avere un’idea
più completa, richiamiamo ancora l’attenzione del lettore sugli
articoli presentati in queste pagine), riteniamo fondamentale occupare dello
spazio per l’analisi delle competenze di memoria, apprendimento, attenzione
e comunicazione del feto, poiché queste sono da considerarsi come delle
tipiche competenze di natura neuropsicologica..
2. Sulle competenze del feto: memoria, apprendimento, attenzione e
comunicazione
(Le considerazioni riportate a questo paragrafo sono tratte in parte
dal testo Righetti P.L., Atlante elementare di Psicologia Prenatale, Roma: Ma.Gi.
Edizioni, 2002. Per un’analisi completa delle competenze fisiologiche
del nascituro del ricevere, elaborare e dare una risposta alle stimolazioni
intra- ed extra-uterine si vedano anche le tabelle che seguono).
Lo sviluppo embrio-fetale si suddivide in tre fasi: lo stadio Blastemico (dalla
fecondazione alla 21^ giornata di gestazione; in questo periodo inizia la differenziazione
del tessuto che diventerà placenta – il trofoblasto – e di
quello che diventerà embrione – embrioblasto – quindi la
differenziazione organismo/ambiente c’è fin da subito; lo stadio
Embrionale (dalla 22^ giornata alla 10^ settimana di gestazione; è il
periodo in cui iniziano a differenziarsi gli organi e gli apparati); lo stadio
Fetale (dalla 11^ settimana di gestazione fino al termine di gravidanza; è
il periodo più lungo di accrescimento del nascituro e di perfezionamento
dei vari organi e apparati). Mantenendo questa suddivisione – e richiamandoci
alla definizione data di Psicologia – è possibile comprendere che,
fin dall’inizio, si vengono a formare un “ambiente” e il suo
“abitante”.
Per comprendere meglio ciò che affronteremo di seguito (e in linea con
le basi teoriche della Neuropsicologia) ricordiamo che:
1) il cervello è costituito da circa cinquanta miliardi di neuroni con
un milione di miliardi di sinapsi1 che producono dieci milioni di miliardi di
impulsi ogni secondo;
2) l’ovulo femminile e lo spermatozoo maschile dopo la fecondazione danno
origine alla catena del DNA del nuovo essere, la quale contiene ogni informazione
necessaria alla costituzione della persona (di ogni infinitesima parte), e del
suo sistema cerebrale: l’esperienza e lo psichismo umano sono dati dal
rapporto dinamico e gestaltico tra l’uomo, come organismo costituito di
cellule, e l’ambiente;
3) la gestazione rappresenta i primi nove mesi di formazione e crescita del
bambino: al momento della nascita il bambino è già dotato di tutto
ciò di cui abbisogna per entrare nel mondo sociale (compresa l’esperienza
fatta durante la vita prenatale); in questo senso la nascita è un “momento”
(ma non l’inizio) della formazione della persona;
4) il cervello – sede dell’elaborazione degli stimoli – è
un organo dinamico;
5) il cervello è costituito in particolare dalle seguenti zone:
- il mesencefalo: per l’elaborazione delle informazioni sensoriali provenienti
dagli occhi e dagli orecchi;
- il mielencefalo (formato dal midollo allungato, dal ponte e dal cervelletto):
controlla la respirazione, il battito cardiaco, la digestione (midollo allungato),
è una zona di passaggio per le vie nervose che si portano ad altre zone
cerebrali (ponte) e regola il movimento (cervelletto);
- il proencefalo: è una zona cerebrale di passaggio e di integrazione
delle informazioni sensoriali (talamo), di mantenimento dell’equilibrio
omeostatico corporeo, e di elaborazione della motivazione e dell’emozione
(ipotalamo);
- la corteccia somatosensoriale, la corteccia motoria, la corteccia uditiva,
la corteccia visiva, le aree del linguaggio: che regolano le principali integrazioni
per la ricezione, l’elaborazione e la risposta delle funzioni sensoriali;
6) il sistema nervoso centrale inizia a formarsi già a livello embrionale
e a mano a mano che la gestazione procede, oltre a perfezionarsi, diventa funzionale
e volontario;
7) “la capacità della mente umana di imparare è il fenomeno
più notevole nell’universo biologico. Tutto ciò che fa di
noi degli esseri umani – linguaggio, pensiero, conoscenza, cultura [esperienza,
creatività, N.d.A.] – è il risultato di questa capacità
straordinaria” (Thompson, 1987) e del rapporto con l’ambiente.


2.1 Memoria
Cos’è la memoria? Quali sono le competenze che permettono ad una
persona di memorizzare un’evento, un’esperienza? E’ in grado
il feto di memorizzare “pezzi” e momenti della sua vita prenatale?
La memoria è un processo attraverso il quale un’informazione, un
dato, uno stimolo, vengono colti, elaborati, mantenuti e rievocati nel tempo;
“è il magazzino delle informazioni di un organismo, da cui questo
può richiamare le notizie di eventi trascorsi” (Arnold, Eysenck,
Meili, 1990, pag. 671).
A conferma delle capacità di memoria del feto possiamo ricordare alcuni
risultati sperimentali interessanti ottenuti.
Murooka nel 1974 ha inserito un microfono nel collo dell’utero (all’altezza
dell’arteria uterina) di gestanti vicine al parto e registrato i rumori
per 24 ore, ottenendo come risultato che il suono predominante nella cavità
uterina è il rumore del battito cardiaco. Se ne deduce che probabilmente
questo suono è il suono principale con il quale il feto ha esperienza
per tutta la gestazione: per controllare se realmente questo suono viene percepito
e “memorizzato” dal feto, Murooka ha fatto ascoltare la registrazione
a dei neonati i quali dopo l’ascolto si sono calmati ed addormentati dimostrando
così una precisa capacità di riconoscimento. Il risultato fondamentale
(successivamente confermato anche da altri ricercatori) è che il battito
cardiaco è un suono molto famigliare al neonato e che sicuramente il
processo della sua memorizzazione ha inizio a livello fetale.
Barbara Kisilevsky e Darwin Muir nel 1991 nella prima fase dell’esperimento
(fase prenatale) hanno stimolato con un suono l’addome delle gestanti
e hanno registrato i movimenti e la frequenza cardiaca dei feti; nella seconda
fase (fase neonatale) hanno fatto ascoltare gli di stimoli ai neonati registrandone
sia la frequenza cardiaca che il tipo di movimento. Anche in questo caso i risultati
hanno evidenziato l’esistenza di correlazioni tra la situazione fetale
e quella neonatale.
Nel 1995 Busnel riporta che il nascituro impara a conoscere nuovi suoni e a
cogliere i tratti prosodici del linguaggio; secondo la Bertolini (1992) queste
capacità del feto sono talmente precise che riesce a riconoscere la differenza
tra sillabe simili, oltre che, come confermato da Satt nel 1984 ricordare –
dopo la nascita – canzoni e motivetti.
Chamberlain in un suo lavoro del 1996 ritiene che i feti sarebbero in grado
di riconoscere musiche e favole diverse e che durante l’allattamento neonatale
mettono in atto un ritmo di poppata e suzione diverso se allattati mentre ascoltano
la stessa musica o musiche diverse.
Anche in un nostro studio (Righetti, 1997) abbiamo confermato che il feto è
in grado di memorizzare delle musiche con le quali è stato stimolato
durante la gravidanza: quando riproposte al neonato queste stesse musiche si
registravano dei valori di correlazione con le risposte fetali, mentre quando
ai neonati del campione sperimentale si proponevano delle musiche diverse, “non
conosciute e qundi non memorizzate” questi valori di correlazione non
si riscontravano.
Dunque, possiamo riconoscere al feto delle precise competenze di memoria e rispondere
in modo affermativo alle domande fatte in apertura di questo paragrafo.
2.2 Apprendimento
Diamo per certo che il periodo prenatale è un periodo di apprendimento
e che l’apprendimento del feto, associato a caratteristiche di tipo genetiche
ed ereditarie (date dall’ovulo materno e dallo spermatozoo paterno) determina
le sue capacità di elaborazione degli stimoli, e che tutto l’ambiente
endouterino è un ambiente di apprendimento.
Definiamo l’apprendimento come un processo associativo con il quale si
acquisiscono nuove abitudini o se ne modificano delle altre già possedute;
è un “processo di acquisizione di risposte in seguito a una esperienza:
modificazione relativamente permanente del comportamento determinata dall’esperienza”
(Sirigatti, 1995, pag. 567). Apprendere significa inserire il dato esperenziale
nella conoscenza e farlo proprio. Sotto certi aspetti, semantici e pragmatici,
apprendere è sinonimo di memorizzare. La memoria (come visto in precedenza)
è un processo neurofisiologico attraverso il quale si colgono i dati
ambientali (gli stimoli), si inseriscono nella conoscenza (la memoria a lungo
termine), si recuperano e ricordano in un secondo tempo (anche a lunga distanza
di tempo).
Possiamo confermare che il processo dell’apprendere e del memorizzare
– e quindi dell’avere conoscenza – inizi durante il periodo
prenatale, se si considera l’ambiente intra- ed extra-uterino come un
ambiente di apprendimento e accrescimento dell’esperienza e della conoscenza.
L’idea secondo cui è possibile considerare l’ambiente intra-
ed extra-uterino come ambiente di apprendimento viene da tre ordini principali
di fattori:
- il feto come “essere capace” di ricevere, elaborare e rispondere
e come “essere capace” di instaurare delle relazioni di apprendimento
con
- l’ambiente extrauterino che offre tutta una serie di stimolazioni che
determinano la crescita neurosensoriale ed esperenziale del nascituro (voci,
rumori, musiche, elementi provenienti dal contesto sociale, ecc.)
- l’ambiente intrauterino caratterizzato da rumori, suoni, voci provenienti
dall’esterno, dal battito cardiaco, il fruscio del respirare, la voce
materna, i rumori interni, le tonalità chiaro/scure, i gusti, ecc.
In particolare i rumori e la musica ci appartengono fin dal concepimento perché
in ogni momento – fin dall’inizio – l’ambiente intrauterino
è un ambiente sonoro e il feto è in grado di percepirlo: la vita
embrio-fetale è gestita da ritmi. Le sonorità endouterine hanno
un’intensità variabile da 6,3 a 80,5 dB (decibel; una frequenza
di 80 dB corrisponde circa al rumore che si sente in autostrada); la voce materna
arriva al feto con un’intensità maggiore di 5.2 dB rispetto all’esterno.
In questo senso crediamo di poter considerare l’ambiente e tutto il periodo
prenatale come fattori di apprendimento; in questo senso la nascita è
un appuntamento evolutivo che ci mette di fronte ad un bambino già capace
che continua a formarsi.
2.3 Attenzione
In un nostro lavoro (Tonello, Righetti, Casadei, Maggino, in corso di pubblicazione)
riteniamo che “ il termine attenzione è connesso con quello di
selezione, termine, quest'ultimo, che indica il processo attraverso il quale
solo alcune porzioni di informazione sensoriale vengono codificate ed elaborate,
mentre altri aspetti della realtà vengono trascurati (Simion, 1989).
L’attenzione […] è costituita da quell'insieme di meccanismi
che permettono di selezionare le informazioni provenienti dal mondo esterno
o dalla memoria a lungo termine, per sottoporle ad elaborazione. L’attenzione
è un costrutto molto complesso e a riprova di ciò, essa viene
sempre più frequentemente descritta come un sistema che comprende al
suo interno diverse componenti o meccanismi ciascuno dei quali assolve ad una
funzione specifica (Enns, 1990; Poster, Peterson, 1990)”.
Ricca è la letteratura che si occupa dell’attenzione nei bambini,
fin dai primi giorni di vita, attraverso lo studio della Suzione non Nutritiva
(SNN) (Tonello, Righetti, Casadei, Maggino, in corso di pubblicazione): l’idea
è che le competenze di SNN siano apprese a livello prenatale e rappresentino
un dato a favore che anche il feto è in grado di attivare precisi meccanismi
attentivi verso gli stimoli provenienti, oltre che dall’ambiente intra-uterino,
anche da quello extra-uterino.
E’ confermato che il feto è in grado di selezionare sono alcuni
tipi di stimoli che lo interessano (vedi per esempio rumori, voci, suoni che
rientrano in precisi range di decibel) e che riescono ad essere trasmessi e
trasportati nel circuito ambiente-placenta-liquido amniotico-feto. A riprova
di ciò richiamiamo l’attenzione del lettore sugli esperimenti ricordati
in precedenza a proposito della memoria fetale.
2.4 Comunicazione
Cosa significa comunicare? Quali sono gli elementi che ogni persona utilizza
e mette in atto per comunicare? E un nascituro è dotato degli elementi
per comunicare? Se il feto possiede delle capacità per ricevere ed emettere
informazioni si può parlare di comunicazione?
La comunicazione è stata il fattore che ha maggiormente resa possibile
l’evoluzione umana, a livelli così alti e in tempi così
relativamente brevi; ogni innovazione ha potuto essere diffusa, rendendone partecipi
anche altri individui, permettendo così a loro di fruire degli eventuali
benefici.
La comunicazione consente lo scambio di informazioni, rendendo partecipi di
un esperienza due (o più) individui distinti ed è fondamentale
per l’essere umano, per la sua evoluzione personale e per la sua sopravvivenza,
sia strettamente fisica che sociale e psicologica. Comunicare è entrare
in contatto e quindi avere esperienza. Perciò la comunicazione è
fondamentale per fare del bambino un uomo.
Se la comunicazione, questo “passaggio” di informazioni su emozioni,
sentimenti, comportamenti, relazioni, è così fondamentale, viene
spontaneo chiedersi: qual è il momento in cui inizia questo scambio?
Ci sono due particolari caratteristiche che distinguono la comunicazione dal
semplice comportamento:
1) per poter codificare gli elementi di un messaggio la persona che lo produce
deve operare ad un certo livello di consapevolezza e pertanto con un certo grado
di intenzionalità (Blaker, 1979; Mc Kay, 1972; von Cranach, Vined, 1973);
2) si tratta di un processo, ossia un sistema che richiede più attori
in una serie di eventi in atto. Perciò l’attenzione è rivolta
all’interazione, alla diade come unità di analisi di base, che
possiede un passato (memoria) un presente e un futuro (possibile) (Krueger,
1982; Watzlawick, et al., 1971).
Mentre nell’atto di comunicare si ritroviamo alcuni universali:
- il contesto: qualsiasi comunicazione avviene all’interno di un contesto,
il quale può avere quattro dimensioni: fisica, psicologica, temporale
e sociale; queste quattro dimensioni si influenzano reciprocamente;
- i comunicanti: individui con capacità biologiche e pregresse esperienze
(solitamente definiti come l’emittente e il ricevente);
- i messaggi: che possono impegnare, per l’invio o la ricezione, uno o
più organi di senso;
- il canale: mezzo fisico attraverso il quale avviene l’atto comunicativo;
- il feedback: informazione di ritorno sulla comunicazione avvenuta che proviene
dal ricevente oppure dallo stesso emittente;
- la codifica e la decodifica dei messaggi: per esprimere i nostri pensieri
noi dobbiamo trasformarli in suoni, gesti, segni, e viceversa, per decodificare
dei suoni, gesti e segni noi dobbiamo trasformarli in pensieri. Ovviamente perché
ci possa essere una comunicazione è necessario vi sia una condivisione
dei codici di codifica e decodifica (Ricci Bitti, Zani, 1983).
Queste informazioni permettono di capire in modo generale quelli che sono gli
elementi necessari che ogni persona deve possedere per poter instaurare delle
relazioni comunicative e ci fanno capire che un nascituro per poter comunicare
ha bisogno di quattro ordini fondamentali di capacità:
- capacità di ricevere degli stimoli;
- capacità di elaborare gli stimoli;
- capacità di rispondere agli stimoli;
- capacità relazionali e psicologiche.
Possiamo riassumere che i sistemi comunicativi e relazionali del feto sono costituiti
dalle competenze fisiologiche e sensoriali (per la ricezione dello stimolo),
dalle competenze del sistema nervoso sommate alle competenze psicologiche (per
l’elaborazione dello stimolo), dal movimento e la frequenza cardiaca (come
risposta), dall’ambiente intra- ed extrauterino (come ambiente di apprendimento)
e dalla relazione stretta con la madre e allargata con l’ambiente esterno.
Poiché il feto è dotato di queste quattro capacità –
che si basano proprio su aspetti neuropsicologici – possiamo ritenerlo
capace di comunicare sia con l’ambienteintra-uterino (la madre) che con
l’ambiente extra-uterino. Aggiungiamo inoltre che un’ulteriore competenza
comunicativa si ritrova nel suo movimento (si veda il contributo di Tajani E.
e Tajani M.).
In questo senso siamo dell’idea che non si sviluppa “semplicemente”
un bambino da un punto di vista cognitivo, intellettivo, fisico, ecc., ma che
si sviluppano – fin dal periodo prenatale – delle comunicazioni
e delle relazioni significative per lo sviluppo del nascituro/bambino stesso,
della madre, e di tutto il contesto famigliare allargato del periodo gestazionale
(Righetti, Sette, 2000).
Di più: già in precedenza (sempre nelle pagine del Giornale di
Psicologia e di Educazione Prenatale, e in altri lavori, si veda: Righetti 1996a,
2000, 2001, Righetti, Sette, 2000) abbiamo avuto modo di definire gli Stati
dell’Io Prenatale confermando la vita psicologica ed emotiva del feto;
gli stessi Stati dell’Io che, in un contesto relazionale, e rifacendoci
all’ermeneutica della Psicoterapia della Gestalt, stiamo studiando attualmente
attraverso il concetto di Sé Prenatale e Cicli di Contatto Prenatale
(Righetti, in corso di lavorazione).
Dunque riconoscendo al nascituro capacità di memoria, apprendimento,
attenzione, comunicazione e psicologico-emotive possiamo riconoscergli tipiche
competenze di natura neuropsicologica..
3. Aspetti conclusivi: per una definizione preliminare di “Neuropsicologia
Prenatale”
A questo punto crediamo che ci siano gli elementi fondamentali per
dare una definizione preliminare di Neuropsicologia Prenatale a partire dalla
definizione data di Neuropsicologia e Psicologia Prenatale.
A nostro parere però è necessaria una precisazione. Sia nell’articolo
di Hepper e Shahidullah, che in quello di Tajani e Tajani riportati in questo
numero del Giornale, che in nostri lavori precedenti (Righetti, Sette, 2000
– si veda anche la tabella precedente), si ricorda come il movimento sia
uno dei fattori principali che permette di definire la nascita e la crescita
precoce delle competenze psicologiche a partire dal periodo prenatale.
Difatti – forse perché il più studiato vista la non invasività
delle tecniche utilizzate2 – il movimento è sempre stato riconosciuto
come benessere della crescita neuropsicologica e neurofisiologica del feto.
Il movimento è evidenziabile fin dalle primissime settimane di gestazione
e durante il periodo pre-nascita diventa sempre più raffinato e volontario.
In utero è possibile evidenziare dei movimenti simili a quelli emessi
da un neonato.
In questo senso possiamo empiricamente osservare il movimento e rapportarlo
al comportamento il quale è strettamente correlato all’attività
psicologica: dunque il movimento fetale è comportamento e quindi esperienza
psicologica.
Gli stessi Hepper e Shahidullah (si veda il loro articolo) ci ricordano che:
“Il tempo in cui si credeva che l’embrione in sviluppo, o il feto,
acquisisse una mente variava dal momento del concepimento al momento della nascita.
Mentre la mente, si è dimostrato in modo formidabile, che può
essere definita in termini relativamente molto semplici, come per esempio il
luogo della coscienza, pensiero, azione, intelletto, sentimenti, localizzando
la sua presenza fisica, in termini di strutture anatomiche. Sebbene sia ampiamente
accettato che la mente è localizzata nel sistema nervoso centrale, i
tentativi di identificare le strutture neurali associate con le funzioni della
mente sono stati difficili e infruttuosi. Così i tentativi di datare
le origini dello sviluppo della mente dallo sviluppo prenatale delle strutture
neurali deve essere indagato. D’altra parte, il comportamento dell’adulto,
piuttosto chiaramente, fornisce prove sul funzionamento della mente. Auto-consapevolezza,
coscienza, auto-coscienza, emozioni, azioni controllate direttamente sono sia
auto-evidenti che evidenti per gli altri. Le origini dello sviluppo della mente
possono essere perciò meglio identificate attraverso l’osservazione
e gli studi sull’ontogenesi del comportamento [a partire dal periodo prenatale,
N.d.A.]” (corsivo aggiunto).
Dunque, riprendendo le definizioni date all’inizio del nostro articolo
di Psicologia Prenatale e Neuropsicologia, gli lelementi principali che emergono
sono riassumibili nei concetti che seguono:
- esperienza;
- comportamento;
- processi biologici e sistema nervoso;
- contatto organismo/ambiente e relazione;
- ambiente di stimolazioni;
- ricezione, elaborazione e risposta volontaria agli stimoli;
- memoria, apprendimento, capacità sensoriali, attenzione, comunicazione,
movimento;
- Stati dell’Io Prenatale (Righetti, Sette, 2000), Sé Prenatale
e Ciclo di Contatto Prenatale (Righetti, in corso di lavorazione).
Riconoscendo queste capacità al nascituro, crediamo che la Neuropsicologia
può comprendere anche la Neuropsicologia Prenatale, e che la ricerca
in materia nel futuro raccoglierà tutta una serie di nuove conoscenze
atte a darne una sempre maggiore importanza per la comprensione della personalità
umana.
Inoltre, se fino ad oggi si è cercato di studiare lo sviluppo “normale”
dello psichismo fetale è auspicabile che un giorno si possano avere anche
delle informazioni sullo sviluppo “non-normale” e quindi sui predittori
diagnostici.
Saranno la genetica, la biologia, la medicina pre- e peri-natale, l’ostetricia-ginecologia,
eccetera, e ovviamente la psicologia, che in futuro ci daranno nuove teorie
atte ad allargare la conoscenza verso il bambino, il suo mondo, le sue relazioni
a partire dalla sua “Vita segreta prima della nascita”.
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Il Bambino come
realtà globale
di Myriam Zarantonello
Negli anni ’90 a Milano si è tenuto uno dei primi convegni sull’Educazione Prenatale e si è incominciato a discutere di un aspetto sicuramente trascurato per troppo tempo.
Un bimbo quando nasce ha già nove mesi di vita.
Durante questo periodo, giorno dopo giorno, costruisce il suo corpo, la sua mente, la sua personalità. Il suo mondo è da considerarsi il mondo dei pensieri, dei desideri, delle emozioni di sua medre e di suo padre. In utero cresce e si sviluppa sereno nella misura in cui è serena la madre; sviluppa la sua sensibi-lità nella misura in cui la madre lo stimola comunicando con lui; il feto ama comunicare (nel primo trimestre lo fa con messaggi chimici) poi quando organi, arti e muscoli cominciano a funzionare lo fa con i movimenti… ci sono, sei con-tenta? Fermati, rispondimi, parlami… diventerà curioso e aperto agli altri se il padre si farà conoscere come mondo “altro” tutto da scoprire. È stato dimostrato che stress, tensioni, rifiuto… possono ostacolare lo sviluppo del bambino quanto malattie e sostanze tossiche.
Dalla consapevolezza che il bambino sente..., ascolta…, impara… nasce l’urgenza di comunicare con lui prima che nasca.
Diventa urgente, dunque, comunicare tutto questo ai futuri genitori attraverso corsi educativi.
I primi risultati sono incoraggianti: i genitori manifestano un attaccamento profondo e precoce verso il loro bambino; hanno con lui scambi significativi; le mamme incontrano minor difficoltà nel parto e nell’allattamento del bambino, che a sua volta si presenta più tranquillo.
I padri in effetti sono molto contenti di essere informati e di capire come pos-sono trasmettere amore ed essere d’aiuto alla loro compagna ed al loro bambino prima, durante e dopo il parto.
I mezzi di informazione hanno dato di recente ampio rilievo ai risultati di una ricerca europea che mostra che i padri in Europa dedicano meno di un’ora al giorno ai figli.
I padri italiani sono gli ultimi in classifica con soli 15 minuti.
Il padre, attore nel concepimento, deve esserlo anche nel contenimento e nel progetto comune della famiglia.
Molti genitori sono talmente stressati di giorno che arrivano sfiniti la sera a casa. Godere della compagnia dei figli diventa un’ulteriore fatica. Per questo molte coppie rinunciano ad avere un figlio e più di un figlio.
Al tempo stesso si amplifica il numero di coppie e di singoli disposti a sperimentare qualunque mezzo per avere un figlio ad ogni costo.
Un figlio è una persona, non un oggetto che chiunque ha diritto di possede-re.
Seppure sia evidente come l’avere un figlio parta da desideri profondi della personalità di un individuo, risulta difficile accettare l’idea di mettere al mondo una creatura con finalità prevalente di autorealizzazione o di dare senso alla coppia. Ciò vale anche nel caso in cui il figlio venga adottato.
Alla base del diventare genitori ci sono alcune dimensioni fondamentali come: la responsabilità, la consapevolezza e la competenza, che non riguardano solo la conoscenza di nozioni o tecniche ma coinvolgono ogni livello della personalità, quindi il sapere, il saper fare e il saper essere.
Un sapere che può essere acquisito, ma anche “ tirato fuori” da sé dalla pro-pria esperienza ed originalità.
Un figlio in grembo esige anzitutto questa primitiva forma di responsabilità: sviluppare una attitudine all’accoglienza, la capacità di ripensare ritmi di vita, spazi abitativi, priorità lavorative, al fine di testimoniare al nuovo nato che la sua presenza è gradita, che lo attende un mondo amico e che questo mondo lui potrà concorrere a renderlo più buono.
Bisogna che accanto al desiderio cresca la consapevolezza che quel figlio è una persona, da accogliere con dei diritti che i genitori devono tutelare, con un progetto di vita che i genitori devono aiutare a realizzare.
Oggi viviamo in una società che si preoccupa molto di più di produrre beni e servizi sempre migliori piuttosto che favorire la crescita di persone responsabili, creative, capaci di essere cittadini e genitori competenti.
Oggi troppi genitori vengono lasciati soli a destreggiarsi davanti ad un com-pito difficile. Ognuno isolato nella propria famiglia con dubbi, preoccupazioni ed ansie e solo gli sceneggiati tv come modelli.
Occorre impegnare risorse e strategie sulla formazione dei futuri genitori! Crescere cittadini sereni e responsabili non può essere compito lasciato solo ai genitori, ma è compito dell’intera comunità.
La gravidanza è il tempo più prezioso per imparare a “ diventare genitori”, non deve essere sprecato!
Essi rispondono ancora poco alle profonde esigenze di una nuova consapevo-lezza in relazione ai bisogni di formazione e crescita del bambino in utero.
È il bambino il soggetto “dell’avventura” nascita, lui e la sua salute globale devono essere al centro dell’attenzione e dell’educazione.
Perché non trasformare questi corsi focalizzati sul “ partorire bene” in percorsi nascita che accompagnano la coppia a conoscere la realtà globale del bambino e a diventare genitori competenti?
Se il valore dei figli fosse misurato dal numero che le coppie italiane hanno, bisognerebbe senz’altro concludere che l’Italia è il paese del mondo dove i figli hanno meno valore. Nel 2001, dopo anni in cui abbiamo tenuto il primato mon-diale di denatalità, torniamo a crescita zero, con un numero medio di figli per donna in età feconda di 1,25, che tocca l’apice a Bolzano con 1,52.
Sicuramente il bambino è qualcosa di più di quello che comunemente si crede.
È l’espressione più pura e diretta della vita e dell’amore umano.
Con la sua purezza e sensibilità aiuta i genitori a guardare la realtà con gli occhi dello stupore, della meraviglia, della tenerezza.
Chiede in cambio disponibilità, considerazione, rispetto, sensibilità.
Il bambino ha dei diritti che esprimono i suoi bisogni irrinunciabili.
Eccone alcuni:
- Il diritto alla vita e alla salute;
- Il diritto all’amore;
Il diritto ad essere sé stesso: quali che siano le basi di partenza il bambino deve poter conseguire una piena realizzazione umana.
Non è ancora maturata una visione globale della realtà del bambino, si spera un figlio sano, possibilmente bello, facilmente addomesticabile ai congesti ritmi della convivenza famigliare, docile ed intelligente, almeno da restituire con riconoscenza il caldo e illuminato affetto con cui i genitori lo stanno per accogliere.
Fra le contraddizioni profonde che segnano la società moderna, una delle
più inquietanti riguarda il posto del bambino nel mondo.
Da un lato diritti proclamati e sanciti da leggi, dall’altro la diffusione
di ogni sorta di violenze, a cominciare da quello sul bambino non nato.
Il diritto alla vita rischia di apparire un appello retorico se non si sostanzia
un reale atteggiamento di accoglienza alla globalità della vita stessa.
L’ultima sessione speciale dell’ONU sull’infanzia si è
aperta dopo 11 anni di promesse ed intenzioni: ma le guerre che rappresentano
una costante e diffusa calamità hanno per il 90% dei casi, come vittime,
donne e bambini.
Il 40% dei bambini nei paesi in via di sviluppo vive in assoluta povertà.
La mancata assistenza delle donne in gravidanza è la prima causa di morte femminile; analoghe carenze di cure pre- e post- natali causano la morte di ben 10.000.000 di bambini, stroncati da malattie che si possono prevenire.
“ Il bambino ha bisogno per lo sviluppo armonico della sua personalità, di amore e comprensione, … deve crescere, per quanto possibile, sotto la custodia e la responsabilità dei suoi genitori e, in ogni caso, in un’atmosfera di affetto e di sicurezza morale e materiale”.
Il primo diritto è, insieme alla continuazione della vita, quello di
iniziar-la in un ambiente intriso di gioia, di accoglienza, di tenera accettazione,
di conferma affettiva.
L’abbandono affettivo è la causa principale di disturbi psicosomatici,
com-portamentali e del rendimento scolastico del bambino.
È di questi giorni la notizia che 50.000.000 di bambini nel mondo sono senza diritto all’identità fin dalla nascita!
Il 41% dei nati non ha un atto di nascita, che vuol dire una identità anagrafi-ca, un nome, una cittadinanza, non possono godere della più basilare protezione contro abusi e sfruttamento, adozioni illegali, trafficanti.
Quanti sono i bambini senza un futuro…!
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“AMARLO PRIMA CHE
NASCA”
L’importanza del legame madre-figlio in gravidanza
di Jean-Pierre RELIER
ABSTRACT: Ogni momento della gravidanza è il risultato dell’interazione tra l’amore e gli stress ambientali , fin dal momento del “desiderare un figlio”. Le ripercussioni dello stress sono molteplici ad ogni tappa: dalla creazione (dal dominio del desiderio) dove lo stress può portare anche a sterilità, al periodo embrionale dove lo stress della madre può portare alla modificazione della placenta, alla nascita dove il nascituro deve far fronte ad una quantità di eventi stressanti dovuti al rapido cambiamento dell’ambiente ad al repentino adattamento che deve mettere in atto al momento della venuta al mondo. Se già il travaglio e la nascita sono forti fonti stressanti si auspica che i compor¬tamenti immediatamente successivi all’espulsione non lo siano altrettanto da parte degli specialisti. Si invita quindi l’ambiente medico ed i genitori a rendersi consapevoli sul fatto che il bambino possa trovare, una volta nato, un ambiente accogliente, e non freddo, tanto quanto il grembo materno, ben consci che questo sarebbe possibile attraverso il semplice amore.
“Aspettare un bambino, seguirlo nel suo sviluppo e metterlo al mondo
è un’avventura meravigliosa. Certe donne lo avvertono spontaneamente,
e sanno come proteggersi e proteggere il figlio. Altre, più fragili,
forse meno sicure di sé o mal informate, compromettono senza volerlo
l’evoluzione della loro gravidanza, e mettono al mondo il loro bambino
prematuramente. Trentacinque anni di pratica di medicina perinatale mi hanno
portato ad interrogarmi sulle ragioni per cui un bambino che ha bisogno di circa
quaranta settimane di gestazione per arrivare al suo completo sviluppo ed essere
pronto a nascere, a volte viene alla luce prima del tempo. Per tanto tempo ho
pensato, come la maggior parte dei miei colleghi, che accanto ad alcune ragioni
biologiche ne restassero da scoprire altre, ancora sconosciute. E in realtà
ne esistono, anche se non spiegano tutto.
Quello che trentacinque anni di esperienza mi hanno insegnato, è che
il legame che unisce una madre a suo figlio, e viceversa, è un legame
che non è esclusivamente biologico, ma anche intessuto d’amore,
d’affetto e, talvolta, d’angoscia, e che esso è determinante
già molto tempo prima della nascita. Molti casi, tra quelli che ho incontrato,
lo dimostrano: ogni alterazione in questo legame (sia dovuta a uno stress cronico
vissuto dalla madre per ragioni sentimentali o professionali, a un’eccessiva
fatica, o a un’angoscia inspiegabile) determina un rischio maggiore di
parto prematuro.”
Nel corso di quest’intervento, vedremo quali possano essere le ripercussioni
dello stress su questo legame madre-figlio nel corso dei quattro periodi in
cui si articola la gravidanza:
- il periodo della creazione,
- il periodo del concepimento,
- il periodo embrionale,
- il periodo fetale.
Definizione dello stress
Lo stress è “uno stato caratterizzato da una rottura dell’equilibrio,
chiamato omeostasi, in rapporto con gli eventi della vita”. L’Amore,
che è all’origine della vita, in quanto prerequisito dell’Uomo,
è in un certo qual senso indissociabile dallo stress. Lo stress, indissociabile
dalla vita, può pertanto essere considerato parte importante dell’Amore.
Iniziare a studiare le conseguenze dello stress della gestante sullo sviluppo
del feto e del bambino significa indubbiamente chinarsi sulle conseguenze “bioaffettive”
di uno stress acuto, subacuto o cronico sul comportamento fetale. Inoltre, ma
forse anche soprattutto, significa cercare di cogliere, accanto al ruolo deleterio
dello stress, in quale misura lo stress o gli stress siano utili, se non addirittura
necessari, ad una crescita “equilibrata”. Infine, si tratta di valutare
il ruolo ed i mezzi della madre nel “proteggere” il feto dalle conseguenze
talora drammatiche di quest’aggressione, prevedendo l’utilità
di un supporto psicologico alla donna in caso di minaccia di parto prematuro
[1].
Natura dello stress:
E’ ormai ammesso che l’accrescimento fetale è la risultante
di una duplice influenza di sviluppo:
- l’espressione del patrimonio genetico (l'innato),
- i fattori epigenetici ed ambientali (l'acquisito).
In ambito neurobiologico, l’acquisizione molto precoce dei recettori adibiti
alle grandi funzioni percettive [2], ad un’età gestazionale di
otto-dieci settimane, costituisce il passaggio dal periodo embrionale al periodo
fetale e consente di cogliere pienamente il contributo di questi fattori epigenetici
o ambientali alla qualità della crescita cerebrale (a titolo d’esempio).
Si può dunque ritenere che lo stress, evento ambientale, possa intervenire
nell’evoluzione di questi due processi, con un’azione diretta dell’ambiente
sulla crescita o sulla differenziazione di un organo o di una funzione oppure,
nella maggior parte dei casi, con un’azione mista - in cui spesso è
impossibile stabilire l’elemento dominante - tale da consentire o impedire
l’espressione del genoma, ereditata dal patrimonio genetico dei genitori,
oltre all’azione diretta dell’ambiente sulla crescita e sulla differenziazione
cellulare.
I – Il periodo della creazione
Nella nostra epoca, viene troppo spesso ignorato, per non dire negato e quindi
trascurato. Eppure, è il momento cruciale in cui l’uomo e la donna
che si amano diventano consapevoli del loro potere creativo.
La qualità della vita si definisce fin da questo periodo - assolutamente
invisibile, impalpabile e dunque inesistente agli occhi dei più - sulla
base dell’amore di questa coppia sostanzialmente complementare.
E’ probabile che i biologi ed i fisiologi del periodo antenatale abbiano
difficoltà ad accettare la realtà di questo periodo. Per fortuna,
gli psichiatri e gli psicanalisti riconoscono e sottolineano l’importanza
di questo “desiderio di un figlio”, così come l'esistenza
la concretezza di un’interazione molto precoce tra l’amore dell’uomo
per la donna ed il figlio voluto. Il figlio diventa la materializzazione di
un amore totale tra due esseri complementari, che si esprime schematicamente
a tre livelli [3]:
1. Il livello comportamentale, ovverosia fisico, a livello del corpo, della
voce, degli scambi sensitivi e sensoriali, ma anche della parola e dello sguardo
tra partner.
2. Il livello affettivo, caratterizzato dal tono affettivo globale dello scambio
tra partner, che è si basa sulla loro capacità di entrare in sintonia
affettiva, ovverosia di essere in grado di condividere le esperienze emotive
ed affettive.
3. Ma soprattutto, ed è quello che ci interessa in questa sede, il livello
fantasmatico, contemporaneamente immaginario (conscio e preconscio) e fantasmatico
(inconscio), che sottolinea l’importanza della vita psichica dei due partner,
aprendo la prospettiva della dimensione transgenerazionale, ossia la trasmissione,
dai genitori al bambino, di una serie di elementi nascosti della loro storia
e del rapporto con i loro stessi genitori.
L’influenza dello stress in questo periodo è estremamente varia.
Molto schematicamente, si potrebbero ipotizzare due categorie di stress: quello
dell’ambiente immediato (spesso consapevole, ma non sempre), e quello
della famosa dimensione transgenerazionale, dominata dall’inconscio. Le
conseguenze di questo stress sono multiple. La più evidente è
l’impossibilità di una gravidanza, che induce a parlare di sterilità,
mentre per lo più si tratta solo di un’ipofertilità transitoria,
tale da giustificare l’intervento dello psicoterapeuta o dello psicanalista.
II – Il periodo del concepimento
E’ l’inizio della “gravidanza fisica” caratterizzata
dall’unione di ovulo e spermatozoo a livello della tuba uterina della
donna, qualche ora o qualche giorno dopo l’ovulazione.
Questo periodo è per definizione a rischio, dato che gli embriologi ed
i genetisti ci dicono che solo il 25-30% dei concepimenti sfociano in una gravidanza.
Le cause di queste interruzioni precoci sono molteplici e per lo più
poco conosciute, dall’anomalia genetica incompatibile con la vita all’aggressione
ad opera di agenti infettivi o tossici, passando attraverso tutti gli stress
psicologici, consapevoli e non.
In una lettura magistrale in occasione del convegno della “Neonatal Society
del 1999”, Victor HAN [4] riferiva che è ormai possibile evidenziare,
alla superficie dell’ovulo, i recettori per le IGF1 e IGF2. La loro distribuzione
non è la stessa prima e dopo il concepimento, e neanche al momento dell’impianto
nella mucosa uterina. Victor HAN riconosce che uno stress materno al momento
della fecondazione può modificare l’equilibrio di questi recettori.
Estrapolando quest’idea di HAN, un giorno si potrà forse dimostrare
l’importanza dei “fattori ambientali” nella qualità
della fecondazione e nel proseguimento della gravidanza.
III – Il periodo embrionale
Inizia al momento dell’annidamento nella mucosa uterina e dura fino all’ottava
settimana. E’ il periodo in cui si formano tutte le strutture principali,
un periodo di massima crescita, perché in meno di due mesi l’essere
umano passa dallo stadio monocellulare a quello di embrione di trentun millimetri,
con già otto miliardi di cellule.
Per influenza pressoché esclusiva del processo genetico, questo periodo
di esplosione cellulare è comunque sensibile all’Ambiente, grazie
alla "placenta che alcuni psichiatri, come Michel SOULÉ, considerano
parte della triade della gravidanza: madre, feto e placenta”.
Sempre nel corso del medesimo congresso della Neonatal Society, Victor HAN ha
ricordato il ruolo essenziale delle IGF2, che è quello di assicurare
l’invasione trofoblastica e dunque l’organizzazione della placenta.
Ne consegue che uno stress psicologico della madre in questa fase iniziale della
gravidanza può modificare l’organizzazione della placenta, provocando
quelle manifestazioni vascolari tardive come l’ipertensione arteriosa
gravidica, la tossiemia, la pre-eclampsia e il ritardo di crescita intrauterino
(R.C.I.U.).
Alcuni autori avevano già insistito sull’importanza di un equilibrio
psico-affettivo di qualità, fin dalle prime settimane, ai fini della
prevenzione della prematurità e del R.C.I.U. [5]. L’intervento
psicoterapeutico e farmacologico precoce consente inoltre di prevenire la tossiemia,
l’ipertensione gravidica e il R.C.I.U., evitando precocemente le anomalie
del microcircolo placentare, osservate all’esame anatomopatologico delle
placente di questi feti [6].
IV – Il periodo fetale
E’ davvero il periodo di crescita e di sviluppo più completo di
tutta questa fase perinatale. A partire dalla settima settimana, infatti, appaiono
i recettori delle diverse forme di sensorialità e sensibilità,
che faranno di quest’organismo dallo sviluppo straordinario un essere
umano multipercettivo. E’ così che si organizza un’interazione
completa tra il figlio, la madre, il padre e più indirettamente l’ambiente.
A partire dalla settima settimana, fanno la loro comparsa i recettori della
sensorialità olfattiva, tattile, vestibolare e infine acustica, consentendo
progressivamente al giovane feto di acquisire consapevolezza del proprio ambiente
uterino e materno.
Tutti questi stimoli periferici modulano, stabilizzano, differenziano la crescita
dei diversi organi che hanno iniziato a svilupparsi nell’embrione. Appaiono
poche strutture nuove. La crescita è ancora rapida fino a quindici settimane,
mentre l’aumento di peso diventa spettacolare negli ultimi tre mesi della
gravidanza.
Senza ritornare sull’organizzazione anatomica e funzionale di queste capacità
percettive [2], è importante ricordare che il benessere fetale è
reso possibile dal liquido amniotico (L.A.), indispensabile e insostituibile
nella qualità dell’interazione madre-figlio e addirittura genitori-feto.
Sono infatti le molecole del L.A. che, a partire dalla settima-ottava settimana,
stimolano i numerosi recettori della sensorialità chimica. Inoltre, la
modifica delle molecole aromatiche del L.A., sotto l’influsso delle abitudini
alimentari o addirittura delle emozioni (di gioia o di stress), consente al
giovanissimo feto di partecipare agli stati emotivi della madre: gioia, tristezza,
piacere, ma anche angoscia, ansia, stress.
E’ sempre il L.A. che i ricettori cutanei recepiscono, fin dalla decima
settimana, come una pelle supplementare, che se ne andrà con la rottura
delle acque, prima separazione del figlio dalla madre al momento della nascita.
E’ attraverso il L.A. che il feto diventa consapevole del suo ambiente
uterino, ma anche della carezza della madre e del padre, in quell’approccio
straordinario che è l’aptonomia.
E’ ancora attraverso il L.A. che si trasmettono le vibrazioni sonore che
vanno a percuotere gli ossicini uditivi, presenti fin dalla dodicesima settimana,
attraverso una membrana timpanica fissata alla cassa del timpano fin dall’undicesima
settimana.
E’ sempre nel L.A. che il feto può trovare un suo equilibrio, muoversi,
divertirsi consapevolmente, grazie ad un sistema labirintico provvisto di canali
semicircolari, che raggiungono la forma e le dimensioni definitive fin dalla…
decima settimana di gravidanza.
L’elenco delle competenze del feto è ben lungi dall’essere
esaustivo. E’ impossibile, nel corso di un intervento così breve,
passarle in rassegna tutte. Ciò che conta è sapere che, durante
questo periodo, tutti gli influssi ambientali acquisiscono un’importanza
fondamentale nell’organizzazione cerebrale e nella qualità del
futuro ometto.
Queste considerazioni valgono sia per le interazioni psico-sensitivo-sensorio-affettive
con la madre, sia per le interazioni con il padre ed anche per l’influsso
di determinati eventi che si verificano in momenti precisi della gravidanza
[2]. Gli studi recenti del gruppo di epidemiologi capeggiato da D.J.P. Barker
hanno permesso di dimostrare il contributo di taluni eventi verificatisi nel
corso della vita fetale nella comparsa di patologie che si sviluppano in età
adulta, come le malattie cardiovascolari, l’ipertensione arteriosa essenziale
o altre patologie dell’emostasi [7].
In occasione delle GIORNATE DI NEONATOLOGIA del 1996, un’intera tavola rotonda è stata dedicata all’”importanza dell’imprinting nella biologia dello sviluppo”, consentendo di insistere sia sull’importanza della genetica (e quindi di ciò che è innato), sia sull’importanza dell’ambiente (e quindi di ciò che è acquisito) per la qualità della vita del soggetto [8].
V – Alla nascita
La nascita rappresenta un momento difficile nella vita già lunga di quest’Uomo.
Nel giro di qualche ora, infatti, dovrà lasciare e dimenticare quell’utero
così dolce e confortevole, fatto di tenerezza, amore, calore e benessere.
In pochi minuti, dovrà adattare le sue principali funzioni vitali, passando
dalla fisiologia fetale, pressoché acquatica, interamente dipendente
dalla madre, alla fisiologia aerea, pressoché autonoma. E’ inevitabile
passare in rassegna tutti questi processi di adattamento sensitivi e sensoriali,
per meglio capire l’importanza di un ambiente, se non idoneo, se non altro
il meno aggressivo possibile.
IL TRAVAGLIO
- La prima ad essere messa alla prova è la sensibilità cutanea
superficiale e profonda. Fin dalle prime contrazioni uterine, infatti, il feto
percepisce l’aumentata pressione dell’utero. Già nettamente
superiore alla pressione atmosferica in condizioni normali, la pressione uterina
si accentua in valore e in durata, interessando tutto il corpo fetale, accelerando
la presentazione cefalica contro questo collo, progressivamente appiattitosi
i giorni precedenti, che ora si dilata grazie al sacco amniotico.
Ben presto, tuttavia, la borsa delle acque si rompe, lasciando fuoriuscire il
L.A. E’ la prima separazione, la prima causa di disperazione. Fin dalla
decima-dodicesima settimana di gravidanza, infatti, il feto ha percepito il
L.A. come una vera e propria seconda pelle. E’ forse il motivo per cui
alcuni adulti ricordano una sensazione di scorticamento. Ma non è ancora
niente rispetto a ciò che segue. Il travaglio si definisce. Le contrazioni
diventano sempre più frequenti, sempre più forti ed efficaci,
comprimendo il bacino, facendosi strada come una spinta ondulatoria lungo il
rachide, soffocando il torace, impedendo qualsiasi movimento respiratorio, stringendo
la scatola cranica che adatta progressivamente la disposizione delle ossa craniche
per poter superare il canale vaginale, sempre insufficiente a lasciar passare
il diametro normale del cranio di un neonato a termine.
Sottoposto a queste pressioni “terribili”, il feto dimentica per
lo più la sensazione cutanea provocata dalla fuoriuscita del L.A. Tutti
i suoi sforzi sono concentrati nell’uscire quanto prima da questa prova
terribile, da cui si riprende sempre meno bene, nel corso di episodi di calma,
durante i quali si può ripristinare una certa circolazione placento-fetale.
Stando alle testimonianze raccolte nel corso di colloqui psicanalitici in età
adulta, il feto, che ha l’impressione di dover vincere la madre per poter
vivere, è preda di un’angoscia profonda. Questa nozione di “combattimento
all’ultimo sangue” per la sopravvivenza non è eccezionale
e si spiega con il dramma che può rappresentare il travaglio, ma soprattutto
la fase espulsiva.
L’ESPULSIONE rappresenta l’ultima prova.
Prima manifestazione “unificante” perché “massaggia”
violentemente TUTTO il corpo, dal bacino al cranio, creando per la prima volta
una vera e propria energia cranio-sacrale, di cui sarebbe utile tenere conto
alla nascita. Il “massaggio” agisce come una spinta iniziale verso
la vita autonoma del corpo, come il tuffatore che tocca il fondo prima di iniziare
la risalita. Stimola la scatola cranica e il cervello, risvegliando la forza
di spinta ondulatoria del rachide, che prefigura la capacità di raddrizzarsi.
Le altre capacità sensoriali sono provvisoriamente sospese prima dell’apertura
al mondo aereo. Comprime la gabbia toracica, da cui espurga il muco, in vista
della prima inspirazione. Mobilizza i cingoli scapolari (le “clavicole”,
le piccole chiavi dell’apertura spirituale!) ed i cingoli pelvici prima
della totale libertà di movimento [9].
LA NASCITA è la vittoria!
Appena uscito, il corpo si trova a fare i conti con sensazioni globali
del tutto nuove: l’ambiente aereo, la sua temperatura, la gravità,
tutte condizioni che, nonostante la loro apparente aggressività, consentiranno
al neonato di ricostituire il proprio universo, grazie per l’appunto all’”adattamento
sensoriale alla nascita”.
L’adattamento olfattivo e gustativo
E’ sicuramente quello che contribuisce di più alla qualità
della nascita, per il suo contributo al benessere sensoriale, affettivo e nutrizionale.
L’adattamento è immediato. Infatti, ancora abituata alle molecole
aromatiche in fase liquida, qualche ora prima della nascita, la mucosa nasale
si adatta immediatamente alla fase aerea. Guidato dall’odore della pelle
e del capezzolo, il neonato striscia letteralmente sul petto della madre, per
raggiungere il capezzolo ed assaporare il colostro, la cui analisi chimica rivela
la presenza dei medesimi composti volatili che si ritrovano nel liquido amniotico
[10-11].
L’adattamento uditivo
Man mano che l’orecchio si sbarazza progressivamente del L.A., il neonato
può finalmente sentire ed ascoltare direttamente la dolcezza di tono
della voce materna, che gli ripeterà in quel momento le stesse parole
affettuose, con quella musicalità nella voce, con quella tonalità
cui nessuna voce femminile potrà mai avvicinarsi.
L’adattamento cutaneo
Privata del suo involucro di liquido amniotico, tutta la pelle del neonato riconosce
la morbidezza della pelle della madre, delle sue carezze, del suo tocco.
Quest’adattamento cutaneo è probabilmente quello che rischia di
risultare più problematico, perché richiede quasi sempre un intervento
dall’esterno.
Al momento della nascita, infatti, il neonato inevitabilmente si raffredda,
passando da un ambiente intrauterino a 38° alla temperatura della sala parto,
che di solito è di 25-26° centigradi. A quest’inevitabile raffreddamento,
bisogna aggiungere quello provocato dall’evaporazione del liquido amniotico,
contro cui si dovrà lottare con un’inevitabile asciugatura. Quest’asciugatura
dovrà essere quanto più morbida possibile, per rispettare, nei
limiti di quanto consentito, quest’iperestesia cutanea fisiologica, per
quanto attenuata dal trauma della nascita.
L’adattamento vestibolare
E' più complesso per i numerosi stimoli provocati dalla minor pressione
circostante, dalla comparsa della gravità e soprattutto dalle numerose
manipolazioni che il neonato dovrà subire.
E’ presumibile che, come avviene “in utero” quando la madre
cambia rapidamente posizione, il sistema labirintico sia “neutralizzato”,
per ritornare a funzionare solo durante il riposo beato sul seno materno, che
gli consente di ritrovare quel dolce “comfort spaziale” cui era
abituato prima di quella terribile prova.
Sulla base di quanto sopra esposto, ci si rende conto che, anche nel corso di un parto normale, senza alcun intervento manuale o strumentale, il semplice rispetto della fisiologia del parto consente al neonato di riconoscere la madre, di ricostituire davvero il suo universo sensoriale ed affettivo, in modo da accedere alla nuova vita aerea senza traumi, senza passare obbligatoriamente dal “pianto” del neonato, troppo a lungo considerato la prima manifestazione di vita, necessaria per l’instaurarsi della capacità residua funzionale.
Per troppo tempo obnubilati da questo pianto, considerato un grido di vittoria e di vita, ostetrici, levatrici e pediatri si sono creduti costretti ad intervenire manualmente ed addirittura strumentalmente, per facilitare (questo almeno è quello che credevano) questa prima inspirazione, in modo da evitare la sofferenza neonatale.
Non ho abbastanza tempo per riferire in questa sede tutte le testimonianze
di adulti che sono riusciti ad istituire un collegamento tra una sintomatologia
di cui soffrono da tempo e i motivi di questo grido alla nascita, il dolore
provocato da gesti spesso semplici e banali per l’ostetrica o il pediatra,
che si occupa del neonato ancor prima di pensare di affidarlo alla madre.
E’ così che assumono un carattere aggressivo interventi che l’adulto,
nella sua ignoranza, considera a fin di bene: una luce accecante per il neonato
abituato all’oscurità, un ambiente sonoro che diventa un baccano
spaventoso nell’ascoltare fuori dal grembo materno, un’aspirazione
nasale o boccale, un’asciugatura intempestiva, una maschera che “asfissia”
il neonato più di quanto non lo aiuti a respirare, senza parlare dell’intubazione,
del posizionamento di un catetere, delle sculacciate, delle manipolazioni a
testa in giù… e soprattutto dell’assenza della MADRE!
Dov’è questa madre che non può riconoscere, perché
ne è stato separato, per il presunto benessere del neonato, per “rianimarlo”,
termine sicuramente fuori luogo nelle nascite normali, perché il bambino
vittorioso ha dimostrato a tutti che sapeva condurre da solo quella grande lotta?
Ha semplicemente bisogno di calore, di dolcezza, di tenerezza, di protezione,
di una pelle umida, di suoni smorzati, di una luce soffusa.
In queste condizioni, tra padre, madre e figlio si instaura un vero e proprio
dialogo psicosensoriale ed affettivo.
L’adattamento sensoriale alla nascita rappresenta pertanto una tappa fondamentale
dell’adattamento, forse meno spettacolare dell’adattamento polmonare
o circolatorio, ma comunque essenziale a garantire la qualità della nascita
in quell’istante, ma anche l’equilibrio psicoaffettivo del resto
della vita. Per anni, ho sostenuto intuitivamente che la separazione del bambino
dalla madre alla nascita era responsabile del 50% della patologia neonatale.
La migliore conoscenza delle realtà fisiologiche di questo momento difficile
mi induce a pensare che è proprio allora, grazie a tutte le proprie capacità
percettive, che si organizza l’integrazione dell’unità corporea.
Tutte le prove fisiche e psicoaffettive della nascita acquisiscono un valore
costruttivo a partire dal momento in cui il bambino può ritrovare la
madre, che è l’unica che possa cancellare quest’angoscia
indescrivibile, prossima all’Abbandono.
E’ per l’appunto quanto hanno dimostrato i numerosi lavori sulle
conseguenze della “sofferenza” perinatale.
In una notevole rassegna generale, l’ANAND cita i lavori che dimostrano
le conseguenze cerebrali di questa sofferenza [12]. Questa sofferenza può
essere classificata in sofferenza da ipostimolazione, come nel caso della separazione
del figlio dalla madre alla nascita (o abbandono), e sofferenza da iperstimolazione,
come il dolore fisico o la permanenza in un’unità di cura intensiva.
Ognuna di queste categorie si ripercuote sul cervello e finisce con l’aggravare
i danni di una sofferenza perinatale. I dolori come le iniezioni, l’intubazione,
la permanenza nell’unità di cura intensiva non fanno altro che
accentuare la cascata eccito-tossica, che a sua volta provoca l’aggravarsi
dell’apoptosi cerebrale, modificando la struttura e la funzione di recettori
come i recettori NMDA. La separazione dalla madre si traduce in una diminuzione
degli stimoli sensoriali ed affettivi, con una conseguente diminuzione dell’attività
dei recettori NMDA e un ulteriore aumento dell’apoptosi.
Il cervello del neonato ha sicuramente una plasticità notevole, ma è
proprio questa plasticità che lo rende più vulnerabile alla sofferenza
non protetta [12]. E’ comunque questa plasticità che, grazie a
stimolazioni appropriate, in particolare l’amore della madre, gli consente
di superare questi inconvenienti [13].
Ogni tappa della gravidanza è quindi il risultato di un equilibrio armonioso
tra l’amore dei genitori e la molteplicità infinita degli stress
ambientali, consapevoli e non, fin dalla prima tappa, cioè dal “desiderio
di un figlio”.
L’importante è che i genitori, principali autori di questa vita,
non cerchino di fare del figlio un essere eccezionale, un genio, secondo criteri
che cambiano da una civiltà all’altra, da un’epoca all’altra,
da un paese all’altro.
Devono fare in modo che quest’essere umano in evoluzione sia il più
felice possibile nell’ambiente meraviglioso del nostro vecchio pianeta.
Avendo vissuto in totale unione con la madre, per lunghe settimane e per lunghi
mesi, quest’essere in evoluzione ha sicuramente capito che il dono più
bello che ha potuto ricevere dai genitori durante il suo soggiorno intrauterino,
durante questi nove mesi che saranno sicuramente il periodo più bello
della sua missione terrestre, non è altro che “l’Amore”,
l’amore totale, incondizionato, all’origine di questa vita che sarà
esattamente ad immagine della sua qualità creatrice. A tutti i genitori
del mondo, il più bel messaggio che si possa dare è:
“Amarlo prima che nasca” [14]
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DIVENTARE GENITORI E
DIVENTARE FIGLI CON LA PROCREAZIONE MEDICALMENTE ASSISTITA (PMA)
di MANUELA CECOTTI, Psicologa e pedagogista, Ph.D in medicina
materno-infantile e pediatria dello sviluppo, Università degli Studi
di Trieste
Riassunto: Il presente intervento assume come presupposto
l'idea che la condizione di infertilità di una coppia conduca i suoi
membri a vivere esperienze psicologiche, relazionali e sociali molto complesse.
Come vengano trasferiti ed elaborati i problemi relativi agli aspetti psicologici,
sessuali e relazionali legati alle difficoltà procreative ed alla PMA
nell'ambito dell'assunzione della genitorialità e dei rapporti con i
figli nati, è un quesito che non ha ancora trovato risposte univoche.
Un gruppo di famiglie sorte a seguito di procedure di PMA è stato posto
a confronto con un gruppo di famiglie sorte senza interventi medici. E' stato
somministrato un questionario volto ad individuare eventuali aspetti che rivelino
situazioni di difficoltà emotiva in adulti e bambini.
Mentre la crescita fisica dei bambini e gli atteggiamenti parentali dei genitori
risultano pressoché uguali nei due gruppi, il rapporto dei bambini con
il cibo ed il riconoscimento da parte dei genitori delle dimensioni emotive
negative nei figli presentano differenze. Anche le aspettative di padri e madri
nei confronti dei figli risultano differenti nei due gruppi.
Sono stati infine individuati alcuni elementi per la prevenzione del disagio
in questo settore di intervento medico dai forti risvolti psicologici, al fine
di progettare piani di consulenza e di supporto psicologico adeguati nell'ambito
dei protocolli di PMA.
1. Premessa
La presente ricerca si inserisce nel quadro delle indagini volte ad individuare
eventuali fattori di rischio di ordine psicologico in quelle categorie di bambini
che si trovano a vivere situazioni considerate particolari.
La costituzione di nuclei familiari attraverso l’utilizzo di tecnologie
riproduttive può porre dei quesiti in questo senso, nella misura in cui
i rapporti tra fecondità e concepimento vengono ad assumere caratteristiche
diverse rispetto a quelle naturali. Il ricorso alle tecnologie, infatti, prevede
che altri e nuovi elementi entrino in gioco nel processo di procreazione e che
questo evento non sia più un fatto di esclusiva "proprietà
riservata" della coppia di genitori.
Il termine genitorialità rimanda ad una serie di temi complessi che vanno
dalla rappresentazione di sé in relazione con le immagini interne di
padre e di madre, alla costruzione della rappresentazione del proprio figlio
e della relazione con lui.
La genitorialità può essere investita di molti significati. Questa
esperienza può essere considerata come la realizzazione ultima della
propria identità di genere, come l'opportunità per una sorta di
rinascita indiretta attraverso il figlio, come una seconda chance nella vita,
come occasione per capovolgere, sfidare, modificare ruoli sperimentati con i
propri genitori (Bydlowski, 1997).
La caratteristica più importante dell'essere genitori è quella
di fornire una base sicura (Bowlby, 1988), da cui il bambino possa partire per
incontrare il mondo esterno ed a cui egli possa ritornare sapendo che sarà
nutrito, confortato, rassicurato. La funzione genitoriale si estrinseca quindi
nella capacità di prendersi cura dei figli e di dare loro sostegno e
contenimento sia fisici che mentali.
Secondo i dati più recenti l'infertilità colpisce circa il 15%
delle coppie in età riproduttiva, di qui il sempre più frequente
intervento da parte della medicina della riproduzione nella sfera della genitorialità.
Questo fatto suscita attualmente l'attenzione di molte discipline, dalla sociologia
alla psicologia, dalla bioetica alla giurisprudenza, avendo connessioni ed interrelazioni
con dimensioni socio-culturali oltre che bio-tecnologiche (Flamigni, 1998).
E' possibile affermare che oggi indicativamente un bambino ogni cento è
nato a seguito di tecniche di Procreazione Medicalmente Assistita (PMA) (Ferraretti,
2002; Hahn, 2001) e questo aspetto assume un'importanza che non va sottovalutata
per le implicazioni possibili sulle generazioni future.
Attualmente per i bambini nati da PMA non è previsto alcun follow-up,
rendendo pertanto impossibile l'effettuazione di studi epidemiologici in merito.
Poche ricerche sono riuscite a monitorare lo sviluppo di gruppi numerosi di
soggetti. Potrebbe essere invece importante poter seguire longitudinalmente
il percorso di crescita dei bambini nati da PMA, per valutare, al di là
di affermazioni etiche di principio, quale sia concretamente l'impatto psicologico
sui nati (in particolare in merito agli effetti sullo sviluppo della personalità
e dell'identità) non solo a breve, ma anche a lungo termine. La PMA,
infatti, incidendo sulle basi biologiche dell'identità del bambino, porta
con sé il potere di introdursi nel sistema simbolico del nascere, dell'essere
figlio e dell'essere genitore. In tal senso sollecita numerosi interrogativi
sulle conseguenze delle discontinuità introdotte e della frammentazione
provocata tra funzioni, ruoli ed appartenenze genetiche.
2. I bambini nati da Procreazione Medicalmente Assistita
Le gravidanze ed i bambini nati da PMA sono dunque una realtà sempre
più frequente e sempre meno eccezionale. Come affermato anche recentemente
da diversi ricercatori (Olivennes, 2002; Van Steirteghem, 2002), dalla prima
nascita a seguito di fertilizzazione in vitro, a fronte di una gran quantità
di pubblicazioni in merito agli aspetti tecnici dei protocolli di PMA, pochi
sono stati, in proporzione, gli studi indirizzati a valutare le conseguenze
perinatali delle gravidanze e lo sviluppo ed il benessere dei bambini nati.
Le gravidanze e le nascite derivate da PMA sono spesso caratterizzate da alcuni
aspetti problematici, che meritano particolare attenzione in quanto possono
incidere significativamente sullo stato di salute di donne e bambini. Prematurità,
basso peso alla nascita, parti plurigemellari e mortalità perinatale
si sono rivelate più frequenti nei casi di PMA. Secondo gli Autori sarebbe
necessario seguire sempre, e con maggiore attenzione, l'evoluzione e la crescita
dei bambini nati, in quanto essi si rivelano esposti ad un maggiore rischio
di complicanze.
E' oggi comunque reperibile un buon numero di ricerche che analizzano anche
variabili prettamente psicologiche, relative allo sviluppo dei bambini nati
dalle diverse pratiche riproduttive e delle relazioni che si vengono a costruire
nell'ambito delle famiglie sorte a seguito di interventi procreativi. In particolare
alcuni autori hanno approfondito alcuni interessanti aspetti. Ne riporteremo
qui i principali.
S. Golombok e colleghi dal 1995 hanno affrontato sia il tema della qualità
delle relazioni familiari, sia quello dello sviluppo sociale ed emotivo dei
bambini nati a seguito di diverse tecniche di PMA in età compresa tra
i 4 e gli 8 anni. Gli Autori, che hanno svolto le loro ricerche a livello europeo,
hanno posto a confronto bambini nati attraverso interventi di PMA con bambini
concepiti spontaneamente e con bambini adottati, giungendo alla conclusione
che il metodo di concepimento non sembra avere un impatto negativo né
sulle relazioni familiari né sullo sviluppo nelle sue diverse dimensioni.
Una ricerca del 1998, effettuata in Israele da R. Levy-Shiff e colleghi e svolta
con bambini di 9-10 anni, conferma la mancanza di differenze significative tra
figli concepiti artificialmente e quelli nati a seguito di concepimento spontaneo
per quanto riguarda lo sviluppo fisico, neurologico e cognitivo, mentre rileva
difficoltà maggiori da parte dei bambini del gruppo sperimentale per
quanto riguarda l’adattamento socioemotivo in ambito scolastico e per
ciò che concerne le dimensioni dell’ansia, dell’aggressività
e della depressione. I fattori di rischio sembrerebbero dunque investire la
sfera emotiva, soprattutto nei bambini di sesso maschile e nei figli dei genitori
più anziani.
Una delle rare ricerche italiane in questo settore, avviata a Reggio Emilia
dall'equipe del dr. G.B. La Sala nel 1998, indica come emergano alcuni aspetti
critici nelle dimensioni più simboliche della genitorialità, quali
una maggiore difficoltà nel passaggio dal bambino ideale al bambino reale
nella relazione con il figlio nato. Tali aspetti, se pure non direttamente "rischiosi",
possono però considerarsi degni di attenzione nel corso della costruzione
e dello sviluppo dei rapporti genitoriali e filiali.
3. Obiettivi della ricerca
La ricerca presentata è volta ad individuare eventuali aspetti che rivelino
situazioni di difficoltà emotiva in adulti e bambini all'interno di un
gruppo di famiglie sorte a seguito di procedure di PMA, poste a confronto con
famiglie formatesi senza interventi medici.
Dal punto di vista sperimentale, un problema che si può rilevare nella
maggior parte delle ricerche, è la formazione dei gruppi indagati, non
sempre omogenei per quanto riguarda le caratteristiche dei bambini nati (vengono
riuniti anche i casi di gemellarità, prematurità, basso peso alla
nascita), né per ciò che concerne le tecniche di fecondazione
prese in esame (inseminazione omologa o eterologa, fecondazione in utero o in
vitro). Si è voluto pertanto definire in maniera molto puntuale il campione
di famiglie, in modo tale da evitare le possibili interferenze dovute a variabili
che non fossero comuni.
Un ulteriore obiettivo del lavoro è stata l'individuazione di elementi
per la prevenzione del disagio in questo settore di intervento medico dai forti
risvolti psicologici, al fine di progettare piani di consulenza e di supporto
adeguati nell'ambito dei protocolli di PMA.
4. Soggetti
Il campione PMA ed il gruppo di controllo sono stati selezionati in base alle
caratteristiche dei bambini, in modo tale da formare 2 gruppi il più
possibile omogenei, tali da potersi differenziare esclusivamente per la modalità
di fecondazione adottata e senza interferenze di rischio dovute ad aspetti particolari
potenzialmente connessi alla PMA (prematurità, parti cesarei, gemellarità),
concordando con le critiche metodologiche mosse alle ricerche dei primi anni
da Hahn e colleghi (2001).
Al termine della selezione il campione preso in esame ed oggetto di analisi,
risulta così composto:

I bambini sono tutti primogeniti e singoli nati.
Poiché l'età è una caratteristica che incide nel costituire
differenze, si è cercato di rendere il più possibile omogenee
anche le età di tutti i gruppi di soggetti coinvolti. Ciò nonostante
c'è una differenza di 5 anni nella media delle età delle madri,
mentre i padri sono sostanzialmente coetanei. Le età dei bambini si corrispondono.
Il Gruppo PMA è costituito da coppie che hanno procreato attraverso tecniche
di Procreazione Medicalmente Assistita (PMA). Le schede relative al percorso
del concepimento fanno riferimento ai seguenti tipi di tecniche:
Non sono presenti casi di donazione di seme, né di ovodonazione.
Il Gruppo di Controllo è stato costruito in modo corrispondente al gruppo
PMA; sono state considerate le seguenti caratteristiche dei bambini:

Altre caratteristiche del campione:
- Area geografica di residenza: Triveneto.
- Livello di scolarità e status socioeconomico dei genitori dei 2 gruppi
sono omogenei (scuola superiore ed impiego medio).
5. Strumenti e metodo
Per ciò che concerne i contenuti della ricerca, si sono volute approfondire
alcune dimensioni simboliche della genitorialità. In particolare si sono
indagate le diverse rappresentazioni che i genitori possiedono dei figli (ideale,
reale), gli atteggiamenti e le descrizioni che essi portano dei bambini che
hanno generato. Questi aspetti, che non sempre vengono indagati come di prioritaria
importanza, si ritiene possano essere utili indicatori di disagi a livello profondo
rispetto al divenire genitori ed al riconoscersi figli. Le rappresentazioni,
infatti, possono essere considerate l'integrazione tra gli elementi percepiti
ed elaborati mentalmente secondo Gestalt soggettive, e le fantasie consce e
inconsce arricchite affettivamente (Brustia Rutto, 1996).
Si è deciso di affrontare questa complessa tematica analizzando alcuni
aspetti relativi alla costruzione e allo sviluppo dei rapporti genitoriali e
filiali attraverso i dati ricavati da un questionario così strutturato:

6. Analisi dei dati e risultati emersi
I risultati ricavati dall'elaborazione dei dati raccolti, pur presentando i
limiti dei campioni poco numerosi, offrono comunque un panorama piuttosto articolato
della tematica affrontata. Porteremo in questa sede una breve sintesi degli
elementi di maggiore rilievo.
Per quanto riguarda i bambini, possiamo dire che i dati raccolti indirettamente
attraverso la compilazione della scheda relativa alla nascita, alla crescita
ed allo sviluppo sociale ed emotivo, ci offrono un panorama positivo, in sintonia
con la maggior parte delle ricerche della letteratura corrente. Dal punto di
vista della salute e della crescita generale le procedure di PMA non sembrano
avere incidenza, dato che, se paragonati a coetanei aventi le medesime caratteristiche
perinatali, questi bambini stanno bene.
Le differenze cominciano ad emergere in alcuni ambiti di più profondo
riferimento psicologico:
- l'inserimento sociale: nel gruppo PMA sono più numerosi i bambini che
non frequentano strutture preposte all'educazione dei più piccoli, come
gli asili nido (39% rispetto al 4%);
- il rapporto con il cibo: quasi la metà dei genitori del gruppo PMA
dichiara che il proprio figlio ha un difficile rapporto con il cibo, sono cioè
più numerosi i bambini che "non vogliono mangiare" (48% rispetto
al 4%);
- il riconoscimento da parte dei genitori delle dimensioni emotive negative
nei figli: nel gruppo PMA sono più numerosi i bambini che vengono descritti
come "mai tristi" (43% rispetto al 9%).
Se il primo di questi elementi può non risultare particolarmente problematico,
dato che i nidi sono dei servizi ancora piuttosto "nuovi" nella cultura
locale, gli altri due dati ci fanno riflettere.
Il rapporto con il cibo, infatti, se da un lato ha valenze alimentari, dall'altro
ne ha di importanti dal punto di vista dell'essere genitori e dell'essere figli.
Nel nutrire ed essere nutriti è in gioco la possibilità di poter
dare e poter ricevere, di saper offrire e di saper accettare sia cibo che relazione.
E' in questa direzione che sembra individuarsi più che un esplicito fattore
di rischio, una "potenzialità al rischio", qualora la dimensione
generativa e quella di accudimento non vengano sufficientemente differenziate
ed il “non poter generare” si sovrapponga al “non poter nutrire”.
Per ciò che riguarda la difficoltà, che sembra emergere nei genitori,
di venire a contatto con gli aspetti negativi dell'emotività dei figli,
questa sembra indicare un utilizzo consistente, da parte delle coppie PMA, della
negazione come sistema di difesa. Una sorta di idealizzazione del bambino, a
scapito di un contatto diretto con il bambino reale, sembra permeare il rapporto
genitoriale anche dopo i primi anni di vita del figlio. E' probabilmente difficile
venire a patti con il fatto che il bambino tanto desiderato, quello di cui si
osservano solo i lati positivi (come emerge evidente nelle risposte relative
alla descrizione del figlio) possa vivere emozioni come la tristezza, dimensione
depressiva e nostalgica che, forse, riporta alla mente fantasmi che si credevano
ormai scomparsi. Ed è probabilmente difficile sostenere il carico emotivo
di questi momenti. La fatica degli adulti nel prendere diretto contatto con
la realtà, anche per i suoi aspetti negativi e di difficoltà emotiva,
potrebbe rendere più difficoltoso per loro il contenimento e per i bambini
il processo di crescita.
Per quanto riguarda gli adulti, l'esperienza di diventare genitori viene presentata
come altamente appagante da parte di tutti. Sono numerosi i riferimenti alla
soddisfazione che procreare ha portato alle coppie: dalla gravidanza, alla nascita,
all'accudimento. Per coloro che hanno attraversato l'esperienza della PMA il
concepimento è stato vissuto come un traguardo faticosamente raggiunto
ed il ricordo di quella fatica è ancora molto vivo e presente anche a
più di 5 anni di distanza dalla nascita del figlio, soprattutto nelle
madri.
Gli atteggiamenti parentali, misurati con il Parental Attitude Research Instrument
(1986), presentano una sostanziale corrispondenza delle madri tra loro e dei
padri tra loro nei 2 gruppi analizzati. Pertanto possiamo dire che non ci sono
atteggiamenti che spiccano come caratteristici e distintivi nei genitori che
hanno fatto ricorso a tecniche di PMA. Questo ci porta a ritenere che ciò
che padri e madri reputano cruciale nel loro ruolo genitoriale abbia una sostanziale
omogeneità, indipendentemente dalla capacità procreativa di cui
essi dispongono.
Le scale di atteggiamento, invece, discriminano alcune peculiarità relative
al gruppo PMA.
In particolare, nelle madri prevale un'attribuzione di non importanza per il
fatto che il figlio "cerchi di affermarsi", e questo in misura più
marcata rispetto alle madri del gruppo di controllo. Queste ultime, invece,
reputano la "docilità" la caratteristica meno importante per
i loro figli. Per le madri PMA, inoltre, che il bambino sia "obbediente"
è considerato più importante che per le madri del gruppo di controllo.
Questi dati sembrano indicare, nelle madri PMA, aspettative maggiori di accettazione
del genitore da parte del figlio ed una maggiore necessità di controllo
nei confronti del figlio da parte del genitore.
Per quanto riguarda i padri, infine, essi sembrano differire di più tra
i 2 gruppi. Nel gruppo PMA, infatti, le caratteristiche del figlio: "che
non si scoraggi di fronte alle difficoltà" e "che sia socievole"
hanno dei valori di importanza molto inferiori rispetto quelli del gruppo di
controllo. E' come se questi padri desiderassero una minore esposizione sociale
da parte dei figli, rispetto alla quale, peraltro, si sentono anche meno influenti
rispetto ai padri del gruppo di controllo.
7. Riflessioni finali
I dati emersi e le riflessioni effettuate a seguito del presente lavoro di ricerca,
che andrebbe esteso a campioni più vasti per poter effettuare qualche
generalizzazione, portano comunque ad identificare nelle dimensioni psicologiche
più profonde quali la costruzione dell'identità del figlio come
separato, la presa di contatto con le emozioni negative, la possibile riparazione
delle ferite ed elaborazione del lutto della sterilità, il senso della
gratitudine, gli elementi di attenzione intorno ai quali potrebbe essere utile
un supporto psicologico alle coppie, anche dopo che il successo di una nascita
le ha portate fuori dai circuiti di cura.
Inoltre, un aiuto affinché la capacità genitoriale, che si identifica
nell'allevare e far crescere il figlio, possa chiaramente essere distinta e
separata dalla capacità riproduttiva, potrebbe far sì che i normali
problemi della prima non vengano alterati da quelli, non sempre risolti, della
seconda.
Le difficoltà incontrate nel lungo e difficile percorso della procreazione
assistita necessitano infatti di un’altrettanto lunga elaborazione per
lasciare spazio al complesso cammino della genitorialità e per permettere
alla filiazione di svilupparsi.
A questo lavoro di ricerca si è unita una cooperazione di assistenza
psicologica su due versanti: a) nell'ambito dei corsi di psicoprofilassi al
parto dell'Istituto "Burlo Garofolo" di Trieste, consistente in Colloqui
rivolti alle donne in gravidanza ed alle coppie, precedenti la formazione dei
gruppi di preparazione al parto, in collaborazione con le psicologhe del servizio;
b) nella presentazione di un progetto di Consulenza e supporto per le coppie
con problemi di infertilità e sterilità e per le coppie inserite
nei protocolli di PMA. Di tale progetto è stata realizzata la fase di
avvio presso la Clinica di Ostetricia e Ginecologia del medesimo Istituto.
Le conclusioni che possiamo trarre a questo punto riguardano soprattutto l'ipotesi
che, attraverso una buona collaborazione tra professionisti di diverse discipline
e la presenza di psicologi come parte integrante delle attività mediche
della riproduzione, si possano offrire opportunità significative per
una migliore comprensione dei casi, per la ricerca delle soluzioni di volta
in volta più adatte all'interno dei percorsi delle coppie e per una prevenzione
dei disturbi nella costruzione delle funzioni genitoriali.
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STRESS E PRENATALITA’:
FATTORI DI RISCHIO E NECESSITÀ DI PREVENZIONE
di Gino Soldera e Silvia Da Re
Riassunto: Le numerose ricerche effettuate in ambito prenatale
dimostrano che l’ambiente uterino non è mai un ambiente neutro
per il nascituro, essendo in grado di esercitare un’influenza decisiva
sullo sviluppo di malattie croniche che si manifestano nella vita adulta. Infatti
il feto, oltre ad interagire con la madre sul piano senso – percettivo,
risulta attivato dalle modificazioni ormonali e metaboliche materne. Il ruolo
della Psicologia e dell’Educazione Prenatale è quello di tutelare
il benessere della coppia genitoriale e del concepito, attraverso interventi
di prevenzione e di iniziative volte a promuovere la salute e il benessere.
Introduzione
La vita è cambiamento e gli avvenimenti esistenziali contribuiscono
a tale cambiamento e ne scandiscono il ritmo. Gli eventi della vita quotidiana
o gli importanti accadimenti che caratterizzano la storia degli individui, contribuiscono
allo “sforzo” di adattamento dell’uomo all’ambiente
psicosociale nel quale interagisce. Il termine stress, infatti, deriva dall’inglese
e significa “sforzo, spinta, tensione, peso, fatica”.
Sappiamo che stimoli stressanti possono indurre risposte quantitativamente e
qualitativamente diverse da individuo a individuo, e possono essere modificati
dalle caratteristiche ambientali. La reazione - molto complessa - di un individuo
allo stress è determinata dal significato cognitivo ed emotivo che egli
attribuisce agli eventi stressanti e coinvolge l’organismo nella sua interezza.
Dopo una breve definizione dello stress analizzeremo le sue conseguenze per
la madre in gravidanza e per il suo bambino ed, infine, presenteremo la necessità
di sviluppare una prevenzione contro i fattori di rischio nell'ambito prenatale.
Lo stress e le sue conseguenze nell’organismo
Ippocrate, nel II sec. aC., aveva descritto come la malattia fosse la coesistenza
della sofferenza (pathos) con il lavoro/fatica (ponos), ed il corpo dovesse
combattere (“adattarsi”) al fine di ristabilire un equilibrio. Molto
tempo dopo, ritroviamo il concetto di equilibrio o meglio di “omeostasi”
negli studi del neurologo Walter Cannon1, teorico del meccanismo di reazione
innata nell’uomo e negli animali definito come “Fight or Flight”,
cioè di attacco o fuga, che comporta la liberazione di un potente neurotrasmettitore,
la noradrenalina, da parte della midollare della ghiandola surrenale.
Fu Hans Selye2, uno dei principali teorici dello stress, che negli anni ‘30
estese le osservazioni di Cannon, ed in alternativa all’esistente approccio
allo stress secondo la teoria “stimolo – risposta”, introdusse
il nuovo concetto di “fattori di stress”. Alla base di questo assunto
c’era l’ipotesi che lo stress non fosse scatenato da cause interne
oppure esterne all’organismo, ma da un’insieme di fattori (fisici,
biologici, psichici, ambientali…), condizionati dalla capacità
di adattamento dell’individuo (coping) che a sua volta dipende dal livello
di attivazione emozionale (arousal) e dai processi fisiologici che la interfacciano.
Dopo una serie di studi che durarono più di vent’anni Selye definì
lo stress come una risposta non specifica dell’organismo ad ogni richiesta
effettuata su di esso. Selye formulò la teoria della Sindrome Generale
d’Adattamento [GAS], includendo come parte del sistema di reazione allo
stress a carico del corpo, l’attività dell’ipofisi a cui
attribuì il controllo della corteccia surrenalica, responsabile della
secrezione ormonale. Nella GAS, egli distingue tre precise fasi consequenziali
che sono:
1. fase di reazione agli stressor, in cui si sviluppa la reazione di allarme,
2. fase di resistenza, in cui le difese allertate sono in un equilibrio precario,
3. fase di esaurimento, collasso delle difese in cui l’organismo si arrende
al perdurare dello stress.
Evidenziò, inoltre, due diverse tipologie di stress: l’Eustress,
da intendersi come quantità e qualità di stress funzionali ad
un rendimento performante dell’individuo; il Distress, presente quando
una persona non è in grado di reagire efficacemente agli stimoli stressanti
di fronte alle quali reagisce con sentimenti d’inadeguatezza e disautostima.
Selye, nella sua opera, sottolinea come lo stress sia fondamentale per la sopravvivenza
dell’individuo, tanto che paragona la risposta del corpo allo stress,
ad “un aeroplano pronto per il decollo”3 in cui virtualmente tutti
i sistemi corporei (il cuore, i vasi sanguigni, il sistema immunitario, i polmoni,
il sistema digestivo, gli organi sensoriali e il cervello), si modificano (stato
di allerta) per venire a contatto con il pericolo percepito.
Oggi sappiamo che le persone reagiscono agli eventi psicosociali con modificazioni
dell’omeostasi fisiologica interna, a livello del Sistema Endocrino e
del Sistema Immunitario, oltre che con reazioni di tipo comportamentale. Queste
modificazioni, innescate dall’attivazione emozionale indotta da una valutazione
cognitiva (valutazione dello stimolo), hanno un significato adattivo, utile
alla conservazione dell’individuo e della specie. Per questo è
importante, nell’ambito della ricerca, porre l’attenzione alle caratteristiche
temporali e quantitative di eventi significativi in relazione con la capacità
di gestione della persona (coping)8.
Va ricordato che l’intensità della reazione e le sue conseguenze
psicosomatiche dipendono, sia dal significato o peso sociale dell’evento,
che dal significato personale o peso individuale dell’evento stesso (Figura
1).
Figura 1. Evento stressante e reazione psico - biologica
Da Pancheri (1979), modificata
La risposta dell’individuo allo stress, sia esso acuto o cronico, sollecita una reazione dell’organismo che comporta le modificazioni fisiologiche a livello del Sistema Nervoso Centrale (SNC), del Sistema Vegetativo (SNV) e del Sistema Endocrino (SE) (Figura 2). Viene quindi coinvolto un complesso equilibrio omeostatico di base dell’organismo, che rigurda le così dette funzioni volontarie, mediate dal sistema cerebrospinale e muscoloscheletrico, e le funzioni autonome mediate dal SNV e dal SE.
Figura 2. Sistemi biologici effettori dello stress (Da Pancheri
(1988), modificata)9

Gli effetti dello stress acuto potrebbero essere maggiormente comprensibili
se ci immaginiamo di fronte ad uno stimolo che induce istintivamente al meccanismo
“attacco o fuga” (ad esempio un animale feroce). Avvenuta la valutazione
cognitiva dello stimolo (novità, minaccia, riconoscimento, etc.), a cui
segue l'attivazione emozionale attraverso circuiti limbici differenziati in
funzione del tipo di stimolo, il sistema HPA asse Ipotalamo – Ipofisi
– Surrene, si attiva immediatamente.
Lo stress cronico sopprime la funzionalità del SI dal momento che un
suo annullamento (causata da infezioni, virus, ecc…) dà una risposta
stress – simile con produzione di ACTH e di Cortisolo. L’esposizione
ad alti livelli di cortisolo riduce la sensibilità dei suoi recettori
specifici ed altera il meccanismo di feedback e il ritmo circadiano del CFR
e dell’ACTH. Spesso sono visibili delle lesioni a livello dell’ippocampo,
dovute a ipercortisolemia15. Le risorse fisiologiche del SI, impegnate durante
la reazione allo stress, possono lasciare l’organismo indifeso dalle infezioni.
Nello stress cronico l’individuo rischia di essere più a rischio
di infezioni, di disturbi legati al SI come eczemi, lupus eritematoso, artrite
reumatoide ed essere più sensibile all’attacco dei virus. Inoltre,
i livelli costantemente alti di cortisolo e catecolamine porterebbero a squilibri
nel metabolismo glucidico e lipidico e a lesioni a carico delle coronarie, favorendo
sia la formazione della placca aterosclerotica, sia l'ipertensione arteriosa.
Lo stress acuto invece sembrerebbe favorire gli attacchi ischemici. In particolare
per le donne, la riduzione di estrogeni che segue all’attivazione prolungata
dell’organismo, è importante per la salute del cuore. Per quanto
riguarda l’apparato gastrointestinale gli effetti dello stress cronico
sono ormai da tempo riconosciuti; il rischio è quello di sviluppare malattie
quali:la sindrome del colon irritabile, l’ulcera peptica, gastriti, infiammazioni
all’intestino13. Sul piano psicologico, si riconoscono il Disturbo Post
Traumatico da Stress - come sindrome specifica dello stress - ansia e depressione.
Ma anche i disturbi alimentari, il diabete, i disturbi del sonno, disturbi cognitivi
e disordini specifici dell’apparato riproduttivo sono sindromi in correlazione
con lo stress.
La reazione dell’organismo ad una situazione di stress ci dimostra come
la dinamicità, caratteristica fondamentale dell’uomo, si realizzi
in un “sistema aperto” di interazione tra più funzioni organiche,
mediate da una valutazione cognitiva e significate da un’ampia gamma di
emozioni. Questa reazione dell’organismo alla situazione di stress, come
ha evidenziato la ricerca più recente, è in grado di indurre una
risposta PsicoNeuroImmunoEndocrina attiva con profonde implicazioni strutturali
e funzionali già nella vita intrauterina che poi perdura, quasi interamente,
fino alla morte.
Gli effetti dello stress nella madre e nel bambino durante la gestazione
Abbiamo visto come lo stato emotivo in cui viviamo determina delle
modificazioni che inducono particolari risposte biologiche, in grado di modificare
nel tempo le funzioni vitali al di fuori della nostra capacità percettiva.
Lo stato di gravidanza, in particolare, introduce vari fattori di stress inducenti
risposte di adattamento e difesa dell’organismo. Un eccessivo carico di
stress emotivo materno tende a coinvolgere sul piano psicosomatico sia il feto
che il neonato disturbando la futura relazione madre – bambino. Molto
probabilmente il feto, oltre ad interagire con la madre sul piano senso –
percettivo, risulta attivato dalle modificazioni ormonali materne16.
Grazie agli studi e alle ricerche effettuati nell’ambito della prenatalità,
oggi siamo a conoscenza delle abilità oltre che delle potenzialità
del feto . Sappiamo che la trasmissione degli stati emotivi della madre al feto
avviene in stretta relazione con il progressivo organizzarsi e differenziarsi
del sistema nervoso fetale. Il flusso ininterrotto di stimoli che raggiungeranno
il feto contribuiranno all’ulteriore maturazione delle strutture nervose
in crescita, sviluppandone le capacità. Il feto si apre quindi al mondo
esterno, fa esperienza ed inizia una fase di apprendimento e di ritenzione delle
esperienze vissute. Il concetto di apprendimento in utero è un presupposto
fondamentale per poter comprendere gli effetti dello stress in gravidanza ed
i relativi correlati comportamentali che seguiranno durante lo sviluppo neonatale
ed infantile.
Gli studi longitudinali di L. Sontag, eseguiti a partire dagli anni quaranta,
hanno rilevato che i bambini che nel periodo fetale avevano dato segni di iperattività
e di sofferenza, a causa dello stress vissuto dalla madre, durante l’infanzia
si erano dimostrati più paurosi, più timidi e riservati degli
altri e tendevano a piangere tanto da sembrare ammalati20.
Una ricerca di Lou e coll. sugli effetti neurologici dello stress prenatale
ha dimostrato che esiste una correlazione significativa tra lo stress vissuto
in gravidanza e la circonferenza cranica ridotta nel neonato. E’ stato
confermato, inoltre, che l’esposizione allo stress aumenta il rischio
di schizofrenia17.
Van Den Bergh in uno studio longitudinale, ha analizzato i dati in ogni trimestre
di gravidanza e alla prima, decima e ventottesima settimana dopo la nascita,
rilevando gli effetti nocivi dello stress a livello di attività motoria
neonatale e del comportamento infantile, manifestato attraverso il pianto, le
attività, le funzioni biologiche irregolari e il temperamento temperamento.
Nelle forme più gravi di stress patogeno si possono avere gravidanze
a rischio, interruzioni di gravidanze, morti fetali in utero, parti prematuri,
difficoltà al parto per minore motricità uterina, travagli più
prolungati e distotici18. Sono inoltre evidenti degli effetti a lungo termine
sullo sviluppo neurocomportamentale come il ritardo comportamentale, l’inibizione
attenzionale e problemi emozionali e sociali.
Una conferma degli effetti sullo stress si sono avuti dagli studi sugli animali,
i quali hanno dimostrato che il ruolo dello stress, che si esprime attraverso
l’asse HPA, induce una “iper-risposta” che agisce in particolare
attraverso tre meccanismi sul feto materno: la trasmissione degli ormoni dello
stress materno attraverso la placenta; un’alterazione nel numero e nella
regolazione dei recettori corticosteroidi ippocampali del feto; un danno al
flusso sanguigno nelle arterie uterine. Gli ormoni dello stress, in particolare
i glucorticoidi, vengono trasmessi attraverso la placenta ritardando la crescita
fetale.
Secondo Thomas Verny, lo stress eccessivo vissuto dalla donna nel corso della
gestazione può avere delle importanti ripercussioni sul nascituro, tali
da indurre dei cambiamenti che favoriscono la modifica dell’architettura
del cervello, con gli scompensi fisiologici e psicologici che ne conseguono
(maggiore fragilità e quindi minore capacità di fronteggiare lo
stress, problemi nella relazione di attaccamento madre – figlio, azione
sul piano dell’identità di genere con mascolinizzazione o effeminatezza)19.
A questo proposito il Prof. La Rocca parla, più in generale, di handicap
indotto e il Tajiani di teratogenicità comportamentale causata dallo
stress prolungato, ovvero, la manifestazione comportamentale delle esperienze
psico – fisiologiche vissute nel periodo prenatale, in età post
natale ed evolutiva.
Le condizioni di stress cronico in gravidanza possono influenzare, attraverso
la mediazione psicoendocrina, la futura reattività biologica del feto21.
L’esposizione ad influssi ormonali abnormi durante la vita embrionale,
può influenzare il comportamento e le risposte psicobiologiche dopo la
nascita. Infatti, lo sviluppo epigenetico del feto (che segue particolari tappe
biologiche), è caratterizzato da dei periodi critici in cui i vari sistemi
biologici sono particolarmente sensibili e reattivi a stimolazioni esterne e
interne di varia natura. Tra gli ormoni secreti durante la reazione allo stress,
il cortisolo riveste un ruolo particolarmente importante.
Durante la gravidanza, la secrezione di questo ormone da parte della madre viene
convertito in una forma inattiva da un enzima placentare con lo scopo di proteggere
il feto22. Questo sistema protettivo, però, ha dei limiti e l’esposizione
prenatale al cortisolo, in un momento epigenetico cruciale, può avere
effetti irreversibili predisponendo all’ipertensione e ritardando la crescita
del feto.
A questo proposito, Michel Odent parla della “placenta come avvocato”
del feto poiché una delle sue funzioni è quella di manipolare
costantemente la fisiologia materna mediante gli ormoni placentari (ad esempio
l’HCG, Human Placental Lactogen), oltre che rappresentare un terreno di
transazione primordiale madre – bambino, evocatore di immagini, di stimoli,
di arcaici fantasmi23.
Dallo studio della Monk e coll. emergono ulteriori conferme dell’esistenza
di una correlazione tra lo stato psicologico materno e la salute del feto24.
In questa ricerca sono state esaminate delle gestanti sane durante il terzo
trimestre di gravidanza, sottoposte ad una breve prova psicologica progettata
per produrre una risposta di stress. Durante le “prove ansiogene”
i valori fisiologici delle donne venivano messi in relazione con il ritmo cardiaco
fetale, attraverso una costante monitorizzazione dei parametri di madre e bambino.
I risultati dello studio evidenziarono come, il comportamento del feto, cambiasse
in risposta allo stato d’ansia e al tipo di reazione della madre allo
stress (aumento del ritmo cardiaco del feto in corrispondenza ad un aumento
dell’indice di stress della madre).
Anche nelle ricerche di Pier Luigi Righetti l’obiettivo consisteva nel
controllare l’influenza dello stato emotivo materno sul feto e sul neonato
attraverso la misurazione dei movimenti fetali e della frequenza cardiaca, che
risulta essere l’indicatore più diretto degli stati di attivazione
o di rilassamento che accompagnano l’emozione25. Lo scopo principale della
ricerca era quello di analizzare sistematicamente alcuni aspetti della comunicazione
emotiva tra madre e feto e di valutare se questo dialogo emotivo sia collegabile
al successivo rapporto materno - neonatale. Dai risultati è emerso che
al variare della frequenza cardiaca materna, varia significativamente anche
la frequenza cardiaca fetale, sia nella condizione di attivazione che di rilassamento.
Lo stesso dicasi per la motricità fetale, che varia al variare delle
condizioni di attivazione o rilassamento. Inoltre, il neonato emette una risposta
più intensa quando sente il battito cardiaco di sua madre: un dato questo
che conferma la sua capacità creativa di riconoscimento e l’esistenza
di un’intesa madre-feto.
Attraverso il linguaggio degli organi e quindi l’attività cardiaca,
endocrina e nervosa, l’attività motoria e l’espressività
fetale, il feto dimostra di essere un essere senziente, intelligente e cosciente.
Il fatto che il nascituro non comunichi con lo stesso linguaggio dell’adulto
ma attraverso queste specifiche competenze funzionali26 ha fatto sì che,
fino a pochi anni fa, lo si pensasse incapace di provare sentimenti ed emozioni,
e che non potesse sentire il dolore, sia fisico che psichico. Il dibattito sulla
percezione del dolore da parte del feto è ancora aperto, ma non è
obiettivo di questo articolo addentrarci in tale diatriba. Molte prove scientifiche27
sostengono l’evidenza che il nascituro percepisca il dolore e con questa
argomentazione si vuole sottolineare ancora una volta il suo ruolo attivo durante
i nove mesi di gestazione.
Fisk e Clark hanno condotto una ricerca su 46 feti di età compresa tra
le 20 e le 34 settimane di gestazione. Dai prelievi del sangue del feto si è
registrata un’iperproduzione di cortisolo e di beta – endorfine,
che sono presenti sia nella risposta allo stress - come si è visto in
precedenza - sia nell’esperienza del dolore. In questo caso, rispetto
al dolore, è possibile dire che le prime esperienze di sofferenza, oltre
che interessare la periferia del corpo ed il metabolismo, concorrono a formare
prima il talamo e successivamente, da questo, la corteccia cerebrale28. L’ambiente
uterino, quindi, non è un ambiente neutro per il nascituro ma esercita
un’influenza decisiva sullo sviluppo di malattie croniche che si manifestano
nella vita adulta, influenza che si tramanda di generazione in generazione29.
Una mamma sottoposta ad un eccessivo carico di stress dovuto al lavoro, a conflitti
in famiglia o a difficoltà finanziarie o altro, avrà maggiori
probabilità di mettere al mondo dei figli che tenderanno ad essere sovrappeso,
con una pressione sanguigna troppo elevata ed accelerazione delle pulsazioni
cardiache al minimo sforzo. Tale condizionamento si manifesterà in età
adulta anche a livello temperamentale: queste persone vivranno con difficoltà
la fase di separazione - individuazione e tenderanno ad instaurare dei rapporti
di tipo simbiotico, co – dipendente. Inoltre, i segni e i sintomi dello
stress prenatale, spesso si esprimono alla nascita come disturbi psicosomatici
del lattante:
• disturbo della funzione respiratoria;
• disturbi dell’apparato digerente;
• affezioni dermatologiche;
• disturbi del ritmo veglia – sonno;
• disturbi nel controllo sfinterico;
• disturbi della comunicazione;
• disturbi nella relazione profonda con la madre.
Per queste ragioni tutelare la salute del nascituro significa prevenire il disagio nell’età infantile e/o adulta.
A questo proposito, il Prof. Ottaviano di Roma ha condotto uno studio da Marzo
1993 a Ottobre 2001 con due gruppi A e B di prime gravide, tutte appartenenti
al ceto medio, mettendo in evidenza come lo stress prenatale possa incidere
nello sviluppo dei disturbi neurocomportamentali del bambino, ma anche come
è possibile proteggere il bambino durante la vita prenatale con il suo
processo di organizzazione cerebrale, attraverso l’effetto protettivo
dei PEP (Programmi Educativi Prenatali) .
Del gruppo A facevano parte 47 prime gravide con gestazione a termine e fisiologica
tranne che per la presenza di un evento intensamente stressante nel corso del
terzo trimestre rappresentato da uno dei seguenti avvenimenti: morte inattesa
di un parente di 1° grado (madre, padre, fratello o sorella), separazione
dal coniuge o improvvisi e gravi problemi economici. Il gruppo di controllo
B comprendeva 50 prime gravide con gestazione fisiologica a termine. I risultati
della Tabella 1 indicano che i nati da gravidanza con stress nel terzo trimestre
presentano una sindrome neurocomportamentale nel 76,59% dei casi contro il 14,00%
dei neonati dei gruppo di controllo, con differenze quindi statisticamente significative.
L’incidenza delle diverse sindromi neurocomportamentali nei 36 casi del
gruppo A e nei 7 del gruppo B é riportata nella Tabella 1.
La Tabella 2 indica che sia nel gruppo A che in quello B le sindromi neurecomportamentali
più comuni sono state la IPER e la IPA. La IPER (da iper-reattività
e iper-eccitabilità) indica un disturbo della regolazione caratterizzato
dalle difficoltà che il bambino incontra nella regolazione del comportamento,
dei processi psicologici, sensoriali, attentivi o affettivi, e nell’organizzazione
di uno stato di calma, di vigilanza o di uno stato affettivo positivo. Nella
sua miopatogenesi viene chiamata in causa una sofferenza lieve del tronco encefalo
e del sistema limbico con relativa alterazione del processo di organizzazione
neuronale. La IPA (ipotonica del piano anteriore) è una sindrome causata
da modeste sofferenze ipossiche delle regioni parasagittali della corteccia
cerebrale che si manifesta prevalentemente con anomalie posturo motorie e problemi
relazionali e cognitivi.
Questa ricerca evidenzia che una condizione di stress intenso nel terzo trimestre
della vita intrauterina può determinare una disfunzione del sistema nervoso
del feto e quindi dei neonato dando luogo a sindromi neurocomportamentali soprattutto
di tipo IPER e IPA. Per quanto riguarda l’effetto protettivo dei PEP,
è risultato che 8 degli 11 neonati del gruppo A risultati normali alla
valutazione neurocomportamentale erano stati sottoposti ad un PEP contro soltanto
2 dei 36 che hanno manifestato una sindrome neurocomportamentale. Ciò
suggerisce l’ipotesi che il PEP possa rappresentare un vero e proprio
intervento preventivo e terapeutico contro le conseguenze dello stress materno
fetale nel terzo trimestre di vita prenatale.
La Prevenzione prenatale
La prevenzione in ambito prenatale ha l’obiettivo di garantire
lo stato di salute del nascituro e di conseguenza dell’intera società.
Concepire un bambino con amore e consapevolezza, vivere la gravidanza come un’opportunità
di crescita della coppia, farsi attraversare completamente dall’esperienza
gestazionale, sono i presupposti che garantiscono al nascituro le basi sicure
per affrontare la vita al di fuori dell’ambiente uterino.
Per poter parlare di prevenzione è prima necessario definire cosa si
intende per stato di salute, che nel nostro caso viene inteso, non tanto quanto
assenza di malattia, ma quanto una condizione di benessere fisico e psichico,
caratteristico di una persona. Salute è quindi uno stato di equilibrio
dinamico, ma anche l’attitudine a far fronte al cambiamento sia esso fisico,
psicologico o sociale di un individuo pensato all’interno di un ambiente
attivo, che lo porta ad interagire. Per salute si intende il completo sviluppo
delle potenzialità fisiche, mentali e sociali dell’individuo stesso.
Si ritiene, di conseguenza, che la salute sia un diritto dell’individuo,
perché nulla è possibile senza salute: il nascituro, quindi, ha
diritto alla tutela e alla salute da parte dei genitori e della società.
In questo senso i genitori hanno il diritto e il dovere di conoscere i fattori
di rischio del benessere pre e post natale del loro figlio, hanno il diritto
e il dovere di essere informati per poter crescere ed educare, nel senso maieutico
del termine, un nuovo “progetto di vita”31.
Tuttavia, quando si parla di benessere prenatale è utile, accanto allo
stress, fare riferimento anche ad altri fattori di rischio per la salute degli
individui, alcuni dei quali, come l’alcool, gli psicofarmaci o altro rappresentano
una risposta compensatoria (antistress), anche se inadeguata se non addirittura
pericolosa allo stress. Di seguito, verranno accennate brevemente, sia alcune
delle sostanze minacciose per la salute del nascituro, sia alcuni fattori socio
– correlati che possono produrre effetti negativi sul bambino. Nel periodo
gestazionale, ma anche precedentemente al concepimento, è molto importante
tenere conto di questi fattori di rischio, i cui danni sono avvalorati da numerose
ricerche scientifiche:
L’esposizione eccessiva ai raggi x ed altre forme di radiazioni (es.
radiazioni ionizzanti);
L’utilizzo di sostanze chimiche, come il benzene, prodotti chimici utilizzati
in ambito artistico, solventi organici;
L’esposizione eccessiva a campi elettromagnetici (es. elettrodomestici,
phon, computer…);
Fare uso di alcolici;
Fare uso di sigarette o marijuana;
Fare uso di droghe come la cocaina, le anfetamine, etc.
E’molto importante, inoltre, ricordare che il nascituro non vive in un
ambiente “non – significativo”: la sua storia si inscrive
all’interno di un contesto universale, le cui dinamiche provocano su di
lui, in modo più o meno diretto, degli effetti considerevoli.
Questo concetto viene rappresentato graficamente nella figura 4:
Figura 4. Il contesto significativo del nascituro.
Tra i fattori sociali di rischio vi sono:
Una condizione di povertà;
Una condizione di medicalizzazione della gestazione;
Condizione di assenza di supporto alla madre.
La gestione di situazioni stressanti (capacità di coping) da parte della
coppia genitoriale, deve essere promossa al fine di evitare l’handicap
indotto da una società sempre più individualistica. Per questo,
la psicologia prenatale vuole promuovere l’empowerment della donna e della
coppia attraverso il counseling prenatale e l’individuazione di indici
di rischio, specie nelle condizioni sociali più disagiate, con una maggiore
presenza di “case maternità”. In questo modo, si riesce a
fornire un’educazione con un’ottica psicopedagogica, sottolineando
l’importanza del ruolo dell’ambiente nello sviluppo del nascituro.
La condizione di medicalizzazione nella quale al medico viene delegata ogni
responsabilità può essere vinta, a favore di una presa di responsabilità
della coppia, che trova in se stessa e nella propria autostima, le risorse essenziali
e necessarie per vivere la pre e post natalità nel modo più sereno
e sano possibile. Va favorita la presenza attiva e partecipata del padre fin
dal pre – concepimento: il padre partecipa come elemento intrinseco al
mondo psichico materno e condiziona, in un certo senso, il destino della diade
madre e figlio32.
Madre e padre, ciascuno con un proprio bagaglio psichico, affettivo, emozionale
e culturale, accomunati nell’evento procreativo, agiscono sulla percezione
che il nascituro ha di se stesso e che di conseguenza avrà negli anni
a venire.
Una genitorialità attenta e affettuosa è il requisito fondamentale
per crescere un bambino sano e felice, in grado di essere un membro consapevole
e altruista nella società. Thomas Verny, nel suo ultimo libro “Bambini
si nasce” elenca alcuni punti chiave per i genitori, dal concepimento
ai primi anni di vita. Di seguito ne verrà citato qualcuno33:
Preconcepimento
• Informarsi sulle sostanze che possono nuocere al nascituro
• Essere consapevoli del proprio equilibrio psico - -fisico
Concepimento
• Ogni bambino dovrebbe essere desiderato
• Ogni bambino dovrebbe essere espressione dell’amore reciproco
tra i genitori
Gravidanza
• I genitori dovrebbero acquisire il più possibile informazioni
sulla loro infanzia
• I membri della coppia dovrebbero approfondire il loro rapporto
• I genitori dovrebbero comunicare al nascituro, tutto il loro amore e
la loro approvazione
• E’ importante comunicare al nascituro in tanti modi diversi (cantare,
ballare…)
• La donna deve cercare di preservarsi dallo stress in gravidanza
Travaglio e parto
• E’ importante la presenza del compagno accanto alla futura madre
• Dopo il parto è consigliato circondarsi di persone amate
• E’ importante allattare il bambino per almeno tre mesi
Primi mesi ed anni di vita
• Chiedere aiuto in caso di problemi fisici e psicologici
• Cercare un supporto in ambito sanitario in cui si temesse per se stesse
o per il bambino
• Trattate il vostro bambino come vorresti essere trattati voi.
La promozione e la salute del benessere prenatale della madre, ma anche della
coppia genitoriale e quindi del concepito, diviene un dovere per coloro che
operano in ambito sanitario, con la consapevolezza dell’enorme potenziale
nell’ambito della salute e nel contesto sociale in cui viviamo.
Dall’esperienza maturata fino ad ora è emerso che ciò è
possibile grazie ad un approccio olistico e multifocale, che prevede la collaborazione
di più figure professionali nell’ambito sanitario: ginecologo,
ostetrica, neonatologo, psicologo e assistenti sociali
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«IL
METODO FISARMONICA»
Dottor Michel ODENT « Primal Health Research Centre »
Riassunto: Oggi il nostro organismo assume un numero considerevole
di so¬stanze di sintesi liposolubili che si accumulano nei tessuti adiposi,
per poi essere trasmesse al bambino in grembo attraverso la placenta e il latte.
Le conseguenze di questa contaminazione intrauterina sono notevoli per lo sviluppo
neurologico e fisiologico del nascituro. Cosa si può quindi proporre
alle donne che vorreb¬bero concepire un bambino? Grazie al metodo fisarmonica,
che consiste nella mobilizzazione dei lipidi, è possibile rinnovare le
riserve di grasso tramite week-end di digiuno ripetuti, in modo che ogni calo
ponderale sia immediatamente seguito dal recupero del peso iniziale. In questo
modo, si riducono gli effetti della contaminazione intrauterina.
Innanzi tutto, mi sia consentito ricordare congiuntamente una serie di fatti
che sono specifici della nostra epoca:
Nel nostro organismo, abbiamo tutti 300-500 sostanze di sintesi che non esistevano
50 anni fa. Sarebbe difficile menzionare tutte queste sostanze inquinanti, il
cui elenco si allunga ogni giorno. Ci limiteremo a citare i nomi di alcune famiglie
ben note: diossine, PCB, furani, PCDD… Per lo più, si tratta di
sostanze policlorate.
Queste sostanze di sintesi sono liposolubili ed hanno una vita lunga. Nel corso
degli anni, si accumulano nei tessuti adiposi, trasmettendosi alla generazione
successiva attraverso la placenta e la contaminazione del latte.
La maggior parte di queste sostanze inquinanti esplica un’azione di perturbazione
dello sviluppo del sistema endocrino. Per essere più precisi, tende a
comportarsi come «oestrogen mimickers». E’ d’altro canto
il motivo per cui gli effetti della contaminazione intrauterina sono particolarmente
preoccupanti. Nell’attuale contesto scientifico, si ritiene che la salute
si costruisca in gran parte durante la vita intrauterina. Si veda a questo proposito
la nostra banca dati (www.birthworks.org/primalhealth).
Primi avvertimenti
E’ del tutto artificioso separare gli interrogativi suscitati
dalla contaminazione intrauterina dalla problematica dell’inquinamento
del latte. Sono infatti coinvolte le medesime sostanze liposolubili. Ciò
nonostante, la contaminazione intrauterina è teoricamente una preoccupazione
più grave, perché esplica i suoi effetti ad uno stadio più
precoce, e quindi anche più critico, dello sviluppo dell’essere
umano. Gli effetti di un’esposizione precoce sullo sviluppo di determinati
organi sono già individuabili e devono essere interpretati come gravi
avvertimenti. Li classificheremo in vari gruppi.
Effetti sullo sviluppo dentale
Fin dall’inizio degli anni ’80, alcuni dentisti finlandesi
hanno studiato gli effetti delle sostanze policlorate sullo sviluppo dentale.
Avevano infatti osservato che molti bambini hanno molari poco sviluppati, molli
e decolorati, resi vulnerabili da una parziale assenza di smalto. Questi dentisti
hanno preso in considerazione gli effetti di un’esposizione accidentale
alle diossine a Taiwan (1). I bambini che avevano subito un’esposizione
durante la vita intrauterina avevano sviluppato successivamente lesioni dentali
simili a quelle osservate dai dentisti finlandesi. In questo modo, si è
riusciti a dimostrare che l’esposizione sperimentale di femmine di ratto
gravide alla diossina più tossica (TCDD) provocava uno sviluppo difettoso
dello smalto (2).
Successivamente, hanno studiato la dentizione di 102 bambini di età compresa
tra i 6 e i 7 anni, dopo aver valutato il grado di esposizione alle sostanze
policlorate durante le diverse fasi dello sviluppo dentale.
Sono quindi giunti alla conclusione che il miglior indicatore possibile di un’esposizione
precoce alle diossine era lo stato del primo molare (3).
Sviluppo neurologico ed intellettive
Un’équipe olandese ha studiato lo sviluppo neurologico
di 418 bambini di 18 mesi (4). Uno su due era stato allattato al seno (per almeno
6 mesi), mentre il resto del campione era stato allattato artificialmente. L’esposizione
prenatale è stata valutata misurando i tassi di PCB nel sangue del cordone
e nel sangue della madre. L’esposizione postnatale, invece, è stata
valutata analizzando il latte materno e i diversi tipi di latte artificiale
(in questi ultimi, è risultato impossibile individuare la presenza di
sostanze policlorate). Dopo aver preso in considerazione vari fattori associati,
si è giunti alla conclusione che l’esposizione alle sostanze policlorate
durante la vita fetale si ripercuoteva negativamente sullo stato neurologico
all’età di 18 mesi. Per converso, non si è riscontrato alcun
effetto negativo dell’esposizione ai PCB ed alle diossine durante l’allattamento,
anzi: il latte materno aveva un effetto positivo sulla motricità. Stando
ai risultati di questo studio, la contaminazione intrauterina sembra rappresentare
una minaccia più grave della contaminazione del latte.
Conclusioni simili possono essere tratte da uno studio sullo sviluppo intellettivo
di un gruppo di bambini di 11 anni. Gli autori hanno reclutato 212 neonati,
le cui madri avevano consumato pesce del lago Michigan contaminato da PCB (5).
L’esposizione prenatale è stata valutata sulla base della concentrazione
nel sangue del cordone, nel sangue materno e nel latte. All’età
di 11 anni, i bambini sono stati sottoposti ad una serie di test delle funzioni
intellettive. Da questi test, è emerso che l’esposizione prenatale
ne aveva influenzato negativamente lo sviluppo. Anche tenendo conto di fattori
associati, quali lo status socio-economico, le differenze rimanevano pur sempre
significative. Gli effetti maggiori erano quelli sulla memoria e sull’attenzione.
I bambini appartenenti al gruppo più esposto avevano un rischio tre volte
maggiore di avere un quoziente intellettivo basso, nonché un rischio
doppio di avere un ritardo di due anni nella lettura. Benché i quantitativi
di PCB trasmessi nel latte siano superiori a quelli della contaminazione intrauterina,
i soli deficit intellettivi individuabili erano quelli collegati a quest’ultima.
La vulnerabilità dell’apparato genitale maschile
I difetti di sviluppo dell’apparato genitale maschile sono sempre
più frequenti. I rapporti provenienti dai diversi paesi industrializzati
indicano un incremento della frequenza dei testicoli ectopici (6,7). Uno studio
spagnolo ha confrontato il tasso di ectopie testicolari nelle diverse regioni
della provincia di Granada (8). Di solito le ectopie sono trattate chirurgicamente.
Risulta pertanto facile valutarne la frequenza. Il 51% dei pesticidi utilizzati
in Spagna sono destinati alla frutta e verdura coltivata nelle serre della provincia
di Granada, in cui i lavoratori sono particolarmente esposti. Lo studio ha rivelato
che il tasso di orchiopessi era maggiore nelle regioni con un forte consumo
di pesticidi.
Anche la frequenza dei casi di ipospadia è in aumento. Tra il 1970 e
il 1993, i tassi sono raddoppiati nelle quattro regioni degli USA (9). Nel stesso
periodo, anche i tumori al testicolo sono diventati più frequenti (10).
Ormai si ammette che la maggior parte dei tumori al testicolo non sono altro
che conseguenze a lungo termine di difetti di sviluppo durante la vita intrauterina.
Il crollo del tasso medio di spermatozoi che si è registrato dalla metà del XX secolo rappresenta l’aspetto più intrigante della vulnerabilità del tratto genitale maschile (11). L’unica interpretazione plausibile è che tutte le sostanze sintetiche che accumuliamo nel corso degli anni nel tessuto adiposo finiscano col perturbare l’azione di alcuni agenti ormonali, e in particolare lo sviluppo dei testicoli all’inizio della vita fetale.
Anomalie congenite e tasso di prematurità
Secondo uno studio americano (Centers for Disease Control) fondato
su dati relativi al periodo 1989-1996, il tasso delle malformazioni congenite
è tendenzialmente in aumento. Inoltre, nello stesso periodo, sembra che
i tassi di prematurità siano aumentati del 4.5 % nella popolazione di
razza bianca, in misura ancora maggiore nella popolazione nera. Secondo gli
autori di quest’inchiesta, la causa più verosimile di queste variazioni
è l’inquinamento.
Tasso di abortività spontanea e «sex ratio»
Per dimostrare l’aumento tendenziale del tasso di aborti spontanei,
si è costretti a ricorrere a metodi indiretti. Secondo la stima di T.
Hassold, vengono abortiti 132 feti di sesso maschile ogni 100 feti di sesso
femminile (12). L’aumento del tasso di abortività in una popolazione
comporta pertanto una modifica del «sex ratio» alla nascita.
In tutti i paesi industrializzati si è riscontrata, nel corso degli ultimi
tre decenni, una diminuzione significativa del sex ratio (13). E’ quanto
è stato segnalato in Danimarca (14) e in Olanda (15) nel periodo 1950-1990.
Tendenze analoghe sono state riscontrate in Canada (16) e negli Stati Uniti
(17) tra il 1979 e il 1990. In Canada, nello stesso periodo, si stima che siano
andati persi 2.2 feti di sesso maschile su 1000 nascite. Negli Stati Uniti,
1.0. La diminuzione del numero relativo di neonati maschi è stata segnalata
anche in America latina (18), in Finlandia (19) e in Italia (20).
Benché altri fattori possano influenzare il sex ratio alla nascita, è
probabile che la contaminazione intrauterina sia la causa principale. Quest’interpretazione
tiene conto degli effetti dell’incidente verificatosi a Seveso (Italia)
nel 1976, quando un’intera popolazione è stata esposta a grandi
quantità di TCDD (una diossina particolarmente tossica). Tra il 1977
e il 1984, in questa popolazione sono nate 48 bambine ed appena 26 maschietti
(21).
Questa lista di segni premonitori è probabilmente destinata ad allungarsi
nel prossimo futuro. Nell’immediato, ci induce a preoccuparci innanzi
tutto delle generazioni non ancora concepite. E’ proprio questo il motivo
per cui, all’origine, il «metodo fisarmonica» è stato
proposto nell’ambito di un programma preconcezionale.
I principi del «metodo fisarmonica»
Cosa si può proporre alle donne che vorrebbero concepire un
bambino? L’unico atteggiamento razionale poggia sulla mobilizzazione dei
lipidi. L’obiettivo del metodo fisarmonica è il rinnovo delle riserve
di grasso tramite week-end di digiuno ripetuti, in modo che ogni calo ponderale
sia immediatamente seguito dal recupero del peso iniziale. Com’è
noto, la perdita di peso nei primissimi giorni di un digiuno può essere
spettacolare. La mobilizzazione delle sostanze inquinanti liposolubili tramite
il digiuno è stata confermata dalla sperimentazione su animali diversi,
come i ratti (22), i pipistrelli (23) e i piccioni (24). Il periodo di mobilizzazione
delle sostanze inquinanti liposolubili è propizio all’utilizzo
di tutte le possibili vie d’eliminazione, con particolare riferimento
al sudore, da moltissimo tempo ben studiato a questo proposito (26), e la via
intestinale (le urine non eliminano le sostanze liposolubili e il fegato non
è in grado di metabolizzare le sostanze policlorate). Durante il periodo
di mobilizzazione lipidica, sembra che la vitamina C (27), le vitamine del gruppo
B (28), l’aglio e minerali come lo zinco abbiano proprietà disintossicanti.
I perché di un cocktail
Il programma inizia con un incontro della durata di un week-end (il
sabato e la domenica), nel corso del quale è sempre disponibile un cocktail,
senza limite alcuno. Si tratta di un mix di sciroppo d’acero, sciroppo
di palma e succo di limone. Dopo aver diluito il tutto, si aggiunge un po’
di pepe di Cayenna, che tende ad aumentare la temperatura centrale. Questo cocktail
è ricco di elementi minerali. Il rapporto zinco – manganese –
ferro è ideale (dell’ordine di 5 : 2 : 1). Il rapporto calcio –
magnesio è di 2: 1, mentre il rapporto potassio – sodio è
di 10 a 1. Il succo di limone è una fonte di vitamina C naturale.
Offriamo anche delle capsule d’aglio anti-odore. Alla fine del week-end,
diamo ai partecipanti un sacchetto di tè lassativo da utilizzare una
volta tornati a casa.
Il mattino il programma comprende degli incontri, che prevedono delle raccomandazioni
sul proseguimento del programma al proprio domicilio e sul modo di ridurre successivamente
l’esposizione alle sostanze inquinanti. Per esempio, confrontiamo l’inizio
e la fine della catena alimentare. La maggior parte delle donne che partecipano
a queste sessioni consumano già cibi biologici, assumono già integratori
di minerali (in particolare di zinco), integratori di acido folico ed altri
integratori vitaminici (in particolare di vitamina C). Si affrontano anche vari
soggetti relativi alla salute, tenendo conto delle richieste e delle preoccupazioni
delle partecipanti. Questo colloquio è seguito da una passeggiata.
Dopo la siesta pomeridiana, si passa agli esercizi in una piscina d’acqua
calda, quindi ad una sauna e ad un’ulteriore passeggiata. La serata del
sabato permette di discutere e di socializzare.
Le partecipanti sono incoraggiate a ripetere ogni mese, a casa loro, brevi periodi
di digiuno che ricalcano questo modello (metodo fisarmonica). Devono assicurarsi
di non iniziare una gravidanza prima o durante la sessione e successivamente
prima della ripresa ponderale (qualche giorno).
Verso un metodo fisarmonica per gli uomini?
Quando abbiamo messo a punto il nostro programma, la nostra priorità
era, all’origine, quella di minimizzare gli effetti della contaminazione
intrauterina e della contaminazione del latte per opera di sostanze liposolubili
di sintesi. Per questo motivo, all’inizio il «metodo fisarmonica»
è stato utilizzato solo dalle donne (29, 30).
Un nuovo approccio: l’uomo come vettore di trasmissione degli
effetti dell’inquinamento.
Uno studio recente sulle leucemie infantili realizzato da un’équipe
di Montreal ci induce a pensare che anche gli uomini dovrebbero partecipare
alle sedute preconcezionali. Secondo quest’indagine, i figli degli uomini
con una maggiore esposizione a pesticidi, diserbanti e fertilizzanti sono esposti
ad un maggior rischio di leucemia linfoblastica (31). L’aumento dei rischi
è statisticamente molto significativo.
Sebbene gli studi epidemiologici non siano in grado di indicare in che modo
gli effetti della contaminazione possano essere trasmessi dal progenitore, gli
autori ipotizzano un meccanismo di "genomic imprinting" che potrebbe
rendere silenti alcuni geni. Va peraltro rilevato che oggi l’origine prenatale
delle leucemie linfoblastiche è confermata dalla concordanza dei dati,
pur nella diversità delle prospettive adottate. Sembra che l’evento
iniziale sia, in molti casi, una traslocazione cromosomica in utero (32).
Lo studio di Montreal merita tutta la nostra attenzione, perché esemplifica
perfettamente la "male-mediated developmental toxicity". Inoltre,
questo concetto è comparso per la prima volta in una rivista medica non
specializzata di grande prestigio, Lancet. Fino ad un’epoca recente, questo
concetto era esclusivo appannaggio di un circolo ristretto di ricercatori altamente
specializzati. Nel 1993, figurava già nel titolo di un articolo pubblicato
da "Annual Review of Public Health" e, nel 1995, nel titolo di un
articolo di "Epidemiology"(34).
La sperimentazione animale ha ampiamente contribuito alla comparsa e allo sviluppo
di questa nuova nozione. Vari studi hanno dimostrato gli effetti sulla prole
dell’esposizione del maschio a diverse sostanze di sintesi. Tra i possibili
effetti, si sono riscontrati una diminuzione del peso e della statura, una maggior
incidenza dei casi di morte perinatale e in utero, malformazioni congenite,
tumori ed anomalie comportamentali. Alcuni di questi effetti si sono addirittura
trasmessi alla seconda e alla terza generazione. Una panoramica di questi studi
sperimentali porta alla conclusione che le anomalie nella specie umana sono
presumibilmente imputabili all’esposizione paterna (35).
Per quanto concerne gli esseri umani, siamo probabilmente all’inizio di
una nuova generazione di ricerche ispirate a questi nuovi concetti. Uno studio
canadese ha studiato gli effetti dell’esposizione paterna ai clorofenati
nelle segherie (36). Gli autori sono risaliti a 19675 figli nati tra il 1952
e il 1988 da 9512 padri, che avevano lavorato per almeno un anno nelle segherie
della Colombia britannica, in cui si utilizzavano clorofenati contaminati da
diossine. I componenti del gruppo di controllo erano nati lo stesso anno ed
erano dello stesso sesso.
I figli di questi lavoratori presentavano un rischio elevato di anomalie oculari
(in particolare cataratta congenita), di anomalie del tubo neurale (anencefalia
e spina bifida) e di anomalie degli organi genitali. Secondo uno degli studi
effettuati sulla popolazione incidentalmente esposta alle diossine a Seveso,
Italia (37), gli uomini esposti prima dell’età di 19 anni generano
più femmine che maschi (sex ratio 0.38).
Implicazioni pratiche
I dati relativi agli uomini con un’esposizione superiore alla
media alle sostanze sintetiche liposolubili devono essere presi seriamente in
considerazione perché, a prescindere dalla nostra occupazione, abbiamo
tutti centinaia di sostanze inquinanti nel nostro organismo. L’unica differenza
è che gli effetti sono più facili da individuare quando il livello
di esposizione è più alto di quello della popolazione nel suo
complesso. La lezione principale è che, nell’attuale contesto scientifico,
anche gli uomini devono essere incoraggiati a rinnovare le loro riserve di grasso,
nell’ambito di una preparazione preconcezionale.
Gli effetti della trasmissione della contaminazione tramite l’uomo non
sono l’unico motivo per suggerire ad entrambi i sessi di partecipare ai
programmi di preparazione preconcezionale. Studi recenti dimostrano che l’esposizione
dell’uomo ai pesticidi tende a ridurre la fertilità. 652 coppie
olandesi, candidate alla fecondazione in vitro, hanno compilato un questionario
relativo alla loro occupazione e al loro stile di vita (38). 16 di questi uomini
sono stati classificati nella categoria esposta ai pesticidi.
L’associazione tra esposizione ai pesticidi e basso tasso di successo
della fecondazione è risultata statisticamente molto significativa, anche
dopo aver preso in considerazione fattori come il fumo, il consumo di caffeina
e di alcol, nonché l’eventuale esposizione ad altre sostanze inquinanti.
Il fatto che siano le coppie anziché le donne a partecipare al nostro
programma preconcezionale presenta notevoli vantaggi. La motivazione si rinforza
quand’è condivisa.
Verso un metodo fisarmonica generalizzato?
Benché gli effetti della contaminazione per opera delle sostanze
sintetiche liposolubili siano particolarmente preoccupanti nelle fasi iniziali
dello sviluppo dell’essere umano, non è possibile ignorarne le
ripercussioni negative in tutte le età della vita. Gli avvertimenti iniziano
a moltiplicarsi in vari settori della medicina. Il JAMA (Journal of American
Medical Association), per esempio, ha pubblicato uno studio presentato nel maggio
del 2000, in occasione del congresso annuale dell’accademia americana
di neurologia (39).
Questo studio, condotto da Lorene Nelson, della Stanford University School of
Medicine, ha evidenziato una correlazione significativa tra l’uso domestico
di pesticidi e il rischio di sviluppare il morbo di Parkinson. L’accumularsi
dei dati sembra suggerire che l’esposizione alle sostanze policlorate
ad azione estrogenica aumenti il rischio di tumore alla mammella. Uno studio
prospettico danese ha seguito 7712 donne per 17 anni, per valutare il rischio
di carcinoma mammario in funzione della concentrazione ematica dei diversi tipi
di organocloro (40).
Le 268 donne colpite da carcinoma mammario nel corso di questo periodo sono
state confrontate a un gruppo di controllo. Si è così riscontrata
una correlazione molto significativa tra il tasso ematico di Dieldrin (una sostanza
policlorata ad azione estrogenica) e il rischio di insorgenza del carcinoma
mammario. Anche i rischi di endometriosi sembrano essere influenzati dall’esposizione
alle sostanze policlorate (41).
Questi dati recenti, probabilmente, rappresentano solo la punta visibile di
un iceberg immenso. Non è infatti necessario aspettare i risultati delle
ricerche in corso per capire l’attualità del rinnovo delle riserve
di grasso. Alcuni lo praticano senza neanche pensarci, per il loro stile di
vita. E’ verosimile ritenere che i corridori del Tour de France e i maratoneti
non accumulino quantità ingenti di sostanze policlorate di sintesi. Il
nostro programma si rivolge agli altri.
Dottor Michel ODENT
Il Dottor Michel Odent è noto per aver introdotto, nel reparto
maternità dell’ospedale pubblico di Pithiviers, negli anni ‘70,
il concetto di sale parto «come a casa propria» e di piscine per
il parto. Queste sale parto sono state successivamente riprodotte in tutto il
mondo, in migliaia di ospedali.
Ha creato a Londra il «Primal Health Research Centre», il cui obiettivo è quello di studiare le conseguenze a lungo termine di ciò che accade durante il periodo primale (che va dal concepimento al primo anno di vita). La banca dati del Primal Health Research Centre è direttamente accessibile su Internet.
Michel Odent è autore di una cinquantina di articoli comparsi sulla
stampa medica. E’ inoltre autore di 10 libri pubblicati in 20 lingue (tra
cui: «The Scientification of Love»).
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EDITORIALE
Pier Luigi Righetti e Gino Soldera
Per tutta una serie di motivi (sociologici, psicologici, etici, morali) non
è stato semplice raccogliere i lavori che costituiscono questa nuova
uscita de “Il Giornale Italiano di Psicologia e di Educazione Prenatale”
dedicata al tema della Procreazione Medicalmente Assistita (PMA): fin da quando
l’abbiamo pensata e passata in termini operativi, il desiderio è
stato quello di affrontare la PMA in modo “neutrale”. Ecco quindi
la scelta degli Autori a diversa estrazione professionale (psicologi, medici,
pedagogisti, educatori) che hanno contribuito a creare un numero della rivista
che, a nostro parere, mette il lettore di fronte a molte – sicuramente
non tutte – delle variabili che possono emergere nella PMA.
L’obiettivo di questo numero della rivista è duplice: permettere
una certa apertura alla riflessione ai professionisti che lavorano in quest’ambito,
e offrire uno strumento in piu’ alle coppie che affrontano percorsi di
PMA.
Come di consueto (e come emerso anche nei numeri precedenti della rivista),
la nostra filosofia di base è quella di porre al centro del nostro interesse
(scientifico, di ricercatori, e di clinici) la persona: in questo caso la coppia-PMA
e il bambino-PMA, nelle loro emozioni, nei loro vissuti psicologici ed affettivi.
Difatti: la prima parte della rivista raccoglie degli articoli sulla coppia-PMA
nel suo divenire genitoriale, mentre nella seconda parte il centro d’interesse
è focalizzato al bambino-PMA e al suo futuro.
Apre questo numero de “Il Giornale” F. Covra (con l’articolo
“Il possibile limite etico nelle tecniche di fecondazione artificiale”),
la quale si propone alcuni obiettivi, tra i quali, il fornire informazioni sulla
importanza del limite etico della fecondazione artificiale, il considerare il
problema della sterilità della coppia e le tecniche della fecondazione
assistita omologa ed eterologa.
Scopo del lavoro di J. Galli (“Fallimento della procreazione assistita
e rischio nell’adozione”) è quello di analizzare il fallimento
(fisiologico, psicologico, morale e sociale) della PMA e quelli che possono
essere i rischi una volta che si decide per l’adozione.
Nell’ articolo di M.E. Bolis e coll. (“La PMA: disponibilità,
reazione e atteggiamenti nelle madri. Risultati da una ricerca sperimentale
preliminare”) vengono presentati i risultati di una ricerca (condotta
su 191 donne che si sono rivolte all’adozione, e 120 donne che si sono
sottoposte alla PMA) attraverso la quale si sono analizzate le attitudini parentali
di donne con problemi a procreare, cercando di evidenziare le differenze che
sono alla base di due percorsi alternativi alla maternità normale: PMA
e Adozione.
Nella seconda parte della rivista si dedica uno spazio “particolare”
ai bambini nati da PMA nella piena consapevolezza che, se la letteratura clinica
e sperimentale medica è ricca di lavori su questo settore, risulta molto
scarsa quella psicologica in particolare quella che si occupa di bambini e PMA.
Rispettivamente M. Cecotti (nell’articolo: “Diventare genitori e
diventare figli con la PMA”), e P.L. Righetti e coll. (nell’articolo:
“Come sarò da grande? Il futuro psicologico dei bambini nati da
PMA”), nei loro lavori propongono dei confronti (in base ad una ricerca
sperimentale compiuta nel nord Italia e a dati provenienti dall’esperienza
clinica e psicoterapeutica) tra bambini nati con PMA, e bambini nati naturalmente,
oppure adottati, o prematuri, per cercare se – in queste condizioni –
vi sono dei predittori allo sviluppo del bambino e al senso di genitorialità.
B.H. Lipton (“La natura, la nutrice e la forza dell’amore”)
riflette sulla biologia cellulare, la quale rivela che “i segnali ambientali”
sono i principali responsabili della selezione dei geni mostrata dall’organismo.
Questa nuova prospettiva è in netto contrasto con il punto di vista che
si fonda sul fatto che il nostro destino è controllato dal nostro patrimonio
genetico. La nuova enfasi posta sul ruolo della nutrice (ambiente) che controlla
la natura (patrimonio genetico) mette a fuoco la speciale attenzione sull’importanza
che ha l’ambiente materno sul comportamento fetale. In aggiunta al ruolo
documentato dalla fisiologia materna, si riconosce ora che i comportamenti materni
e le emozioni hanno un impatto profondo sul comportamento fisico del bambino,
sulle sue caratteristiche comportamentali e persino sul suo livello intellettivo.
In questo senso gli fa eco J.C. Sonne nel suo articolo “I bambini magici”
dove presenta la tesi in base alla quale i bambini sono concepiti psico-geneticamente
nello stesso momento in cui vengono concepiti fisicamente. Il modo in cui vengono
concepiti diventa un “sapere sconosciuto” come parte del loro essere.
Il termine “bambini magici” è stato scelto per definire i
bambini che sono stati fecondati grazie a varie tecnologie riproduttive. Nell’articolo
vengono discusse le implicazioni della tecnologia riproduttiva sul benessere
dei bambini che sono stati fecondati, sul loro concepimento, per quanto riguarda
il parto e l’accudimento (allevamento), per i loro fratelli, i nonni e
tutta la famiglia allargata, per i loro potenziali figli, nipoti e per tutta
la società: viene inoltre presentata la dimostrazione di una bambina
giocattolo che funziona elettronicamente, sottolineando l’importanza che
questa produzione di bambine meccaniche ha sulla produzione di bambini magici
umani, la cui nascita avviene sempre piu’ spesso nella nostra cultura.
G. Soldera e coll., chiudono proponendo il “ Progetto pilota della Regione
Veneto. Attivazione di un Centro di Fisiopatologia della riproduzione integrato”:
questo contributo, unico nel suo genere, presenta un tipo di approccio Multidisciplinare
e Integrato alla fecondazione assistita. Il tentativo è quello di poter
garantire, accanto all’intervento biomedico, un intervento psico-relazionale
adeguato e qualificato. Questo attraverso la proposta di protocolli clinici
integrati in grado di offrire alla coppia, che inizia un percorso di procreazione
medico assistita, un servizio mirato e centrato sulla persona, che garantisca,
insieme alla comprovata qualità del trattamento offerto, assistenza e
supporto capaci di cogliere, accanto alla domanda di fertilità, anche
quella volta al benessere personale, di coppia e del futuro figlio.
Il programma che vede coinvolte le diverse figure professionali favorisce, inoltre,
preziose occasioni di confronto e arricchimento reciproco, le quali concorrono
a migliorare la qualità dei servizi erogati e quindi ad un aumento della
qualità della vita in un momento così particolare e delicato come
quello del concepimento.
Dunque, come già emerge da questa presentazione della rivista, il tema
della PMA viene qui valutato (e ri-valutato) con un ottica gestaltica ed olistica
a partire da diversi punti di vista che convergono nel riflettere sulle persone
infertili, le coppie candidate alla PMA, e i loro bambini: in questo senso,
siamo dell’idea che in questi vissuti carichi di desideri, fantasie, affetti,
ci debba essere uno spazio di condivisione e rispetto delle scelte di ognuno.
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STRESS
E SOFFERENZA FETALE
di Gino Soldera
Nella nostra società i bambini hanno avuto in passato una condizione
di vita difficile prima di cominciare ad essere riconosciuti e accettati come
esseri umani e come persone capaci di avere o di provare delle vere sensazioni
ed emozioni e di vivere direttamente delle esperienze. Per molti secoli i bambini
hanno vissuto una dimensione parallela a quella degli adulti essendo considerati
degli esseri incompleti e insensibili, o meglio, delle sottospecie di esseri
umani o degli animali inferiori che si presentavano in forma umana.
Anche successivamente con l’avvio dello sviluppo scientifico e tecnologico,
in nome della ragione e della necessità della verifica sperimentale,
i bambini non hanno goduto di uno status migliore, in quanto continuavano ad
essere considerati dei corpi animati privi di una vera e propria vita soggettiva.
La loro espressione sofferta al dolore veniva considerata una “smorfia”
o un “riflesso”, il loro pianto un “lamento” e i loro
vissuti delle “fantasie” o delle “suggestioni” da dimenticare.
Infatti, dice - David Chamberlain - “Nel mondo occidentale gli inizi della
genitorialità sono stati oscurati dal materialismo pervasivo della medicina
e della psicologia che hanno dubitato dello stato cognitivo del neonato e che
hanno negato gli aspetti umani del comportamento fetale”.
Oggi, anche noi dobbiamo riconoscere sempre di più il mondo del bambino
e rapportarci di conseguenza. Infatti, la moderna ricerca ha messo in evidenza
che fin dalla gestazione il bambino è in grado di vedere, di udire, di
fare esperienze, di toccare, di apprendere, ma soprattutto è in grado
di provare sensazioni e di rispondere agli stimoli interni ed esterni di pericolo,
di sofferenza e di dolore, e di attivare i suoi sistemi di allarme e di difesa.
L'organo del cuore, quello che simbolicamente è considerato il centro
dei nostri sentimenti e affetti, comincia a battere fin dalla quarta settimana
di gravidanza. Alcune vie anatomiche relative ai meccanismi della percezione
del dolore sono presenti sin dalla 7a S.d.G. (Settimana di Gestazione). La sostanza
P, componente neurochimica del dolore, fa la sua comparsa nel cervello e nella
colonna spinale dalla 12a S.d.G..
Le reazioni all'esame invasivo fetale dell'amniocentesi, che si pratica verso
la 16a-17a S.d.G. attraverso il prelievo con un ago di 10-12 cc di liquido amniotico
contenente le cellule del feto con i cromosomi da indagare, spesso si manifestano
nel nascituro con un'accelerazione prima e un'inibizione poi del battito cardiaco
e della motricità, oltre che con il "blocco respiratorio".
Il pianto da aborto è stato registrato alla 21a S.d.G., mentre si sono
avute delle morti per dolore del feto a causa della manipolazione ostetrica.
Fin dalla 24a S.d.G. ci si è resi conto che il feto fa dei tentativi
per svincolarsi con il braccio dall'ago impiantato su di lui nel corso di un
intervento medico in utero.
Questo ci aiuta a comprendere che i bambini prima e dopo la nascita sono esseri
pienamente coscienti, sensibili e attenti che percepiscono le sensazioni fisiche,
mentali ed emozionali dei loro genitori, oltre a quelle proprie. La neuropsicofisiologia
prenatale ha messo in evidenza che i bambini, particolarmente deboli e vulnerabili,
possono sperimentare durante la gestazione degli stati di stress, di tensione
e di turbamento, e viverli in forma di traumi, di pericolo di morte e di annichilimento,
tanto da costituire degli imprinting particolarmente negativi tali da diventare
causa di disturbi emozionali, psicosomatici e di malessere fisico.
Attualmente si tende a ritenere che ogni intensa emozione o difficoltà
sperimentata, che non offre l’opportunità di essere risolta, possa
rimanere radicata nell’inconscio come una questione aperta o come una
ipoteca verso il futuro. La ricerca ha confermato, se c’erano dei dubbi,
che gli stress intensi e persistenti e che i traumi non risolti se non alleggeriti
da soluzioni adeguate, fissano nel corpo in forma permanente modelli di tensione
che minano la funzionalità del complesso sistema psiconeuroimmunoendocrinologico
dell’essere umano.
Questi vissuti, frutto dell’interazione con l’ambiente, esercitano
un ruolo importante nella formazione e nel funzionamento dell’organismo
del bambino, nella architettura e organizzazione del suo sistema nervoso e del
suo comportamento. Secondo un gruppo di ricercatori del Kentucky, l’ambiente
uterino plasma lo sviluppo del bambino e dosi elevate di stress della madre
possono predisporre a un più alto rischio di malattie cardiache e di
diabete. L’esposizione a grave stress emozionale nel primo trimestre può
creare delle malformazioni congenite inducendo iperglicemia e ipossia attraverso
un’aumentata secrezione di cortisolo e di catecolamine. Inoltre, è
stato dimostrato che una eccessiva fonte di stress influisce sulla fisiologia
cerebrale, inclusa l’inibizione e la distruzione di neuroni e sinapsi
nell’area dell’ippocampo, e diminuisce la produzione di determinati
neurorecettori.
Per Thomas Verny un bambino geneticamente vulnerabile esposto a forti stress
prenatali vive una situazione di rischio che può sfociare in una patologia
comportamentale che va dall’iperattività all’autismo. In
riferimento al comportamento alimentare, in una ricerca condotta in Inghilterra
è emerso che molte madri con figlie anoressiche avevano vissuto un elevato
livello di stress durante e dopo la gestazione. Inoltre le pessime abitudini,
il superlavoro e lo stress in gravidanza costituiscono un gravo rischio di parto
anticipato e di nascita prematura.
E’ auspicabile, come insegna la psicopedagogia prenatale, che i genitori
comincino a diventare consapevoli del loro ruolo e a capire il senso della vita
di coppia e della famiglia prima del concepimento dei figli, in modo che possano
essere da subito in grado di accettarli, amarli e valorizzarli, e successivamente
accudirli in termini “sufficientemente adeguati”.
L’esperienza clinica sta dimostrando che il legame e l’attaccamento
che vengono messi in moto durante il periodo pre- e perinatale influiscono in
larga misura su tutte le successive dinamiche relazionali e hanno un impatto
duraturo su tutto ciò che riguarda l’intimità personale,
il rapporto famigliare e le dinamiche sociali.
L’attenzione dei medici, come accade ancora oggi, è rivolta piuttosto
alle sofferenze delle madri e quindi degli adulti anziché a quelle dei
bambini prima o dopo la nascita.
Tutt’ora vengono praticati, spesso di routine degli interventi dolorosi
e questo produce un conseguente disagio e sofferenza nei bambini, da sommarsi
al cattivo esempio dato ai genitori. Le attuali tecnologie che riguardano la
nascita includono spesso procedimenti che vengono vissuti dal nascituro come
drammaticamente invasivi e che violano apertamente i limiti consentiti. Benché
tali procedimenti siano a volte necessari per assicurare la sopravvivenza, coloro
che assistono alla nascita e i genitori (anche se su di loro non cade nessuna
colpa) sono generalmente inconsapevoli di come tali procedure vengano percepite
e vissute dal bambino. Va ricordato per quanto riguarda gli operatori dell’area
materno-infantile che qualsiasi pratica sanitaria attuata sul bambino, in modo
particolare se invasiva, può avere delle conseguenze traumatizzanti sul
suo sviluppo esistenziale.
L'intervento non deve essere attuato contro e negare in questo modo l'importanza
del rapporto umano e affettivo tra operatore sanitario e paziente: sia esso
embrione, feto, neonato, bambino o adulto. Privilegiare il corpo e dimenticare
la persona può produrre un grande disagio psichico e alla lunga effetti
negativi sull'esito dell'intervento stesso.
Nel campo educativo e della formazione dei bambini non esiste tempo sprecato,
ma tempo investito, perché la costruzione di una relazione significativa
con l'altro richiede varie competenze di base e una certa disponibilità
professionale e umana: non solo nel fare, ma anche nell'accogliere, nell'ascoltare
e nel sostenere. Le madri hanno sempre saputo, anche se oggi date le circostanze
difficili nelle quali vivono tendono a dimenticarlo, che nel rapporto con i
figli il tempo investito oggi sarà recuperato domani.
Il nascituro affetto da problemi prenatali o perinatali e che necessita di indagini
o terapie cliniche ha bisogno, date le probabili esperienze minacciose, angoscianti
e dolorose , di un profondo rispetto umano e personale, quale primo segnale
sociale di accoglienza da parte degli operatori, oltre che di un grande sostegno
affettivo rassicurante da parte della madre e, se possibile del padre, o meglio
da parte di entrambi i genitori.
E’ auspicabile che gli adulti, siano essi operatori o genitori, imparino
quanto prima a riconoscere la manifestazione di stress precoci e traumi, in
modo da accettarli e affrontarli o trattarli precocemente con un atteggiamento
di empatia, così che questi possano essere elaborati e integrati nella
coscienza riducendo al minimo ogni possibile condizionamento negativo.
Con lo spezzare i nostri inconsci legami col passato problematico diventiamo
sempre più liberi di vivere ogni momento del presente in pienezza senza
ricorrere a comportamenti antisociali quali l’alcool, la droga e la violenza.
Tutto ciò non è senza effetto nelle future generazioni specialmente
se si tiene conto, come ci ha insegnato l’antropologia, che la violenza
nelle società è in ultima analisi una conseguenza dell’abuso,
del maltrattamento e dell’abbandono di quegli esseri umani impegnati a
vivere la prima stagione della vita che tanta parte ha nel determinare il loro
futuro. A tal proposito, Kandiner e Mead hanno effettuato due interessanti ricerche
riguardanti le tribù primitive dei Mundugumor di Alor (isola dell'Indonesia),
e degli Arapesh della Nuova Guinea.
Essi hanno osservato che presso le tribù dei Mundugumor il rituale della
maternità manca di tenerezza e premura materna con la conseguenza che
il rapporto umano, specie fra i due sessi, è particolarmente brutale.
Infatti, questi sono popoli sospettosi, litigiosi, senza fede in se stessi,
timidi, insicuri; non cooperano, non formano amicizie e sono bugiardi nei rapporti
commerciali (ognuno cerca di approfittare dell’altro). Il tema principale
che esprimono nel loro folclore è l’odio verso i genitori.
Gli Arapesh, invece, si comportano in maniera opposta, hanno una sorta di venerazione
vero la maternità e una grande attenzione verso la paternità.
Infatti, in questa società “aspettare un figlio” è
una espressione che vale tanto per la donna quanto per l'uomo e l’accudire
il figlio è ritenuto un compito che riguarda sia la madre che il padre.
Il bambino viene così a trovarsi in un clima di continue sollecitazioni
affettive positive, ne consegue che il rapporto umano viene improntato nella
comprensione reciproca, nella tolleranza e nell’amore; mentre fra le loro
virtù spicca la genuina e assoluta ignoranza del concetto di “proprietà”,
in quanto tutti gli indigeni della tribù si considerano figli della comune
madre terra, aventi gli stessi diritti.
A coloro che hanno incarichi di responsabilità nella società e che non si impegnano a mettere a disposizione delle coppie e delle famiglie le energie, le risorse economiche e i servizi necessari per consentire loro di svolgere fino in fondo con competenza e responsabilità il ruolo di genitori, il quale, come sappiamo, rappresenta la più importante opera che la vita e la società abbia loro riservato, poniamo, con Lloyd deMause, in termini chiari alcune semplici domande:
- Possiamo permetterci di non insegnare agli esseri umani a fare i genitori?
- A quale compito più importante potremmo dedicare le nostre risorse
?
- Vogliamo veramente avere per sempre montagne di armamenti e carceri?
- Deve ogni generazione continuare a torturare e a trascurare i propri bambini,
affinché essi ripetano le violenze sociali e gli sfruttamenti delle generazioni
precedenti?
- Perché non progettare una rivoluzione politica e sociale ragionevole
facendo prima di tutto una rivoluzione genitoriale?
- Se la guerra, la violenza sociale, la dominazione delle classi e la distruzione
economica della ricchezza sono veramente rituali d’obbligo dovuti ai traumi
infantili, come potremmo rimuovere la fonte di tali rituali?
- Come fare a smettere di abusare e di trascurare i bambini?
- Come fare ad aumentare la vera ricchezza delle nazioni e delle nostre prossime
generazioni?
- Come fare a ottenere un mondo di amore e di felicità?
In sintonia con questi interrogativi Michel Odent afferma: “La nostra
specie non può continuare a distruggere se stessa distruggendo la terra,
gli oceani e l’atmosfera. Per creare un nuovo mondo noi dobbiamo creare
un altro essere umano che abbia la massima capacità di amare. Noi dobbiamo
focalizzare la nostra attenzione sul legame fra madre e bambino, sull’attaccamento
fra esseri umani, sull’attaccamento con gli animali, i vegetali e perfino
con gli oggetti inanimati. Si tratta di una priorità globale.”
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EDUCAZIONE
PRENATALE APPLICATA
di Pier Luigi Righetti e Gino Soldera
Negli anni 1981/2 cominciavano ad apparire le prime opere divulgative sullo
sviluppo sensoriale del feto e sulle impronte affettive ricevute. Questi argomenti
erano sostenuti, sul piano clinico, dalla corrispondenza rilevata tra i problemi
del bambino e il vissuto della gravidanza da parte della madre. Da qui emergeva
la necessita di individuare una metodologia che potesse canalizzare queste conoscenze
secondo una concezione rispondente ai bisogni umani emergenti. Si cominciava
allora a parlare di educazione prenatale anche se questo termine risultava,
come riferiva la sua animatrice, M. A. Bertin, piuttosto ambiguo:“In effetti
(il termine educazione) può evocare l’idea di norme e di programmi
scolastici. Norme e programmi riguardano però l’istruzione, cioe’
la trasmissione del sapere e del saper fare, mentre l’educazione è
essenzialmente risveglio… risveglio e sviluppo di facoltà e di
attitudini”.
L’educazione può, dunque, definirsi come un insieme di mezzi che
consentono all’essere umano di svilupparsi. Infatti, si sta rilevando
in modo sempre più evidente che l’essere, con la sua capacità
autogenerativa e autoevolutiva, e le grandi risorse che dispone, è in
grado di formarsi e di svilupparsi. Per rendere possibile ciò è
necessario che i genitori, ed in particolare la madre, mettano a disposizione
dell’essere che si sta formando i materiali fisici, affettivi e mentali
di cui ha bisogno. Infatti, “…il nascituro – prosegue M. A.
Bertin - riceve dalla madre e attraverso di lei dall’ambienti tutti i
materiali costitutivi del suo corpo, le stimolazioni sensoriali che dinamizzano
funzioni e organi corrispondenti, così come la funzione cognitiva globale”.
“Le emozioni materne positive e negative, i messaggi d’amore l’indifferenza
o il rifiuto che gli sono trasmessi per via ormonale o energetica creano degli
engrammi sulla sua memoria cellulare, colorano la sua sensibilità, inducono
un suo modo di relazionare, in breve orientano la sua personalità futura”.
Da qui la necessità di verificare, sul piano pratico, la consistenza
e il valore di queste conoscenze, oggi sempre più numerose e precise,
promovendo durante la gestazione, dei momenti di formazione che è possibile
attuare concretamente all’interno della struttura ospedaliera e nei servizi
del territoriali, per creare una maggiore consapevolezza dei genitori verso
la gravidanza e migliori condizioni di vita dell’essere umano in formazione.
Spetta alle organizzazioni sociali e sanitarie, private e pubbliche, l’impegno
di porre al centro della loro azione l’essere umano fin dall’origine
con proposte mirate, attente ai suoi bisogni umani e personali più profondi
attraverso programmi e interventi integrati e volti a sostenere il delicato
processo di trasformazione personale, in sinergia con le dinamiche relazionali
della coppia e della famiglia, affinché i genitori possano vivere con
semplicità e con gioia la loro esistenza, in questo particolare e irripetibile
momento della loro esistenza.
A partire da queste premesse è possibile contribuire, gradualmente e
in modo significativo, alla riduzione del disagio psicofisico e ai possibili
rischi di patologia fisica e psichica del nascituro, oltre che a promuovere
lo sviluppo delle numerose qualità e competenze che egli ha in dotazione
fin dall’inizio della vita.
Attraverso una lettura semplice – per il lettore “non specialista”
– e allo stesso tempo teorica e clinica – per il lettore “specialista”
– abbiamo pensato ordinato gli articoli presenti in questo numero de “Il
Giornale Italiano di Psicologia e di Educazione Prenatale” secondo una
consequenzialità evolutiva che prende in considerazione il concepimento,
la gravidanza e il parto, fino ad arrivare al primo periodo della vita neonatale.
Apre M. Odent, l’illuminato osterico ginecologo francese che attualmente
dirige il Primal Health Research Centre di Londra, con la presentazione del
“Metodo fisarmonica”, utile alla preparazione di un sano concepimento
da parte dei futuri genitori. Infatti, in questa fase il bambino riceve dal
padre e dalla madre un patrimonio genetico globale e completamente originale.
Le potenzialità incluse in questo capitale iniziale hanno modo di organizzarsi
in quella struttura genetica che concorre alla formazione dell’organismo
umano e alla realizzazione di un nuovo progetto di vita. Nell’articolo
vengono analizzate con competenza e originalità le condizioni favorevoli
e sfavorevoli che accompagnano questo importante evento.
L’articolo “Il valore dell’emozione in gravidanza” di
A. D’Acierno (pedagogista clinico) rappresenta il trait d’union
tra la parte teorica e quella più pragmatica che porta a riflettere sull’importanza
delle componenti emotive – come componenti relazionali – che possono
emergere durante l’attesa.
“Un modo per entrare in contatto con il bambino prima della nascita: il
rebirthing prenatale”: aria, respirazione, emozioni, rilassamento, sono
alcuni degli elementi che caratterizzano la tecnica del rebirthing prenatale
e ne definiscono uno degli strumenti piu’ attuali ed innovativi di tutta
l’educazione prenatale. In un intrecciarsi di aspetti teorici e pragmatici
(con ricchezza di esempi pratici) M. Marinotto e M. Zorzi propongono le modalità
di accompagnamento alla nascita della coppia genitoriale e del loro futuro bambino
attraverso l’esperienza del rebirthing prenatale.
Il lavoro “Psicologia ed educazione prenatale, un’interazione possibile
in ambito istituzionale: risultati preliminari di una particolare procedura
di accompagnamento al parto” di D. Dileo e coll. (psicologi, psicoterapeuti
e ginecologi, che lavorano in U.O. di Ostetricia e Ginecologia) propone un protocollo
interessante di interazione tra psicologia ed educazione prenatale, arricchito
dei risultati preliminari di una particolare procedura di accompagnamento al
parto.
A. Pomari nel suo lavoro “Ayur yoga in gravidanza” si pone lo scopo
di divulgare la pratica dell’ayur yoga durante il periodo della gravidanza
per contribuire ad un armonioso sviluppo del nascituro e mantenere il benessere
della mamma attraverso la consapevolezza della sua magica esperienza.
Attraverso una semplice metodologia sperimentale, M. Robbiani introduce un’analisi
dei bisogni che possono emergere durante i corsi di accompagnamento alla nascita.
Si tratta di uno strumento semplice atto a comprendere i punti di forza e di
debolezza presenti nei corsi di preparazione al parto.
Negli ultimi anni partorire in acqua rappresenta una novità – e
a volte una specie di moda – che spesso viene proposta nei media con metodi
poco precisi e sperimentali; nell’articolo “Quando l’acqua
non è solo H2O: le donne raccontano” di M. Frare e A. Thöni
si propone uno studio sperimentale che indaga l’area inesplorata del partorire
in acqua, cioè il modo in cui le madri vivono il parto in acqua e quale
significato psicologico ed emotivo esso ha per loro, sia in quanto donne che
in quanto madri.
Chiude questo numero della rivista, dopo aver passato in rassegna le varie fasi
del pre- e post-parto, in un articolo di Simona Agostani, sull’esperienza,
particolarmente difficile, che il prematuro deve affrontare nel suo primo impatto
con il mondo esterno sostenuto con il metodo del cordone ombelicale sonoro applicato
per la prima volta nell’U.O. del reparto di Terapia Intensiva Neonatale
dell’Ospedale Infermi di Rimini. In questo contesto la musicoterapia polivalente,
è diventata un mezzo di congiunzione atto a sostenere e facilitare la
relazione genitori-figlio o, nel caso di parti gemellari (molto comuni in questi
ambienti), genitori-figli, andando ad agire sul sistema familiare.
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GRAVIDANZA
PARTO E NASCITA NELLA LETTERATURA
NON SPECIALISTICA DEL '900
MARIO GASPARINI, Clinica Ostetrico-Ginecologica del Policlinico Universitario
di Udine (direttore prof.Diego Marchesoni)
Nel secolo scorso, la gravidanza, il parto e la nascita, sono stati eventi
al centro di un’evoluzione culturale radicale a livello mondiale.
Sia la letteratura italiana, sia quella straniera del novecento, sono ricche
di riferimenti, brevi o approfonditi, a questi temi universali spesso trattati
in un loro aspetto peculiare: aborto spontaneo o volontario, sterilità,
descrizione del parto ed eventuali esiti a carico del figlio, genitorialità
…
Ovviamente, nel presente lavoro, prendiamo in considerazione solo una minima
parte della letteratura non specialistica del secolo scorso, di nostra conoscenza
che, forse, non è neppure la più significativa.
Consci di questi limiti, in generale, possiamo affermare che la vicenda narrata
nei testi da noi letti assume contorni molto diversi che dipendono, a nostro
parere, dai seguenti fattori: cultura specifica del luogo e del periodo storico
in cui avviene, sensibilità personale dello scrittore o della scrittrice,
specie se si tratta di un racconto autobiografico.
Anche per questo motivo è utile conoscere, almeno per sommi capi, la
biografia dell’autore dell’opera letteraria.
Una migliore comprensione fino ad un possibile tentativo di interpretazione
psicologica degli episodi narrati, dipende molto dalla lettura integrale dell’opera.
Altrimenti, se ne rischia una visione parziale e distorta.
L’intento di questo lavoro è, dunque, quello di offrire al lettore,
materiale di studio, riflessione e approfondimento su argomenti vitali come
la gravidanza, il parto e la nascita e in genere il processo generativo.
Si tratta insomma di un ventaglio di brani letterari in cui ciascuno di noi,
perché figlio o partner o genitore, può e potrà in futuro
aggiungere una o più pagine personali accanto a quelle già scritte
da vari Autori.
Questa postilla scritta o solamente pensata e magari discussa in gruppo può
diventare un utile strumento, in particolare nel percorso di formazione dello
psicologo in area ostetrico-ginecologico. In questa sede per ragioni di spazio,
riportiamo solo tre brani scelti tra i numerosi della letteratrura del novecento:
Il primo è tratto dal Don Giovanni in Sicilia di Vitaliano Brancati,
e riguarda l’innamoramento, l’amore, il difficile percorso di partnership
e di paternità; nel secondo il tema dominante è il dialogo prenatale
madre-feto, fra Isabel Alliende e la figlia Paula; nel terzo, il dottor Zivago
di Boris Pasternak, l’argomento trattato è il parto-nascita del
primo figlio di Jurij Andreevic (Zivago) e della moglie Tanja.
1. Don Giovanni in Sicilia – Vitaliano Brancati 1941
Pubblicato nel 1941, in piena Guerra Mondiale, Don Giovanni in Sicilia
narra la vita del protagonista Giovanni Percolla, quarantenne scapolo catanese
che ben rappresenta la borghesia siciliana di quell’epoca: una persona
che rifugge dalle responsabilità e che passa i suoi giorni tra pasti
abbondanti e successivi pisoli pomeridiani, accudito da tre sorelle nubili.
I brani scelti riguardano l’innamoramento, l’amore e un difficile
percorso di partnership e di paternità del personaggio principale. Le
sue giornate sono intessute da interminabili chiacchere con i suoi amici, conversazioni
futili, monotematiche in cui l’argomento dominante sono le donne. Alla
fine, però Giovanni si innamora di Antonietta dei Marconella, Ninetta,
ed ecco cosa gli succede: “…un nuovo sguardo che Ninetta fece scivolare
verso di lui (Giovanni)… lo rimise in quell’alto sentimento di sé,
in quella gioia, in quei ricordi di aver fatto grandi cose, che gli cambiavano,
non solo l’espressione degli occhi, così facile a mutare, secondo
l’umore, ma quella stessa del naso e delle orecchie; il naso infatti si
stringeva e assottigliava, le orecchie stavano ferme quand’egli rideva.
Sai che mi diventi un bell’uomo?’, gli disse Monosola (amico). ‘Che
diavolo di cura stai facendo?’ Egli trasalì. ‘Sono innamorato!’
rispose mentalmente…”.
Sguardi, gesti, parole pronunciate, tono della voce, atteggiamenti, sentimenti
provati, sono questi e altri ancora gli ingredienti dell’innamoramento.
Tra un uomo e una donna, comunque, è lo sguardo il momento decisivo:
“…la storia più importante di Catania - scrive l’autore
di Don Giovanni in Sicilia - non è quella dei costumi, del commercio,
degli edifici e delle rivolte, ma la storia degli sguardi. La vita della città
è piena di avvenimenti, amicizie, risse, amori e insulti, solo negli
sguardi che corrono fra uomini e donne; nel resto è povera e noiosa”.
Per la prima volta nella sua vita, dunque, Giovanni Percolla è innamorato.
Proprio lui che aveva trascorso così banalmente i suoi giorni, con infiniti
pettegolezzi sulle donne, in gara con i suoi amici. Ma, si sa, l’innamoramento
è un’esperienza spontanea, non richiede uno sforzo personale e
non è possibile decidere il momento e la persona di cui innamorarsi:
capita quando capita. È comunque, un evento fascinoso in cui si può
essere sommersi da una marea di impulsi tra i quali primeggiano la dolcezza,
la tenerezza, lo struggimento, lo stupore della scoperta e l’ebbrezza
dell’assoluto.
L’innamorato si sente attratto dall’altro, ma ancor di più
ambisce di essere desiderato dall’altro fino ad esserne valorizzato e
confermato “in quell’alto sentimento di sé”, in altre
parole, fino ad accrescere al massimo la propria autostima.
Solo “un nuovo sguardo che Ninetta fece scivolare verso di lui”
può fare questo miracolo.
Si realizza solamente ora, con l’incontro con Ninetta, la profezia del
padre di Giovanni. Quando quest’ultimo era ancora “nel grembo della
madre (la quale aveva sedici anni, e, la notte, si spaventava talmente dei ladri
che il marito doveva tenerle la mano nella sua”), lui, il padre di Giovanni,
per consolarla le diceva: “Ma c’è un uomo dentro di te! Un
corazziere!”.
Un padre rassicurante, dunque, protettivo, adeguato alla circostanza e anche…
profetico.
L’innamoramento è paradossale per sua natura: è un incontro
che dà inizio ad una nuova prospettiva, un cammino inedito in coppia,
e anche un addio che segna l’allontanamento dalla storia vissuta nella
famiglia.
Così sembra capiti a Giovanni che si sposa e si trasferisce da Catania
a Milano per iniziare un’altra vita. Ma i ricordi infantili, soprattutto
quello della giovane madre, morta quand’era poco più che una bambina,
lo tengono legato al passato: “Quando pensava alla madre, era preso da
una tenerezza così struggente e paterna che non poteva più parlare.
Ricordava quella ragazza morta a 24 anni, in età molto più giovane
della sua di ora e anche dell’età che aveva Ninetta; quella ragazza,
che, all’alba del giorno dei morti, si divertiva a giocare con le palle,
le bambole e i fucili, trovati dai figli, più dei figli stessi; e nell’emozione
di dover chiamare mamà quell’immagine giovanile, birichina e ridente,
balbettava parole filiali e paterne insieme.”
Questo riferimento alla “tenerezza così struggente e paterna”,
al ricordo della madre bambina, dipinge un Giovanni rimasto orfano di madre
in verde età. Un uomo privato ben presto di una vera figura materna,
surrogata per molti anni dalle amorevoli cure delle tre sorelle e che la ritrova,
finalmente, in Ninetta; quando questa rimane gravida, pur essendone felice,
non riesce a coniugare in lei l’ideale di donna che lui ha da sempre cullato
con quello della moglie e futura madre di suo figlio. Tanto che, durante la
gravidanza della consorte, Giovanni si innamora di una giovane, Eleonora, che
assomiglia “all’immagine scontrosa e inafferrabile, che della donna
si aveva a Catania”.
Nel corso della gravidanza, “in verità, Ninetta era diventata bellissima.
Egli se ne stupiva sempre più…poco ci volle che, a furia di ammirarla,
non l’amasse di meno…”. Sembra che per Giovanni ci sia più
ammirazione che amore per la sposa che sta per dargli un figlio. Il suo è
ancora innamoramento, non amore autentico: “poco ci volle che, a furia
di ammirarla, non l’amasse di meno…” Ma -aggiunge Brancati-
questo scadimento di sentimenti fu impedito dal costante pensiero, col quale
s’incorraggiava come un bambino di notte col proprio canto, che nelle
‘pure e divine’ forme di quella perfetta bellezza, la curva leggera,
che sollevava la veste, custodiva l’immagine, ancora scialba come un barlume
prima della luce, di suo figlio”.
La gravidanza di Ninetta è tutta ed esclusivamente mentale per Giovanni.
Questi cerca di non essere spaventato e si dà coraggio “come un
bambino di notte col proprio canto”: con una cantilena autoreferenziale.
La donna angelicata dalle forme ‘pure e divine’ stenta a coniugarsi
nel suo “costante pensiero” con quel corpo muliebre gravido. Non
solo: in Ninetta mancano anche quelle caratteristiche femminili che avevano
costituito argomento quotidiano di conversazione con gli amici di Catania. Con
loro condivideva un pregiudizio sull’altro sesso: “un’immagine
scontrosa e inafferrabile che della donna -afferma- si aveva a Catania”.
Questa frammentazione della figura femminile riflette la simultanea difficoltà,
se non addirittura l’impossibilità, di un percorso di paternità
da parte di Giovanni. Non può essere così per un uomo che, ricordando
la giovane madre, “balbettava parole filiali e paterne insieme”.
Come per tutte le persone di questo mondo, anche per lui è l’identità,
cioè l’appropriarsi di sé stesso con tutta la sua corporeità
maschile nei vari ruoli della propria vita, che porta alla relazione vitale
con l’altro; non è la relazione che crea l’identità.
Il ruolo di partner, di futuro padre e genitore sono in lui sfumati. Allo stesso
modo, Ninetta gravida “custodiva l’immagine, ancora scialba come
il barlume prima della luce, di suo figlio”.
A Giovanni insomma, basterà tornare una volta in Sicilia, nella vecchia
casa con le tre sorelle, per precipitare nelle vecchie abitudini, e probabilmente
per non staccarsene più.
Giovanni Percolla è ritornato in quello che sembra essere stato e destinato
ad essere il suo unico, vero grembo, la città di Catania.
2. Paula – Isabel Allende 1994
Paula è un libro nato dall’esperienza privata di Isabelle
Allende, la temibile prova della morte della giovane figlia dopo un lunghissimo
periodo di coma in seguito a porfiria.
La cronaca dolorosa, della malattia, del coma e della morte della figlia Paula
si intreccia con il resoconto di una leggenda familiare che la madre narra alla
figlia perchè, le dice, “quando ti sveglierai non ti sentirai tanto
sperduta”.
In questo contesto di base, Isabel rivive due dialoghi particolari: quello che
lei stessa ha avuto con sua madre, quand’era ancora dentro di lei; quello
con la figlia Paula ora in coma, quando era ancora nel suo utero.
Del primo scrive: “mia madre non era stata preparata alla maternità…ma
appena presentì di essere incinta seppe che sarebbe stata una bambina,
la chiamò Isabel e intavolò con lei un dialogo permanente che
non si è mai interrotto fino ad oggi. Aggrappata alla creatura che cresceva
nel suo ventre, tentò di compensare la sua solitudine di donna mal maritata;
mi parlava ad alta voce spaventando coloro che la vedevano comportarsi come
un’allucinata, e suppongo che io l’ascoltassi e le rispondessi,
ma non mi ricordo di quel periodo intrauterino”.
Per quanto riguarda suo padre Isabel precisa: “Mio padre aveva gusti sfarzosi.
L’ostentazione è sempre stata mal sopportata in Cile , dove la
sobrietà è segno di raffinatezza…divenne l’invitato
immancabile delle feste di Lima…mentre saliva i gradini della sua carriera,
la moglie si sentiva prigioniera in una situazione senza uscita, unita a vent’anni
a un uomo sfuggente da cui dipendeva in tutto e per tutto…”.
La comunicazione prenatale madre-feto, dunque, non appare supportata da un valido
legame di coppia genitoriale. La madre di Isabel era costretta a parlare “ad
alta voce spaventando coloro che la vedevano comportarsi come un’allucinata”.
Sembra un dialogo madre-feto privo di quell’intimità, dolcezza
e riservatezza che di solito lo caratterizzano. Di quelle frasi pur urlate,
Isabel ha perso la memoria: “non mi ricordo di quel pensiero intrauterino”
anche se,” suppongo che io l’ascoltassi e le rispondessi”.
Poi, la madre, racconta a Paula di quand’era gravida di lei.”…Quel
periodo in cui tu eri dentro di me fu di perfetta felicità, non mi sono
mai sentita così ben accompagnata. Imparammo a comunicare in un linguaggio
cifrato, seppi come saresti stata nel corso della tua vita, ti vidi a sette,
quindici, a vent’anni, ti vidi con i capelli lunghi e la risata allegra
e anche con i blue-jeans e con il vestito da sposa, ma non ti sognai mai come
sei adesso, respirando attraverso un tubo nella gola, inerte e priva di coscienza…”.
Quanto sia importante lo stabilire un dialogo prenatale con il nascituro è
oggi un fatto acquisito. Gli studiosi di psicologia prenatale hanno inconfutabilmente
dimostrato che il periodo più importante per il resto della nostra vita
è quello in cui siamo nell’utero materno. E’ in quel periodo
che Isabel ha comunicato con Paula servendosi di “un linguaggio cifrato”,
intimo ma chiaro e addirittura preveggente di tutti gli aspetti futuri positivi
della vita della figlia. Eccetto che la condizione attuale che rende Paula ”inerte
e priva di coscienza”. Una figlia con cui è possibile, ora, solo
un monologo, non serve neanche “parlare ad alta voce”come aveva
fatto con lei sua madre. Paula può solo ascoltare, forse, ma non risponde.
3. Il Dottor Divago – Boris Pasternak 1957
Il dottor Jurij Zivago è un giovane medico che partecipa agli
eventi della rivoluzione russa degli inizi del Novecento. La sua vita è
difficile, specie quella sentimentale, in quanto è sempre in bilico tra
la moglie Tanja e la bella Lara.
Interessante dal punto di vista psicologico è la descrizione, nel suo
taccuino personale, che Jurij fa della nascita del primo figlio. Il parto avviene
nel “reparto nascite” della clinica ginecologica ma al futuro padre,
pur essendo un medico, non è permesso di partecipare direttamente all’evento.
Egli solo “attraverso la porta lasciata socchiusa per distrazione”
potè avere un’immagine fuggittiva e parziale di ciò che
stava accadendo dentro quella stanza. Quello che Jurij “vide” è
raccontato così, dopo aver realizzato che la moglie Tanja era “salva”:
“Nella sala due donne, una levatrice e una bambinaia, volgevano le spalle
alla porta. In mano alla bambinaia si dibatteva un tenero e frignante cucciolo
umano, allungandosi e contorcendosi come un pezzo di gomma rosso cupo. La levatrice
legava il cordone ombelicale per staccare il bambino dalla placenta. Tanja giaceva
in mezzo alla sala, sul lettino chirurgico con lo schienale mobile, sollevata
in alto. A Jurij Andreèvic, che per l’emozione esagerava tutto,
sembrava che ella fosse quasi all’altezza di quegli scrittoi che si adoperano
stando in piedi. Sollevata verso il soffitto, più in alto di quanto non
siano i comuni mortali, Tanja sprofondava nelle brume di una sofferenza ormai
vinta, come se da lei salisse un’infinita prostrazione.
Emergeva in mezzo alla sala allo stesso modo che in un porto un’imbarcazione
appena attraccata e scaricata, che avesse compiuto la traversata del mare della
morte per raggiungere il continente della vita con nuove anime emigrate qui
da chissà dove. Anche Tanja aveva effettuato lo sbarco di un’anima
e ora giaceva all’ancora, riposando con tutta la leggerezza dei suoi fianchi
liberati dal loro peso. Insieme a lei riposavano le sue attrezzature spossate
e tese, e il fasciame, e il suo oblio, la sua spenta memoria di dove fosse stata
recentemente, di cosa avesse traversato e di come avesse raggiunto la riva.
E poiché nessuno conosceva la geografia del paese sotto la cui bandiera
aveva ormeggiato, non si sapeva neppure in quale lingua rivolgersi a lei”.
La distanza del marito dalla moglie era già stata resa plasticamente
da Pasternak mediante la proibizione imposta a Jurji di entrare in sala parto:
“non gli era consentito di stare accanto a lei”.
Successivamente a questo divieto che comporta un’esclusione, l’Autore
esprime bene un altro distacco, quello dell’affacendarsi asettico della
levatrice e della bambinaia intorno al neonato rispetto a quanto succedeva alla
madre che “giaceva in mezzo alla sala…sollevata in alto”.
La vera protagonista del parto è lei, Tanja, vero monumento vivente agli
occhi del marito ” che per l’emozione esagerava tutto” o che,
forse meglio, sottolineava l’evento. E’ lei che gli ha dato il primo
figlio. La grande gioia e in generale la grande emozione che comporta una nascita,
nelle cliniche moderne ed efficienti attuali, è spesso vista come un
inconveniente che ostacola lo scorrere rapido e soft del parto: le istituzioni
e, spesso, gli addetti ai lavori, si difendono dall’emozione, specie,
quando, come accade nel parto, questa è forte e apparentemente contradditoria.
Tanja, infatti, era contemporaneamente “più in alto di quanto non
siano i comuni mortali” e “sprofondava nelle brume di una sofferenza
ormai vinta”. La sofferenza, anche quella legata al parto, dovrebbe produrre
sempre un duplice effetto contrastante quale è successivamente ancor
meglio chiarito nella descrizione di Pasternak. La metafora della nave sgravata
del suo carico si addice alla donna che ha appena partorito: la puerpera “
emergeva in mezzo alla sala”. Si era appena alleggerita, liberata dal
suo peso fisico, quasi dimentica della sofferenza delle doglie in preda di quel
piacevole “oblio”, di quella “sua spenta memoria di dove fosse
stata recentemente” che è uno stato fisiologico nell’immediato
post-partum.
La metafora della nave riconduce alla barca e all’arca. I concetti legati
a questi sinonimi fanno pensare alla Chiesa con le sue accoglienti navate e
all’arca di Noè nella quale salgono i credenti per superare le
insidie del mondo e le tempeste delle passioni. Rievoca un appellattivo, fra
i numerosi, attribuito alla Madonna madre del Salvatore, intesa come Foederis
Arca, letteralmente Scrigno dell’Alleanza, del Patto. Nella tradizione
popolare cristiana, infine, l’arca era una custodia di vetro, una specie
di cofanetto nel quale le mammane (ana-mammma!) riponevano i neonati per portarli
in Chiesa per il battesimo e quindi verso una nuova vita. Analogamente fanno
le madri-nave, come Tanja, compiuta la “traversata del mare della morte”
raggiungono “il continente della vita con nuove anime”.
La nave che arriva da lontano attrae l’attenzione di chi l’attende
in porto. Ma non è facile parlare lo stesso linguaggio del suo equipaggio.
Come non è scontato, anzi, rivolgersi in maniera adeguata alla donna
che ha appena portato in mezzo a noi un abitante straniero proveniente da un
paese lontano e sconosciuto.
Questo linguaggio ignoto era per Jurij un ulteriore ostacolo che si ergeva tra
lui e Tanja. Il senso profondo della nascita per la madre, per ogni padre e
per tutti coloro che sono vicini alla donna nel momento del parto, è
suggerito direttamente dall’esperienza del parto, dalle immagini ed emozioni
che lo accompagnano. Non c’è bisogno di parole e di considerazioni
prefabbricate.
In un contesto e in un epoca alquanto differenti da quelle descritte da Pasternak,
Isabel Allende, descivendo il parto della nuora Clelia, afferma che la puerpera
bacia la figlia neonata e le dà il benvenuto con una cascata di parole
dolci in una lingua appena inventata…fiutandola come fanno tutte le femmine
col gesto più antico dell’umanità. E’ un linguaggio
del tutto personale che solo la madre di un neonato che è stato dentro
di lei per nove mesi e il neonato stesso, capiscono, perchè l’hanno
costruito insieme e solo loro due ne posseggono la chiave di lettura. Cambiano
le epoche e le circostanze ma il vero senso della nascita, e aldilà di
essa della generazione, non può prescindere dall’accettazione di
questo profondo e misterioso legame.
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LA PSICOLOGIA
OSTETRICA
di Dario Casadei e Pier Luigi Righetti
In questo numero della rivista dedicato alla Psicologia Ostetrica si è
voluto dare “uno sguardo d’insieme” ai campi di applicazione
della disciplina che si sta avviando sempre più a divenire una branca
specialistica con proprie caratteristiche scientifiche. A tal fine i lavori
presentati affrontano non solo l’area dell’epistemologia ma anche
quello della ricerca sperimentale, senza tralasciare gli aspetti culturali e
sociali di quanto attiene alla ostetricia.
La rivista è introdotta dal lavoro di M. Gasparini che affronta l’aspetto
culturale del parto nascita con riferimento alla letteratura non specialistica
del ‘900, dove possiamo notare che, anche se in modo empirico, erano evidenziati
alcuni aspetti che oggi noi potremo definire relazionali, affettivi, quindi
psicologici.
A ciò segue il lavoro di C. Marigo che illustra una delle fasi più
delicate ed importanti della psicologia ostetrica e cioè quella del divenire
genitore, affrontando il passaggio dal “bambino pensato” al “bambino
reale”, connotando il suo lavoro con indicazioni non di tipo clinico bensì
a forte indirizzo preventivo e supportivo.
Era importante non tralasciare la figura paterna e la sua rilevanza nel percorso
gravidanza-parto, poiché tutto ciò che attiene alla psicologia
ostetrica non è sempre e solo femminile: in questo senso, il lavoro di
M. Tuono, laureato in scienze dell’educazione, ci guida con spunti di
notevole interesse specialmente al riguardo di alcuni suggerimenti operativi.
Affrontato l’aspetto culturale ed i vissuti materni e paterni della gravidanza,
il lavoro della di D. Cusenza, S. Spadotto, D. Casadei, focalizza l’attenzione
su di un versante oggi sempre più focale ed al centro di interessi non
solo medici e psicologici ma anche bioetica, e cioè la diagnostica prenatale.
L’argomento è affrontato dal punto di vista della psicologia ostetrica
e quindi della correlazione tra ansia e diagnosi prenatale. A tal riguardo rimandiamo
alla parte di ricerca del lavoro, dove potremo ritrovare diversi spunti di riflessione
circa il nostro operare.
Nel lavoro di O. Franceschini e D. Dileo si approfondisce ulteriormente l’aspetto
dell’intervento di psicologia prenatale che già più volte
è stato affrontato in queste pagine della rivista. Nella continuità
con i lavori precedenti è data valenza non solo agli aspetti teorici
ma anche alla ricerca di tipo valutativo e di verifica dell’applicazione
del metodo in area ospedaliera, ricerca che sta portando alla miglior definizione
del protocollo operativo utilizzato, oltre che a risultati non solo formativi
ma anche di valenza clinica.
L’area dell’intervento clinico riguarda la seconda metà della
rivista, infatti non è pensabile tralasciare questa importante aspetto
operativo a forte valenza preventiva (basti pensare alle problematiche relative
alla depressione gravidica e puerperale). Il setting, quindi, in psicologia
ostetrica applicata in area istituzionale ospedaliera differisce notevolmente
da quanto abbiamo imparato nel corso dei nostri studi, e la sua definizione
ed applicazione ci è descritta da M. Aita e P.L. Righetti in un articolo
di grande interesse clinico.
L’aggettivazione “ostetrica” che segue il termine psicologia
ci fa pensare a tutto ciò che attiene alla nascita ed alla vita, ma la
realtà, e chi di noi lavora in ospedale ben la conosce, non è
sempre così. La morte è sempre “compagna” di viaggio,
a volte solamente evocata col pensiero e le fobia, altre pesantemente presente
con l’aborto spontaneo, la morte fetale intrauterina e la morte perinatale.
A tal riguardo abbiamo inserito due lavori che guidano sia alla riflessione
sia al cosa fare circa il nostro agire psicologico. D. Lo sasso e E. Semprini
affrontano un ampia revisione della letteratura circa l’aborto spontaneo
dove si evidenzia la valenza traumatica, e quindi clinica, dell’evento,
mentre A. Barin, D. Casadei e E. Manià affrontano le tematiche della
morte fetale anche attraverso la proposta di protocolli d’intervento precoce
(psicologia ostetrica / psicologia clinica d’urgenza).
Al pari di quanto detto sopra è difficile associare all’ostetricia
l’oncologia, ma interrogarsi circa la gravidanza dopo malattia oncologica
ci prepara ad affrontare un evento che oggi sta divenendo più frequente
e che necessita di supporto specifico. Per il momento ci “limitiamo”
alle problematiche relative al carcinoma mammario e gravidanza, dove in ostetricia
J. Mocchiutti, D. Casadei, e F. Pugliesi affrontano la problematica con serietà
scientifica e grande sensibilità.
In ultimo, ma non per questo meno importanti, ci è sembrato utile proporre
due lavori che, pur non affrontando aspetti clinici, possono aiutare a meglio
definire il nostro operare in psicologia ostetrica.F. Pasqualetto opera una
disamina attenta e puntuale circa la fatica dell’operare e dell’operatore
in area ostetrica affrontando il burn-out in tale situazione operativa. A nostro
avviso non è argomento di secondaria importanza poiché oltre che
riguardare la nostra salute psicologica attiene anche ad argomenti quali la
qualità della prestazione erogata ed il rischio di errore dell’operatore.
L’aprirsi al sociale ed in particolare alle nuove realtà rappresentate
dalle donne e uomini (famiglie) immigrate è il tema dell’articolo
conclusivo di questa rivista. L. Cornelia Bernardoni e M. Panzeri guidano la
loro riflessione con particolare attenzione alla necessità dell’operare
con l’ausilio della mediazione culturale, indicando l’area della
psicologia sociale come supporto all’agire della psicologia ostetrica.
In ultimo vogliamo ringraziare tutti coloro i quali hanno collaborato alla stesura
dei lavori oltre ai primi firmatari, sottolineando che le figure professionali
rappresentate, psicologi, ginecologi-ostetrici, ostetriche, medici oncologi,
laureati in scienze dell’educazione, concorrono a definire i principi
dell’approccio multifocale ed interdisciplinare propri della psicologia
ostetrica.
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CRITICITA' PRENATALI
di Gino Soldera e Pier Luigi Righetti
Abbiamo voluto in questo numero toccare alcuni nodi critici che si presentano
nel corso della vita prenatale e della gestazione: nodi che riguardano la gestante
e che hanno il più delle volte delle implicazioni dirette nella vita
del bambino. L’approccio utilizzato in questo numero della rivista è
quello della integrazione multidisciplinare aperta al contributo della medicina,
della psicologia, della sociologia, delle scienze dell’educazione ed altre
ancora, questo per evidenziare i molteplici fattori e rischi presenti nella
vita prenatale.
Fin dal momento del concepimento il nascituro si trova di fronte a molti pericoli:
potrebbe essere bloccato nella tuba, o aggredito dal sistema immunitario materno
e non consentire il suo annodamento, non trovare la giusta spinta e condizione
per formarsi e crescere, oppure non trovare un terreno adeguato per essere accolto
e nutrito, scarso ossigeno, particolarmente necessario per la sua intensa attività
cellulare. Lo sviluppo e il benessere del bambino passano attraverso la salute
e il benessere della madre e anche del padre che con la sua presenza direttamente
o indirettamente influenza entrambi. La madre curando la sua salute cura e promuove
anche la salute attuale e futura del figlio, con la sua disponibilità
e corretto stile di vita gli offre un ambiente adeguato alla formazione dell’architettura
del suo organismo, del suo cervello, della sua mente e del suo temperamento.
Per questo diventa indispensabile il pieno coinvolgimento dei genitori in questa
fase i quali vanno messi, da parte della società e degli operatori sanitari,
nella condizioni di offrire il meglio di sé nella formazione del figlio.
Una scarsa partecipazione dei genitori, in particolare all’evento della
gestazione, non può che accrescere i rischi e le difficoltà per
i figli. Agli operatori sanitari spetta il compito di individuare i fattori
di rischio, le malattie e le cure; ai genitori spetta il compito di una crescita
globale della salute del figlio attraverso un adeguato stile di vita attento
ai bisogni fisici, emotivi, affettivi, relazionali, cognitivi ed esistenziali.
Di notevole interesse è il lavoro presentato dal prof. Tajani sui “Fattori
di rischio in gravidanza”, dove vengono analizzati, a partire dalla fase
del pre-concepimento gli ostacoli e le difficoltà che emergono nel percorso
che porta alla vita. Con semplicità e precisione vengono riportate le
cause di rischio specifico per il feto nell’ambito genetico, infettivo,
tossico, accanto ad alcune patologie endocrine e metaboliche materne. Per questo
motivo sarebbe opportuno che ogni gravidanza venisse pianificata; poiché
ciò non avviene quasi mai, ogni donna che si accorge di essere in attesa
va consigliata e controllata dal personale sanitario in modo adeguato. Solo
recentemente la ricerca psico-clinica ha iniziato a rilevare i fattori di rischio
e di protezione presenti durante la gestazione, ed è emerso come la depressione
in gravidanza, se trascurata, sfoci nella maggior parte dei casi in Depressione
Post Natale (DPN). Poiché gli stati emotivi materni influenzano lo sviluppo
e la crescita del nascituro, si ribadisce ancora una volta come fondamentale
tutelare e valorizzare il periodo della gravidanza come momento importante sia
per il nascituro, che per la madre e la coppia.
Affrontato l’aspetto culturale dei rivissuti materni e paterni della gravidanza,
il lavoro di D. Cusenza, S. Spadotto, D. Casadei, focalizza l’attenzione
su di un versante oggi sempre più importante ed al centro di interessi
non solo medici e psicologici ma anche legati alla bioetica, e cioè la
diagnosi prenatale. L’argomento è affrontato in modo da individuare
le correlazioni esistenti tra l’ansia e la diagnosi prenatale. A tal riguardo
rimandiamo alla parte della ricerca del lavoro, dove potremmo ritrovare diversi
e interessanti spunti di riflessione.
Non è di poco conto interrogarsi circa la gravidanza dopo malattia oncologica
per affrontare un evento che oggi sta divenendo sempre più frequente
e che necessita di supporto specifico. Per il momento ci “limitiamo”
alle problematiche relative al carcinoma mammario e gravidanza, dove in ostetricia
J. Mocchiutti, D. Casadei, e F. Pugliesi affrontano la problematica con serietà
scientifica e grande sensibilità. L’aggettivazione “ostetrica”
a prima vista ci fa pensare a tutto ciò che attiene alla nascita ed alla
vita, ma la realtà, e chi di noi lavora in ospedale ben la conosce, non
è sempre così. La morte è sempre “compagna”
di viaggio, a volte solamente evocata col pensiero e le fobie, altre volte pesantemente
presente con l’aborto spontaneo, la morte fetale intrauterina e la morte
perinatale.
A tal riguardo abbiamo inserito due lavori che guidano sia alla riflessione
sia al cosa fare circa il nostro agire psicologico. D. Lo Sasso e E. Semprini
affrontano un' ampia revisione della letteratura circa l’aborto spontaneo
dove si evidenzia la valenza traumatica, e quindi clinica, dell’evento,
mentre A. Barin, D. Casadei e E. Manià affrontano le tematiche della
morte fetale anche attraverso la proposta di protocolli d’intervento precoce
(psicologia ostetrica / psicologia clinica d’urgenza). Il contributo di
Francesca Pasqualetto ci aiuta a definire il quadro delle criticità possibili
attraverso una disamina attenta e puntuale circa la fatica del fare e dell’agire
e dell’operatore in area ostetrica affrontando il burn-out in tale contesto.
A nostro avviso non è argomento di secondaria importanza poiché
oltre che riguardare la nostra salute psicologica attiene anche ad argomenti
quali la qualità della prestazione erogata ed il rischio di errore dell’operatore.
Da ultimo, presentiamo con grande soddisfazione l’ultimo impegno editoriale
di Pier Luigi Rigetti e Dario Casadei quale importante contributo al “Sostegno
psicologico in gravidanza” per cogliere i molti stimoli e suggerimenti
relativi al “come porsi” e al “cosa fare” affinché
il periodo dell’attesa possa essere affrontato dalla madre e dalla coppia
con consapevolezza e in un contesto dove venga garantito tutto il sostegno psicologico
necessario. Il nostro intento è quello di poter contribuire anche alla
sensibilizzazione di tutte le professionalità coinvolte nella vita prenatale,
psicologi, ginecologi-ostetrici, ostetriche, medici oncologi, laureati in scienze
dell’educazione, per il prezioso contributo che esse possono apportare
durante questa fase, ritenuta a ragione la più importante della vita,
nella quale vengono poste le basi della futura esistenza.
Si tratta di un’opportunità unica di prevenzione primaria, ma anche
di un momento strategico fondamentale per ridurre i fattori di rischio. Il coinvolgimento
di esperti su più aree del prenatale rappresenta una grande occasione
per affrontare e superare le criticità che possono emergere nel corso
della gestazione, inoltre da la possibilità di promuovere al meglio la
salute e con essa i fattori di protezione nei confronti del nascituro e dei
suoi genitori. Questa è una fase importante nella quale noi operatori
del materno infantile possiamo operare con successo per contenere, ridurre e
talvolta eliminare le ambivalenze e gli atteggiamenti di rifiuto verso il figlio,
affrontare le situazioni traumatiche e di stress, che molta parte hanno nel
favorire lo sviluppo dei disturbi psichiatrici minimi e la patologia psicosomatica
del lattante. In questa ottica si possono ridurre ed affrontare il disagio e
le malattie della gestazione, il numero di aborti, nonché le difficoltà
e complicanze relative all’evento parto.
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FATTORI DI RISCHIO
NELLO SVILUPPO PRENATALE
di Ernesto Tajani
Unità Operativa di Ginecologia ed Ostetricia – Presidio Ospedaliero
di Terlizzi – ASL BA/1
Riassunto: Il percorso che porta alla vita, è ricco
di interferenze, sia positive che negative. Per una vita che nasce i rischi
possono iniziare già prima della fecondazione, per questo motivo sarebbe
opportuno che ogni gravidanza venisse pianificata; poichè ciò
non avviene quasi mai, ogni donna che si accorge di essere in attesa va consigliata
e controllata in modo adeguato. Le cause di rischio specifico per il feto possono
essere raggruppate in genetiche, infettive, tossiche ed alcune patologie endocrine
e metaboliche materne.
Tutte le infezioni virali sono potenzialmente lesive per il feto, fortunatamente
la maggior parte dei virus non produce danni embrionali; ritroviamo: la rosolia,
il citomegalovirus, i virus erpetici, la varicella, la toxoplasmosi, le epatiti
virali, le infezioni batteriche, la clamidia, il virus dell'immunodeficenza.
Tra le cause tossiche si ritrovano: l'alcol ( sindrome alcolica fetale) , il
fumo di sigaretta, la caffeina, le droghe (oppiacei, anfetamine, cocaina), i
farmaci, sostanze chimiche industriali ed inquinanti dell'ambiente, esposizione
a solventi, esposizione a radiazioni. Infine, tra le malattie metaboliche che
costituiscono rischio per il nascituro vi sono: il diabete insulino-dipendente,
l'ipertensione. Su molti di questi fattori non è ancora possibile intervenire,
rimane importante per la prevenzione fornire alla donna gravida tutta una serie
di informazioni che la aiutino a vivere bene la gravidanza.
Introduzione
Dall’incontro casuale dello spermatozoo con l’uovo inizia
un percorso straordinario, di cui non tutto ci è ancora noto, esposto
ad una miriade di interferenze sia positive che negative.
Tra gli esseri viventi del pianeta terra la razza umana non è la più
feconda, tuttavia la maggior parte delle coppie non fa una gran fatica a riprodursi,
considerato che la sterilità incide per una percentuale del 12-15%. Eppure
perché si arrivi alla fecondazione è necessario che prima si sia
verificata tutta una serie di eventi complessi e di coincidenze di grande rilevanza.
Per quel che riguarda la donna è necessario che, a partire dalla maturazione
puberale, le ovaie producano con regolarità cellule uovo in grado di
essere fecondate. E ciò non basta. Dovranno verificarsi tante altre circostanze
favorevoli come, la pervietà e la buona funzionalità delle tube
perché lo spermatozoo possa raggiungere l’uovo e in caso di fecondazione
lo zigote possa essere trasportato fin nella cavità uterina. Qui solo
l’opportuna preparazione della mucosa endometriale farà sì
che l’ovocita fecondato venga accolto e la gravidanza si avvii. Anche
le condizioni della vagina e del collo dell’utero giocano un ruolo importante
nel favorire il cammino degli spermatozoi: infatti occorre una buona permeabilità
del muco cervicale e l’assenza di fatti flogistico-infettivi perché
il processo possa avviarsi nel modo migliore.
Nell’uomo i testicoli devono essere in grado di produrre incessantemente
un gran numero di spermatozoi morfologicamente regolari e dotati di una buona
mobilità che consenta loro quel lungo percorso che dalla vagina, attraverso
il canale cervicale, la cavità uterina e quasi tutta la tuba li porti
a contatto con l’uovo. Su due-trecento milioni di spermatozoi presenti
in media nell’eiaculato solo poche centinaia arriveranno a destinazione
ed uno solo sarà quello fortunato che attraverso un meccanismo complesso
penetrerà nell’uovo.
Sembra quasi una corsa ad ostacoli nella quale è indispensabile anche
una certa coincidenza temporale, dato che la cellula uovo è fecondabile
solo per quarantotto ore mentre la vitalità degli spermatozoi nelle vie
genitali femminili permane fino a cinque giorni.
I rischi
Per una vita che nasce i rischi iniziano anche prima della fecondazione,
già durante la gametogenesi (es. trisomie per mancata disgiunzione cromosomica,
alterazioni della cellula uovo a causa di radiazioni e di mutageni come gli
antiblastici, ecc.). Successivamente si avrà una diversa vulnerabilità
in rapporto all’epoca gestazionale, dal momento che si distinguono tre
periodi corrispondenti alla blastogenesi (1-15 gg), all’embriogenesi (16-72
gg) e alla maturazione e crescita fetali (73-280 gg). Si parlerà pertanto
di gametopatie, blastopatie, embriopatie e fetopatie per far riferimento all’epoca
di insorgenza di determinate patologie.
Per cercare di evitarle sarebbe opportuno che ogni gravidanza venisse pianificata,
in modo da rimuovere le interferenze negative e preparare l’evento nelle
migliori condizioni. Poiché ciò non avviene quasi mai, proprio
per questo ogni donna che si accorge di essere in attesa va adeguatamente consigliata
e controllata onde prevenire, diagnosticare e trattare tutti i problemi che
possono arrecare danno a lei stessa e al nascituro.
In principio si valuterà il rischio generico legato alla razza, all’età,
alla familiarità, alla storia clinica in generale ed ostetrico-ginecologica
in particolare.
Nella nostra società che tende a diventare sempre più multirazziale
è bene ricordare che alla razza nera, ad es., è legato un più
basso peso alla nascita, che è connesso con una maggiore morbilità
e mortalità infantili. Importante è anche l’area geografica
di provenienza, considerata l’alta percentuale di emoglobinopatie ereditarie
presenti nelle nazioni rivierasche del Mediterraneo.
Le adolescenti possono presentare più problemi psicologico-sociali che
fisici, trattandosi in grande percentuale di gravidanze non desiderate. Sono,
inoltre, a maggior rischio per carenze nutrizionali da diete incongrue, per
gli effetti negativi legati ad abitudini di vita (fumo di sigaretta, ingestione
di alcool, uso di droghe) e per le malattie a trasmissione sessuale. Le donne
in età avanzata, oltre ad un aumentato rischio di alterazioni genetiche
presentano una maggior frequenza delle patologie connesse con la gravidanza
in sé come aborto, placenta previa, iposviluppo fetale, ecc.
Vanno prese in considerazione anche patologie familiari, quali il diabete e
l’ipertensione, e la presenza di casi evidenti di tare genetiche. Non
va sottovalutata la storia di infertilità con aborti pregressi o di gravidanze
con esito infausto per morte fetale o con complicanze varie come metrorragia,
ritardo di crescita fetale, minaccia di parto prematuro, gestosi, ed altro.
Le cause di rischio specifico per il feto possono essere raggruppate in genetiche,
infettive, tossiche (voluttuarie o ambientali) e alcune patologie endocrine
e metaboliche materne.
Cause genetiche
Il rischio nella popolazione generale per quel che riguarda i difetti
congeniti rilevabili alla nascita è pari al 3-5%. Esso sale all'8-10%
se si considerano i difetti congeniti che si evidenzieranno nei primi dieci
anni di vita. Le anomalie congenite possono avere una causa genetica (da alterazione
del patrimonio cromatinico) ma anche non genetica (da cause ambientali) (tab.
1).
Alcune alterazioni genetiche possono essere causa di infertilità. Esse
sono presenti nel 15% degli uomini e nel 10% delle donne infertili. Le alterazioni
possono consistere in mutazioni cromosomiche (per cui si parla di cause citogenetiche)
o in mutazioni geniche (per cui si parla di cause molecolari).
Anche in caso di poliabortività (> 3 aborti spontanei) è opportuno,
oltre all'esame del cariotipo del materiale abortivo, valutare il corredo cromosomico
della coppia per la ricerca di un eventuale riarrangiamento strutturale bilanciato
in uno dei partner. Talvolta la poliabortività è legata alla presenza
di tratti X-linked letali nei maschi, cosa che comporta il riscontro di donne
con aborti multipli e figli viventi solo di sesso femminile.
I portatori sani di patologie genetiche potenzialmente trasmissibili si possono
distinguere in due categorie:
a) quelli che hanno un rischio riproduttivo a prescindere dal partner
(donne con mutazioni X-linked, come ad es. la distrofia muscolare di Duchenne; individui portatori di un'alterazione cromosomica bilanciata, come ad es. una traslocazione reciproca; mutazioni correlate a malattie ad esordio tardivo, come la corea di Huntigton; individui con mutazioni dominanti con penetranza variabile o incompleta, es. la distonia familiare);
b) quelli il cui rischio si manifesta solo nel caso di unione con un partner anch'esso portatore
(mutazioni autosomiche recessive, le più frequenti globalmente intese,
es. l'anemia mediterranea).
Importante è sapere se vi sia o no una familiarità (già
di per sé condizione di rischio).
Ogni individuo è portatore sano di 6-8 mutazioni delle oltre 5.000 ad
oggi identificate. Fatta eccezione per le patologie familiari, non è
possibile prevedere quali mutazioni siano presenti in un determinato soggetto.
Le uniche patologie per cui è proponibile, per la frequenza di manifestazione,
uno screening sono la beta-talassemia, la fibrosi cistica e la malattia di Tay-Sachs
(gangliosidosi).
La presenza di un'anomalia cromosomica in uno dei partner costituisce indicazione
all'esecuzione di un cariotipo fetale e l'estensione dell'indagine cromosomica
ai parenti di I ed eventualmente di II grado. La probabilità di avere
un bambino con anomalie cromosomiche e conseguenti problemi malformativi e/o
ritardo mentale può dipendere da diversi fattori:
- il tipo di riarrangiamento e i cromosomi coinvolti;
- il tipo di segregazione conseguente all'appaiamento dei cromosomi riarrangiati alla meiosi;
- il sesso del genitore che trasmette l'anomalia cromosomica.
Il rischio malformativo è massimo sino alla fine del periodo embrionale
(72 gg ovvero 12 settimane compiute). Dopo quest’epoca si possono verificare
alterazioni anche gravi che però comportano disturbi funzionali e non
strutturali.
Cause infettive
Tutte le infezioni virali, soprattutto nel periodo embrionale, sono
potenzialmente lesive per il feto dato che questi agenti infettivi per le loro
piccolissime dimensioni passano con estrema facilità la barriera placentare
e sono dotati del cosiddetto “effetto interferente”, cioè
bloccano la regolare moltiplicazione cellulare indispensabile per la formazione
di organi e apparati. Fortunatamente la maggior parte dei virus non produce,
almeno in apparenza, danni embrio-fetali salvo alcune importanti eccezioni.
La rosolia se contratta nel primo trimestre, può dare sordità,
cataratta, ritardo mentale, microcefalia, difetti cardio-vascolari, ed altro
ancora. E’ possibile una profilassi attraverso la vaccinazione che sarebbe
opportuno effettuare già prima del menarca ma che comunque è consigliata
nei soggetti privi di anticorpi almeno sei mesi prima del concepimento.
Il citomegalovirus può provocare aborti spesso ripetuti oppure danni
fetali che vanno dal ritardo di crescita, ai disturbi uditivi, alle sequele
neurologiche permanenti fino alla morte neonatale Non esiste in questo caso
la possibilità di una profilassi vaccinale. Pare inoltre che l’aver
contratto l’infezione prima della gestazione non protegga il feto in caso
di reinfezione in gravidanza.
I virus erpetici di tipo 1 e 2 rappresentano un rischio serio per il feto ed
il neonato anche se non è certo un effetto teratogeno. Possono essere
causa di parto prematuro e infettare il feto durante il passaggio nel canale
del parto al momento della nascita per cui si preferisce cesarizzare la gravida
con infezione vaginale in fase florida.
Di solito sottovalutata, la varicella non dà problemi fino alla 20°
settimana. Da allora il rischio aumenta per diventare massimo in epoca prenatale.
Se il feto contrae l’infezione nell’imminenza del parto e questa
non si esaurisce prima della nascita vi possono essere serie conseguenze sino
alla morte neonatale.
Nel cosiddetto “complesso TORCH” parte di rilievo occupa la toxoplasmosi.
E’ un’infestazione legata ad un protozoo che l’uomo ha in
comune con il gatto, in quanto esso svolge il suo ciclo vitale parte nell’uno
e parte nell’altro. Se contratta dall’adulto non dà alcun
segno né è pericolosa. La prima infezione in gravidanza invece
comporta la possibilità di passaggio transplacentare del parassita con
localizzazione preferenziale nel cervello fetale. Qui il toxoplasma forma delle
cisti che poi calcificano, risultandone un danno irreversibile per la funzione
cui una determinata zona è preposta. Nella maggioranza dei feti colpiti
si osserva ritardo mentale e/o grossi disturbi della vista, mentre nel 12% dei
casi si ha morte perinatale. Reinfezioni in soggetti immuni non comportano alcun
rischio per il feto protetto dagli anticorpi materni.
Problema sempre più diffuso è quello delle epatiti virali, di
tipo B e C in particolare. Non di rado la donna scopre di esserne affetta proprio
in gravidanza. Non se ne conoscono al momento potenzialità teratogene.
La vaccinazione neonatale dei figli di madri affette da epatite B mira a proteggerli
dalle conseguenze più tragiche che nel tempo l’infezione potrebbe
produrre, la cirrosi epatica e l’epatocarcinoma.
Tra le infezioni batteriche va ricordata la sifilide, attualmente in verità
piuttosto rara nella nostra realtà, che interessa seriamente il feto
fino a costituirne causa di morte. Non a caso nella reazione di Wassermann originale,
usata in laboratorio per diagnosticare la malattia, l’antigene era rappresentato
da estratto di fegato di feto eredoluetico che risulta particolarmente ricco
in treponemi, i germi responsabili della malattia.
Anche lo streptococco beta-emolitico, batterio che non è raro trovare
in vagina, può provocare infezioni delle vie urinarie materne, ritardo
di crescita fetale e causare un avvio prematuro del travaglio di parto. Per
tal motivo si consiglia di ricercarlo routinariamente mediante tampone vaginale
a partire dalla 20° settimana.
La clamidia, infezione genitale il più delle volte asintomatica, può
dare al feto congiuntiviti, infezioni dell’orecchio medio, polmoniti interstiziali.
In gravidanza può costituire rischio infettivo anche il lavoro nei caseifici
per il pericolo di venire a contatto con il batterio responsabile della brucellosi,
malattia a localizzazione nel reticolo-endotelio di non facile cura.
L’infezione più seria resta comunque quella da virus dell’immunodeficienza
responsabile dell’AIDS (Acquired ImmunoDeficiency Syndrome). La trasmissione
verticale al feto da madre sieropositiva si verifica con una frequenza quasi
quattro volte maggiore rispetto al virus dell’epatite B.
Il passaggio transplacentare si ha nel 30% delle gravide affette, condizionato
dalla carica virale, dallo stato immunologico materno, da eventuali terapie
in corso. L’espletamento del parto tramite taglio cesareo sembra in grado
di ridurre il rischio di trasmissione materno-fetale. Poiché una percentuale
notevole di donne risultate sieropositive al controllo effettuato in corso di
gravidanza non dichiara fattori o comportamenti a rischio, sembra ragionevole
proporre uno screening per tutte coloro che si apprestano a concepire, naturalmente
con il dovuto consenso.
Cause tossiche
L’assunzione di alcool espone la gravida ad un maggior rischio malformativo,
che appare proporzionale alla quantità ingerita. L’alcool diventa
pericoloso se si supera il limite di 2,2 gr di alcool/kg/die. In questi casi
si manifesta quella sindrome particolare, nota proprio come “sindrome
alcolica fetale”, contraddistinta da iposviluppo fetale, ritardo mentale,
difficoltà di attenzione e disturbi comportamentali, oltre ad un particolare
aspetto della faccia, con inserzione bassa e asimmetrica delle orecchie, filtro
corto e piatto, testa piccola, naso corto e rivolto verso l’alto, labbra
sottili e occhi allungati. Tale sindrome ha un’incidenza che va dal 2
all’8% tra le madri forti bevitrici. Ma va ricordato che anche consumi
moderatamente alti possono provocare gravi deficit intellettivi e comportamentali,
etichettati come ARND (Alcol Related Neurodevelopmental Desorders).
Al fumo di sigaretta sono collegati aborto, ritardo di crescita e minaccia di parto prematuro. Non è stata evidenziata una relazione con eventi malformativi. I neonati sarebbero più soggetti a morte in culla. Nei bambini si osserva ritardo intellettivo. L’effetto è correlato al numero di sigarette giornaliere. Sebbene sia consigliabile smettere di fumare appena ci si accorge della gravidanza, secondo studi statunitensi di qualche anno fa non si dovrebbero almeno superare le 400 sigarette nei nove mesi. Anche il fumo passivo comporterebbe analoghi rischi anche se ridotti.
La caffeina attraversa facilmente la barriera placentare. La sua metabolizzazione
è ridotta e l’emivita ne risulta aumentata, in modo particolare
nell’ultimo trimestre. Non esistono evidenze di effetti teratogeni da
caffeina se assunta in quantità moderata (una – due tazze al giorno).
Dosaggi alti, superiori a 300 mg/die (quattro – cinque tazze al giorno)
potrebbero essere messi in relazione con aborti spontanei, problemi comportamentali
e basso peso alla nascita. E’ consigliabile comunque ridurre il consumo
di caffè in gravidanza per gli effetti neurofisiologici e cardiovascolari
sul feto poiché il nascituro ha una ridotta capacità di eliminazione
della caffeina.
Tra le droghe, gli oppiacei non hanno effetti teratogeni, possono dare ritardo
di crescita, parto prematuro e più frequenti difficoltà respiratorie
alla nascita, pur verificandosi una minor incidenza di malattia da membrane
ialine oltre a minori possibilità di sviluppare ittero grazie ad una
migliore maturazione epatica. L’eroina, alcaloide dell’oppio, passa
il filtro placentare e permea i tessuti fetali in breve tempo. Viene escreta,
dopo essere stata metabolizzata in morfina, attraverso il rene fetale, ma non
attraversa la placenta in senso inverso, concentrandosi nel liquido amniotico.
E’ descritto un aumentato rischio di morte improvvisa sia del feto che
del neonato, in cui frequentemente si osservano i segni della sindrome di astinenza.
La cocaina oltre ad esplicare una potente azione di stimolo sul sistema nervoso fetale è dotata di proprietà vasoattive capaci di provocare problemi specifici al feto attraverso un danno placentare o tramite azione diretta sui vasi fetali con dimostrati effetti teratogeni a carico di vari organi. Anche l’uso sporadico sarebbe legato ad una maggior incidenza di aborto spontaneo, parto prematuro, ritardo di crescita, distacco di placenta ed ipertensione materna. Nelle ultime settimane di gravidanza si osserva un’alterazione dell’organizzazione degli stati comportamentali fetali che perdura per alcuni mesi dopo la nascita. Dopo qualche giorno dal parto i neonati presentano i classici segni da deprivazione (irritabilità, tremori, ipertonia muscolare, irrequietezza). I bambini più grandi presentano ridotte capacità relazionali, maggior aggressività e una più bassa reattività agli stimoli ambientali.
Il derivato attivo della marijuana, il delta-9-tetraidrocannabinolo, provoca depressione del ritmo cardiaco e alterazioni elettroencefalografiche nel feto. Inoltre sarebbe responsabile di ritardo di crescita, malformazioni, alterazioni del ritmo sonno-veglia, iperreflessia, tremori e disturbi del linguaggio. Eppure secondo uno studio a doppio cieco effettuato in Jamaica la marijuana non produce effetti nocivi, anzi fa bene alla gravida aumentando l’appetito e riducendo la nausea ed anche i neonati sembrano non risentirne.
Le anfetamine raggiungono rapidamente il feto, paiono associate a malformazioni,
specie palatoschisi, e sono responsabili di ritardo di crescita. Non è
certo l’effetto dell’LSD che sperimentalmente ad alte dosi e solo
in alcune specie animali dà malformazioni.
Per quanto riguarda i farmaci, non di rado ci si imbatte in due atteggiamenti
completamente all’opposto delle gravide: alcune mostrano una forte riluttanza
ad assumerli nel timore di danneggiare il feto, altre li usano con eccessiva
disinvoltura senza pensare a possibili conseguenze.
Quando occorre, molti farmaci possono essere adoperati con tranquillità,
sempre che siano prescritti dallo specialista che valuta di volta in volta la
necessità della terapia, l’efficacia della stessa, gli effetti
indesiderati su madre e feto in quel momento della gestazione. In casi particolari,
anche in presenza di dubbi su un potenziale danno fetale, alcuni farmaci vanno
somministrati se il rapporto rischi/benefici è chiaramente favorevole.
Un eventuale danno da farmaci è più probabile tra il 31° ed
il 71° giorno di amenorrea, periodo durante il quale si realizza l’organogenesi
e pertanto di maggior vulnerabilità dell’embrione verso agenti
potenzialmente teratogeni. Ma perché ciò si verifichi è
necessaria la confluenza di più condizioni che agiscono con un determinismo
ancora sconosciuto.
Analogamente della maggior parte dei farmaci non sono tuttora noti gli effetti
sul feto. Di alcuni si sa il danno prodotto, come la focomelia (agenesia delle
ossa lunghe degli arti) da talidomide o l’effetto teratogeno degli antiblastici.
Per questo motivo si consiglia di evitare per quanto possibile l’assunzione
di qualsiasi sostanza e soprattutto di non ricorrere all’autoprescrizione.
Nella tab. 2 si riporta, a solo fine esplicativo, un elenco di alcuni farmaci
con gli effetti teratogeni ad essi attribuiti.
Molte sostanze chimiche industriali ed vari inquinanti ambientali ogni giorno vengono a contatto con la gravida attraverso le vie più diverse, spesso sul posto di lavoro. E’ certo che alcune di esse hanno un effetto teratogeno sul feto.
L’esposizione ai solventi organici, largamente usati in campo industriale
e sanitario, è causa di malformazioni cardiache, del sistema nervoso,
della laringe, dell’apparato urinario. Il cadmio può indurre aborto
spontaneo e nefrotossicità per esposizione cronica. Il piombo ed il mercurio
sono tra i tossici ambientali più diffusi e pericolosi. Sono noti gli
effetti teratogeni del pesce inquinato da mercurio industriale nella baia giapponese
di Minamata e degli antiparassitari al mercurio in Iraq. Recentemente è
stato riportato dalla stampa un aumento della percentuale di neonati malformati
a Priolo, zona siciliana ad alta concentrazione industriale.
Una maggior frequenza di malformazioni è stata anche notata nei figli
delle parrucchiere legata con tutta probabilità alla manipolazione dei
coloranti. Un motivo di più per sconsigliare alle gravide di sottoporsi
a tinture.
Vi è anche un rischio da radiazioni ionizzanti, ma solo per dosi altissime
(5000-7000 cGy) adoperate per motivi terapeutici, mentre non costituiscono un
pericolo quelle molto più basse (< 5 cGy) della diagnostica radiologica.
Diabete e gestosi
Anche alcune malattie metaboliche materne possono costituire un rischio
per il feto. Il diabete insulino-dipendente non adeguatamente trattato provoca
vari tipi di malformazioni, morte improvvisa in utero, esagerato accrescimento
fetale cui si correlano distocie del parto, ipoglicemia e distress respiratorio
nel neonato. L’ipertensione determina un ritardo di crescita fetale e
la possibilità di distacco della placenta con morte intrauterina. Per
la prevenzione delle complicanze più gravi (eclampsia) spesso è
necessario anticipare il parto con tutti i problemi connessi alla gestione di
un neonato immaturo.
La salubrità dell’attesa
Pur se su molti fattori di rischio non è possibile intervenire
è comunque importante per la prevenzione il concetto della “salubrità
dell’attesa”.
Occorre fornire alla gravida tutta una serie di informazioni che la aiutino
a vivere meglio la gestazione.
Si inizia con il counseling per l’alimentazione. L'aumento del peso corporeo
totale fino a pochi anni fa si diceva non dovesse superare i dodici chili, mentre
oggi si consiglia di non andare oltre i nove - dieci. Importante è quindi
un controllo del peso, costante ma non ossessivo, non ogni giorno ma almeno
una volta la settimana. Fondamentale è comunque il peso di partenza:
se basso si consentirà un aumento maggiore, se alto bisognerà
fare ancor più attenzione.
Per arrivare a questi risultati certamente non si affamerà la donna. E' indubbio che dovrà mangiare di più, ma con moderazione. L’aumento dell’apporto calorico giornaliero è stato calcolato in 250-300 kcal. E’ importante che la dieta sia ben equilibrata nei suoi costituenti fondamentali (zuccheri, proteine, grassi) e che sia data preferenza alle proteine animali ed ai grassi vegetali. Va ricordato che una dieta varia e completa non avrebbe bisogno di alcuna integrazione (vitamine, ferro, sali minerali) che dovrebbe essere prescritta solo in caso di effettiva necessità. Lo stesso supplemento di acido folico, al fine di evitare le alterazioni da mancata chiusura del tubo neurale, per essere realmente efficace dovrebbe essere dato prima che la gravidanza avesse inizio.
Connessi alla dieta nel primo periodo di gravidanza possono manifestarsi nausea e vomito. E’ importante che la gravida mangi secondo gradimento, evitando tutti quegli alimenti che, pur utili alla gravidanza, già prima evitava. Dovrà mangiare poco e spesso, per non riempire eccessivamente lo stomaco o tenerlo a lungo vuoto, preferendo cibi solidi e secchi, bevendo poco ai pasti e di più lontano da essi. Sono sconsigliati tutti quei cibi di difficile digestione e quelli che stimolano la secrezione gastrica.
L'attività fisica viene incoraggiata purché non causi affaticamento. La pressione arteriosa più bassa e le resistenze periferiche ridotte possono far percepire prima e in maniera maggiore la stanchezza. Vanno pertanto privilegiati gli esercizi di rilassamento, soprattutto della parte inferiore del corpo, dal bacino in giù, che potranno rivelarsi di grande utilità al momento del parto.
Il lavoro non è controindicato, anzi in molte situazioni aiuta la donna ad accettare meglio l'idea stessa del cambiamento di stato e a tener lontane le paure a quello collegate. Un'occupazione sedentaria è sicuramente l'ideale. Dovranno comunque essere evitati i lavori faticosi, come il sollevamento di pesi, l'esposizione a sostanze tossiche o radiazioni, i rischi infettivi. Le emissioni dei terminali elettronici non sono pericolose, mentre possono dar problemi lunghe posture obbligate davanti ad essi. Consigliabile quindi effettuare di tanto in tanto una pausa.
Ma per la gravida oltre al benessere fisico è importante il benessere
psichico. Essa ha bisogno di essere sostenuta dal suo compagno e tranquillizzata
dal medico di fiducia. Ad esempio si rimarcherà che i rapporti sessuali
non sono vietati. Bisogna solo avere un po' di cautela nel primo e nel terzo
trimestre, quando potrebbe verificarsi minaccia rispettivamente di aborto e
di parto prematuro.
In presenza di dette patologie sarà opportuno astenersi.
Situazioni conflittuali, tipica quella che vede la gestante in contrasto con
la suocera coabitante, esacerbano disturbi di solito di minor importanza come
il vomito. In questi casi l'allontanamento dall'ambiente domestico, come il
ricovero ospedaliero per la cura del sintomo, risulta più efficace della
terapia farmacologica.
Controlli accurati e periodici con l’ausilio delle tecniche più
moderne e programmi di screening adeguati concorrono per quanto possibile a
garantire un buon risultato con la consapevolezza dell’interessata che
purtroppo non tutto è prevedibile o evitabile.
Per approfondire:
James, Steer, Weiner, Gonik Trattamento della gravidanza a rischio
Verduci Editore, 2002
Tab. 1 - Classificazione delle anomalie cromosomiche
Anomalie cromosomiche: numeriche (omogenee o a mosaico) o strutturali
Numeriche: - poliploidie (triploidie, tetraploidie)
- aneuploidie (trisomie, monosomie, marker sovrannumerari)
Strutturali: - traslocazioni (reciproche, robertsoniane)
- inserzioni
- delezioni (terminali, interstiziali, sindromi da microdelezione, sindromi
da geni continui)
- duplicazioni
- inversioni
- cromosomi ad anello
- isocromosomi
Classificazione delle patologie ereditarie
• geniche:
• autosomiche dominanti
• autosomiche recessive
• X-linked
• cromosomiche:
• degli autosomi
• dei cromosomi sessuali
• multifattoriali
Tab. 2 - Rischi fetali da farmaci
Antiblastici: malformazioni, aborto
Anticonvulsivanti: malformazioni cardio-vascolari o cranio-facciali, anomalie
dello sviluppo
Antagonisti dell’acido folico: anencefalia, palatoschisi
Androgeni: alterazioni dello sviluppo dei genitali esterni nei feti di sesso
femminile
Clomifene: cromosomopatie, difetti del tubo neurale, cardiopatie
Cloramfenicolo: sindrome del neonato grigio (collasso cardio-circolatorio fetale)
Coumadin: emorragie fetali, morte fetale
Streptomicina: lesioni del nervo acustico
Ipoglicemizzanti orali: malformazioni varie
Metilmazolo: ritardo mentale, gozzo
Morfina: convulsioni, morte neonatale
Novobiocina: iperbilirubinemia
Progestinici: mascolinizzazione
Resurpina: depressione neonatale
Retinoidi (vit. A): malformazioni cerebrali, oculari, facciali, cardiopatie,
agenesia del timo
Salicilati: malformazioni del sistema nervoso, emorragie neonatali
Sulfamidici: ittero
Talidomide: focomelia, malformazioni vascolari
Tetracicline: inibizione della crescita ossea
Vitamina K: iperbilirubinemia
Warfarina: anomalie scheletriche, ipoplasia delle ossa nasali, atrofia ottica
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LA PSICOLOGIA
PERINATALE
di Gino Soldera
In questo numero della rivista si inizia ad affrontare in modo articolato il
tema della psicologia perinatale. Un aspetto della psicologia poco conosciuto,
ma non per questo meno importante, una verità destinata a il¬luminare
le conoscenze dell’uomo relativamente al suo sviluppo e la sua condizione
esistenziale, in quanto l’evento nascita non rappresenta una semplice
esperienza nella vita dell’uomo, anzi può essere considerata una
sorta di imprinting fondamentale, chiamato da Dowling “il copione di nascita”.
Scriveva la giovanissima Hannah Arendt «sono fondamentalmente le condizioni
della nostra nascita a modellarci cosi come siamo». Infatti, il modo di
come nasciamo condiziona il nostro comportamento futuro, ma anche la nostra
concezione della vita. E per questo già nell’antica Grecia Aristotele
suggeriva: “Coloro che danno la vita a qualche creatura, non dovranno
essere negligenti e indifferenti, ma prestare attentamente cura affinché
l’arrivo alla vita di coloro che nascono divenga il più gioioso
possibile”.
Le prime indagini cliniche (ad opera di Rank, Fodor, Graber, Laing) avevano
colto che alcune situazioni di disagio, quali fobie, ansie e depressioni, dell’adulto
erano riconducibili alla vita prenatale e al trauma della nascita. Cheek aveva
rilevato, come vedremo nell’articolo di apertura, una interessante correlazione
clinica tra i casi di patologia gastrointestinale, quali ulcera peptica e gastrica
e spasmi dell’esofago e del colon, questi erano stati da lui associati
al fatto che la madre non aveva potuto o voluto allattare; mentre problemi respiratori,
come l’asma, l’enfisema e l’iperventilazione erano stati associati
all’anestesia generale somministrata alla madre o a esperienze di soffocamento
e panico durante il parto. Studi successivi attuati con tecniche più
perfezionate, come l’ipnoanalisi, il rebirthing e la terapia primaria,
hanno permesso il recupero della memoria più remota e la conferma che
le esperienze passate di ogni individuo, anche le più precoci, si riflettono
negli stadi successivi della sua esistenza.
I ricordi della nascita hanno consentito una grande prospettiva che è
quella di essere riusciti a capire che i neonati sono degli esseri consapevoli
e in grado di sperimentare e di interpretare la realtà che li circonda
in modo estremamente raffinato. Secondo Thomas Verny “Il bambino è
ben conscio di come nasce; infatti, egli sente la gentilezza, la tenerezza,
il contatto dolce e affettuoso e reagisce a tutto questo come reagisce in modo
opposto. Questa, del bambino consapevole fin dalla nascita, è sempre
stata una delle maggiori preoccupazioni del medico francese Frederick Leboyer
infatti egli dice: “La cosa fondamentale che ho sempre voluto far capire
è che il bambino che viene al mondo, il neonato, non è un oggetto,
non è qualcosa di vuoto, non è tabula rasa: no, è una persona,
è qualcuno, e questo qualcuno deve essere trattato con rispetto e non
manipolato, ignorato nella sua personalità. Si pensa che il neonato non
veda, non senta, che abbia un'attività semplicemente animale: non è
vero!
Quando si guarda con attenzione un neonato, quando ci si immerge nel suo sguardo,
si scopre che è una creatura completamente cosciente di quello che le
capita, terrorizzata dall'immensità della sua avventura perché
non la capisce. Bastano poche cose, fatte soprattutto di rispetto, per togliere
al neonato la paura e infondergli sicurezza e fiducia.” La ricerca psicologica
sviluppata nell’ambito della fase perinatale ha permesso di capire che
il neonato è dotato di una propria identità personale, non ricevuta
dai genitori, che gli consente di costruire la sua esperienza attorno al nucleo
centrale del Sé. Di avere una sua consapevolezza e autoconsapevolezza,
oltre alla capacità di accedere sia alla dimensione personale che a quella
transpersonale dell’esistenza.
Il come la madre e il figlio affrontano la gestazione condiziona l’esito
del parto. Durante questa fase si realizza anche la prima relazione, la relazione
psicobiologica tra la madre il figlio, che successivamente si risolve con la
nascita. Tale relazione, come riferisce il Prof. Zichella, è basata su
meccanismi omeostatici delicatissimi, sequenzialmente programmati e subentranti,
suscettibili di essere influenzati in senso agonistico e antagonistico, secondo
modalità tempestive o intempestive, da fattori esterni o interni al sistema.
Il disadattamento del legame psicobiologico tra la madre e l’unità
feto-placentare può essere all’origine di molte complicazioni in
gravidanza e nel parto. Infatti, diversi fattori psicofisiologici e psicosociali
possono avere un’influenza disturbante nell’andamento del parto
nascita, tra questi: l’esperienza della nascita vissuta dalla madre; il
rapporto di coppia esistente tra i due genitori; le condizioni di vita della
coppia; la salute psicofisica della madre; il legame sviluppato con il figlio
nel corso della gestazione; le esperienze vissute nel corso della gestazione;
l’ambiente nel quale si realizza la nascita.
Quello in cui stiamo assistendo nelle nostre società occidentali, dove
esiste una medicina ad alta specializzazione e a bassa integrazioni sono delle
condizioni di parto-nascita sempre più difficili e complesse sia per
la madre che per il bambino. Assistiamo ad un aumento della prematurità
che sta diventando una realtà sempre più frequente in Italia il
7,3% nel 2002 dei bambini è nato prima delle 36° S.d.G. (Settimane
di Gestazione), nel 1985 erano il 5,5%, lo 0,8% nasce prima delle 32° S.d.G.,
le cause sono date dall’età avanzata delle madri, dalla gravidanza
gemellare (nelle gravidanze gemellari il 66% avviene prima della 36° S.d.G.),
malattie e infezioni, lo stress, anche a causa delle difficili condizioni economico
sociali soprattutto per l’azione del cortisolo, l’abuso d’alcool,
di tabacco e di droghe. Però la prematurità può essere
considerata risposta alla richiesta di adattamento ambientale e sociale della
madre, ma anche la risposta a una richiesta di adattamento del feto a un ambiente
interno non più idoneo perché, come dice la recente ricerca, questo
può essere stressato, inquinato o deteriorato, e quindi favorire una
reazione di fuga.
L’attuale progresso tecnologico tenderebbe a esasperare la medicalizzazione
del parto a danno della sua umanizzazione. I parti cesarei in Italia sono in
continuo aumento il tasso si è spostato dall’11% dell’’80,
al 27% del ‘96 al 32,9% di oggi. Oggi in alcune regioni come la Campania
e la Sicilia si è abbondantemente superato il 50% e ci si sta avviando
verso 60-70%. La situazione dei bambini nati da taglio cesareo ricaveranno da
questa esperienza un senso di vuoto, di solitudine e di distacco che li porta
a sviluppare delle forti sensazioni di blocco, nel senso che possono sentirsi
in difficoltà e fare fatica a portare a termine un compito, oltre che
a mascherare un profondo bisogno di contatto.
In questo senso la psicologia perinatale può offrire accanto a dei modelli
di intervento terapeutico sempre più validi, in caso di trauma della
nascita, un sostanziale contributo per una comprensione più approfondita
dei processi coinvolti nella nascita, ma può fornire anche delle preziose
indicazioni per una natalità sempre più umanizzata, sollevata
dal rischio di una dimensione esclusivamente meccanicistica di tipo specialistico.
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SULLA PSICOLOGIA PERINATALE
Gino Soldera e Antonio Valmaggia
La psicologia perinatale può essere definita come quella parte
della psicologia che
studia l’influenza dell’evento nascita nella genesi delle funzioni
neurospicologiche,
nella maturazione e organizzazione della mente, nella strutturazione della realtà
psichica e psicosomatica individuale e nello sviluppo globale dei processi personali,
relazionali e sociali.
Riferisce lo psichiatra inglese Ronald Laing (Laing, 1978):
“Nascere è di grande peso nel nostro ciclo di vita.
In questi anni, centinaia di migliaia di persone hanno avuto da adulti esperienze
che
loro stessi sentono essere connesse con la loro effettiva esperienza natale.
Tracce dell’esperienza del nascere sembrano verificarsi nei sogni, miti
fantasie, eventi
fisici o tradursi in vari modi.”
Gli studi epidemiologici e sperimentali hanno da tempo segnalato l’importanza
dell’esperienza della nascita nella vita dell’uomo e delle sue possibili
conseguenze a
lungo termine.
In una ricerca condotta da Jacobson e collaboratori (Jacobson, Nyberg et al.,
1990)
sulla correlazione tra uso di sostanze oppioidi durante il travaglio di parto
ed il rischio
di tossicodipendenza in adolescenza, è stata dimostrata che la somministrazione
di
oppioidi, barbiturici e protossido alla madre, per più di un'ora in travaglio
entro 10 ore
prima della nascita, aumenta di ben 4.7 volte il rischio che il soggetto divenga
tossicodipendente in età adulta (lo studio paragona i dati perinatali
di 200
tossicodipendenti, nati a Stoccolma tra il 1945 ed il 1966, con quello di fratelli/sorelle
non tossicodipendenti).
Sulla base di questi dati e di studi precedenti gli autori ipotizzano che ciò
sia dovuto
ad un imprinting, processo mnemonico irreversibile che causa specifiche modificazioni
neuroanatomiche, probabilmente mediato dagli alti livelli di catecolamine presenti
nel
travaglio; anche il testosterone facilita l'imprinting e ciò può
spiegare il maggiore
effetto rilevato nei maschi.
Uno studio degli psicologi della University of Southern California-Los Angeles
(Raine,
Brennan et al., 1994) su 4269 maschi ha dimostrato che le complicanze perinatali
insieme con il precoce rifiuto del bambino da parte della madre (entro un anno
di vita)
predispongono al comportamento criminale violento a 18 anni di età.
La correlazione è statisticamente significativa per ciascuno dei due
fattori di rischio ed
è maggiore quando entrambi son presenti.
Nel loro insieme questo gruppo di soggetti risulta costituire il 18% di tutti
gli adulti
che commettono crimini violenti.
Non vi è invece correlazione con il commettere crimini non violenti.
Gli autori sottolineano come nello studio dei fattori predisponenti al comportamento
violento vadano sempre inclusi anche i fattori biologici oltre a quelli sociali,
e come gli
interventi volti a promuovere la salute in età pre- e perinatale possano
significativamente ridurre la violenza da adulti.
Un lavoro precedente suggerisce che le complicazioni alla nascita, incluso il
trauma
(Kendel, Mednick, 1991) portano danni cerebrali che predispongono il bambino
ad atti
aggressivi e impulsivi.
Uno studio danese ha fatto il confronto tra 15 criminali violenti e 24 ladri
comparandoli con 177 persone innocenti sulla base della gravidanza e degli eventi
legati al parto.
Complicazioni quali la rottura dell’utero, prolasso del cordone ombelicale
(attorcigliato
attorno al collo) e difficoltà nel travaglio pronosticavano comportamenti
violenti, in
particolar modo in quelle persone i cui genitori erano psichiatricamente disturbati.
I risultati di queste ricerche stanno ad indicare che esiste una correlazione
tra certe
condizioni presenti in epoca perinatale e il rischio che un particolare evento
si verifichi.
Cenni storici
Le ricerche e le opere che dettero storicamente “il battesimo” alla
psicologia perinatale
si devono a Otto Rank , psicanalista austriaco nato a Vienna nel 1884 e collaboratore
di Sigmund Freud.
Egli si separò dal maestro nel 1924 quando espresse sulla genesi della
nevrosi una
teoria che non fu accettata dalla scuola freudiana (Rank, 1990).
Lo studioso austriaco teorizzò che ogni sviluppo psicopatologico, se
non addirittura
ogni comportamento umano potessero essere interpretati come reazioni al vissuto
traumatico irrisolto della nascita.
Rank fu il primo a estendere la pratica psicanalitica allo studio delle leggende,
dei
miti, dell'arte e della creatività riferibili alla simbologia della nascita.
Secondo Rank, quindi, alla base delle angosce nevrotiche vi è il “trauma
della
nascita”; lo scopo della terapia analitica è quindi quello di portare
alla coscienza tale
trauma e di svolgere funzione di “seconda nascita”, elaborando gli
elementi negativi
della prima.
Questa visione implicò un affermazione rivoluzionaria: l’esistenza
di una vita psichica
fetale.
Egli concepì l’utero come un paradiso primordiale dolorosamente
perduto nel
momento della nascita.
Premessa, quella del paradiso, oggi abbondantemente messa in discussione dalla
ricerca che ha dimostrato che la il dolore e la sofferenza si possono ritrovare
anche
nella vita intrauterina (Soldera, 2005).
Inoltre, ritenne che le successive azioni di ricerca del piacere non fossero
altro che dei
tentativi di rivivere quello provato nell’utero.
In questa ottica, il gioco del nascondino ripropone la gravità della
separazione dalla
madre e il piacere di ritrovarla.
Tutti i giochi ritmici ricalcano il ritmo percepito allo stadio embrionale -madri
che
camminano, l’inizio e la fine, il lavoro e il riposo.
Le fobie dei tunnel, dei viaggi e dell’essere intrappolati ripetono l’ansia
del parto.
Persino il sonno e il sesso sono stati visti come un ritorno al grembo materno.
Questa concezione innovativa lo portò a ridurre l’età richiesta
per iniziare una
eventuale terapia, dall’età adulta ai primi mesi: quattro/otto
mesi di vita.
Nandor Fedor analista americano e autore del libro “Il trauma della nascita”
(Nandor,
1949) si è mosso negli anni 50’ nello stesso filone di indagine
di Otto Rank con una
particolare attenzione verso l’interpretazione del sogno.
Egli sostenne che la vita è continua, che non inizia con la nascita e
che la
comprensione di questa continuità della vita è di fondamentale
importanza per la
comprensione dello sviluppo umano.
Riteneva che l’effetto disastroso la nascita poteva essere paragonato
soltanto alla
morte e che questo timore della morte iniziasse proprio con la nascita.
Esprimeva la convinzione che il grado di amore che il bambino appena nato avesse
bisogno fosse direttamente proporzionale all’intensità del trauma
della sua nascita.
Considerava l’esperienza del soffocamento, della claustrofobia, del panico,
della paura
di cadere, dell’insonnia gli incubi notturni, la paura di castrazione
e della morte
strettamente connessi con l’esperienza della nascita.
Nella sua opera descrisse molti ricordi, sogni oppure sintomi legati alla nascita,
sempre con l’idea che questi ricordi non fossero basati sulle memorie
registrate dalla
coscienza, ma dalle impressione fatte proprie dall’organismo, come degli
anelli della
corteccia di un albero, che segnano il corso della sua crescita fisica.
Anticipando in qualche modo la teoria dei campi morfogenetici del fisiologo
britannico
Rupert Sheldrake.
Dai dati raccolti riteneva che gli eventi legati al parto continuavano a emergere
nel
corso della vita e quindi attraverso i sintomi dei suoi pazienti.
Aveva riscontrato che un uomo che era nato in una casa situata vicino ai binari
ferroviari, era divenuto ipersensibile al fischio dei treni.
Un altro aveva mostrato reazioni dolorose nei confronti delle luci molto intense
che
sembravano connesse con l’intervento al cranio avvenuto alla nascita.
Un uomo ancora adulto, nato in un ambiente freddo, continuava a lamentava di
avere
sempre freddo.
Aveva anche rilevato alcune strane e precise correlazioni tra l’insorgere
del disturbo e
la corrispondente giorno e ora della nascita.
Ad esempio, un paziente soffriva mal di testa alle due del pomeriggio di ogni
venerdì,
cioè il giorno e l’ora in cui era nato; un altro avvertiva un particolare
terrore alle due
del mattino, ora della nascita, e un senso di profonda depressione nelle ore
precedenti.
Infatti non riusciva a rimanere alzato fino a quel ora che gli creava un profondo
senso
di depressione.
Nella pratica clinica aveva rilevato che il successo della terapia si otteneva
solo con la
presa di coscienza della situazione e cioè quando i pazienti interessati
riuscivano a
fare un preciso collegamento tra i loro sintomi e gli eventi traumatici accaduti
nel
corso della nascita.
Il rapporto tra memoria kenestesica e nascita venne affrontato negli anni 70’
dall’ostetrico californiano David E. Cheek (Cheek, 1974), il quale verificò
che le
persone, anche se adulte conservano una memoria muscolare relativa al modo in
cui
la testa, le spalle e le braccia si erano mosse nel momento della nascita.
Per convalidare questa teoria, Cheek reclutò alcune sue pazienti che
aveva fatto
nascere qualche decennio prima, le pose in stato di ipnosi e poi chiese loro
di
ricordare il parto e questo con l’idea di confrontare ogni racconto con
i documenti
originali raccolti alla nascita.
Alla fine di questa indagine constatò come ogni persona indagata ricordasse
esattamente la direzione in cui la propria testa era stata ruotata uscendo dal
canale
vaginale.
Questo perché ogni bambino che viene al mondo ruota automaticamente la
testa in un
modo particolare.
Praticamente tutti i pazienti di Cheek riportarono correttamente sia la posizione
della
testa, ma anche quale braccio era uscito per primo.
Un altro dato interessante che aveva raccolto nella sua pratica clinica era
che i casi di
patologia gastrointestinale, quali ulcera peptica e gastrica e spasmi dell’esofago
e del
colon, erano stati da lui associati al fatto che la madre non aveva potuto o
voluto
allattare; mentre problemi respiratori, come l’asma, l’enfisema
e l’iperventilazione
venivano associati all’anestesia generale somministrata alla madre o a
esperienze di
soffocamento e panico durante il parto.
Inoltra, aveva individuato una sorta dicorrelazione tra le problematiche legate
ai processi procreativi, quali sterilità,
infertilità, mestruazioni difficili o dolorose, aborti ripetuti, doglie
premature e tossiemia e la sensazione della donna di essere stata indesiderata
oppure di appartenere al sesso “sbagliato”, rispetto a quanto desiderato
dai suoi genitori.
Un caso emblematico riportato riguarda un paziente affetto da iperattività
o incapacità
a stare fermo, che riuscì a superare solo quando scoprì, essendo
nato prematuro, che
era rimasto bloccato dall’affermazione fatta dal medico subito dopo la
nascita
all’infermiera quando gli disse: “Non perda troppo tempo. Non
credo che valga la pena
di salvarlo”.
Contributi alla psicologia perinatale
Lo psicologo Arthur Janov nella sua pratica clinica rilevò che molte
delle prime ferite
risalenti al periodo prenatale e perinatale producessero un dolore (dolore primario)
che, se non espresso, poteva essere la causa dell’insorgere di disturbi
di natura
psichica e psicosomatica (Janov, 1972).
In questa logica egli trovò che il dolore della nascita avesse una priorità
speciale, in
quanto era ritenuto il più devastante di tutti gli altri e anche perché
richiedeva un
trattamento più prolungato.
Sviluppo una sua terapia che chiamò terapia primaria, conosciuta anche
come la
terapia dell’urlo originario di Janov, che consisteva nel mettere il paziente
nelle
condizioni ideali, talvolta anche intense e difficili, perché potesse
percepire ed
esprimere le emozioni relative al dolore e alla sofferenza generate dal vissuto
traumatico per essere adeguatamente assorbite e integrate nella propria vita.
In questo tipo di terapia il recupero delle sensazioni e dei vissuti corporei
ha la priorità
assoluta, poiché Janov ritiene che esse siano la chiave per comprendere
l’origine delle
patologie.
E a questo proposito scrive: “La ragione di questo è che bisogna
fare esperienza del
passato, una semplice rievocazione non basta. Ripeto, si può curare solo
dove si è
stati feriti. Se la ferità risale ad uno di età, il cervello deve
essere partecipe”
(Janov,2002).
A differenza di quanto si può credere il ricordo della nascita, in quanto
tale, non viene
perseguito né preteso, né raccontato, ma diventa la via, l’occasione
per guardarsi
dentro e per riscoprire se stessi attraverso l’ esperienza della nascita.
Sono i pazienti stessi che trovano un legame tra la loro esperienza di nascita
e i loro
problemi fisici ed emotivi, proprio perché i ricordi della nascita presenti
nell’inconscio
emergono in associazione con qualche evento che li innesca, come, ad esempio,
l’osservare la scena di un film dove le persone cadono o rimangono intrappolate,
il
scivolare dentro o fuori l’acqua, l’esser racchiusi in un tunnel,
il trovarsi immersi
nell’acqua, pone l’attenzione sul significato del ricordo che si
cela negli strati più
profondi della coscienza.
In questo senso Janov ha osservato che esistono delle precise espressioni di
uso
corrente che portano verso l’esperienza della nascita, quali: “Non
riesco a far luce”,
“Non riesco a partire”, “Non trovo una via d’uscita”,
“Non riesco a vincere questa
situazione”, “Sono pigiato come una sardina”, “Non so
da che parte voltarmi”, “Più di
così non posso”.
Alla luce di questi risultati Janov si è impegnato a far capire quanto
sia importante
l’amore dei genitori, fin dall’inizio della vita, in quanto questo
influenza ognuno di noi
determinando sostanzialmente il nostro modo di pensare, di agire e di comportarsi
da
adulti.
Un contributo interessante e originale alla psicologia perinatale è quello
offerto dallo
psichiatra americano Stanislav Grof (8) nell’individuare i collegamenti
che esistono tra
l’esperienza vissuta alla nascita nel parto, gli aspetti psicologici ad
essa connessi e la
loro influenza nello sviluppo successivo.
Riferisce a questo proposito: “Compresi che le difficoltà della
vita umana dipendono
dal fatto che non abbiamo assimilato il trauma della nascita e la paura della
morte.
Siamo nati solo sul piano anatomico, ma non abbiamo integrato questo processo
sul
piano psicologico. Le questioni relative al senso della nostra vita sono sintomatiche
di
questa situazione. Poiché la vita è ciclica e include la morte,
è impossibile spiegarla
ricorrendo alla ragione e alla logica. Conviene invece accordarsi al flusso
dell’energia
vitale e approfittare della propria esistenza; in seguito il valore e il senso
dell’esistenza
diventano evidenti.”
Le ricerche e le esperienze condotte da Grof con i pazienti, a partire dalle
sostanze
psichedeliche (LSD), sugli stati di coscienza non ordinari, gli hanno consentito
di
riconoscere come determinante il “processo perinatale”.
Questo perché l’insieme delle esperienze che hanno preceduto e
accompagnato la
nostra nascita si sono “ancorate” nella nostra psiche e sono diventate
una sorta di
“matrice” originaria di una vasta tipologia di problematiche psicologiche
e
psicosomatiche, ma anche di memorie e vissuti che emergono dai diversi livelli
dell’inconscio inferiore, di natura biopsichica, e dell’inconscio
superiore, come dice
Roberto Assagioli di natura trenspersonale o spirituale (Assagioli, 1973) e
in stretto
collegamento con l’inconscio collettivo, quello che ci riporta alle esperienze
originarie
dei miti e delle tradizioni.
Le esperienze vissute nella fase prenatale e perinatale hanno prodotto una sorta
di
imprinting di base, denominati sistemi CODEX (Sistemi di Esperienza Condensata)
qualcosa di analogo a quello che Jung considerava essere la fonte dei “complessi
psicologici”, intorno alla quale si sono poi raggruppate tante successive
esperienze
accomunate dalla stessa qualità emotiva, e questa ovviamente può
essere sia positiva
che negativa.
Questi sistemi costituiscono un punto di riferimento sempre presente, che si
ripropone
nelle nostre risposte alla vita.
Ad esempio, una nascita particolarmente traumatica o difficoltosa può
imprimere nella
psiche un modello energetico fatto di frequenti o intensi mal di testa, accompagnati
da
profonde sensazioni di oppressione e di schiacciamento e dove emergono nei sogni
ricorrenti contenuti di violenza e limitazione, senza vie d’uscita.
In questo caso si osserva come l’emozione originaria continui ad amplificarsi
e
riprodursi a vari livelli di esperienza e di coscienza, compreso quello simbolico
fino a
che non sopraggiunge la scarica.
Dalla sua ricerca Grof ha ricavato una sorta di “cartografia” della
psiche contenente,
oltre al solito, livello biografico due settori transbiografici che sono: il
livello
perinatale, in relazione al trauma della nascita biologica; e il livello transpersonale,
riferito all’identificazione esperenziale con altre persone, con animali,
con piante e con
i più diversi aspetti della natura.
Inoltre, ha individuato nel processo perinatale quattro precise sequenze, denominate
Matrici Perinatali di Base (MPB), strettamente relazionate con l’esperienza
della vita
prenatale e con le diverse fasi che si incontrano nel parto fisiologico.
Queste possiedono un contenuto emozionale e psicosomatico proprio, funzionano
come dei principi organizzatori di altri piani dell’inconscio, influenzano
la nostra
percezione della realtà e il nostro percorso evolutivo.
Le quattro Matrici Perinatali sono:
1.“Universo amniotico”, o “pace oceanica”; in questa
matrice ritroviamo la vita
intrauterina durante la quale la madre e il figlio vivono in simbiosi. Questa
situazione è
ideale per il bambino che vive in uno stato di armonia e di pace con la sua
mamma,
con la sua famiglia, con tutta la natura e con l’ambiente circostante.
In questa matrice
la situazione si complica se subentrano interferenze di qualche tipo, come quelle
dovute a stati di intossicazione, pericoli di aborto spontaneo o provocato.
2. “Precipitazione nel cosmo e impossibilità di uscita”;
siamo nella fase di avvio della
nascita iniziata circa verso il settimo mese con l’orientamento della
testa del bambino
verso il canale del parto. In questa fase sono presenti continui cambiamenti
di natura
neurormonale e fisiologica, fanno la comparsa le contratture, la modifica del
collo
dell’utero per creare le condizioni della nascita del bambino. I ricordi
di questo
momento del parto riproducono immagini simboliche e sensazioni che riguardano
la
consapevolezza di un pericolo mortale la cui causa non è definita. I
contenuti simbolici
si riferiscono a contenuti, come calamità, animali pericolosi o qual
cos’altro di
pericoloso dal quale bisogna difendersi con estrema attenzione.
3. “Lotta di morte e rinascita; questa matrice comprende la fase dilatazione
e l’inizio
dell’espulsione; fase dove le onde contrattili fanno sentire la loro potenza
e la loro
forza, e il bambino inizia la sua discesa lungo il canale del parto. Questo
ultimo si
trova ad affrontare una feroce lotta per la sua sopravvivenza, e questo mentre
prova
delle forti pressioni meccaniche e spesso anche un senso di soffocamento intenso.
La
situazione è complessa e delicata perché si possono presentare
diverse complicazioni,
quali: il cordone ombelicale attorno al collo, episodi di anossia, ostacoli
nella discesa
dal bacino, e l’azione dolorosa delle contrazioni uterine. Il vissuti
di questa matrice si
riferiscono alla lotta per la sopravvivenza di fronte ad una natura primitiva,
scatenata
ed estremamente pericolosa, come lo sono gli uragani e le eruzioni vulcaniche.
4. “Morte e rinascita”; siamo all’ultima fase del travaglio
nel quale si completa la fase
dell’espulsione e con l’uscita del bambino si realizza la nascita
vera e propria. Infatti, il
bambino dopo essersi formato nel buio del grembo se ne separa e va incontro
alla
luce e alla propria madre, ma anche di tutte le persone care e comincia a conoscere
direttamente il mondo circostante. Si tratta di lasciare le vecchie sicurezze
e di
costruirne di nuove in un nuovo ambiente che richiede uno sforzo di adattamento
non
indifferente, ma questo rappresenta anche la premessa per lo sviluppo successivo,
per
l’acquisizione di nuove competenze e responsabilità e per il raggiungimento
di un
livello di libertà superiore. In questo contesto non sono rare le esperienze
di tipo
estatico e un sentimento di profonda liberazione e di amore per tutti gli esseri
e per
l’intero universo.
Per Grof la descrizione del modello delle matrici perinatali rappresenta una
griglia di
interpretazione dei nostri vissuti per avvicinarsi alla nostra esperienza intrauterina
e
alla nostra nascita.
Uno dei contributi più attuali e significativi alla psicologia perinatale
viene dallo
psicologo americano David Chamberlain, già presidente dell’ APPPAH
(Associazione
Americana di Psicologia Pre- e Perinatale e Salute).
Egli nella sua ricerca effettuata attraverso la regressione in ipnosi o ipnoanalisi
ha
dimostrato quanto i neonati siano degli esseri totalmente consapevoli al momento
del
parto e quanto essi siano in grado quindi di vivere e ricordare l’esperienza
della
nascita in modo estremamente preciso con una concordanza statistica del 90%.
Il suo interesse nacque dopo che aveva sentito raccontare da uno dei suoi pazienti
ciò
che sembrava essere un ricordo estremamente specifico della nascita.
Per investigare più a fondo, chiese a dieci coppie madre-figlio di partecipare
alla sua
ricerca.
Nel corso della regressione ipnotica Chamberlain pose ai figli una serie di
domande
legate a eventi della nascita, le cui risposte vennero poi messe a confronto
con quelle
delle madri.
Sia i figli che le madri gli raccontarono dei dettagli sorprendentemente simili
della
nascita.
Riportiamo alcuni passi di un resoconto ipoanalitico riguardante Katy e sua
madre nel
momento della nascita, che può dare un’idea precisa della concordanza
dei vissuti
della madre e della figlia (Chamberlain, 1998).
Katy: E’ una stanza abbastanza grande, con tante cose argentate. Sembrano
tutti
piuttosto indaffarati. Penso che ci siano quattro o cinque persone. Sembra più
freddo
rispetto a prima. Mi sembra di girare, sto girando troppo in fretta, Mi stanno
tirando,
mi tirano. Il dottore è agitato… nervoso…tremante e ciò
mi dà fastidio.
Madre: E’ una stanza grande e gelida. Riesco a vedere la sua testa che
esce dalla
vagina. Ci sono due dottori. C ‘è un dottore giovane (in camice
verde) e uno più
vecchio con i capelli grigi (in camice bianco). Ci sono alcune infermiere. Il
dottore
più giovane è tutto preso. Controllano la testa…La testa
è fuori (ora).
Katy: Mi hanno messa sulla pancia, quasi scaraventandomi su di lei. Lui sta
parlando con la mamma. Sembra che vada tutto O.K e che lei stia bene. Lui sembra
ancora nervoso; mi ha sollevata e mi ha data a qualcun altro. Mi sento più
grossa e
più pesante. Riesco a vederla ma non sono vicino a lei. I suoi capelli
sono raccolti
con i bigodini o qualcosa di simile. Sembra stanca, sudata.
Madre: Me l’hanno messa sulla pancia in qualche modo, ma la stanno ancora
tenendo. Riuscivo a vederla… molto sangue e della stoffa bianca. Sta piangendo.
Vedo il cordone ombelicale. Le mie mani sono legate perché non riesco
a tenderle
per toccarla. Vorrei che la spostassero, che l‘avvolgessero in una coperta.
Finalmente qualcuno l’ha presa. Sto parlando con il dottore ... Penso
che mi
abbiano messo una cuffia bianca per coprire i miei capelli.
Katy: Nessuno mi parla. Parlano di me, credo, ma non con me. Si comportano
come se sapessero che io sono qui ma come se io non sapessi di esserci. L
‘infermiera mi ha forse pulita lavata. Poi mi hanno portata vicino a mia
madre. Non stava piangendo ma quasi. E’
stata la prima che ha parlato con me, Ha detto: “Ciao!” Nessun altro
sembrava
pensare che io fossi davvero lì. Poi ha parlato un po’ con il dottore
e loro mi hanno
portato via un‘altra volta.
Madre: Finalmente mi liberano le mani e l’infermiera me la mette vicino
sulla sua
sinistra. Ma non la tiene abbastanza vicino in modo che possa toccarla. Mi sento
veramente frustrata. Le dico “Ciao!”. E’ così graziosa
e piccola ma un po’ arruffata.
Poi la mettono in una specie dì piccolo scaldino. Parlo con il dottore
del suo peso.
Come si vede esiste un chiaro collegamento tra i due racconti pur essendo totalmente
indipendenti l’uno dall’altro.
I due resoconti combaciano nella maggior parte dei fatti, come una storia raccontata
da due prospettive differenti.
Chamberlain scrive che i ricordi della nascita emergono a due o tre anni di
età,
periodo in cui il bambino comincia a farsi capire, possono essere sorprendenti
e
convincenti.
Una bambina, ad esempio, descrisse correttamente la pettinatura che la madre
aveva
quando lei nacque.
Un’altra raccontò che il papà aveva avuto paura di prenderla
in braccio e così l’aveva
solo guardata.
Un'altra descrisse accuratamente che la madre l’annusava e che poi espresse
interesse sulla normalità delle sue dita dei piedi.
Questo dimostra quanto i neonati siano degli esseri consapevoli e in grado di
sperimentare e di interpretare la realtà che li circonda in modo estremamente
raffinato.
Rebirthing e psicologia perinatale
I ricordi della nascita possono emergere attraverso l’ipnosi, la psicanalisi,
durante
l’uso di sostanze psicotrope quali LSD, ma il mezzo più efficace
ed immediato è
rappresentato dalla pratica respiratoria del Rebirthing.
Il Rebirthing é una particolare tecnica di respirazione che facilita
l’emersione e
l’esplorazione mnemonico-energetica dei vissuti perinatali.
Come riportato da Bob Mandel e Sondra Ray nel loro libro Nascita e personalità
(Mandel, Ray, 1996).
Questi due pionieri statunitensi del Rebirthing furono i primi a codificare
in modo
sistematico le loro intuizioni empiriche di psicologia perinatale riguardanti
le relazioni
esistenti tra le varie modalità di nascita e il loro influsso sul comportamento
umano.
Ad esempio, riportano che i bambini nati da parto ritardato potranno sentirsi
nelle loro relazioni adulte inibiti e franati o in difficoltà ad esprimere
il loro vissuto; i nati prematuri possono rischiare di portare con sé
una eredità psichica di immaturità evulnerabilità; coloro
che sono nati oltre il termine possono sentirsi spinti alla lentezza
e al ritardo; i cesareizzati potrebbero sentirsi minacciati e impediti ogni
volta che
devono compiere qualche passo importante; i nati da parto podalico potrebbero
avere
la sensazione di iniziare le cose con il piede sbagliato, oppure temere di produrre
la
sofferenza agli altri; e i nati da parto indotto potrebbero da adulti aver sempre
bisogno di essere spinti e provocati per poter fare qualcosa.
Argomenti poi ripresi da Thomas Verny nel suo libro “Banbini si nasce”
dove affronta il
tema nascita e personalità (Verny , Weintraub, 2004).
Attraverso la pratica del rebirthing si è potuto constatare come il condizionamento
della nascita si manifesti, a livello inconscio e con intensità variabile,
durante ogni
situazione che riproduca di fatto o a livello simbolico, eventi di separazione,
di
autonomia, di cambiamento e come questo si riverberi, in primis in modo
inequivocabile nella dinamica respiratoria, e in generale poi nella qualità
delle nostre
percezioni.
Dice Leonard Orr (Orr, Halbig, 1966) , il ricercatore statunitense che diffuse
in
occidente il Rebirthing: "Lo scopo del Rebirthing è quello farti
rivivere il momento della
tua nascita, del primo respiro e del trauma ad esso legato".
La respirazione circolare riproduce nel cervello condizioni simili a quelle
che erano
presenti poco prima e durante la nascita, quando lo scambio placentare assicurava,
al
bambino, l’approvvigionamento continuo di ossigeno e la rimozione rapida
e costante
delle scorie, con un ritmo, appunto, circolare.
Il merito di questa forma di respirazione è quello di favorire l’apertura
di canali subsensoriali
inducendo in stati regressivi ma coscienti riconducibili ai momenti della
nascita, come dimostrato da una ricerca dove gli altissimi livelli di emoglobina
presenti
nel sangue al momento della nascita sono gli stessi di quelli riscontrati nelle
persone
durante una seduta respiratoria di Rebirthing.
Questo concorre a dimostrare perché questa respirazione favorisca l’emersione
dei
vissuti perinatali, perché consente di oltrepassare la barriera iniziale
della
consapevolezza esterna per permettere una fase spontanea di ritorno mnemonico
a
stadi riferibili alla nascita.
Questi si trovano in una particolare zona dell’ inconscio precedente allo
stadio
razionale e verbale; e sviluppata in una condizione sensoriale non paragonabile
a
quella dell’essere adulto dove abbiamo avuto di organizzare le esperienze
e le
emozioni della nascita in essenza di una struttura logica.
I vissuti perinatali rappresentano invece la risultante degli elementi emozionali
e
sensoriali di quando ci apprestavamo a lasciare l’utero, dei modelli neuro-fisiologici
trasmessi da nostra madre, dell’imprinting che abbiamo ricevuto al momento
di venire
al mondo.
Le impressioni primordiali della nascita non sono mediate dalla nostra struttura
razionale e organizzata odierna, e non si possono quindi comprendere mentalmente,
esse sono “scolpite” nella regione più istintiva e antica
della psiche, nella profondità
dell’inconscio, dove sono “quasi” irraggiungibili.
Per questo non potendo raggiungere le memorie della nascita la tecnica del Rebirthing
si propone come un potente mezzo per far emergere, rivivere e rielaborare le
emozioni della fase perinatale irrisolte che si manifestano nella vita adulta
con
comportamenti ripetitivi e che riguardano l’incapacità a sviluppare
le potenzialità, gli
atteggiamenti difensivi, le tendenza all’auto sabotaggio, e specialmente
le difficoltà
relazionali.
Attraverso la pratica clinica con il Rebirthing si è scoperto l’esistenza
di una specie di
“traccia energetica perinatale” nella loro psiche e nel loro corpo,
nella quale era
possibile individuare aree di consapevolezze precise legate alla nascita.
Si sono osservate, ad esempio, in una nascita complicata dalla presenza del
cordone
intorno al collo, tracce sul collo della persona contrassegnate da un evidente
e
leggero gonfiore di colore rosso che sono scomparse al superamento dell’evento
traumatico.
L’uso del Ribirthing in psicoterapia ha permesso di indurre nei pazienti
momenti di
liberazione catartica relativi alla loro nascita oltre che favorire l’emergere
di materiale
inconscio unico e particolarmente utile alla terapia.
Nel Rebirthing l’importanza terapeutica di rivivere durante una seduta
la propria
nascita è fondamentale ma essa non viene “indotta” o forzata
in nessun modo, ma
solo accompagnata dolcemente se emerge spontaneamente e rielaborata.
La promozione della salute perinatale
Un contributo straordinario che ha messo in discussione il modo tradizionale
di
partorire praticato comunemente negli ospedali e stato dato, intorno agli anni
settanta, dallo ginecologo francese Frederic Leboyer, che per la prima volta
ha
trasferito l’attenzione, durante le fasi del parto-nascita, dalla mamma
al bambino.
Egli affermava che è difficile inventare un modo più brutale di
far venire al mondo i
bambini dalla sua generazione dell’ostetricia.
Questo perché allora, ma spesso anche oggi, si nasceva sotto una luce
spietata, in un
ambiente di gelido acciaio inossidabile, affollato di estranei mascherati e
guantati.
Inoltre, si veniva di solito strappati dalle madri narcotizzate e semicoscienti
e depositati senza tante cerimonie in una nursery piena di altri neonati urlanti
espaventati.
Le sue indicazioni, contenute nel libro Per una nascita senza violenza (Leboyer,
1975),
consistono nel far si che il parto avvenga nella penombra e nel silenzio, perché
nel
ventre materno il bambino era abituato al buio e ai rumori attutiti; nel deporre
il
bambino appena nato sul ventre stesso della mamma, il più adatto ad accoglierlo;
nell’accarezzarlo in modo dolce e sicuro, nel massaggiarlo; nel rinviare
di qualche
minuto il taglio del cordone ombelicale per dare modo ai polmoni di abituarsi
a
respirare; nell’immergere il piccolo in acqua tiepida per fargli ritrovare
l'elemento in
cui è vissuto finora; e poi permettergli di rimanere in compagnia della
sua mamma,
con la quale ha condiviso senza mai separasi nove mesi di esperienza.
Leboyer parte dalla constatazione che il bambino è ben conscio di come
nasce; infatti,
egli sente la gentilezza, la tenerezza, il contatto dolce e affettuoso e reagisce
a tutto
questo come reagisce in modo opposto, alle luci troppo intense, ai rumori
dell’ambiente, al contatto con le apparecchiature e all’ambiente
freddo e impersonale.
I bimbi nati con le “modalità dolci” suggerite da Leboyer
in genere si dimostrano, dal
principio, bambini più sereni ed ottimisti e meno inclini a contrarre
malattie e in
seguito da adulti mantengono quelle caratteristiche che riportava ad avere
atteggiamenti di fiducia e di apertura nelle relazioni interpersonali.
In questo senso potremmo affermare che i bambini avranno la tendenza da adulti
a
“ridare al mondo” ciò che dal mondo hanno ricevuto al momento
della nascita.
La nascita è un evento non solo personale ma anche e sopratutto biologico
e sociale e
questo è stato messo in evidenza del medico e ginecologo francese Michel
Odent che
da tempo sostiene, nell’ambito dell’ostetricia, un approccio rispettoso
e naturale, in
contrasto con quello iper-medicalizzato, e rivolto alla riscoperta degli istinti
“ecologici”
della madre e del neonato in favore della conservazione della specie e della
natura
(Odent, 2006).
L’opera di Odent è iniziata nella clinica di Pithiviers, dove aveva
portato a termine con
successo parti con il più basso numero di episiotomie, interventi con
il forcipe, e tagli
cesarei realizzato in Francia.
Attualmente dirige a Londra il Centro di Ricerca della Salute Primale da lui
fondato per
riunire e divulgare gli studi che riguardano l’influenza dell’ambiente
esterno sullo
sviluppo dei sistemi della Salute Primale (sistemi di adattamento sottocorticali,
che
maturano precocemente durante la vita fetale, il periodo perinatale e il primo
anno di
vita) e i suoi effetti a lungo termine.
Il suo principio era ed è tutt’ora quello di fare in modo che l’uomo
interferisca il meno
possibile nel delicato e già perfetto meccanismo naturale della nascita
(Odent, 1992).
L’idea di base è quella di sostenere la partoriente verso uno stato
di abbandono
primordiale dove siano le forze protettrici dell’istinto, governate dal
naturale cocktail
di ormoni che si liberano, a guidare le risorse dell’intuito materno e
le capacità innate
del nascituro verso la risoluzione serena dell’ evento della nascita.
La nascita è vista quindi come momento sacro, esito positivo del continuum
della
relazione spontanea e naturale tra madre-bambino e non come atto medico essendo
la donna incinta che partorisce una persona sana e non una malata.
L’ intervento medico è inteso come estrema ratio, dettato solamente
dal reale stato di necessità o di urgenza.
Per questo Odent nella sua ultima opera, di imminente pubblicazione, “L'agricoltore
e il
ginecologo”, utilizzando la metafora dell'industrializzazione dell'agricoltura
e dell'allevamento
e stigmatizza in modo nuovo gli effetti negativi, sia a livello individuale
sia
a livello sociale, derivanti dall'eccessiva medicalizzazione della nascita.
Rispetto alla questione di come si forma la capacità di amare, tenuto
conto dei contributi di diverse discipline, ritiene che andando a disturbare
in modo sistematico con interventi medici inutili la naturale fisiologia della
donna che partorisce e quella del neonato, si interferisce in modo grave sulla
relazione madre-bambino e quindi, anche sulla «capacità di amare»
dell'essere umano, provocando varie forme di alterazione dell’ espressione
affettiva.
E gli effetti negativi di questo si potranno manifestare solo dopo molti anni
con varie modalità dell’ espressione affettiva (verso se stessi,
verso gli altri, verso la natura).
La situazione oggi sembra particolarmente preoccupante perché mai come
oggi l’uomo si é intromesso in maniera così esagerata nel
processo della nascita, e questo da quando si è affermata e diffusa in
tutto il mondo l’iper-medicalizzazione del parto.
La maggior parte delle donne che si trovano ad affrontare l’esperienza
del parto in un ambiente medicalizzato, ovvero in un contesto asettico e innaturale,
non riesce a rilasciare adeguatamente quel flusso di ormoni o cocktail di «ormoni
dell'amore» necessari per partorire naturalmente.
Per ovviare a questo, o si dovrà ricorrere ai farmaci, oppure si dovrà
provvedere al taglio cesareo.
Le donne russe, per esempio, che partoriscono ancora in un ambiente principalmente
femminile e rispettoso della fisiologia della nascita, hanno tassi di tagli
cesarei tre volte più bassi che in Italia, mentre la mortalità
perinatale e altri dati inerenti al parto sono migliori.
Da qui emerge la necessità di riscoprire, oggi più che mai, quali
sono le reali esigenze fisiologiche della madre e del nascituro nel momento
della nascita, per rispettare questi bisogni fondamentali, salvaguardando così
la capacità di amare insitain ogni essere umano.
Gino Soldera, psicologo pre e perinatale, presidente dell’ANPEP
e consulente dell’Unità Operativa di Ostetricia e di Ginecologia
dell’Ospedale di Conegliano.
Antonio Valmaggia, presidente della European
Rebirthing School e responsabile dell’Associazione Nazionale di Psicologia
e di Educazione Prenatale di Varese.
”LA CONTINUITA' DELLA
RELAZIONE: DAL BONDING PRENATALE
ALL'ATTACCAMENTO POSTNATALE
di Maria Beatrice Nava, psicologa del Centro per il
Bambino e la Famiglia di Bergamo
Riassunto:
La Teoria dell’Attaccamento fornisce una cornice utile a comprendere le
dinamiche relative alla formazione e all’evoluzione delle relazioni primarie
tra il feto-neonato e i suoi caregivers primari: la madre e il padre. L’articolo
propone un percorso ideale lungo le tappe di formazione del legame di attaccamento
a partire dalla vita prenatale attraverso il parto e i primi momenti di vita
extrauterina. Particolare rilievo viene dato al concetto di continuità
della relazione, come rappresentazione della continuità di vita tra la
fase pre e postnatale.
1. La teoria dell’attaccamento
Nell’ambito dell’ampio filone di studi e ricerche che ha indagato
il legame madre-bambino, un posto di assoluto rilievo è occupato dalla
Teoria dell’Attaccamento ideata da John Bowlby, psichiatra e psicoanalista
inglese. Con la formulazione della sua Teoria dell’Attaccamento, Bowlby
propone una visione del legame primario tra madre e bambino e una interpretazione
dell'eziologia dei problemi mentali e della condotta patologica completamente
innovativa rispetto alle teorie del suo tempo, quali il comportamentismo e la
psicoanalisi.
La Teoria dell’Attaccamento (che si fonda su una posizione di multidisciplinarietà
nella quale la psicoanalisi è integrata con l’etologia, la sociobiologia,
la psicobiologia, la teoria cibernetica dei sistemi di controllo e l’approccio
strutturale moderno allo sviluppo conoscitivo) afferma che il bambino si lega
alla madre e ne cerca il contatto a seguito di una motivazione primaria a mantenere
la prossimità con essa, in quanto è attraverso la vicinanza con
la madre che può essere protetto.
Il legame di attaccamento viene a costituirsi come base evolutiva personale
e relazionale su cui l’individuo fonderà altri successivi e più
complessi aspetti della propria personalità, legati soprattutto al nucleo
della sicurezza ed alle possibilità adattive che esso rappresenta per
l’individuo. La costruzione di un attaccamento sicuro nella prima infanzia,
infatti, sembra rappresentare una fondamentale risorsa per l’individuo,
un fondamento della costruzione del Sé e delle possibilità di
sviluppo affettivo, cognitivo e sociale anche nelle epoche successive alla prima
infanzia.
Tre modelli principali di attaccamento, descritti per la prima volta dalla Ainsworth
e dai suoi colleghi nel 1971, sono oggi identificati con sicurezza: Insicuro
Evitante (tipo A), Insicuro Ambivalente (tipo C), Sicuro (tipo B). I bambini
A, attraverso il mantenimento di una moderata distanza dalla madre, quella che
viene detta optimal distance, evitano il rischio di essere rifiutati, come accadrebbe
se si avvicinassero troppo; nello stesso tempo si pongono in condizione di essere
eventualmente soccorsi nel caso il pericolo diventi eccessivo. I bambini C,
esagerando l’espressione dei loro bisogni, si fanno carico di mantenere
vicina una madre altrimenti imprevedibile; i bambini B espri¬mono in maniera
chiara e con fiducia i loro bisogni, nella consapevolezza di essere aiutati
e confortati in caso di necessità (Attili, 2000).
Oltre a questi tre pattern ne sono stati identificati altri, tra i quali lo
stile di attaccamento DISORGANIZZATO/DISORIENTATO (tipo D) e quello CONFUSO
(Co), individuati ad opera di studiosi come Main & Solomon (1986,1990),
George & Main (1990) e Crittenden (1985) e Attili (2001). Si tratta di stili
di attaccamento patologici, spesso conseguenti ad esperienze di maltrattamento,
abuso, grave trascuratezza, orfanità, istituzionalizzazione.
Da una recente ricerca (Nava, 2002) sembra esservi la possibilità che
l’attaccamento Disorganizzato/Disorientato possa derivare da esperienze
di maltrattamento fisico, mentre l’attaccamento Confuso da esperienze
di abuso sessuale.
2. Il concetto di Attaccamento Prenatale
L’idea dell’esistenza di una relazione di attaccamento tra una madre
ed il feto non è, come si potrebbe pensare, uno sviluppo recente nell’ambito
della psicologia della gravidanza; Deutsch (1945, come citato in Condon, 1993)
fu il primo a ipotizzare che l’attaccamento potesse iniziare durante la
gestazione. Rubin (1975) ipotizzò l’esistenza di quattro “compiti”
legati alla gravidanza, (1) la ricerca di una transizione sicura per sé
e per il nascituro, (2) l’assicurarsi che il nascituro venga accettato
dalle persone significative della propria famiglia, (3) il creare un legame
(binding-in) con il proprio bambino sconosciuto (corsivo mio) e (4) l’imparare
a donarsi. Il concetto di Rubin di “legame” (binding-in) è
piuttosto simile a quello di “relazione” (bonding) e si è
evoluto nel costrutto di “attaccamento prenatale”. Nell’ambito
della letteratura sull’accudimento, l’“attaccamento prenatale”
è stato definito come “la singolare relazione di amore che si sviluppa
tra una donna e il suo feto” (Muller, 1993, p. 201, traduzione mia).
Katz-Rothman (1993) afferma che “il momento della nascita dovrebbe essere
visto come quello in cui la relazione tra madre e il figlio continua e non inizia;
Cranley (1981), dal canto suo, afferma che c’è un cambiamento qualitativo
nella relazione della madre con il proprio bambino al momento della nascita,
ma non per questo esso rappresenta l’esordio della loro relazione.
Nonostante questa prospettiva, che considera l’attaccamento come un processo
continuo che ha inizio prima della nascita, e anche se il concetto di “attaccamento
prenatale” origina dalla Teoria dell’Attaccamento, è necessario
chiarire che l’attaccamento prenatale e quello postnatale possono richiedere
cornici concettuali leggermente differenti (Laxton-Kane & Slade, 2002).
Lo psichiatra Condon (1993) ha proposto un modello di attaccamento adulto e
lo ha applicato all’attaccamento materno prenatale. Condon afferma che
la sua concettualizzazione dell’attaccamento segue i lavori di Bretherton
(1985), che definisce genericamente l’“attaccamento” come
un vincolo emotivo (emotional tie) o un legame psicologico (psychological bond).
Bowlby (1988) concettualizza l’attaccamento come un processo bidirezionale
tra il bambino e il caregiver. Anche questo concetto richiede un aggiustamento
se vogliamo analizzare l’attaccamento emotivo prenatale.
Laxton-Kane e Slade (2002) affermano che nel contesto della gravidanza, non
vi siano opportunità di interazione reciproca. Gli autori affermano che,
di conseguenza, lo studio sull’attaccamento prenatale si è concentrato
sull’analisi dell’intensità e della qualità del legame
madre-feto.
Laxton-Kane e Slade affermano, inoltre, che la stessa esperienza di attaccamento
della madre, l’influsso dovuto ad altri ruoli e responsabilità
che competono con quelle del “caregiver” e il sostegno disponibile
durante la gravidanza abbiano maggiore influenza nel determinare l’attaccamento
prenatale proprio a causa della mancanza di interazioni reciproche tra madre
e feto.
Ancora, scoperte emergenti da uno studio di Siddiqui, Hagglof, e Eisemann (2000),
confermano l’idea secondo cui le esperienze infantili di attaccamento
della madre abbiano un certo impatto sul suo attaccamento prenatale; in questo
studio, gli attaccamenti prenatali più intensi risultavano formarsi nelle
donne che avevano esperito calore materno e rifiuto paterno.
Vi è anche uno studio di Mikulincer and Florian (1999) che contribuisce
a rinforzare ulteriormente il concetto secondo cui le esperienze materne di
attaccamento nell’infanzia influiscono sul suo attaccamento prenatale
nei confronti del feto: attraverso l’utilizzo dell’AAI (Adult Attachment
Interview - Main, Kaplan, & Cassidy, 1985, come citato in Mikulincer &
Florian, 1999) e il MFAS (Cranley, 1981), si scoprì che le donne con
attaccamento sicuro (B) instauravano un intenso attaccamento con il proprio
feto fin dagli esordi della gravidanza. Inoltre, si scoprì che le donne
con attaccamento evitante (A) mostravano un attaccamento debole verso il feto
nel primo e nel terzo trimestre di gravidanza e più forte nel secondo
trimestre e che le donne con attaccamento ambivalente (C) mostravano un incremento
dell’attaccamento verso il feto con il procedere della gravidanza.
Così, sebbene il vincolo emotivo REALE che le donne esperivano verso
il loro feto non potesse essere considerato “attaccamento” nel senso
tradizionale del termine (in accordo, cioè, con la tradizione Bowlbiana),
questo è il termine che è stato usato da coloro che hanno operazionalizzato
il costrutto.
Speckhard (1997) suggerisce che l’attaccamento ha inizio ben prima della
nascita, quando la donna inizia a formarsi un’immagine mentale del proprio
bambino e sente il desiderio di allevarlo e proteggerlo. L’attaccamento
al feto sembra cominciare circa a 10 settimane di gestazione (Caccia et al.,
1991), e crescere rapidamente a partire circa dalla 16ma settimana di gestazione
(Grace, 1989).
È ormai stabilito che l’attaccamento materno-fetale cresce significativamente
durante la gravidanza (Armstrong, 2002; Laxton-Kane, 2002; Caccia et al., 1991;
Condon, 1985; Damato, 2000; Grace, 1989; Lindgren, 2001), e con rapidità
(Bloom, 1995; Damato, 2000; Heidrich & Cranley, 1989). Un altro studio mostra
come i sentimenti positivi verso il feto siano positivamente correlati al movimento
fetale e all’età gestazionale (Reading, Cox, Sledmere, and Campbell,
1984).
3. L’imprinting prenatale
Il concetto di “imprinting prenatale” è multiforme e può
essere declinato secondo diverse accezioni.
Si può affermare che durante la vita fetale vi sia un imprinting neurobiologico,
dato che nel corso della gestazione l’emisfero cerebrale destro –
responsabile, tra le altre cose, della espressione e gestione del coping, della
socialità e delle emozioni – si forma e si struttura in modo non
indipendente dal suo ambiente condiviso, cioè l’utero materno e,
in senso più generale, la madre tutta. Recenti ricerche hanno dimostrato
come gli ormoni materni regolino l’espressione dei geni nel cervello del
feto e come forti cambiamenti dei livelli ormonali materni inducano cambiamenti
dell’espressione dei geni che si mantengono anche in età adulta
(Dowling, Martz, Leonard & Zoeller, 2000).
In altre parole “Nature’s potential can be realized only as it is
enabled by nurture”, che tradotto suona così: “il potenziale
naturale può realizzarsi soltanto nel modo in cui l’ambiente lo
consente” (Cicchetti & Tucker, 1994, p.538).
Studi recenti indicano che le primissime esperienze affettive di interazione
influenzano direttamente la maturazione del sistema di regolazione dell’emisfero
cerebrale destro, che è coinvolto centralmente nella comunicazione delle
emozioni. Molto più che il sinistro, l’emisfero cerebrale destro
è profondamente connesso alla maturazione prenatale del sistema nervoso
autonomo (responsabile delle componenti somatiche dell’espressione emotiva)
e all’asse ipotalamico-adreno-pituitario, che regola la risposta individuale
allo stress (Schore, 2002).
È dunque possibile affermare che l’esperienza prenatale di interazione
con l’ambiente influisce sulla struttura del sistema nervoso centrale
e sull’architettura del cervello in evoluzione.
Lo sviluppo dell’attaccamento è così un prodotto congiunto
della predisposizione temperamentale (geneticamente determinata) e dell’ambiente
affettivo e relazionale offerto dal caregiver, a partire dall’epoca prenatale.
Si può parlare di imprinting anche da un punto di vista a metà
tra il clinico e il biologico; per comprendere i disordini dell’attaccamento
e del bonding è fondamentale comprendere il “trauma prenatale”
e più nello specifico, la relazione tra concepimento, impianto dell’embrione
e cordone ombelicale. Bisogna inoltre avere una profonda comprensione del simbolismo.
Il concepimento implica un’interazione “di attaccamento” quando
lo spermatozoo si unisce all’ovulo. L’impianto dell’embrione
implica un “attaccamento” dell’ovulo fecondato alla parete
uterina. Il cordone ombelicale è il tramite che permette la vita del
feto, mantenendolo “attaccato” alla madre, ed è il mezzo
attraverso il quale il nascituro riceve nutrimento e tossine.
Se l’atto sessuale con il quale si concepisce un bambino è “ostile”,
carico di paure, ambivalente, o semplicemente ha luogo tra due persone che non
si amano e non sono legate l’una all’altra da un reciproco impegno,
sia l’ovulo che lo spermatozoo recano in sé questo “imprinting”
cellulare (Farrant, 1988). Se un ovulo fecondato vive un difficile impianto
– cioè lo “attaccamento” alla parete interna dell’utero
– anche qui si verifica un correlato “imprinting” cellulare.
Qualsiasi sia l’imprinting, il bambino lo agirà simbolicamente
nel proprio comportamento.
Vi sono terapeuti “della vita prenatale e della nascita” (Prenatal
and Birth Therapist) che si occupano di bambini molto piccoli con vari disturbi
del comportamento (es. difficoltà del sonno e dell’alimentazione,
aggressività etc.) interpretando la sintomatologia di sofferenza come
espressione di una trauma prenatale o legato alla nascita ed intervenendo attraverso
diverse tecniche (il gioco – soprattutto legato alla drammatizzazione
della gravidanza e del parto - ed il massaggio craniosacrale), ottenendo soddisfacenti
e spesso rapidi risultati in termini di remissione dei sintomi e miglioramento
della qualità di vita (Kennedy, dal web).
L’esperienza clinica di altri terapeuti, ad esempio di Leah LaGoy, è
che i bambini cui si diagnostica un disturbo dell’attaccamento hanno esperito
un “attaccamento” prenatale traumatico, in aggiunta a ulteriori
successivi traumi (LaGoy, dal web).
Si può inoltre parlare di imprinting anche da un punto di vista fisiologico-percettivo;
il neonatologo Bellieni (2004), uno tra i più importanti studiosi della
continuità tra la vita prenatale e quella postnatale, afferma che “la
percezione fetale sarebbe necessaria per meccanismi come l’imprinting,
indispensabile alla vita neonatale”.
Si parla infine di imprinting genomico (Cox, Burger, Lip, Mau, Sperling, Wu,Horsthemke,
2002) e imprinting psico-affettivo (Falls, Pulford, Wylie, Jirtle, 1999) nel
dibattito legato alla Procreazione Medicalmente Assistita, con particolare riferimento
alle problematiche connesse alla procedura di fecondazione ICSI (Intro Citoplasmatic
Sperm Injection).
4. L’attaccamento madre-feto
La relazione di attaccamento prenatale madre-feto si struttura a partire dall’intima,
continua e costante condivisione delle esperienze che la madre ed il feto vivono,
in maniera fortemente correlata sebbene non identica, come è per le relazioni
tra Persone che si amano profondamente.
“Da due Persone può nascere solo un’altra Persona e il bambino-Figlio
è da subito una Persona” (Nava, 2004) e le persone hanno una propria
specificità ed unicità che li distingue da sempre e per sempre.
La gestazione è una condizione che riguarda madre e feto, coinvolgendoli
in un rapporto a due che è probabilmente il più profondo e intimo
di cui un essere umano possa fare esperienza; “prima della nascita, la
madre e il bambino vivono in osmosi” (Loux, 2001).
Il feto si sviluppa all’interno del corpo materno, nutrendosi di tutto
ciò che la madre gli offre, a livello chimico-biologico e anche a livello
psico-emotivo: “Tutto ciò che la madre vive, il bambino lo vive
con lei” (Soldera, 2000bis). Ed ancora: “l’utero non è
solo la prima culla per il bambino ma è anche il suo primo vero mondo
e il modo in cui lo sperimenta incide sulla formazione della sua futura personalità”
(Soldera, 2000tris).
Diversi studi dimostrano che lo stress vissuto dalla madre durante la gravidanza,
se continuato ed intenso, danneggia enormemente lo sviluppo del feto, arrivando
ad influire negativamente su di esso persino a livello di formazione del sistema
nervoso e modificando i livelli di arousal del feto stesso, influendo –
anche a lungo termine – sulla sua componente temperamentale (Niederhofer
& Reiter, 2004).
Ciò che definiamo “nutrimento” non è quindi solo quel
che passa dal corpo della madre a quello del feto attraverso la connessione
del cordone ombelicale, ma anche ciò che – grazie al trasferimento
di “informazioni” legato al funzionamento del sistema endocrino,
ad esempio – la madre prova a livello psicoaffettivo: gioia, rabbia, angoscia,
tristezza, serenità. L’adrenalina, il cortisolo, le endorfine...
la risposta chimica del corpo materno alle emozioni intense “in-forma”
anche il corpo in divenire del feto e contribuisce – a volte irreparabilmente
– a definirne la fisionomia. Da un certo punto in poi della gravidanza
il feto è in grado di “reagire” a tali “messaggi”
materni e di comunicare attivamente la propria presenza, soprattutto attraverso
il movimento.
Più la gravidanza prosegue nel tempo e più la relazione di attaccamento
materno fetale si intensifica, grazie anche all’occorrere di eventi come
la crescita ponderale della donna (la “pancia” che aumenta di volume,
con il suo effetto di “evidenza della gravidanza”, per la madre
stessa ma anche per gli “altri”, in primis il padre), l’esperienza
dell’incontro visivo con l’immagine corporea ancora indefinita del
feto grazie allo strumento ecografico (Righetti, 2003) e il palesarsi della
sua presenza “viva e vivace” grazie al movimento, fatto di capriole,
arrampicate, nuotate e scalciate all’interno dell’utero materno.
La relazione di attaccamento prenatale tra madre e feto si configura proprio
a partire da queste possibilità di incontro. Questa relazione, molto
emotiva e interiore, fatta di pensieri, sentimenti, sensazioni, già nel
suo formarsi può svilupparsi differentemente e può essere rilevata
e monitorata per sostenerne la formazione e la sana evoluzione nel tempo.
5. L’attaccamento padre-feto
La gravidanza vissuta dal punto di vista maschile non ha le stesse caratteristiche
di quella vissuta dal punto di vista femminile: il padre non vive le sensazioni
corporee legate alla gestazione, come la cessazione della comparsa del ciclo
mestruale, le nausee, l’ingrossamento del seno, la crescita ponderale,
il comparire della “pancia” etc. Tutti questi vissuti corporei vengono
a lui raccontati, ma non fanno veramente parte di lui perché non derivano
dalla sua diretta esperienza.
Eppure esiste una gestazione paterna: si tratta di una gestazione mentale, si
tratta dell’avere il feto come ospite-dentro-di-sé, dentro la parte
di sé che dell’uomo-maschio definisce la fisionomia e la struttura:
la mente. Tanto la donna esperisce la gravidanza nel corpo e nel sentimento,
tanto il padre può farne viva esperienza a livello mentale, facendo del
suo Pensiero un “utero” buono e accogliente per il figlio che nasce
e che cresce nel grembo materno.
“Bisogna porre attenzione alle potenzialità, alla forza della Mente
ed alla Potenza creatrice del Pensiero; il Pensiero, intriso di Emozione e Desiderio,
sa Creare” (Nava, 2004).
L’attaccamento padre-feto è, inoltre, molto legato all’esperienza
concreta e, se può nascere come desiderio della mente, necessita di esperienze
concrete e tangibili per costruirsi e definirsi. Righetti (2003), ad esempio,
indica come l’esperienza della prima ecografia sia importante per la coppia
e per il padre in particolare, che esperisce concretamente (per la prima volta?)
la presenza viva del feto: lo guarda muoversi, lo osserva, ne riscontra l’esistenza
vera e tangibile. L’intensità dell’attaccamento padre-feto
aumenta, dopo questo “incontro”.
E nei mesi successivi, durante il corso della gestazione, il padre avrà
modo di relazionarsi con il feto attraverso il tatto, carezzando la pancia della
donna, sentendo il movimento del feto poggiandovi sopra le mani e l’orecchio,
“giocando” con il feto ormai cresciuto ed in grado di rispondere
agli stimoli esterni come, ad esempio, la voce e il tocco.
L’uomo, avendo una struttura psichica orientata all’azione e al
pragmatismo, tende a pensarsi padre di un bimbo “cresciuto”, grande
abbastanza da potersi relazionare con lui attraverso lo scambio ed il gioco,
attraverso l’attività; la donna, invece, orientata al mondo interiore,
si pensa madre di un bimbo da accudire, indifeso, bisognoso di cure ed amorevoli
attenzioni (Tosoni, 2004). La relazione padre-figlio, originante anche dalla
relazione di attaccamento prenatale padre-feto, ha i suoi esordi nella mente,
nel Desiderio della Mente, nell’immaginazione, nel mondo interno afferente
alla Volontà; la relazione madre-figlio, invece, trae la propria origine
dal Desiderio del Cuore, dal mondo dell’emozione e del sentimento, dalla
sfera affettiva.
Soldera (2000) evidenzia come “il padre ha cominciato a modificare, anche
se a fatica, il suo atteggiamento tendenzialmente distaccato verso il figlio.
In passato il suo ruolo di delega della funzione educativa alla madre lo aveva
messo in una condizione di grande disagio spesso compensato da altri interessi,
come il dedicarsi al lavoro, allo sport o altro, senza per altro consentirgli
di provvedere alla soddisfazione dei suoi bisogni affettivi e relazionali più
profondi, di vivere la sua naturale empatia e tenerezza nei confronti del figlio
e, meno ancora, di ritrovarsi nella sua realtà umana più intima
e vera avendo anche lui attraversato, da bambino, quello che sta attraversando
ora suo figlio.
E per recuperare questo profondo istinto umano (viene da pensare “un istinto
di Attaccamento”, N.d.A.), soffocato da generazioni, può essere
aiutato dalla sua compagna, la quale dalla perdita di questo ruolo esclusivo
che gli veniva dato può trarre grande vantaggio. Si è visto che
il modo con cui il padre vive la gravidanza condiziona la relazione e il tipo
di sostegno che dà alla sua compagna e questo a sua volta influenza l’andamento
della gravidanza”.
La relazione di attaccamento tra esseri umani ha basi biologiche e neurologiche,
come abbiamo già avuto modo di evidenziare in questo articolo.
Infine, sembra interessante sottolineare che le variazioni ormonali nella donna
dipendenti dalla gestazione e che la preparano “psicofisicamente”
alla relazione con il feto-nascituro, non sono una sua prerogativa esclusiva.
La biologa Katherine Wynne Edwards della Queen University di Ontario, riferisce
che il 65% dei padri che frequentano i corsi pre (e post) parto hanno un calo
di testosterone, a favore di una maggiore produzione di estradiolo (Soldera,
2004). In un certo senso questi padri assumono tratti “materni”
nel percorso di acquisizione della propria paternità prenatale, come
se la natura lavorasse a dare forma fisica al loro coinvolgimento durante la
gravidanza. Come se regalasse loro l’opportunità di creare una
relazione di attaccamento con il feto, di cui sono generatori biologici (paternità)
e psicologico-relazionali (paternalità).
6. L’attaccamento postnatale: rooming-in, marsupioterapia e allattamento
al seno
Michel Odent afferma che “Non vi è alcuna esperienza che possa
tener testa alla forza e allo splendore del primo contatto tra i genitori ed
il loro bambino. Essere parte di questa esperienza come madre e come padre,
significa partecipare a uno dei rari miracoli della vita. Il flusso di amore
che si viene a formare tra madre, padre e bambino è un’emozione
palpabile: il legame che si viene a formare in questi primi giorni e settimane
fondamentali diverrà una fonte di amore e di attenzioni sia per il bambino
che per i genitori durante tutta la loro esistenza”.
Si tratta del bonding postnatale, il processo tramite il quale il bambino e
il genitore creano un legame, una connessione, un’intimità tra
loro. Il bonding è un dialogo, una complicità che si instaura
tra bambino e genitore, che comincia prima della nascita, ma fiorisce nelle
prime settimane e nei primi mesi che seguono il parto.
L’esperienza emozionale del bambino si sviluppa in sintonia con gli input
materni e paterni. Alla nascita, il neonato porta con sé nove mesi di
esperienza e manifesta una precisa e ben definita individualità, come
i segni che ha nelle sue mani e nel suo corpo, che lo rendono diverso e quindi
distinguibile da qualsiasi altro essere.
L’incontro di questo giovane e promettente essere umano con i suoi genitori
è un incontro tra persone e come tale si articola nella scoperta reciproca,
nel desiderio di conoscenza e di relazione e nel rispetto della specificità
di ognuno.
È necessario tutelare, proteggere e promuovere la formazione di questa
relazione; esperienze come il rooming-in, la marsupioterapia (KMC) e l’allattamento
al seno contribuiscono all’instaurarsi ed al consolidarsi dell’attaccamento
postnatale.
Il rooming-in consiste nella permanenza del bambino assieme alla madre nella
stessa stanza d’ospedale per il periodo di tempo più lungo possibile
nell’arco delle 24 ore, vale a dire sia di giorno che di notte, ad eccezione
dei periodi legati alle cure ospedaliere, e con inizio dopo il parto, non appena
la madre risulta essere in grado di rispondere alle richieste del bambino. Tale
opzione rappresenta un’opportunità che andrebbe offerta in tutti
i casi dove non è strettamente necessario l’allontanamento del
neonato (Davanzo, 2003).
L’evidenza clinica (medica e psicologica) dei benefici derivanti dall’agevolare
e favorire il contatto precoce e continuato tra il neonato e la madre sottolinea
la necessità di incontro tra i due per il benessere di entrambi.
Il che è assolutamente logico e ragionevole: due esseri viventi –
una donna e un neonato, madre e figlio - che hanno trascorso nove mesi di vita
intensissimi, in intima e viscerale comunione psicofisica, possono venire separati
l’uno dall’altro ed allontanati a seguito del parto (che già
di per sé rappresenta una separazione), quando massimo è il loro
bisogno di riconoscersi, faccia a faccia, e di ricostituire quella vicinanza
di menti e di corpi che ha costituito l’intera loro esperienza pregressa
comune?
È la stessa madre, è lo stesso figlio, è la stessa relazione
che continua, ma le condizioni sono cambiate; ritorna il legame con la madre,
ma il neonato è costretto in una relazione caratterizzata da fattori
prima sconosciuti (la forza di gravità, il freddo, l’aria nei polmoni...):
il linguaggio della pelle, il conforto tattile, corporeo, sono gli strumenti
che la creatura possiede per far fronte alla diversità del rapporto.
“In più del 50% degli ospedali italiani, nonostante le evidenze
scientifiche, si separano i genitori dal figlio soprattutto nelle prime due
ore di vita” (Tosoni, 2004): davvero si può pensare che tutto ciò
non abbia alcuna conseguenza?
Anche nel caso di nascita pretermine, evento che spesso implica la lontananza
e la separazione tra la madre e il neonato, che resta in patologia neonatale
lontano dall’odore, dal calore e dalla voce della sua mamma, sarebbe auspicabile
che il neonato potesse restare in intimo contatto con la madre (e, perché
no? Con il padre) attraverso la marsupioterapia (KMC – Kangaroo Mother
Care). È davvero curioso come la KMC sia nata in Colombia (1978), prima
come soluzione al problema della carenza di incubatrici (!) e poi come espediente
per ridurre l’impatto della separazione delle madri dai neonati.
Nello specifico spazio-temporale a cui si fa riferimento, si trattava di neonati
con un peso inferiore a 1 kg (e con il 50% di probabilità di sopravvivenza):
invece di metterli in incubatrice, i pediatri decisero di “impacchettarli”
a testa in su tra i seni della madre. Grazie al latte materno, al battito cardiaco,
alla voce e alla costante attività della madre, malattia e mortalità
subirono un tracollo: nove neonati su dieci sopravvissero.
L’allattamento è un momento fondamentale del legame madre-bambino,
soprattutto nell’ottica della continuità di tale legame, e rappresenta
un valido indicatore del buon instaurarsi della relazione; è “il
modo più semplice e naturale per continuare e rafforzare il legame madre-bambino
iniziato durante la gestazione” (Di Lorenzo & Roascio, 2003).
Sempre nell’ottica della continuità relazionale e dell’empowerment
delle competenze genitoriali, è possibile affermare che “...già
durante la gravidanza si può apprendere che allattare al seno il proprio
bambino è cosa semplice e naturale” e che “...l’educazione
prenatale con il potere della conoscenza ha una influenza realmente positiva
nel sostegno dell’allattamento al seno” (Di Lorenzo & Roascio,
2003).
Abbiamo evidenziato come “il contatto precoce con la madre consente l’ideale
adattamento del neonato alla vita extrauterina” (Audino, 2003) e come
“la struttura che accoglie la madre e il nascituro dovrebbe offrire alla
nuova famiglia la possibilità di incontro e contatto precoci, che danno
inizio ai processi di attaccamento (extrauterino, N.d.A.) e lattazione”
(Audino, 2003).
Nei momenti immediatamente successivi alla nascita, l’abbraccio della
mamma fornisce la neonato il sostegno che gli veniva dal grembo materno: è
un contenimento fisico, psicologico e nutritivo.
Come osserva Winnicott, la madre tiene in braccio il suo bambino talora fisicamente,
in modo simbolico sempre (in Marozzi Bonzi, 2002).
Se osserviamo un neonato, molto spesso dopo un vagito, se posto sul ventre materno,
interrompe immediatamente il pianto. Gradualmente, se la luce non lo acceca,
apre gli occhi, osserva e rivolge lo sguardo verso la fonte del suono: la voce
materna. Punta i pugnetti, cerca di sollevare il collo, tenta di sostenere il
peso della testa per qualche istante, poi cede e si adagia. Alcune volte si
addormenta; altre volte muove il corpo in direzione delle mammelle e inizia
il processo di esplorazione del capezzolo. Quando arriva spontaneamente al seno,
se non raggiunge il capezzolo, succhia il pollice o la mano in modo vigoroso.
È meraviglioso osservare l’incontro di mamma e bambino, quando
lo si rende possibile, quando non si altera con una gestualità meccanica
la naturalezza di questo evento.
L’allattamento è tempo di incontro, di nutrimento psicofisico,
di soddisfazione reciproca. Allattare significa riconoscere una logica originale
di scambio (cioè di comunicazione e relazione), una logica di domanda-offerta
nella relazione tra due soggetti che vivono il bisogno fisico e quello emotivo-affettivo
in modo paritetico.
Il neonato ha bisogno della madre, ha bisogno della rassicurante prosecuzione
di quella relazione fatta di suoni (su tutti la voce), sapori (il sapore del
colostro è affine a quello del liquido amniotico che il feto ha ingerito
durante la vita intrauterina), odore e calore materni; la madre, d’altro
canto, ha bisogno di proseguire la gratificante esperienza del contenere e del
proteggere, del nutrire e del sostentare.
Ma non sembra essere soltanto la dimensione del “bisogno” a caratterizzare
il vissuto materno rispetto all’allattamento: la rivista italiana “Le
scienze” (2005) riporta una ricerca pubblicata sul “Journal of Neuroscience”
del 5 gennaio 2005 titolando “La maternità è come una droga.
La natura ricompensa biologicamente le madri che nutrono i propri piccoli”.
Questa ricerca rivela che “le scansioni cerebrali di ratti esposti alla
cocaina sono indistinguibili da quelle delle madri che allattano i piccoli,
supportando l’idea che la natura – e l’evoluzione –
offra una ricompensa alle madri che nutrono i propri piccoli. Lo studio potrebbe
aiutare a comprendere meglio il legame madre-figlio anche negli esseri umani”.
Si tratta di attendere che la scienza dia spessore sperimentale alla comprensione
clinica e psicologica della chiara “funzionalità” del comportamento
di allattamento, che permane nella specie umana da sempre, come scelta “vincente”
della specie umana quindi, da un punto di vista non solo medico e psicologico,
ma anche evoluzionistico.
Vi è dunque la dimensione del bisogno di allattare-nutrire e dell’essere
allattati-nutriti, vi è la dimensione dell’ “opportunità”
e della “correttezza” evoluzionistica di tale comportamento, e vi
è anche la dimensione della competenza ad allattare e ad essere allattati.
“Non ci sono dubbi. Tutte le donne possono allattare. Il latte arriverà
senza alcuno sforzo” (Di Lorenzo & Roascio, 2003); e ancora “non
ha nessun significato preparare il seno, è già pronto alla sua
funzione” (Di Lorenzo & Roascio, 2003).
Certamente spesso le puerpere riportano uno stato d’animo governato da
smarrimento, con sentimenti di autocolpevolezza e inadeguatezza; espressioni
comuni sono “ma questo è normale?”, “ma sarò
all’altezza?”, “sarò capace?”, “come farò
ad accudire mio figlio?”.
Ancora una volta ci viene in aiuto una frase di Tosoni (2004): “La donna
va rassicurata, ha bisogno di essere sostenuta e condotta ad un ruolo di madre
e ad una ricerca interiore di tutte le potenzialità che già possiede
geneticamente”. E ancora: “È importante sostenere la competenza
materna attraverso il processo di empowerment (potenziamento) della donna stessa,
promuovendo consapevolezza- indipendenza e autonomia”.
Anche il neonato è competente, perché ricerca attivamente il seno
materno, guidato – come abbiamo visto – dall’olfatto; addirittura
ponendo un reggiseno utilizzato dalla madre e uno pulito ai due lati della testa
di un neonato, questi si volterà più spesso verso il lato del
reggiseno utilizzato.
Questo già a pochi giorni dalla nascita (Chamberlain, 1998). Nelle prime
ore dopo il parto i livelli di noradrenalina nel neonato siano molto alti, per
l’attivazione di una speciale zona del cervello primitivo (locus ceruleus)
(Hepper, 1995), che ha strette connessioni con il bulbo olfattorio. Alla nascita
l’odore della madre (e con il suo anche quello del liquido amniotico e
del seno) è già familiare e questa familiarità indubbiamente
gioca un ruolo fondamentale nell’adattamento alla vita extrauterina. (Giustardi,
2004).
Il neonato sa succhiare il latte materno e lo fa istintivamente, senza bisogno
di apprendimento alcuno. “(i neonati) La prima volta che vengono avvicinati
al petto della madre succhiano e respirano in perfetta sincronia” (Chamberlain,
1998).
La competenza materna affermata nella “capacità di allattare”
e quella del neonato di nutrirsi al seno materno, compensano il senso di perdita
sperimentato con il parto; l’allattamento è il legame viscerale
ritrovato, nel quale è avvenuto un processo di maturazione, una trasformazione
della relazione, che continua così ad esistere.
7. Quando il neonato non è uno sconosciuto…
“Spesso si nega che il feto sia una persona perché si associa questa
idea a quella di autocoscienza, dimenticando che l’autocoscienza (così
come la bellezza, l’età, il censo, il linguaggio, la razza) è
un attributo (la filosofia li chiamerebbe accidenti). La sostanza della persona
è un’altra: è il far parte come individuo di quel livello
della natura in cui si è in grado di poter cercare il significato di
sé e della realtà. “In grado” (in potenza) significa
che magari ora come ora non è possibile (proprio come quando dormiamo),
ma se le condizioni cambiassero lo sarebbe. (...) E’ l’alba dell’io.
Di quell’ ”io”, il nostro “io”, già presente
dal concepimento” (C. V. Bellieni, 2004)
La parola chiave di questo paragrafo è “sintonia”. Questo
termine deriva dal greco syntonìa, composto di syn “insieme”
e di un derivato di tònos “tono”. Il significato letterale
è quindi “stesso tono”, cioè accordo, armonia.
L’armonia, intesa come “essere sulla stessa lunghezza d’onda”,
è esattamente quel che si verifica quando il neonato che la madre ed
il padre si trovano ad incontrare dopo il parto non è uno sconosciuto,
perché con lui si sono intessuti rapporti e relazioni prenatali significative.
Il primo incontro faccia a faccia, i primi sguardi del neonato (che Ajuriaguerra
ha sapientemente compreso essere costituiti da due “componenti”
: lo “sguardo-visione” e lo “sguardo-sortilegio”, che
“strega” i genitori; in Nava, 2003) rivolti alla madre, sanciranno
il ritrovare qualcuno che già si conosce e che, finalmente, si può
conoscere anche nella dimensione corporea e visiva.
Creare armonia e sintonia con qualcuno che non si conosce non è facile,
perché ci vuole un percorso a volte anche lungo e laborioso per entrare
in contatto e in relazione l’un con l’altro; è il periodo
dell’avvicinamento e dell’ascolto, della comprensione di qualcuno
che è altro-da-noi e che va scoperto nella sua irripetibile identità.
È il periodo degli “aggiustamenti”, dei tentativi di scambio
efficace, è un po’ come fare le prove per un importante concerto;
gli strumenti vanno accordati perché il loro suono sia nell’insieme
armonico, i musicisti devono “entrare in sintonia” l’un con
l’altro e conoscersi nei rispettivi stili e modalità di esecuzione,
altrimenti uno accelera, l’altro rallenta e il terzo tiene la nota quando
gli altri la cambiano.
Risultato: una cacofonia sgradevole all’orecchio e un
bel po’ di lavoro da fare insieme per raggiungere un equilibrio.
È esattamente la stessa cosa che accade ad un neonato e ai suoi genitori
da dopo il parto in avanti: se non vi è stata comunicazione, interazione,
comprensione e reciproca conoscenza durante la gravidanza, il neonato risulta
essere uno sconosciuto per sua madre e suo padre. Cosa gli piacerà e
cosa no? Come andrà cullato per calmare quel pianto che non si riesce
a capire? Dorme poco/dorme tanto: è strano? (ma durante la gravidanza
com’erano i suoi movimenti?). Alla sera non si addormenta mai (e magari
per nove mesi la mamma ha lavorato fino a tarda sera abituandolo a questi ritmi
di sonno/veglia...).
E così via, una serie di “incomunicabilità” che rendono
difficile comprendersi perché non ci si conosce, perché quel neonato
è in realtà uno sconosciuto di cui nulla si sa, né del
suo temperamento, né dei suoi gusti, né delle sue preferenze musicali,
né della sua vivacità, né di altro.
È esattamente in situazioni come queste che si evidenzia come un’adeguata
assistenza e sostegno durante la gravidanza possa fare la differenza, aiutando
genitori e feto a conoscersi e a comunicare l’un con l’altro già
durante i primi mesi di gestazione.
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EDITORIALE:
I LEGAMI DELLA VITA NASCENTE
di Gino Soldera e Federica Carrer
All'inizio della vita ogni essere umano mette le sue radici nell'utero materno
e con esse costruisce i primi legami, che sono anche le prime impronte fondamentali
con le quali formerà se stesso e il rapporto con gli altri. In questo
periodo, definito da Odent "primario", a causa della
diretta dipendenza del bambino dalla madre i legami che il bambino coltiva interessano
anche il padre, gli altri famigliari e le persone che rientrano in quello che
nella genetica del comportamento viene considerato a differenza di quello materno
condiviso, l'ambiente non condiviso.
Nella vita nascente l'essere umano si trova a vivere l'esperienza dalla vita
prenatale, della nascita e della vita neonatale. In queste fasi egli si dimostra
particolarmente sensibile non tanto verso l'ambiente fisico, che lo circonda,
quanto per quello umano, della madre e del padre, dal quale si aspetta un'accettazione
totale, senza riserve e senza ambiguità. Per ottenere questo il bambino
è disponibile ad aspettare con pazienza che vengano risolti i problemi
e affrontati gli ostacoli, in quanto avverte questo come rilevante per la sua
formazione come essere umano e come persona. Questo tentativo avviene prima
di imboccare la strada del distacco protettivo e dell'isolamento, da separato
in casa, nel corpo condiviso con la madre: cosa possibile, come ci hanno evidenziato
molti studiosi fin dalla gestazione. Lowen ritiene che l'isolamento del bambino
è una misura difensiva che egli è costretto a prendere per mantenere
quel poco calore che gli è rimasto e che funge da catalizzatore e integratore
del suo intero essere, ed particolare del suo Io, al di là del quale
si nasconde l'odio e la distruzione, che con il suo gelo raffredda la vita e
porta verso la separazione e la morte.
Il bambino è un essere estremamente sensibile sul piano relazionale e
umano, egli avverte com'è l'ambiente materno che l'accoglie, quando si
paracaduta dalla tuba nell'utero, egli sente se questo ambiente psicometabolico
è a lui favorevole o sfavorevole: nel primo caso egli fa di tutto per
restare e mettere sane e robuste radici in grado di contrastare le forze avverse
alla vita. Dopo questo primo impatto con l'ambiente egli si aspetta che nel
corso della gravidanza questo legame si perfezioni, cresca e si rafforzi. Se
questo avviene è molto probabile che il parto-nascita si possa realizzare
in un clima di intesa e sintonia, in grado di attenuare il dolore delle doglie
e di permettere che il ritrovarsi tra madre e figlio, dopo la nascita, possa
avvenire più facilmente e senza tanti ostacoli nella disponibilità
e nel riconoscimento reciproco.
L'ambiente fisico circostante ha un'importanza marginale nella vita del bambino
rispetto a quella che si credeva in passato, ciò che conta è chi
si occupa di lui con continuità e amore: e per essere più concreto
oseremmo dire con "calore e affetto". E' ormai universalmente riconosciuta
da tutti gli studiosi dello sviluppo infantile, come pediatri, psicologi e pedagogisti
e confermato dalle ricerche sviluppate nell'ambito delle neuroscienze, che il
legame genitori-figli costituisce una delle premesse essenziali per tutte le
relazioni che l'individuo stringerà da bambino, dentro e fuori l’utero
materno, e da adulto, oltre che con i membri della sua famiglia, con le altre
persone significative che incontrerà nel corso della sua vita.
Grazie alla vicinanza e alla disponibilità di coloro che si prendono
cura di lui, il bambino può vivere (ottenendo contatto, comprensione,
cibo e protezione) e crescere in maniera armonica, sviluppando fiducia in se
stesso, desiderio di apprendere e di interagire con gli altri. Attraverso la
relazione coi genitori - specialmente con la madre - il bambino impara a riconoscersi
come individuo e a dare significato ai suoi comportamenti, a quelli degli altri
e, in generale, al mondo che lo circonda: se questa relazione gli offre una
base sicura è stimolato ad aprirsi alla vita, a fare nuove esperienze,
ad esplorarlo e a conoscerlo e ad esprimere le sue straordinarie possibilità
creative, che altrimenti rischiano di rimanere latenti. La stessa intelligenza
appare, fin dall'inizio, inestricabilmente legata alla vita affettiva: anche
se ogni bambino è dotato di un determinato patrimonio genetico e di una
sua specifica individualità, lo sviluppo delle sue potenzialità
fisiche, intellettuali ed affettive dipende in modo determinante dal rapporto
che stabilisce con le persone che si prendono cura di lui.
Come hanno sottolineato Bowlby, Verny, Chamberlain, Fonagy e altri studiosi,
il problema del consolidamento dell' attaccamento affettivo tra gli esseri umani
nel periodo della vita prenatale, della nascita e della prima infanzia dipende
dalla rappresentazione e dall'atteggiamento dell'adulto che funge da imprinting
per il bambino. Vale a dire che una buona predisposizione del genitore verso
il bambino è una importante premessa perché il bambino si predisponga
in seguito verso il genitore. Il legame che si costruisce in questa fase è
d'importanza vitale per il benessere dell'individuo e per la sopravvivenza della
specie: un buon rapporto iniziale fondato sulla disponibilità interiore
e realizzato attraverso lo scambio di segnali e contatti affettivi tra genitore
e bambino ha un'influenza talvolta insospettata sul senso di appartenenza reciproca
e quindi sulla sequenza delle successive interazioni.
Il legame genitore figlio ha un'influenza diretta anche sulle convinzioni e
sulle capacità dei genitori che, a loro volta, attivano e mantengono
operanti i necessari comportamenti di cura e di protezione dei bambini: attraverso
questo processo essi apprendono le nozioni e le capacità indispensabili
per poter svolgere la loro funzione di genitori. Se invece non si instaura un
buon legame tra il bambino e i genitori o chi si prende cura di lui, lo sviluppo
psico-fisico del piccolo - ossia la sua maturazione organica, affettiva ed intellettiva
- ne potrà risentire, spesso per lunghi periodi e talvolta in misura
determinante. I genitori rischieranno di essere privati di molti di quegli stimoli,
di quelle esperienze e di quelle soddisfazioni che si vivono interagendo e crescendo
giorno per giorno insieme al proprio bambino.
In questo contesto va ricordato che i rapporti umani nella nostra società
stanno diventando sempre più fragili e complessi, ne è una testimonianza
il continuo aumento delle separazioni; mentre le condizioni e gli stili di vita
della coppia e della famiglia stanno diventando sempre più stressanti
e alienanti, anche a causa dei ritmi di vita sempre più frenetici e incalzanti.
Da qui la necessità di poter avere a disposizione dei Servizi sociosanitari,
come il Consultorio Familiare o iniziative come “Spazio per le famiglie”,
in grado di essere un luogo di aggregazione per genitori soli e bisognosi di
un confronto diretto con altri genitori, e questo per meglio comprendere e gestire
la propria quotidianità. Ma il Consultorio è anche in grado di
dare alla coppia e ai genitori un valido contributo per vivere bene la propria
corporeità, la propria sessualità e la propria capacità
generativa. Inoltre, può offrire alla donna e alla coppia, anche se in
forma al momento limitata, un valido accompagnamento nel corso della gestazione,
utile per arginare gli effetti negativi della dilagante medicalizzazione mascherata
nelle continue visite ed esami alle quali la donna e il bambino vengono sottoposti,
sebbene non necessari. Questo per rispondere ad un profondo bisogno di sicurezza
presente in ogni essere umano, in particolare in questo delicato periodo. La
situazione diventa ancora più problematica con il parto dove si assiste
all'induzione al parto di routine e ad un continuo aumento della pratica del
taglio cesareo e in prospettiva dell'epidurale.
Sappiamo che i bisogni della donna, della coppia e della famiglia non si fermano
qui, in quanto la donna ha spesso la necessità di essere aiutata ad acquisire
le competenze necessarie per affrontare la difficile situazione del puerperio;
questo per non essere travolta dai nuovi e vecchi problemi irrisolti.
Riteniamo che gli operatori e i genitori possano, con i diversi contributi riportati
negli articoli della rivista, orientati ad approfondire i molti aspetti presenti
in queste problematiche, essere messi nelle condizioni di conoscere le dinamiche
in gioco nei legami famigliari allo scopo di creare le condizioni migliori per
accrescere l'intesa e l'armonia dei rapporti all'interno e all'esterno della
famiglia fin dalle sue origini.
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EDITORIALE:
L'IMPORTANZA DELLA VITA PRE - E PERINATALE
di DarioCasadei e Gino Soldera
Il periodo prenatale rappresenta un opportunità unica per la prevenzione
primaria di disturbi psicologici, emozionali e fisici.
A questo stadio si possono, inoltre, sviluppare procedure preventive al fine
di meglio comprendere l’enorme potenziale dei processi prenatali ed il
loro impatto sulla salute dell’individuo prima e dopo la nascita. E’
quindi corretto e “saggio” chiedersi che cosa implica lo stato prenatale
della vita.
In rispetto a questo il compito di tutti ed in particolare di noi che lavoriamo
nel campo della psicologia e della medicina sarà quello di estendere
la definizione di ciclo della vita a partire dalla fase prenatale.
Per il bambino non ancora nato questa esperienza inizia e si realizza principalmente
attraverso il processo di imprinting, mentre per la madre la possibilità
di autorealizzazione giunge dalla gravidanza e dall’incontro con il bambino
non ancora nato.
Questo itinerario di vita porta al rilevare ancora una volta che non vi è
alcuna separazione tra le dimensioni fisiche e psicologiche della nostra esistenza.
Scienze quali psicologia prenatale, psicologia ostetrica, medicina fetale e
perinatale, dovrebbero considerare la “libertà di esistere”
del bambino prenatale, evitando l’indifferenza e la perdita dei valori
umani. Scienza senza umanità porta ad un non rispetto della vita ed a
una caduta delle certezze , problematiche queste che ci conducono verso un etica
e bioetica della vita prenatale.
Rientrando nello specifico di questo numero, l’occuparci dell’origine
della vita porta a considerare due visioni della stessa, in particolare la visione
“ecologica” e quella “genetica-sociale”. La prima, di
“stile” cognitivo-comportamentale considera l’utero come ambiente
e conseguentemente l’influsso dello stesso sul comportamento. La seconda
si riferisce in particolare a quanto già di predefinito attraverso il
patrimonio genetico che si eredita dai propri predecessori.
Quindi alla psicologia ostetrica ed alla psicologia prenatale si integra il
contributo della psico-neuro-endocrinologia, in quanto considera il processo
di apprendimento del feto come pre-requisito vitale per la sopravvivenza, processo
che si avvale della formazione del SNC a livello primario con le proprie strutture
dell’ipotalamo, del sistema pituitario ed adrenale. L’integrazione
di ciò produce la necessaria “sensibilità” che permette
sia la competenza che l’apprendimento.
Attraverso quanto detto si perviene a considerare il bambino come partner molto
attivo in gravidanza, quindi un attivo passeggero in utero. L’interazione
madre-bambino, quindi, ha un carattere non solo biologico ma anche psicologico
e sociale, considerando comunque che l’esperienza di dialogo è
indipendente dal grado di sviluppo morfologico del del bambino.
Per la madre la possibilità di autorealizzazione viene dalla gravidanza
e dall’incontro con il bambino non nato. Per noi operatori, questo incontro
diviene l’opportunità di estendere la nostra comprensione di questo
itinerario di vita, mediante un percorso umano e scientifico che va non solo
nella direzione professionale ma che in qualche modo ci coinvolge sul piano
personale.
Le tematiche di questo numero della rivista, quindi, ci portano a considerare
nel loro aspetto psicologico, medico, antropologico, come tutti gli eventi della
vita siano vissuti come situazioni fenomeniche indivisibili nelle quali corpo
e mente (soma e psiche) rappresentano un entità di mutua influenza ed
interdipendenza. In tal modo tutti gli eventi, sia di carattere cosiddetto somatico
che psicologico, che possono pregiudicare il benessere e la salute della madre
e del feto, sono considerati come rischi reali e potenziali.
E’ pertanto necessario creare un nuovo tipo di assistenza prenatale in
modo da diagnosticare in tempo tutti i rischi e per consentire ai genitori il
ricorso ad un assistenza comprensiva che permetta di usufruire del counseling
psicoterapeutico, coinvolgendo tutti i livelli dell’assistenza sanitaria,
territoriale ed ospedaliera, area quest’ultima ancora troppo “scoperta”
ed in forte ritardo.
Questo è il compito e la scommessa per tutti noi!
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PSICOLOGIA
E MEDICINA PRENATALE E PERINATALE:
UNA NUOVA SCIENZA INTERDISCIPLINARE
Prof. Peter G. Fedor Freybergh, M.D., DSc.Stockholm, Sweden
- Prague, Czech Republic
ABSTRACT
Il periodo prenatale rappresenta un'occasione unica per la prevenzione
primaria dei disordini psicologici, emozionali e fisici nella vita più
tarda. In questa fase possiamo anche sviluppare delle procedure preventive per
fare diminuire le nascite premature, i disturbi e la mortalità perinatali.
Per capire l’enorme potenziale dei processi prenatali ed il loro effetto
sulla salute prenatale e postnatale dell'individuo, dobbiamo chiederci che cosa
implica la fase prenatale della vita.
L’incontro con il bambino non nato è l’inizio del cammino
della vita umana verso l’autorealizzazione. Dobbiamo estendere la definizione
standard di ciclo della vita all’esperienza prenatale, poiché essa
ne è un’indivisibile parte, è quella che ci forma e determina
chi siamo e cosa diventeremo.
Per il bambino non ancora nato, questa esperienza inizia e si realizza principalmente
attraverso il processo di imprinting. Per la madre la possibilità di
autorealizzazione viene dalla gravidanza e dall’incontro con il bambino
non ancora nato. Per noi questo incontro diventa l’opportunità
di estendere ed approfondire la nostra comprensione di questo itinerario di
vita, dal momento che non è possibile rilevare nessuna separazione tra
le dimensioni fisiche e psicologiche della nostra esistenza.
La psicologia e la medicina prenatale e perinatale sono aree scientifiche relativamente
nuove e interdisciplinari, la cui pratica tenta di integrare diverse discipline
che si occupano delle questioni basilari della vita e dei suoi disturbi.
Bisogna sottolineare il loro carattere interdisciplinare che permette a diverse
specializzazioni scientifiche, come la medicina, la psicologia, la psicoanalisi,
l’antropologia, l’etologia umana, la sociologia, la filosofia e
altre ancora, di incontrarsi tra loro. Ognuna di queste discipline riesce a
creare un dialogo, un linguaggio comune e tutte si influenzano tra loro attraverso
un processo creativo di “fertilizzazione crociata”.
La medicina e la psicologia prenatale e perinatale danno inoltre un esempio
nel sottolineare l’indivisibilità dei processi “psicologici”
e “fisici” fin dall’inizio del ciclo vitale umano e l’indivisibile
sviluppo di tutte le funzioni del sistema nervoso, dei processi immunologici
e neuroendocrinologici.
Lo scopo principale di queste nuove aree scientifiche è la divulgazione
sia di metodologie e studi orientati alla sperimentazione, che di metodi più
introspettivi. Questo nuovo atteggiamento invita a cercare e a trovare un nuovo
linguaggio e, attraverso un linguaggio comune, a diminuire le incomprensioni
semantiche.
Esso ci permette inoltre di definire una teoria scientifica applicabile a questo
nuovo approccio interdisciplinare e integrativo.
“Integrazione” letteralmente significa tra le altre cose: assimilazione,
fusione, incorporazione, combinazione, unificazione e armonia.
Quest’ultimo termine, “armonia”, andrebbe particolarmente
ripetuto: armonia e cooperazione tra approcci e punti di vista diversamente
integrati, metodi e metodologie, teorie, ideologie e pratica, piuttosto che
confronto e disaccordo.
Tutta la società dovrebbe incoraggiare un senso di responsabilità
nei futuri genitori e offrire appoggio alla coppie, consigliandole riguardo
al loro impegno nei confronti di una nuova vita. E’ essenziale che questa
nuova vita venga rispettata fin dal suo inizio e venga considerata un partner
alla pari in qualsiasi dialogo. Questo dialogo inizia con il concepimento e
continua durante tutto il periodo prenatale, post-natale e perinatale. Esso
influenza l’esito del parto e il modo in cui l’individuo si relazionerà
agli altri durante la sua infanzia, adolescenza e vita adulta e, cosa ancor
più importante, ha in sé il seme per la capacità del bambino
di amare, di rispettare gli altri, di impegnarsi nei confronti di qualcuno.
Lo stadio prenatale rappresenta un’opportunità unica per la prevenzione
primaria di disordini psicologici, emozionali e fisici.
In questa fase possiamo anche sviluppare delle procedure preventive per fare
diminuire le nascite premature, i disturbi e la mortalità perinatali.
Per capire l’enorme potenziale dei processi prenatali ed il loro effetto
sulla salute prenatale e postnatale dell'individuo, dobbiamo chiederci che cosa
implica la fase prenatale della vita.
La gravidanza può essere vista come un dialogo attivo tra madre e bambino.
Questo dialogo non è limitato, ma esteso, attraverso il dialogo fra la
madre, il padre ed il contesto psicosociale. Esso è parte di un processo
molto attivo e interdipendente, che prende luogo a vari livelli. Questi livelli
incidono su quello psicologico, emozionale biochimico, psiconeuroendocrinologico.
Non ho mai sentito una madre riferirsi al bambino che porta in grembo come “il
mio embrione” o “il mio feto”; una madre dice “il mio
bambino”, o addirittura vi si riferisce con un nome proprio.
Generalmente le donne incinte tendono a mostrare un alto grado di sensibilità
nei confronti del loro bambino non ancora nato, contrariamente a molti professionisti.
Il bambino è un partner molto attivo durante la gravidanza, un “passeggero
attivo nell’utero”.
L’interazione madre-bambino, di conseguenza, ha un carattere non solo
biologico, ma anche psicologico e sociale. Questo dialogo comincia a livello
inconscio probabilmente dal primo momento in cui il bambino comincia a svilupparsi.
Dal punto di vista della madre il dialogo diventerà reale quando essa,
coscientemente o no, comincerà a pensare al bambino non ancora nato non
più come ad “esso” ma come “tu”. Questo momento
segnerà per lei l’inizio di un contatto più cosciente.
La transazione da “esso” a “tu” è una dimostrazione
della sensitività e sensibilità del bambino nella pancia e dell’enorme
potenziale creativo insito nella psiche della madre.
L’esperienza di dialogo è indipendente dal grado di sviluppo morfologico
del bambino.
Tutto lo sviluppo embrionale e fetale è fortemente influenzato da fattori
ormonali, psicologici immunologici.
La nascita è solo una parte dello sviluppo complessivo dell’essere
umano. Le circostanze del parto, il parto stesso e le sue conseguenze per il
bambino, la madre e il padre nel periodo postnatale, dipenderanno essenzialmente
dalla fase di vita prenatale.
Questa è particolarmente influenzata dal legame essenziale che unisce
il bambino, la madre e il padre. E’ bene non separare il ruolo del padre
da quello della madre e del bambino, e nemmeno il travaglio dal continuum dell’esperienza
prenatale.
Il padre dovrebbe essere coinvolto e incorporato nell’intero processo
di assistenza prenatale fin dall’inizio, ed essere trattato come un partner
alla pari durante tutto il percorso. L’esperienza del padre influenzerà
in maniera vitale il suo comportamento durante il travaglio e la sua capacità
di relazionarsi al bambino durante il parto, nei periodi prenatale e postnatale.
La gravidanza può essere considerata come la prima esperienza ecologica
di un essere umano, e l’utero come il suo primo ambiente ecologico.
E’ sorprendente vedere quanti pochi professionisti, persino psicologi,
considerino ancora l’utero semplicemente come un “contenitore anatomico
per il bambino”, essi sono ancora inconsapevoli dell’ “inquinamento
tossico” a cui potenziali pericoli psicologici e sociali espongono il
bambino feto.
Il dialogo tra il bambino non ancora nato, la madre e il padre, crea un legame
primario che a sua volta aiuta a creare predisposizioni psico-fisiche estremamente
significative. Potenzialmente qualsiasi di queste tendenze innate potrebbe orientare
e formare le future risposte emozionali e sociali del nascituro, specialmente
per quanto riguarda le relazioni interpersonali. Le conseguenze di questo legame
primario sono numerose, e includono anche l’amore ed il comportamento
etico.
La vita umana dovrebbe essere considerata come un continuum indivisibile, in
cui ognuna delle fasi di sviluppo è ugualmente importante e tutte sono
interdipendenti e inseparabili dall’insieme della vita dell’individuo.
In questo continuum, l’individuo rappresenta un’entità indivisibile
di tutte le funzioni, sul piano fisiologico e fisico, come su quello psicologico
e sociale. I processi fisici, biochimici, endocrinologici, immunologici e psicologici,
rappresentano un insieme che non può essere diviso.
Per comprendere che cosa accade durante la vita prenatale, c’è
bisogno di un nuovo linguaggio e di una nuova teoria scientifica. Un tale linguaggio
avrà il compito di aiutarci ad andare oltre ai problemi semantici e alla
confusione che esistono in tanta terminologia medica e psicologica.
Non è possibile separare nessuna fase dello sviluppo di un essere umano
dal resto della vita di quell’individuo. Il continuum della vita è
uno dei bisogni più fondamentali nel corso della vita umana e assicura
il mantenimento dell’omeostasi e dell’equilibrio. Una interruzione
di questo continuum può portare a malattia o, in casi estremi, quando
l’omeostasi non può più essere recuperata, perfino alla
morte.
Qualsiasi discontinuità, proveniente dall’interno o dall’esterno
dell’organismo dell’individuo, violerà questo bisogno biologico
e psicologico di base, sia durante la vita prenatale che in quella postnatale.
La discontinuità è divenuta un problema sempre più serio,
causando in tutto il mondo il diffondersi di disordini ecologici, sociali e
politici. Nessun gruppo di persone, nessuna nazione, è completamente
immune dal sollevarsi di disorientati sviluppi a livello ecologico e sociale.
Molte persone, all’interno della comunità scientifica, sono ben
consapevoli degli effetti di questi eventi, e sottolineano come la discontinuità
e il disequilibrio generino molte delle malattie mentali e sociali del giorno
d’oggi.
Nell’ambito della psicologia e della medicina prenatale e perinatale,
siamo consapevoli dei pericoli che la discontinuità può generare
nel feto e nel neonato.
Gli sviluppi recenti di due branche relativamente nuove della ricerca medica
e psicologica, la psiconeuroendocrinologia e la psiconeuroimmunologia, sono
molto promettenti. La ricerca in questi due settori è particolarmente
importante, in quanto funge da base scientifica per l’ideologia che sta
alla base della medicina e della psicologia prenatale e perinatale.
Molte funzioni biochimiche altamente specializzate (ormoni, neurotrasmettitori
ed altre strutture polipeptidiche) sono necessarie nella diretta connessione
con i fenomeni di input per la trasformazione e l’immagazzinamento dei
vari tipi di informazioni, sia sensoriali che mentali. Alcune di queste funzioni,
cruciali per la formazione del sistema nervoso centrale primario a livello ipotalamico-pituitario-surrenale,
sono già individuabili nello sviluppo precoce dell’essere umano.
L’embrione sviluppa in seguito un’elevata sensibilità e competenza,
grazie alla sue potenziali capacità di percezione e apprendimento.
Per il bambino anche l’esperienza intrauterina è un processo di
apprendimento. Tale apprendimento è un prerequisito vitale per la sopravvivenza,
poiché permette all’organismo di adattarsi alle nuove condizioni.
Senza adattamento non ci sarebbe la sopravvivenza, e un individuo non può
adattarsi senza fare ed aver fatto esperienze che gli permettano, appunto, di
adattarsi. Un simile processo ha bisogno della memoria, sia della ripetizione
cosciente che impressa in modo inconscio. Le informazioni che raggiungono il
bambino, fin dal primissimo inizio del suo sviluppo, si trasmettono tramite
differenti percorsi biochimici e vengono poi elaborate e immagazzinate in qualità
di tracce mestiche (ciò potrebbe essere utile per la comprensione teorica
di certe pratiche psicoterapeutiche, quali l’ipnosi, l’analisi dei
sogni, i ricordi prenatali ecc.).
L’embrione, già a questo stadio, dimostra di rispondere agli stimoli
e di conservare tracce delle esperienze sensoriali in termini biochimici che
vanno a costituire una potenziale fonte di apprendimento. Le tracce mestiche
prenatali possono essere rievocate come fonti di informazioni (di carattere
negativo, positivo o ambivalente) nel corso di tutta la vita futura.
Le implicazioni di questi risultati preliminari sono molto importanti. Questo
richiederà niente meno che un radicale ripensamento del paradigma umano-embrionale
standard, in base al quale si presume che la struttura preceda la funzione.
Al contrario, come abbiamo già detto, esistono prove determinanti che
supportano la supremazia della funzione sulla struttura, cioè sull’organo
morfologico.
E’ infatti la struttura morfologica che si sviluppa come risultato dell’innato
stimolo funzionale primario. Un organo non si potrebbe sviluppare se non esistesse
alcuno stimolo funzionale che lo obbliga a svilupparsi. Allo stesso modo, la
capacità mentale umana non si sviluppa solo dopo che la struttura morfologica
del cervello è completata e non è neppure una mera conseguenza
delle esperienze determinate dal particolare contesto socioculturale che si
incontra dopo la nascita. Il feto possiede i propri processi psicologici che
funzionano già molto prima della nascita; nessun neonato è una
tabula rasa.
Dobbiamo ribadire che la madre non è solo un “contenitore”
per la crescita del bambino, bensì una persona che prende l’iniziativa
e partecipa attivamente. Oggi è indispensabile ristabilire il ruolo della
madre come principale decision maker di questo potente processo creativo. La
madre infatti è coinvolta nel processo di procreazione con dei propri
grandi poteri creativi. La futura madre ha bisogno di essere cosciente di questi
poteri e di sapere come usarli, in modo da essere meglio dotata per dirigere
e accrescere una tale impresa creativa. La gravidanza consente anche alla madre
una sorta di “regressione creativa” per stabilire un dialogo con
il proprio bambino non ancora nato.
Al fine di poter compiere una scelta informata e senza stress, l’educazione
alla pianificazione familiare dovrebbe iniziare molto prima del concepimento.
Essere genitori responsabili non è un dono concesso dalla natura o un
talento facilmente acquisibile. La capacità genitoriale spesso deve essere
appresa. C’è bisogno di compiere ricerche sugli appropriati interventi
socio-pedagogici da effettuare all’interno della famiglia e nei nostri
sistemi educativi. E’ molto importante che i curricola universitari dei
corsi di medicina e psicologia vengano integrati con gli studi prenatali e perinatali.
E’ necessario mettere a punto un nuovo sistema educativo in grado di preparare
gli individui a diventare genitori coscienti. Bisogna attuare anche un cambiamento
radicale dell’assistenza prenatale, al fine di tener conto non solo dell’aspetto
medico, ma anche dello stato psicologico e delle condizioni della vita sociale
di entrambi i genitori.
L’assistenza prenatale dovrebbe considerare il bambino come un partner
attivo nel dialogo psicosociale con i suoi genitori, i quali dovrebbero avere
la possibilità di incontrare il loro bambino già prima della nascita,
in una società libera e non violenta.
Il bambino ideale dovrebbe essere amato già prima della nascita. Non
dovrebbero esserci dei bambini non desiderati. I bambini non desiderati sono
moralmente a rischio e rappresentano una minaccia morale per la società.
Finché non si raggiungeranno queste condizioni mentali e sociali per
lo stadio prenatale della vita, tutti i cambiamenti positivi del mondo saranno
superficiali e saranno a rischio i bisogni e i diritti umani basilari, i valori
culturali, le tradizioni e la stessa civiltà e libertà.
Talvolta la gravidanza può essere vissuta sia dalla madre che dal padre
come un periodo di crisi, il che non implica necessariamente una situazione
meramente negativa. Ogni crisi può essere vista come una sfida che può
portare a soluzioni o ad alternative creative e positive. Spesso si può
notare che durante la gravidanza si ripresentano vecchi conflitti latenti ed
irrisolti. In molti casi questi conflitti possono essere rielaborati nel corso
della gravidanza in modo costruttivo. Infatti bisogna evidenziare il fatto che
molti problemi e conflitti vissuti dalla gestante, non dipendono dalla gravidanza
e dal bambino. Gli aspetti irrisolti possono rievocare conflitti psicologici
nella propria psiche. In questo modo, la gravidanza spesso offre alla madre
e al padre l’occasione per proseguire il proprio sviluppo psicologico
interiore, talvolta con l’aiuto di un intervento terapeutico.
La ricerca e la pratica psicoterapeutica, hanno dimostrato quanto sia decisiva
l’influenza delle emozioni negative e dei disturbi nel dialogo prenatale
sulle condizioni mentali e sulle malattie sviluppate nella vita futura. Il dottor
Janus ha osservato che, in circa due terzi dei pazienti adulti sottoposti a
psicoterapia, sono stati riscontrati traumi psicologici e problemi prenatali
e perinatali. E’ assolutamente evidente quanto siano importanti la maturità
emotiva, la salute mentale e la coscienza sociale dei genitori. Si rileva sempre
più il bisogno di intervento psicoterapeutico sia per la donna incinta
che per il futuro padre.
Non bisogna suscitare sensi di colpa o sentimenti di inferiorità nei
genitori, né porre su di loro alcun giudizio morale. Dobbiamo essere
coscienti che non tutte le gestanti hanno la possibilità e l’occasione
di offrire al proprio bambino condizioni ottimali di cura, sia dal punto di
vista economico che emotivo che delle strutture sociali. La gravidanza è
sempre un processo dinamico, fatto di emozioni continuamente fluttuanti, di
atteggiamenti e persino di discorsi intellettuali. Il dialogo madre-bambino
è quasi sempre caratterizzato da un misto di emozioni positive, negative
ed ambivalenti.
La società ha la responsabilità di garantire che la triade madre-padre-bambino
non solo sopravviva, ma si sviluppi e cresca nelle migliori condizioni possibili.
Bisogna aggiungere che un essere vivente ha una forte propensione ad adattarsi,
a riparare i danni e a compensare le carenze che si sono verificate nelle precedenti
fasi di sviluppo della vita. Ciò che resta incompiuto in uno stadio può
essere ripreso in quello successivo, e alla fine essere risolto con soddisfazione
interiore dell’essere umano.
Il termine “gravidanza a rischio” è ancora usato quasi esclusivamente
nel suo significato biologica.
Viene usato per riferirsi a disturbi somatici, a malattie fisiche o a handicap
che colpiscono la madre durante la gravidanza, e che potrebbero avere conseguenze
sulla salute biologica del feto. Si può dunque notare come la medicina
istituzionalizzata e la filosofia medica poggino fermamente sulla divisione
mente-corpo e derivino dalla continua promozione della dicotomia psicofisica.
In un’ottica della vita umana di tipo olistico e globale non possiamo
fare distinzione fra i cosiddetti fenomeni “somatici” e “psicologici”.
Considerati nel loro aspetto psicologico, medico ed antropologico, tutti gli
eventi della vita sono vissuti come situazioni fenomeniche indivisibili nelle
quali corpo e mente (soma e psiche) rappresentano un’entità di
reciproca influenza ed interdipendenza in un particolare contesto socioculturale.
In questo modo tutti gli eventi, sia di carattere cosiddetto “somatico”
che “psicologico”, che possono pregiudicare il benessere e la salute
della madre e del feto, sono considerati come rischi reali e potenziali. E’
pertanto necessario creare un nuovo tipo di assistenza prenatale in modo da
diagnosticare in tempo tutti i rischi e per consentire ai genitori il ricorso
ad un’assistenza comprensiva che permetta di usufruire anche di un counseling
psicoterapeutico.
La gravidanza e il parto non sono di per sé malattie, se non in casi
eccezionali, ma a volte possono diventarlo a causa dell’intervento medico.
Dobbiamo dare credito al sapere interiore della gestante ed aiutarla con la
nostra conoscenza, la nostra empatia e l’informazione scientifica per
far fronte insieme a lei ai problemi ai problemi ed ai rischi potenziali o reali,
nel caso in cui si manifestino.
Questo ci porta all’argomento centrale della salute. Quanto abbiamo già
detto circa la visione olistica e globale di tutte le funzioni umane è
valido anche considerando i temi della salute e della malattia. La recente definizione
di salute formulata dall’OMS la definisce come “uno stato di totale
benessere fisico e mentale che si ha nel momento in cui la gente sana vive in
armonia con l’ambiente e con gli altri”.
Come evidenzia Zakmund, questa definizione , nonostante includa tutte e tre
le dimensioni delle manifestazioni della vita umana – biologica, fisiologica
e sociale – è molto riduttiva. Nella sua analisi delle dimensioni
della salute e della malattia mette in rilievo solo gli aspetti funzionali e
definisce la salute come la condizione funzionale ottimale di tutti i processi
della vita, biologici, fisiologici e sociali.
L’organismo psicofisico cerca costantemente di conservare il proprio stato
di salute. Tende al recupero, tenendosi alla larga dalla distruzione; tende
verso l’omeostasi, evitando la disorganizzazione e il caos. La salute
ha evidentemente una dimensione fortemente dinamica e creativa, e nel 1974 io
ho descritto la salute come “il movimento dinamico lungo il sentiero creativo
che conduce all’autorealizzazione”. L’autorealizzazione deve
essere intesa come comprensiva delle dimensioni biologica, fisiologica e sociale.
Questa realizzazione deve tenere conto:
a) dell’integrazione costruttiva dei cambiamenti dialettici e dipendenti
dall’individuo con la conservazione simultanea dell’omeostasi dell’”ambiente
interiore”
b) dell’equilibrio nel perseguire la soddisfazione dell’individuo
durante il continuo confronto e adattamento del sistema psicoendocrino con e
verso l’”ambiente esterno” nelle situazioni ordinarie che
la vita quotidiana presenta.
Adattamento non significa solo adattamento dell’individuo all’ambiente,
ma anche possibilità di trasformare l’ambiente in base alle proprie
esigenze.
Dobbiamo abbandonare l’approccio obiettivo, restrittivo e di stampo positivista
nei confronti dell’individuo e della società. Questi approcci non
tengono conto delle peculiarità soggettive di ogni individuo e società,
della loro anima e spiritualità, dei loro bisogni, sentimenti e pensieri.
Dobbiamo batterci per la rinascita dell’unicità dell’individuo
umano in un mondo in cui l’individuo e l’ambiente dovrebbero convivere
in un’unità spirituale in uno stato di pace, sia etnica che ecologica.
Ciò è ancor più vero per quanto riguarda quel delicato
periodo che è lo stadio prenatale dello sviluppo umano. Ma non è
forse che, proprio da un processo tanto delicato e indefinibile, si originano
movimenti importanti e di vasta portata nella filosofia, tanto da determinare
nella pratica dei capovolgimenti a livello globale?
Secondo l’ipotesi dell’”effetto farfalla”, gli eventi
sono così tanto interdipendenti che il lievissimo e apparentemente insignificante
movimento generato dal battito d’ali di una farfalla può scatenare
un tifone in qualche punto lontano del globo. Questo battito d’ali può
rappresentare per analogia lo stadio prenatale dello sviluppo umano.
Tenendo in mente questo fatto, proprio qui risiede l’unica opportunità
per prevenire la distruzione del mondo.
Il prossimo argomento a cui vorrei dare rilievo, riguarda i bisogni basilari
dell’essere umano. Fra i bisogni di base sono inclusi quello di mangiare,
dormire e riprodursi. Tuttavia sento che ne esiste un altro di cui non si tiene
conto: mi riferisco al bisogno di prendersi cura di qualcuno, e al bisogno che
qualcuno si prenda cura di noi. L’essere di cui ci occupiamo diventa l’essere
più importante della nostra vita ed entra a far parte di essa. Non importa
se ciò di cui ci prendiamo cura sia un adulto, un bambino, un feto, un
cane, un gatto o un uccellino, o un qualsiasi altro essere vivente.
Questo prendersi cura ed essere curato è uno dei prerequisiti per la
nostra sopravvivenza e determina l’omeostasi e l’equilibrio fra
noi ed il nostro ambiente.
Quando qualcuno si occupa di noi, veniamo risanati e guariti, e quando ci prendiamo
cura di qualcuno, anche noi possiamo sanare e guarire.
Un altro modo meraviglioso per esprimere questo concetto, è dato dalle
parole di Antoine de Saint-Exupéry: “Altro non si conosce, se non
le cose che si addomesticano…diventi resp